Magia della svalutazione

Leggendo su Intermarket&More ho notato qualche articolo attorno al problema della competitività delle aziende italiane. In questo, tra i vari strali ai problemi dell’Italia di oggi, leggo: “…Mi sa dire qualcuno come farà un paese come l’Italia a crescere, o perlomeno a non decrescere..[omissis]..se, causa l’appartenenza all’euro, all’Italia non è consentito di azionare la valvola della svalutazione monetaria, per recuperare in un botto solo la competitività perduta?…”. In quest’altro, più recente, trovo segnalato che “…E’ la gestione del valore della valuta, rispetto alle altre, che principalmente regola la competitività di un sistema paese…”. La tesi di base è che svalutando la moneta possiamo diventare “competitivi”, possiamo rendere economici i nostri prodotti rispetto a quelli degli altri. Sarà vero?

Proviamo ad immaginare cosa facciamo in Italia in una fabbrica: andiamo a comprare materie prime all’estero, le trasportiamo alla fabbrica impiegando automezzi che usano carburanti importati, e qui giunte le trasformiamo in prodotti utilizzabili. Dato che il mercato interno ha smesso di funzionare, rivendiamo all’estero quei prodotti. In questo processo, molte delle risorse fisiche che usiamo provengono dalla Svezia o dalla Libia, o magari dal Sudafrica. L’unica cosa effettivamente recuperata tutta in loco è la manodopera.

Poniamo di usare una quantità RI di risorse importate, più una quota RN di risorse nazionali, assieme ad una quantità M di manodopera: se abbiamo in mente di dedicarci all’industria pesante, energivora ed ingorda di combustibili e minerali tutti quanti stranieri, potremmo dire ad esempio che RI = 0,8, RN = 0,1 e M=0,1 (ed è già ottimistico, se pensiamo al fatto che Marchionne raccontava al TG che la manodopera incide sul bilancio Fiat per un 6 – 8 %). In soldoni, una gran quota di combustibili e minerali stranieri, associata a qualche risorsa locale (come le energie rinnovabili o il poco metano che ancora abbiamo in Italia) e ad una spesa in manodopera ovviamente anch’essa piccola. A questo punto, vendiamo il prodotto P = RI + RN + M senza pretese di guadagno, al valore di 1; immaginando di comprare e vendere all’estero in condizioni di parità, ovvero 1 lira = 1 sesterzio.

Adesso svalutiamo: si aziona la bacchetta magica, ed improvvisamente 2 lire = 1 sesterzio. La nostra industria pesante di cui sopra ora deve comprare le risorse importate all’estero come prima, ma a prezzo doppio: RI = 0,8 · 2 = 1,6 lire. Le risorse nazionali invece le compra in Italia, e quindi costano (circa!) come prima: RN = 0,1, così come la manodopera M = 0,1. Il costo in lire della produzione ora è diventato P = RI + RN + M = 1,6 + 0,1 + 0,1 = 1,8. Queste 1,8 lire valgono, al nuovo tasso di cambio, 0,9 sesterzi; e a questo prezzo potremo ora rivendere i nostri prodotti all’estero. Abbiamo ottenuto un differenziale competitivo di – 10% a prezzo di una svalutazione della moneta di – 50%; in pratica i nostri operai hanno visto sparire metà del proprio stipendio al fine di abbassare il costo dei nostri prodotti di un decimo.

Anche ammettendo di considerare una attività manifatturiera che richieda più manodopera locale, del tipo (in sesterzi) P = RI + RN + M = 0,6 + 0,1 + 0,3 = 1, l’effetto di svalutazione di cui sopra potrebbe portarci ad avere (in lire deprezzate della metà) P = RI + RN + M = 1,2 + 0,1 + 0,3 = 1,6. Come al solito, la risorsa importata costa di più in ragione del nuovo tasso di cambio. La produzione viene ora rivenduta all’estero in sesterzi al prezzo di 1,6 / 2 = 0,8. Triplicando l’apporto della manodopera locale, e dimezzando gli stipendi, abbiamo realizzato un differenziale competitivo di – 20%. Non tutte le attività possono assorbire tanta manodopera, purtroppo.

In pratica, per ottenere dei risultati con la svalutazione dobbiamo far prevalere nel processo di produzione le sole risorse nazionali; le risorse importate, per quanto svalutiamo la nostra moneta, alla fine le paghiamo sempre la stessa cifra. E questo significa che quando gli italiani attuano una svalutazione, in genere distruggono il potere d’acquisto dei propri lavoratori; realizzando un differenziale competitivo irrilevante, per le industrie energivore, oppure appena passabile per quelle che usano un po più manodopera italiana. Una strategia poco efficace.

Funziona in questo modo ovunque? Naturalmente no, esistono nazioni del mondo che dispongono di risorse minerarie, energetiche e non, molto abbondanti. Un esempio abusato e sempre valido è la Cina: il più grande produttore di energia da fonte fossile di tutti i tempi. I cinesi vivono una realtà capovolta rispetto a noialtri: se per esempio vogliono lavorare nel campo metallurgico / metalmeccanico, possono usare carbone locale ed elettricità prodotta sempre da carbone nazionale. Per loro il conto, in sesterzi aventi valore uguale al renminbi, potrebbe essere nel caso dell’industria energivora P = RI + RN + M = 0,1 + 0,8 + 0,1 = 1. Prevale il carbone cinese, con poco petrolio importato di complemento. Se ora i cinesi svalutano il renminbi della metà rispetto al sesterzio, il risultato diventa qualcosa come P = RI + RN + M = 0,2 + 0,8 + 0,1 = 1,1; questi 1,1 renminbi di spesa valgono però alla fine, causa svalutazione, solo 0,55 sesterzi. Come dire che i cinesi, svalutando della metà la propria moneta, possono effettivamente ottenere un vantaggio competitivo del – 45% o giù di li anche con una industria avida di risorse. Ovvio che all’aumentare del peso della manodopera per loro il vantaggio si conservi, la manodopera locale è anch’essa una risorsa nazionale. Devono solo stare attenti a non eccedere con i consumi di petrolio, dato che non sono più autosufficienti; la loro rete ferroviaria ha permesso di tenere a bada questo rischio.

E’ ora indispensabile criticare un modello così semplicistico: la svalutazione induce inflazione, che fa crescere un po il costo delle risorse nazionali. Questo fenomeno riduce leggermente il vantaggio detenuto dal produttore di risorse, ma non lo elimina. Oltre a questo bisogna considerare che il danneggiamento del potere d’acquisto dei salari è più percorribile in Italia, dove sono elevati, che non in Cina. Tutte queste correzioni però non cambierebbero la natura del fenomeno, non in maniera sconvolgente almeno.

Morale della favola: il vantaggio competitivo della svalutazione è costituito dal peso delle risorse nazionali; se il processo produttivo usa materie prime che vengono dall’estero, la svalutazione della moneta non sortisce effetti vantaggiosi, rimane neutrale. Però impoverisce i salariati. Le nazioni ricche di risorse naturali e di industrie hanno la tendenza a svalutare, per il semplice fatto che così facendo sbaragliano la concorrenza. Le politiche monetarie sono una curiosa, insospettabile propaggine della geologia e della natura del sottosuolo delle varie contrade del mondo.

In Italia non dobbiamo pensare a stampare foglietti di carta, i cinesi potranno sempre stamparne più di noi o di chiunque altro: dobbiamo pensare a come incrementare l’impiego di risorse nazionali nelle nostre fabbriche. In caso contrario, lasciamo perdere le industrie e diamoci all’ippica o al giardinaggio.

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Il serbatoio del vicino

Querelle immortale sul costo dei carburanti, va molto di moda di questi tempi in mezzo a rivolte di camionisti ed agricoltori. La questione è apparentemente lineare: quanto costa il gasolio? La risposta fornita di solito è del tipo “vai al distributore a fare il pieno e verifica da te”. Fosse così semplice.

Il problema è che in Italia ci dividiamo sostanzialmente in due gruppi: da una parte i salariati, dall’altra le partite Iva. Il consueto bipolarismo muscolare italico, riproposto anche nelle modalità di pagamento dei beni materiali. Per un impiegato la faccenda si risolve in fretta: se acquista un litro di gasolio per la macchina paga il costo industriale assieme all’accisa posta dallo stato, e su questa somma corrisponde anche l’Iva. Non recupera l’Iva versata in fase di acquisto e non scarica le spese, finendo col pagare per intero l’importo esposto al distributore. Se sul tabellone c’è scritto 1,8 €/l, l’impiegato paga quella cifra. Punto.

Per chi è titolare di partita Iva le cose funzionano in modo differente. Se si sceglie di tenere una contabilità completa, si può eseguire il recupero dell’Iva: come dire che l’imposta versata durante il pagamento di beni e servizi necessari per l’azienda può essere usata per compensare l’imposta da versare all’erario per i pagamenti che l’azienda ha incassato dai clienti. Questa cosa è spiegata anche sulla voce dell’enciclopedia, che cito testualmente: “…il soggetto passivo d’imposta, cioè colui che cede beni o servizi, può difatti detrarre l’imposta pagata sugli acquisti di beni e servizi effettuati nell’esercizio d’impresa, arte o professione, dall’imposta addebitata (a titolo di rivalsa) agli acquirenti dei beni o dei servizi prestati….”. In questa maniera, i beni acquistati per essere impiegati in azienda di norma l’Iva non la pagano; fin quando l’azienda è in attivo, è di più l’imposta generata vendendo servizi e prodotti di quella che occorre versare per i beni acquistati – a patto di avere aliquote omogenee. In caso contrario, l’azienda è in perdita e chiude i battenti. E’ dunque inevitabile che una azienda che fa, per esempio, autotrasporto finisca col non pagare l’Iva sui carburanti. E’ una scelta normativa intenzionale, che riguarda nel bene o nel male quasi tutte le attività d’impresa.

Anche togliendo l’Iva, recuperata, resta però il fatto che un’azienda deve pagare costo industriale ed accise sui carburanti. Quelli non te li leva nessuno. Già, ma c’è dell’altro: in una partita contabile fatta come si deve i redditi non sono i ricavi, quanto piuttosto i guadagni. Le spese vanno tolte. Se l’azienda che gestisco ha un giro di affari pari a 1000 e spese pari a 800, la base imponibile per applicare tasse come l’Ires è 200. In questa maniera ogni litro di gasolio acquistato da chi può metterlo tra le spese aziendali produce una perdita economica pari alla somma di costo industriale ed accise, diminuita però dell’aliquota applicata ai redditi generati dall’azienda. Ogni spesa scaricabile diminuisce la base imponibile.

Al momento attuale (gennaio 2012), secondo ad esempio il rapporto della Camera di Commercio di Trento, il gasolio per autotrazione extra rete acquistato in volume di almeno 5000 litri costa 0,801 €/l; con l’accisa andiamo a 1,394 €/l. Già distante dai ben noti 1,72 €/l pagati da chi acquista un piccolo quantitativo di gasolio e ci paga sopra anche l’Iva. Se ora consideriamo anche l’effetto di spiazzamento della base imponibile – Irpef o Ires che sia – il calcolo cambia ancora: immaginando che l’autotrasportatore sopporti una generica aliquota massima del 27 %, questi paga ora 1,394 · (1 – 0,27) = 1,0176 €/l. In caso di aliquote superiori, il risparmio relativo all’abbattimento della base imponibile diviene più ampio. Questa cifra di poco più di 1 euro per litro rappresenterebbe il reale disincentivo economico che una piccola azienda deve oggi fronteggiare quando acquista gasolio.

E’ tutto qui? Non proprio, c’è dell’altro. Ci sono cose come il rimborso agli esercenti dei maggiori oneri, conseguenti alle variazioni dell’aliquota di accisa. La pubblica amministrazione corrisponde alle aziende del comparto autotrasporto un benefit che ha l’obiettivo di compensare i forti incrementi di costo dei carburanti connessi a variazioni di accisa e di aliquota Iva. Le notizie al riguardo le pubblica l’Agenzia delle Dogane. Negli ultimi mesi le agevolazioni sono state queste (trascrivo dal documento ufficiale):

C) € 67,08609 per mille litri di prodotto, per i consumi effettuati nel periodo che va dal 28 al 30 giugno 2011;
D) € 68,98609 per mille litri di prodotto, per i consumi effettuati nel periodo che va dal 1° luglio al 31 ottobre 2011;
E) € 77,88609 per mille litri di prodotto, per i consumi effettuati nel periodo che va dal 1° novembre al 6 dicembre 2011;
F) € 189,98609 per mille litri di prodotto, per i consumi effettuati nel periodo che va dal 7 al 31 dicembre 2011.

Allo stato attuale, fine 2011, l’effetto sarebbe quello di diminuire gli oneri di acquisto dei carburanti di 0,18999 €/l. Immagino che, in mancanza di grandi cambiamenti, questa linea proseguirà anche nei primi mesi del 2012.

Francamente non so se questi rimborsi vengano conteggiati come redditi o cos’altro; immaginando che diminuiscano l’importo dato dalla somma di costo industriale ed accisa, potremmo trovarci un conto del tipo (1,394 - 0,18999) · (1 – 0,27) = 0,879 €/l. Non è necessariamente una procedura di calcolo corretta, ma rende l’idea. Un danno economico di meno di 90 centesimi per litro di gasolio acquistato, a patto che l’azienda operi tramite mezzi aventi peso a pieno carico massimo ammissibile pari o superiore a 7,5 tonnellate: un fatto abbastanza scontato per gli autotrasportatori veri e propri.

I nostri governanti hanno deciso di varare politiche capaci di tutelare i nostri camionisti; è più importante far viaggiare l’autocarro che porta il latte al supermercato che far viaggiare l’automobile con la quale il sottoscritto se ne va a spasso. E quindi potrebbe essere considerata una scelta condivisibile: quando le risorse diventano scarse, devi decidere come usarle; gli impieghi vitali vengono prima di quelli voluttuari. Condivisibile o meno che sia, questa è la scelta fatta finora in Italia.

Mi permetto ora di proporre una valutazione di tipo “storico” di queste agevolazioni. Secondo i dati della Camera di Commercio di Trento, a dicembre 2008 il gasolio per autotrazione extra rete (sempre almeno 5000 litri) costava 0,485 €/l, includendo le accise si arrivava a 0,908 €/l. I rimborsi contabilizzati dall’Agenzia delle Dogane erano ovviamente modesti rispetto ad oggi, cito il documento per il 2008: “…con riferimento ai consumi di gasolio effettuati tra il 1° gennaio e il 19 marzo 2008 e tra il 1° maggio e il 31 dicembre 2008 l’entità del beneficio riconoscibile è pari ad € 19,78609 per mille litri di prodotto…”. Il calcoletto ora diventa qualcosa come (0,908 – 0,0198) · (1 – 0,27) = 0,648 €/l. Da dicembre 2008 a gennaio 2012, il gasolio acquistato dai camionisti sembra essersi apprezzato di un 35,6 %. Nello stesso lasso di tempo, i cittadini comuni hanno visto i prezzi del gasolio al distributore passare da 1,029 a 1,65 €/l (circa!); almeno stando a questi signori. Un incremento del 60 %. Una parte importante della differenza tra i due andamenti sembra essere dovuta a quei 19 centesimi circa al litro che sono stati concessi ad oggi come sgravio fiscale al comparto dell’autotrasporto.

Per ora la tattica dei nostri governi ha permesso di schermare, almeno in parte, i camionisti dagli incrementi dei costi dei carburanti; per loro questo tipo di inflazione è stata meno aggressiva. Il costo dell’operazione pesa ovviamente sulla fiscalità generale, e comunque non risolve il problema della diminuzione delle commesse: se anche paghi il carburante ad una cifra ragionevole, ma non hai contratti sufficienti, alla fine rischi comunque la bancarotta. Queste brevi considerazioni fanno almeno luce sul motivo per cui, durante le recenti rivolte degli autotrasportatori, si sia parlato relativamente poco dei carburanti: quel tipo di problema lo hanno già risolto i passati governi. Vedremo se questa soluzione potrà preservarsi intatta a lungo oppure no.

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Temperature 2011

Per commemorare i trascorsi climatici del 2011, è ora di dare un’occhiata alle mappe; quelle del Goddard Institute for Space Studies della NASA. Qui lo strumento di rappresentazione delle mappe di anomalia termica. Argomento poi già discusso un anno fa, ma sempre attuale purtroppo.

mappa di anomalie di temperatura anno 2011, riscaldamento globaleAnomalie termiche anno 2011, rispetto al periodo 1951 – 1980. Fonte: NASA.

Per l’anno appena trascorso non ci sono in effetti cose nuove da segnalare, tutto fila liscio come sempre. Il pianeta su cui abitiamo insiste a scaldarsi a velocità preoccupante. Durante l’annata gran parte dell’Europa ha sperimentato temperature medie di 1 – 2 gradi superiori ai valori di riferimento; gli effetti più gravi al solito si sono registrati alle alte latitudini, con bollori evidenti nel nord della Siberia. Pare superata la crisi dei cereali innescata dagli incendi del 2010 in Russia, ma la situazione resta poco buona.

L’Arpa dell’Emilia Romagna ha rilevato a sua volta il problema; quantificato in 0,6 °C di temperatura eccedente il normale. Bisogna però dire che nel caso dell’Arpa il periodo di riferimento si estende dal 1961 al 1990, e questo cambia parecchio le cifre in gioco. Le due basi di partenza per il calcolo sono inevitabilmente diverse, il valore ottenuto da Arpa è decisamente attutito rispetto a quello della NASA.

Se è dunque vero che a fine 2010 il Canada si era trovato senza neve e la Russia senza grano, bisogna ricordare il fatto che quest’anno in Italia ci siamo ritrovati con poco vino. Sulla carta, doveva essere una buona annata: le previsioni di Assoenologi erano lusinghiere a metà estate. E fino a fine luglio abbiamo avuto poco caldo e piogge insolite, tutto bene nei vigneti. Poi però ad agosto caldo forte e niente acqua; niente di strano, vero? Già, è normale che ad agosto ci sia siccità. Ma non è normale che questa condizione perduri anche per i mesi di settembre ed ottobre. Attorno a casa mia i prati erano praticamente inceneriti, e le vigne hanno sofferto. E così, una annata che si annunciava buona si è conclusa in un fiasco; poco peso, per fortuna le gradazioni zuccherine delle uve sono risultate discrete.

Questa faccenda della viticoltura in difficoltà è didascalica, serve bene a far capire che la mappa della NASA non è un capriccio per nerd annoiati; le temperature in aumento e le alterazioni nel regime delle piogge avranno effetti poco gradevoli per noi umani.

Nel mentre nevica, e fa freddo. I telegiornali in questi giorni sono farciti di immagini su treni in avaria e strade bloccate. Immagino che frotte di sprovveduti potranno ora guardare con aria di sufficienza al problema del riscaldamento globale. E dire che vent’anni fa nessuno si sarebbe messo a gridare alla catastrofe per temperature minime di -15 °C. Sospetto fortemente che questa punta di freddo improvviso non riuscirà comunque a riportare l’inverno in corso dentro al campo delle temperature normali, ma lo potremo dire con sicurezza solo tra un po di tempo. Nel mentre se non altro abbiamo finalmente un po di acqua, in forma solida, a chiudere momentaneamente il problema della siccità che aveva destato tante preoccupazioni in Romagna.

Osservando infine la mappa delle temperature medie annue proposta dall’enciclopedia mi fa riflettere la nota di commento: “…above the tropics, temperatures fall off more rapidly as one travels towards the Earth’s Poles, at a rate of approximately 1 °C for every 145 km…”. Se per ogni grado centigrado di temperatura media annua ci spostiamo di 145 km lungo i meridiani, bisognerà che ci domandiamo come potremo gestire anche solo 2 °C di surriscaldamento. Occorrerà spostare verso nord le attuali fasce climatiche di 290 km, ammesso che tutto si svolga in maniera così regolare. Riusciremo a convincere i pescheti della Romagna a trasferirsi in Tirolo?

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La tessera annonaria

Non è più di moda, la cara buona vecchia tessera annonaria. Eppure è un ricordo vicino nel tempo: era una tesserina di cartone che durante la Seconda Guerra veniva usata dagli italiani per acquistare generi di prima necessità, in specie alimentari. Oggi nessuno la ricorda più, ma per i nostri nonni era una cosa importante. Ci sono persino alcuni nostalgici che vorrebbero rivederle, le tessere; e hanno forse qualche ragione.

Se in Italia questo strumento di sostegno ai poveri non esiste più, altrove è ancora in auge. E’ il caso degli Usa, laggiù le chiamano food stamp; c’è un intero programma governativo attorno a questa cosa, è gestito dall’equivalente del nostro ministero dell’agricoltura. Si tratta di una misura di sostegno che serve a fornire a tutti almeno il cibo per mangiare; una misura che qualcuno definirà “comunista”, e che mostra come gli statunitensi alle volte siano anche scaltri. Chi ha la pancia vuota è molto propenso a menare le mani, i soldi spesi per evitare sommosse sono certamente ben spesi. Comunque il termine food stamp è desueto: ormai quasi tutti gli interventi sono erogati tramite sistemi informatizzati e tessere elettroniche ove necessario.

Per quantificare questo fenomeno c’è la banca dati dell’ente gestore. Per pigrizia mi limito a mettere una cattura a schermo dell’ultima tavola riassuntiva.

Numero di persone che si servono di food stamp e relativi costiBeneficiari dei sussidi alimentari e relativi costi negli Usa. Fonte: USDA.

Al momento, si sa per certo che 46,2 milioni di cittadini Usa ricevono sussidi alimentari di vario genere. Naturalmente questi interventi sono piuttosto eterogenei: si va dalla merenda ai bambini nelle scuole dei quartieri poveri alle tessere rilasciate ad intere famiglie che non dispongono di altra fonte di cibo per sopravvivere. Sono estremi piuttosto distanti. Comunque mettendo la cosa in questo modo dovremmo dire che quasi il 15 % dei cittadini Usa riceve sussidi alimentari in forma di pasti e di tessere per l’acquisto di generi di prima necessità. Decisamente tanto.

Per capirci qualcosa di più, disaggreghiamo. Tra i vari elementi ha qualche valore il numero di bambini e ragazzi che ricevono i pasti da questo ente; la partecipazione media al National School Lunch Program (vedere il pdf tra i dati ufficiali) ad ottobre 2011 stava attorno ai 32 milioni di presenze giornaliere. Di seguito un estratto del prospetto.

riassunto beneficiari food stamp usa, per categoriaMaggiori beneficiari del programma SNAP, per categoria. Fonte: USDA:

Una parte preponderante dei 46 milioni e rotti di soggetti totali di cui sopra sono quindi studenti. Ufficialmente, gli under 17 pesano per circa la metà dell’impegno dell’ente; la discrepanza nasce dal fatto che molti ragazzi ricevono magari un solo pasto al giorno, e non tutti i giorni: dipende dai calendari scolastici. Comunque questa è, per dimensione, la principale linea di intervento.

Tendiamo dunque a confondere con molta, troppa facilità il servizio di mensa scolastica con la minestra concessa ai clochard. In mezzo a tutti questi minori che si servono delle mense USDA, troviamo 21,55 milioni di ragazzi che hanno usufruito del servizio senza pagare o a prezzo agevolato; in realtà in questa categoria prevalgono nettamente i soggetti che non hanno pagato nulla. Il restante terzo dei ragazzi ha dovuto pagare il servizio: come dire che stiamo parlando di servizi mensa che piacciono anche a chi ha redditi adeguati, e che vengono concessi gratuitamente solo alle famiglie meno abbienti.

Un tipo di intervento che invece identifica in maniera inequivocabile la presenza di persone che non riescono proprio a mangiare è quello denominato Adult Care; dai dati pubblicati si evince in media nell’ultimo anno sono stati forniti a queste persone in media 5 – 6 milioni di singoli pasti ogni mese, quasi tutti a titolo gratuito. Non saprei dire quante siano le persone coinvolte, ma non devono essere poche.

Per avere una visione storica del fenomeno, possiamo ora prendere la serie dati riassuntiva offerta dall’ente e tirarne fuori qualche linea in forma grafica.

numero di partecipanti e costi per il Supplemental Nutrition Assistance Program Usa (food stamp)Beneficiari e spesa per le food stamp Usa. Fonte: USDA.

Il grafico mostra l’andamento del numero di beneficiari del programma, in blu (asse a sinistra) ed i costi complessivi sostenuti dall’amministrazione in rosso (asse a destra). Fondamentalmente il programma di sostegno ha acquisito la sua attuale fisionomia negli anni ’70, attraversando però anche molte riforme. Il vero evento traumatico risulta essere quanto accaduto nel periodo 2008 – 2011: in breve tempo sono comparsi quasi 20 milioni di nuovi partecipanti. Altra cosa evidente è l’incremento dei costi degli interventi, che ora sono qualcosa come 75 miliardi di dollari; negli ultimi anni i costi sembrano essere cresciuti in maniera più rapida del numero dei beneficiari, segnalando un incremento della spesa per persona. Una cosa che, supponendo invariate le politiche di gestione, deve probabilmente avere un legame con l’inflazione registrata a carico dei generi alimentari di base e dei relativi servizi di lavorazione e consegna.

E’ un quadro in chiaroscuro quello che ne viene fuori. Il programma imbastito dal governo Usa è rivolto soprattutto a ragazzi in età scolare, e non solo a disoccupati e disperati come a volte ci raccontiamo in Europa. Resta il fatto che la pletora dei partecipanti si è ampliata in maniera massiva negli ultimi 3 anni, e le relative spese sono aumentate parecchio. Le famiglie che hanno redditi considerati scarsi sono cresciute di numero a grande velocità durante la crisi recente, al punto che ora molte di esse possono (o devono) rivolgersi al programma di sostegno del ministero per dar da mangiare ai figli. Naturalmente la maggior parte di questi ragazzi potrebbe arrangiarsi anche in maniera diversa, magari facendo qualche sacrificio in più, ma comunque il fatto che siano inclusi in queste statistiche ha un significato. La crisi sta cambiando un po tutto, anche in America.

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Grecia in armi

Nel 2010 Pil greco a 305 miliardi di dollari, circa; vedere qui. Il debito pubblico greco, sempre nel 2010, ammontava a qualcosina come il 142,8 % del prodotto lordo; vedere la lista. Il taglio del valore di alcuni debiti avrebbe riportato tale incidenza ad un 116 %, ma non so come valutare la cosa. Si continua a parlare di miliardi in aiuti; forse però chi vuole continuare ad ingigantire i debiti esteri della Grecia non è un amico e non vuole aiutare.

In quel mentre, la Grecia spendeva 9,37 miliardi di dollari in spese militari; qui un elenco di nazioni per spesa militare. Ora, 305 · 1,428 / 9,37 = 46,5 : il debito pubblico greco antecedente il recente “haircut” potrebbe essere messo assieme in meno di cinquant’anni di spesa “armata”.  Ipotesi ottimistica che non tiene conto dell’effetto cumulato degli interessi sui debiti man mano accesi: la realtà è ovviamente peggiore, il tempo di produzione del debito tramite armamenti è stato ben più limitato.

La spesa militare incide per un 3,2 % sul prodotto interno lordo greco, almeno in questi anni. Chissà se ad Atene ci hanno pensato. E soprattutto, chissà se possono ancora decidere qualcosa del proprio futuro.

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Iran si, Iran no, Iran chissà…

Iran si, Iran no…Iran perché mai? Si è discusso parecchio in giro sull’opportunità o meno di sommergere con le bombe la gloriosa Persia. A parte le chiacchiere sul nucleare e le sparate contro Israele non mi pare di vedere – per ora – cose molto concrete attorno a queste tentazioni di guerra. E poi gli Usa stanno già rischiando la bancarotta a causa di avventure militari poco riuscite. Avranno tanta voglia di rischiare ancora?

Proviamo a fotografare la situazione: l’Iran cosa rappresenta oggi? E’ una nazione piuttosto progredita, a livello industriale; e produce il 5,2 % del petrolio estratto al mondo (almeno nel 2010) stando a quelli di BP. Non è il 12 % dei sauditi, e nemmeno il 12,9% dei russi; ma è comunque tanto, più di 200 milioni di tonnellate annue. Poi c’è il gas, sempre più interessante: anche qui gli eredi dei persiani si fanno notare, con un buon 4,3 % del totale estratto al mondo. Meglio dei sauditi. Pare anche che stiano per estendere molto le proprie riserve di metano, con il giacimento di South Pars, che in realtà è poi in buona parte sotto controllo del Qatar. Il giacimento potrebbe contenere gas naturale in quantità superiore alle riserve provate dell’intera Europa. Insomma, una torta appetitosa: se ti avanza un carico di bombe che non sai dove mettere, questo è un bersaglio interessante. Non sono sicuro del fatto che i costi di una guerra si ripagherebbero, ma certa gente forse è convinta di si.

Così però ci guardiamo l’ombelico: le risorse energetiche iraniane vanno messe in un contesto più ampio. Vediamo i contendenti, gli Usa: come ben si sa, i fratelloni d’America hanno passato il picco di produzione del petrolio già nei primi anni ’70. Nel 2010 estraevano a casa propria 339,1 milioni di t di petrolio. Non male per una nazione normale, ma loro non sono mica normali: sono americani. Nello stesso anno hanno bruciato ben 850 milioni di t di greggio. Una notoria follia, si mangiano da soli il 21 % del petrolio consumato sul pianeta.

Il movente per il delitto potrebbe esserci, e le armi non mancano nemmeno. Ma la vicenda non è così semplice: il controllo delle risorse energetiche di questa o quella nazione ha significato solo se è raffrontato alle alternative disponibili. Non è intelligente andare dall’altra parte del mondo a prendere qualcosa che magari hai dietro casa. Quindi perché gli statunitensi non cercano petrolio un po’ più vicino? Beh, lo fanno già: Canada e Messico sono vicini, e producono molto greggio. Il Canada cresce da tempo, nel 2010 ha fornito 162,8 milioni di t. Il Messico invece declina, seguendo le sorti del giacimento gigante Cantarell: sta a 146,3 milioni di t per anno. Nel 2004 erano 190,7. Mettendo assieme tutte le produzioni ed i consumi esistenti in Nord America, otteniamo che l’area produce 648,2 milioni di tonnellate di petrolio e ne consuma 1039,7. Un deficit di circa 392 milioni di t ogni anno. Più di 5 volte il consumo italiano: riflettiamo su quante nazioncine europee il pentagono debba sacrificare per garantire lo status quo energetico agli americani. Riflettiamo anche sul fatto che Messico e Canada consumano per i fatti loro circa 190 milioni di t / anno.

Beh, questo approccio è riduzionistico: allarghiamo lo sguardo alle Americhe in senso lato. Mettendo assieme Nord e Sud America, osserviamo produzioni di petrolio per 998,2 milioni di t / anno; i consumi assommano a 1321,7 milioni di t / anno. Il deficit si riduce a 323,5 milioni di t / anno. E’ quasi invariato anche includendo un altro continente. Rammento poi che i petroli venezuelani e canadesi sono in gran parte schifezze impossibili da lavorare, oli pesanti, o addirittura scisti e sabbie bituminosi. Il consumo di petrolio Usa è un vero buco nero disgraziatamente inserito in un’area continentale che non ha la capacità di sopportare una simile presenza. E questa cosa spiega piuttosto bene la passione per la guerra dei politici Usa, e la loro propensione ad impicciarsi degli affari di nazioni che stanno dall’altra parte del pianeta.

C’è però un lato della vicenda differente: esistono altre aree ricche di idrocarburi al di fuori del Medio oriente. E ovviamente esistono altri consumatori diversi dalle nazioni americane. Un caso tra tutti è quello dell’Europa: un grande consumatore di idrocarburi, con produzioni incamminate verso il tramonto. Fatta eccezione per la Russia, grande produttore dotato di importanti riserve; una nazione da sempre desiderosa di acquisire un peso maggiore nella politica europea. Mettendo sul piatto le nazioni d’Europa meno la Russia, i consumi di petrolio assommano a 775,3 milioni di t / anno (dato 2010, sempre da BP); a fronte di produzioni in loco di appena 348,2 milioni di t / anno. Produzioni che però si trovano in parte – per più di un terzo – in Azerbaijan e Kazakhstan. Il deficit dell’Europa senza la Russia risulta essere di 427,1 milioni di t / anno; togliendo i due grossi produttori ex sovietici, il deficit peggiora. L’Europa occidentale somiglia agli Usa, in quanto ad indipendenza energetica; ma beneficia del vantaggio di consumi pro capite molto minori.

Se prendiamo ora il continente europeo nella sua interezza, includendo anche i russi – e quindi un po di Asia nell’oriente russo – osserviamo produzioni di petrolio per 853,3 milioni di t / anno; e consumi per 922,9 milioni di t / anno. Un deficit di neanche 70 milioni di t / anno. L’Europa, se riesce a fare affari con la Russia, non ha problemi inaffrontabili; l’unico problema è vedere se riesce a farli, gli affari. C’è un ex alleato che cerca probabilmente di impedirlo.

E così, eccoci qua: gli attacchi veri o raccontati alle nazioni del Medio Oriente, o dell’Africa, con finalità notorie. La brama di liquido nero. Ma anche le manovre politiche sponsorizzate da alleati infedeli nelle nazioni dell’Europa orientale hanno un odore sgradevole. Puzzano di rapina, in un caso, o di truffa nell’altro: il movente c’è. E quando c’è il movente e ci sono le armi il delitto di solito non si fa attendere.

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Quanto costa la pattumiera atomica

Notavo due giorni fa un articolo sul blog Parole Verdi attorno alle vicende del nucleare francese. Un altro tema che ha fatto molto scaldare gli animi, anche prima dei disastri verificatisi a Fukushima a marzo dell’anno scorso. Pare dunque che i francesi dovranno spendere rapidamente 10 o 15 miliardi di euro per mettere in sicurezza il proprio parco centrali. Non so cosa possa voler dire, bisognerebbe vedere di che interventi si tratta e presso quanti reattori o centrali saranno realizzati. Certo che non è in realtà una cifra inaccessibile, dato che il reattore 3 di Olkiluoto pare debba costare non meno di 5,3 miliardi di euro da solo. Con 10 – 15 miliardi non so cosa potranno poi fare i francesi; qualcosa faranno, ma non ci andranno tanto lontano.

La discussione sottesa è sempre quella attorno al costo di smantellamento degli impianti, e ovviamente di smaltimento delle scorie. In Italia, per ora, non siamo andati oltre l’idea di gettare il tutto in una formazione di salgemma in riva al mare; ovviamente dislocata in uno dei territori più poveri della nazione, Scanzano Jonico. Il supposto deposito avrebbe dovuto accogliere 60.000 saporiti e fumanti metri cubi di rifiuti nucleari di seconda e terza categoria, i rifiuti prodotti dalle centrali nucleari italiane. In mezzo ci dovevano stare anche i rifiuti ad alta attività, il cuore del problema.

Alla fine non se ne fece nulla, niente deposito; almeno per ora. Però il combustibile nucleare esausto va processato, e la soluzione individuata è stata quella di cominciare almeno ad eseguire il “condizionamento”: trattare, inertizzare e rivestire in modo sicuro gli elementi di combustibile. L’operazione viene ora svolta dai francesi, che stanno lavorando ai nostri rifiuti. Leggo su Archivio Nucleare: “…un comunicato dell’ Areva di stamattina 9 maggio afferma che Anne Lauvergeon (CEO di “Areva”) e Massimo Romano (Amministratore delegato di “Sogin”) hanno firmato un contratto di oltre 250 milioni di euro relativamente al trattamento di 235 tonnellate di combustibile nucleare esaurito…”. Il sito è curato da professionisti dell’industria nucleare, è una fonte seria. Sono 250 milioni di euro per 235 tonnellate di combustibile esausto; 1064 € / kg. I francesi dicono anche che procederanno a recuperare elementi utili, cioè materiale fissile residuo; il che nelle intenzioni dovrebbe alleggerire i costi dell’operazione, ottenendo qualche risorsa utile dai rifiuti. E questo porta con sé il sospetto che il costo reale del riprocessamento in assenza di recuperi di materiale fissile sia più alto.

Ma che fare di un dato del genere? che incidenza può avere sui costi dell’energia nucleare? Quanto può pesare sui bilanci di aziende o nazioni che devono occuparsi di smaltire simili rifiuti?

Per i costi rispetto alla produzione di energia elettrica, può essere interessante capire quanta energia viene ottenuta da una data quantità di uranio. Secondo (al solito) l’atlante statistico di BP, nel triennio 2006 – 2008 le centrali nucleari hanno generato nel mondo mediamente 2.765 TWh di elettricità. Esistono stime leggermente diverse (inferiori), ma questo può andare. Nello stesso periodo, il consumo medio di ossido di uranio minerale da parte dell’industria nucleare si situava grossomodo attorno alle 65.000 – 67.000 tonnellate annue. Per le notizie sul consumo e l’estrazione di uranio minerale, consiglio il sempreverde studio targato EWG, e magari un po di enciclopedia.

Rapidamente: 2.765 · 1.000.000.000 [kWh] / 66.000 [t] = 41.893.939 [kWh / t] , all’incirca. E questo è un dato che fotografa il comportamento del parco reattori esistente; e che tiene conto di tutto quanto, anche dell’energia ottenuta riprocessando scorie ricche in plutonio. Poco preciso, ma molto affidabile. Sono quasi 42 milioni di kWh per tonnellata di U3O8 estratta e processata; per confronto, una tonnellata di petrolio arriva a stento a rendere 12.000 kWh. L’uranio quando brucia scalda per davvero.

Però c’è un problema: l’uranio naturale non si usa tal quale! Bisogna arricchirlo in isotopo 235U, che è quello che viene sottoposto a fissione nei reattori più diffusi in Europa. Al naturale l’isotopo fissile è presente in ragione di un0 0,72 % del totale; di solito l’arricchimento è eseguito al 3 – 4 %. Tra le tante possibilità, oggigiorno si può impiegare il diossido di uranio arricchito: in soldoni vorrebbe dire poi (0,72 / 3,5) · ((3 · 238 + 6 · 16) / (3 · 238 + 8 · 16)) = 0,1979 eccetera. Il termine in parentesi nidificata tiene conto (rozzamente) della debole differenza causata dal diverso rapporto uranio / ossigeno esistente tra ossido naturale e diossido sintetico. Come dire che la massa di materiale realmente spedita nei reattori non è l’intera partita di uranio minerale, ma piuttosto una sua frazione sottoposta a debole arricchimento. La massa di scorie ad alta attività scalerà in proporzione. Queste considerazioni sono ottimistiche, dato che perdono di vista il ciclo del plutonio e quello del combustibile a basso arricchimento. Pazienza, niente cattiverie inutili.

Alla fine, arricchendo, la resa elettrica potrebbe arrivare a 211.692.465 kWh / t. Circa, vale a dire più di 200 milioni. Le virgole sono inutili. Notare che in questo bel documento di Coiante, a pag. 5, si indica un ipotetico potere calorifico dell’uranio arricchito attorno ai 720.000 kWh/kg; che equivarrebbe a dire che il rendimento medio degli impianti odierni potrebbe essere 211.700 / 720.000 = 29,4 %. E’ minore rispetto al 37 – 38 % raggiungibile dai migliori impianti moderni,  parametro indicato anche da BP; ma d’altronde esistono molte centrali vecchie. E poi Coiante si riferisce ad un arricchimento medio al 3 – 5 %, non concorde in valore medio con l’ipotesi  al 3,5 % assunta qui. E’ probabile che i 211 MWh / kg (elettrici!) non rappresentino un errore troppo grosso.

Ora è possibile dedurre, per brutale approssimazione, l’incidenza del costo di riprocessamento del combustibile esausto su ogni kWh prodotto. Potremmo dire (1.063.829 [€ / t]) / (211.692.465 [kWh / t]) = 0,005025 [€ / kWh]. Sono 0,5 centesimi di euro per kWh. Giusto un’idea dell’ordine di grandezza, imprecisa ma interessante, che deriva dal contratto italiano.

Ora, in mezzo ai canti di giubilo degli ultrà della fissione mi permetto qualche banale considerazione. Il costo del riprocessamento del combustibile esausto è una frazione del costo di smaltimento dello stesso: dopo bisogna trovare un luogo idoneo a custodire i rifiuti e tenerlo in sicurezza per tempi molto lunghi. A fianco di queste operazioni, occorrerà smaltire i rifiuti a bassa e media attività prodotti dalla filiera nucleare; ed infine occorrerà smantellare gli impianti. Tutte queste cose avranno un costo – che spesso ci viene taciuto. Ognuno ragioni ora su quante siano le possibilità di ottenere energia nucleare a 3 centesimi di euro per kWh, che è poi quello che ci hanno raccontato i sostenitori dei reattori PWR / EPR; tenendo bene a mente a quale frazione  del processo di smaltimento / smantellamento potrebbe corrispondere il mezzo centesimo di cui sopra.

Ultima facezia: e i francesi? La loro industria nucleare nel periodo 1965 – 2010 ha prodotto, sempre secondo BP, circa 10.580 TWh di elettricità. Il consumo medio di uranio per kWh è diminuito leggermente, ma immaginiamolo costante: per il solo condizionamento del combustibile esausto, i francesi dovrebbero sborsare (10.580 · 1000.000.000 · 0,005025) = 53.164.500.000 euro. Una cinquantina di miliardi di euro solo per eseguire una frazione dello smaltimento delle scorie. Non sarebbe mica un problema, di solito, trovare qualche centinaio di miliardi di euro per attività industriali ritenute importanti. Non in una grande nazione europea. Il problema è che oggigiorno, in tempi di carenza di soldi e risorse, si fa fatica a trovare anche i singoli miliardi, più che le centinaia: l’orizzonte è cambiato, ed è cambiata la nostra capacità di gestire certi problemi.

Una strategia alternativa potrebbe essere quella di infischiarsene delle scorie e degli impianti, lasciar cadere a pezzi le centrali in disuso. Questo però porrà ovvi problemi di inquinamento, problemi che causeranno dei costi. Per farsi un’idea dei rischi, basta leggere questo rapporto sintetico su Chernobyl, cito: “… some 100.000 people are considered as permanently disabled as a result of the accident and 7 million people receive compensation because of it. Today, between 5 and 7% of government spending in Ukraine and Belarus is allocated to various Chernobyl-related compensation packages …”. Un 5 – 7 % del bilancio statale per un solo incidente. Da incorniciare. Magari è meglio affrontare con serietà il problema dello smaltimento delle scorie nucleari.

Forse comincio ora a comprendere a cosa si riferisse Tremonti quando parlava del debito nucleare della Francia; aveva omesso un particolare: quel debito in realtà affligge anche noi.

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