Il tornado di noialtri

Ieri pomeriggio nel modenese faceva temporale; non è del tutto normale, di solito i temporali più forti dovrebbero arrivare a giugno, come minimo. Comunque grossi nuvoloni in viaggio da sud ovest, prima sopra Modena e poi in direzione Castelfranco / San Giovanni / Argelato. Grandine su Modena. Fin qui tutto normale, ma passato il fiume Panaro questo scherzoso temporale ha pensato bene di darsi da fare più del solito, con esiti che potete osservare nello scalcinato video che ho collegato qui sotto.

Piaciuto lo scherzetto? La ripresa è stata effettuata da circa 3,5 – 4 km dal percorso scelto da questo mostro per toccare terra. I danni sono grossi, per fortuna non ci sono feriti gravi né vittime. Impressionante lo svolazzare di lamiere e lastre di plastica sollevate in aria e poi cadute a centinaia di metri di distanza; anche qualche automezzo è stato scagliato via e distrutto.

Tra gli altri danni, linee elettriche interrotte o danneggiate, almeno un impianto fotovoltaico divelto, una casa colonica rasa al suolo (sic), decine di tetti parzialmente o totalmente distrutti e vari magazzini adibiti a deposito di aziende agricole danneggiati. Sembra un bollettino di guerra, ma è andata davvero bene: il percorso scelto dal mulinello della tromba d’aria in definitiva era in campagna. Le cose sarebbero andate ben diversamente se avesse deciso di farsi una scampagnata un paio di km più a sud, in mezzo al paese.

Personalmente non mi era mai capitato di vedere qualcosa di così grande e distruttivo; a parte la tempesta del 1999 o 2000, non ricordo l’anno esatto. Ma di trombe d’aria vere e proprie non ne avevo ancora viste. Con un po di fortuna, posso sperare che non mi capiti più almeno per qualche anno, vista la non piacevole caratteristica di questi fenomeni di produrre venti a 400 – 500 km/h. L’evento di ieri qui nel modenese non doveva ovviamente essere dei peggiori, ma viaggiava spedito lo stesso, non c’è dubbio. Gli americani li chiamano tornado, con un termine preso a prestito dalle parlate ispaniche. Ieri ho capito subito perché ne parlano così spesso e così male: una dimostrazione di potenza considerevole e assai malevola.

Qui nella nostra pianura in estate ci piace guardare sollevarsi quei piccoli vortici di polvere che si formano quando fa caldo sui campi riarsi, sulle stoppie e sulla terra arata. Noi li chiamiamo con un termine che sta a mezza via tra “folletto” e “folata”, una parola ambigua che in realtà ne spiega bene la natura. In enciclopedia li chiamano diavoli di sabbia, indicandoli come fenomeni tipici dei deserti; ma esistono anche nei nostri campi, e sono frequenti. Dovendo scegliere, sono questi i vortici che preferisco vedere: modesti e benigni.

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La crisi del termosifone

Notizia di fine inverno: in Italia ha fatto freddo. Sai che notizia, vero? Ci sono state temperature elevate per parte dell’inverno, e clima rigido giusto a febbraio e marzo. Comunque nulla di eclatante invero, il solito trantran.

No, il freddo a cui mi riferisco è un’altra cosa: è il freddo patito dentro casa. Giusto per farci un’idea del problema, segnalo l’articolo del Carlino, tramite della voce del dottor Agostini: “…nelle abitazioni delle persone c’è sempre più freddo. Mi trovo di fronte a persone che tengono acceso il termo un’ora, due ore al giorno e basta perché non hanno soldi per pagare le bollette che per tanti sono diventate insostenibili. Chiaramente tutto questo fa sì che si ammalino sempre di più…”. L’ex presidente dell’Ordine Professionale si trova tra le mani una anomalia nelle affezioni respiratore, si mette ad intervistare i malati e scopre che si ammalano perché non riescono a scaldare le proprie case. Stesso tono per per i sammarinesi, che si aggregano. Sembra quasi di sentire le voci dei cittadini della Grecia, abbandonati al proprio destino ed incapaci di far fronte alle spese più banali. Solo che stavolta queste meste voci vengono dalla Romagna, a poco più di un centinaio di km da dove vivo io.

Sento discutere da anni del fatto che in Italia – ed in generale nel mondo sviluppato – dovremo accettare un rientro a disponibilità di combustibili fossili più ragionevoli. Ci sono anche i profeti di sventura in circolazione, quelli che ci raccontano che moriremo come mosche di fame e di freddo. La realtà è sempre diversa dalle sue raffigurazioni, anche se contiene spesso qualcosa di ciascuna di esse. Nel nostro caso, i consumi domestici di gas naturale stanno probabilmente già diminuendo, anche se con calma: un dato limitato agli ultimi anni può venire dalla Autorità competente, che distingue puntualmente gli impieghi della risorsa. Per avere un qualche termine di paragone vi propino anche l’andamento delle temperature invernali targato CNR.

Anomalie di temperatura invernale in ItaliaVariazioni nelle temperature medie del periodo invernale. Fonte: CNR Isac.

Le anomalie termiche degli ultimi anni probabilmente le conoscevate già. A spiccare di recente il balzo all’insù dell’inverno 2007 – 2008, quando fiorivano i peschi a gennaio. Tolto questo valore particolare, nell’ultima decina di anni abbiamo a che fare con scarti di 0,5°K in più o in meno. Nella nostra nazione almeno 7 comuni su 10 si situano in fascia climatica D ed E, con valori di gradi giorno tra 1.401 e 3.000 – con netta prevalenza della fascia E. Immaginando di avere a che fare con un periodo di impiego degli impianti di 180 giorni, in una città come Bologna una anomalia termica positiva di 0,5°K implicherebbe un risparmio di (0,5 · 180) / 2.259 = 3,98% circa. Il clima dell’annata incide, ovviamente.

I consumi di gas in ambito domestico – stando all’Autorità competente – nel 2006 erano di 20,76 miliardi di mc. Passata l’anomalia dell’inverno caldo, nel periodo 2009 – 2011 si sono attestati sui 20 – 22 miliardi di mc. Nessun mutamento apparente, almeno non sostanziale: l’unica grossa oscillazione negativa nei consumi si registra nel 2009, e quasi esclusivamente in campo industriale e termoelettrico, con un temporaneo -6% sul totale prontamente riassorbito. Come dire: la crisi mordeva per un istante le industrie ed alterava il mix elettrico, ma poco o nulla cambiava in tema di consumi domestici.

Giusto per farsi un’idea degli andamenti, potrebbe valere la pena di ragionare sui consumi domestici di gas per abitante. Aggiungi la demografia alla torta, e le cose cambiano un po. Il dato bell’e pronto esiste, e lo fornisce Istat tra gli indicatori ambientali delle aree urbane: solamente per i capoluoghi di provincia però. Mettendo assieme i valori esistenti per le province del Nord Italia – le meglio servite dalle rete gas – ne possiamo ottenere qualcosa di moderatamente interessante.

consumi di gas metano per abitante, nord Italia

Consumi domestici pro capite di gas metano (mc), capoluoghi del nord Italia. Fonte: Istat.

La raffigurazione dei consumi domestici di gas per abitante – limitata come detto ai capoluoghi di provincia – mostra bene la caduta che ci potevamo immaginare nel 2007: temperature miti a fine anno. Nel 2009 – 2010 ripresa vistosa: freddo intenso, un fatto prevedibile. Gli italiani, almeno in casa, non hanno prestato attenzione ai venti di crisi e si sono serviti del gas per scaldarsi nella misura in cui poteva servire. E’ il 2011 la nota stonata: l’annata incide su due inverni nella norma, niente di particolare; le temperature dei mesi freddi sono rientrate più o meno ai livelli dei primi anni duemila. Eppure i consumi sono scivolati in basso, molto in basso, e probabilmente la discesa troverà conferma quando saranno resi disponibili i dati per il 2012: almeno a prestar fede alle anticipazioni di Qualenergia.

Morale: non è ancora possibile dire con assoluta certezza se in casa alcuni di noi italiani si trovino in difficoltà con le bollette del gas; eppure il problema comincia a trasparire, almeno a prestare fede al riscontro empirico offerto dai medici romagnoli. E la discesa nei consumi per persona registrata nel 2011 desta qualche sospetto: ampia quasi quanto il salto registrato a causa del mite inverno 07/08, ma priva di giustificazioni stando al dato climatico del CNR. Che il 2012 sia o meno l’anno del cambiamento in tema di consumi domestici di gas, varrà forse la pena cominciare a ragionare sul tema della buona gestione dei nostri consumi di energia casalinghi. Non è il caso di attendere troppi inverni, visto l’andazzo: la bronchite è una compagnia spiacevole.

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Scelte informate per rifiuti speciali

Pubblicato su I Mille.

Approfitto di un momento di relativa quiete attorno all’argomento dell’energia nucleare per proporvi alcune storie, non recenti ma in definitiva sempre attuali, inerenti il tema dei rifiuti pericolosi. Antefatto: alla fine del 2003 il Governo Berlusconi II emana un decreto con il quale dispone l’urgente realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti radioattivi italiani; almeno per quelli più pericolosi. Questo deposito unico nazionale dovrebbe essere gestito da Sogin, una società per azioni di proprietà pubblica costituita con decreto legge nel ’99; società che ha ereditato la gestione delle nostre centrali elettronucleari dismesse e di alcuni impianti dediti ad attività di ricerca scientifica e trattamento dei combustibili nucleari, con annessi depositi di rifiuti radioattivi. In apparenza, con lo strumento del decreto si cercò di evitare le discussioni riguardo a questa spinosa scelta; nessun dibattito in Parlamento. L’intera questione veniva messa nelle mani di un Commissario, che avrebbe deciso basandosi sui pareri di una commissione di esperti e della Conferenza Stato – Regioni. In caso di lungaggini, restava la possibilità di una decisione d’imperio da parte del Governo.

All’epoca i rifiuti radioattivi italiani si trovavano dispersi in diverse strutture sul territorio nazionale; situazione che perdura ancor oggi. Un grosso cambiamento intercorso negli anni successivi è stato certamente costituito dall’avvio delle attività di inertizzazione di parte dei combustibili nucleari esausti dislocati nelle nostre centrali dismesse: di questa impegnativa operazione hanno cominciato ad occuparsi i francesi. Con o senza il combustibile esausto impacchettato per lo smaltimento definitivo, la massa di rifiuti radioattivi fin qui prodotta – anche in campo sanitario ed industriale – da qualche parte andrà pure sistemata. E’ un problema sempre presente. E così prese le mosse nel 2003 / 2004 questa discussione piuttosto accesa sull’ubicazione del costruendo deposito unico nazionale per rifiuti radioattivi: un deposito che nessuno voleva l’onore di ospitare, e che così facendo continuava a venire sostituito da svariate soluzioni provvisorie in giro per la nazione. La prima proposta – forse mera tattica comunicativa, ma non ne sono poi così certo – fu la Sardegna: scavare un buco nei graniti sardi e riempirlo con i rifiuti ad alta e media attività. Generale levata di scudi, proteste da parte dei politici locali e veloce ritirata dei proponenti.

Ed eccoci giunti alla querelle che tenne poi banco per mesi: Scanzano Jonico. In questo caso l’idea era quella di interrare i rifiuti in una formazione costituita essenzialmente di salgemma, a profondità di 700 – 1000 m sulla costa della Basilicata: qui una cronistoria polemica sulle vicende del sito, già oggetto di svariati tentativi di sfruttamento. Si tratta di una soluzione nota, impiegata per esempio negli Usa per rifiuti a pericolosità intermedia. Le formazioni ricche in salgemma, ed in generale tutte le sequenze evaporitiche, sono solitamente ritenute abbastanza affidabili per queste operazioni perché hanno un comportamento parzialmente plastico – rifluiscono nelle cavità mantenendole chiuse – e perché sono poco permeabili alla circolazione dei fluidi. O almeno questo è quello che si racconta comunemente di esse. Come intuibile, la soluzione in Basilicata non piacque ai residenti; inferociti soprattutto perché, poveri tra i più poveri in Italia, avrebbero dovuto rinunciare al proprio territorio per far posto ai rifiuti che erano stati prodotti da centrali che avevano fatto in effetti la ricchezza di altri: e io, emiliano di nascita, sono tra questi altri. Che i residenti o i governanti avessero ragione o torto, non se ne fece comunque più nulla. Da allora la discussione sul deposito nazionale per i rifiuti radioattivi si è affievolita, ma il problema permane invariato: prima o pi dovremo pur fare qualcosa.

Qui in Italia tutta la discussione è stata ridotta allo schierarsi di opposte tifoserie, favorevoli o contrarie alle varie soluzioni proposte. Si è discusso molto attorno alle più bizzarre sfaccettature del problema, ben meno della bontà tecnica degli interventi prospettati. Se c’è un metodo infallibile per sapere se una certa operazione funziona o no, quello è andare a chiedere a chi ci ha già provato prima di noi. Il deposito di rifiuti radioattivi in una miniera di sale / alcali abbandonata è a portata di mano, ad appena 600 km dal confine italiano: l’impianto minerario dismesso di Asse. La miniera di Asse è stata reimpiegata in vario modo, ma in particolare dal 1967 al 1978, su disposizione dei governi dell’epoca, venne impiegata per smaltire fusti di rifiuti radioattivi. Non si trattò purtroppo di una esperienza di successo: si registravano numerose infiltrazioni d’acqua nella miniera fin quasi dalla sua nascita, ma in particolare sono stati riportati più di trenta nuovi eventi di questo tipo dal 1988 al 2008. Gli impianti per la raccolta delle acque salate all’interno delle gallerie sono stati ampliati nel 2005; ad ogni modo questi fenomeni suscitavano già da alcuni anni preoccupazioni e perplessità nelle autorità di controllo. Nel 2008 un primo epilogo per la vicenda: il governo tedesco, di concerto con le autorità della Bassa Sassonia, decide di sostituire il gestore del deposito. Nel frattempo, lontano dai riflettori e nel silenzio delle profondità della terra, le acque ipersaline circolanti nella miniera di Asse hanno continuato a svolgere benissimo il proprio antico mestiere: corrodere i contenitori metallici dei rifiuti radioattivi, e disperderne lentamente il contenuto.

Ora, fatto relativamente nuovo nel campo dei depositi geologici di rifiuti radioattivi, per questo impianto potrebbe rendersi necessario un intervento di decommissioning. Che si debba procedere allo smantellamento di una discarica non è un bel segno; specialmente quando questo ci obbliga a rimuovere rifiuti pericolosi. Una sistemazione di profondità che si suppone debba custodire in sicurezza rifiuti speciali per migliaia di anni si è rivelata sostanzialmente inadatta allo scopo dopo nemmeno cinquant’anni di utilizzo. Un efficace riassunto della situazione lo fornisce lo Spiegel: casomai si decidesse di intervenire, è probabile che sia necessario spendere miliardi di euro per una operazione lunga decenni. Dico casomai, perché non è scontato l’intervento: ormai i contenitori dei rifiuti sono sicuramente molto deteriorati, e cercare di rimuoverli potrebbe ampliare i rischi. Quello che è sicuro è che questo deposito non ha fatto bene il suo dovere, e molto probabilmente lo farà ancora peggio negli anni a venire: è solo questione di dare all’acqua salata il tempo di corrodere ben bene tutto quanto, e di circolare liberamente dove meglio crede.

Morale: noi italiani proponevamo nei primi anni duemila una soluzione di stoccaggio per i nostri rifiuti radioattivi che nella vicina Germania veniva dichiarata ufficialmente fallita già nel 2008; e di cui si dovevano conoscere bene i problemi da alcuni anni, almeno tra gli addetti ai lavori. Quello che davvero non ha funzionato in questa vicenda è per l’appunto la raccolta, la trasmissione e la condivisione delle informazioni: si sapeva già a sufficienza al riguardo, ma le notizie importanti non arrivarono all’orecchio di noi italiani nel momento in cui discutevamo del sito di Scanzano Jonico. Abbiamo fatto una scelta che ora si rivela corretta, si, ma per puro caso. Qualora un domani si presentasse la possibilità di realizzare un deposito nazionale per le nostre scorie radioattive davvero efficace e durevole, come faremo a giudicare la bontà del progetto? In mancanza di informazioni attendibili e verificabili, rischiamo di dire di no ad un progetto valido almeno tanto quanto di dire di si ad un progetto totalmente errato. Questa cosa la vorrei dire a chi urla in piazza scandalizzato, ma anche a chi pretende di calare verità rivelate dall’alto del proprio scranno, al di fuori d’ogni contraddittorio e nella più assoluta assenza di confronto con le esperienze in essere nelle altre nazioni europee: mi sembrano errori differenti, ma comunque errori. Casomai dovessimo nuovamente confrontarci con questo problema, ricordiamoci di quello che è andato storto nella discussione del 2003: potrebbe essere la volta buona per noi italiani per prendere decisioni sensate sulla base di dati attendibili, quali che siano queste decisioni.

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Battere moneta

Certe volte ci capita di inciampare in concetti apparentemente abbastanza strani, e che troviamo piuttosto sorprendenti. A me è accaduto un paio di anni fa, discutendo di soldi e banche con un parente che lavora nel comparto. Ad un certo punto si è lasciato sfuggire una affermazione del tipo “…nel momento in cui la mia banca ti concede un prestito e lo iscrive a bilancio, proprio in quel momento nasce la moneta. Molta gente fatica a capire come funziona il gioco….”. In mezzo a quella gente c’è anche il sottoscritto: sapendo eseguire solo operazioni aritmetiche elementari, non posso sperare di capire granché del funzionamento del nostro sistema finanziario.

Più di recente mi sono ritrovato davanti a questo tipo di affermazioni leggendo un pezzo di Keynes Blog dedicato nello specifico alla teoria quantitativa della moneta; anzi, alla sua demolizione visto che non riscuote le simpatie dell’estensore. Dice la citazione d’apertura sul cosiddetto moltiplicatore monetario: “….Il meccanismo della riserva frazionaria, contro il quale si scagliano a torto gli economisti “austriaci” (e i “signoraggisti” di varia natura), è spiegato in questi termini: supponiamo che il sistema bancario sia tenuto a trattenere il 2% come riserva obbligatoria. Quando qualcuno deposita 100 euro, la banca potrà concedere in prestito la parte eccedente la riserva obbligatoria, cioè 98 euro (100-2%). Questi soldi verranno spesi, ma alla fine torneranno nel sistema bancario come depositi da parte di chi li avrà ricevuti. Quindi avremo 100+98. Con i 98 euro le banche potranno concedere 98-2% euro di prestiti, ovvero 96,04 euro, che a loro volta finiranno nel sistema bancario e potranno alimentare nuovi prestiti per 96,04-2%=94,12 euro. E così via. Come si vede ad ogni passaggio l’ammontare dei nuovi prestiti diminuisce. Alla fine del ciclo avremo che la moneta di banca complessivamente creata sarà 49 volte il deposito iniziale…”.

Interessante a livello di aritmetica. In pratica i soli prestiti e/o regali concessi dalla nostra chiacchierata Bce – o anche dalla Fed americana – non rappresenterebbero in sé una grossa quantità di moneta disponibile. Vengono però immessi in un circuito bancario complesso, che riesce a reimpiegare continuamente i soldi depositati dai correntisti per nuovi prestiti; anche se questi soldi provengono in definitiva da un originario ulteriore prestito concesso da un’altra banca. Una moltiplicazione dei pani e dei pesci che permette ai banchieri, in teoria, di ingigantire il contante in circolazione sotto forma di obbligazioni e titoli di debito di varia natura; o meglio, non proprio il contante ma piuttosto la dimensione dei fondi e dei titoli che possano essere prestati ai clienti, generati in ultima analisi dai depositi di altri soggetti.

Il problema è in effetti ben noto, e diviene visibile quando si verifica un qualche funesto evento di bank run; possiamo tenere a mente anche una lista di crisi bancarie, giusto per capire la frequenza di simili inconvenienti. A livello pratico, se tutti ci presentiamo in banca a chiedere i nostri depositi la banca non può restituirceli. Per il semplice fatto che la moneta circolante messa a disposizione dalla banca stessa – e da ogni altra banca – è solo una frazione del valore dei depositi dei clienti. Ad aggravare le eventuali criticità si aggiunge il fatto che molti asset in mano ad una banca non si possono liquidare facilmente: se non riesci a vendere velocemente qualche titolo, non riesci a recuperare abbastanza rapidamente il contante richiesto dai correntisti. E’ questo il problema immediato per una banca che affronta una corsa agli sportelli.

A livello puramente aritmetico, dove ci porta questa vicenda delle riserve frazionarie? Se la nostra Bce immette 100 euro nel sistema bancario, quanti euro verranno prestati effettivamente ai cittadini ed alle imprese? Proviamo a rispondere con un espediente semplice quanto un foglio di calcolo in calc, e relativo grafico.

moltiplicatore monetario per differenti percentuali di riserva bancaria obbligatoria

Moltiplicatore monetario in ragione della percentuale di riserva obbligatoria, 200 iterazioni.

Quello che stiamo maneggiando è una serie numerica convergente. Man mano che procediamo ad ipotizzare nuovi prestiti con i depositi dei correntisti, la somma disponibile diminuisce: dobbiamo ogni volta scalarla di una percentuale di riserva obbligatoria imposta dalla banca centrale. Questo non impedisce al volume dei prestiti di crescere considerevolmente: nell’ipotesi grafica, costruita immaginando di disporre di una somma iniziale di 100 €, ad una riserva del 4% corrisponde un totale teorico prestato di quasi 2400 €. Soldi che spuntano dappertutto, si direbbe. Bisogna però ricordare che questi valori sono dei limiti teorici: un sistema bancario reale probabilmente riuscirà a realizzare solo una parte di questa ipotetica espansione della moneta disponibile. I sistemi reali non riescono mai a raggiungere le performance di quelli ideali.

Una cosetta che traspare dai grafici è il numero di iterazioni richieste per ottenere valori stabili: cresce vertiginosamente al diminuire della percentuale di riserva obbligata. I 200 passaggi impiegati vanno bene per valori percentuali elevati, ma non bastano per quelli bassi come il 2%. Per trattare questi casi, occorrerebbe estendere molto il calcolo; una cosa che crea problemi di ingombro con i fogli elettronici, anche se entro certi limiti non pare causare inconvenienti gravi in tema di memoria.

Una strategia alternativa per eseguire i calcoli è quella di affidarsi ad un semplice ciclo realizzato in uno script. Per me, che viaggio su Linux, la scelta più immediata è bash. Non sono un asso, ma ho trovato modo di superare il problema facendo masticare al terminale questo codice:

#!/bin/bash
max=0.01 #massimo prestabile ammesso in euro per concludere ogni singolo ciclo
ext=19 #numero di singoli cicli completi
con=0 #controllo della condizione di uscita dal singolo ciclo
ini=100 #capitale iniziale in euro fornito dal prestatore di ultima istanza
ris=1 #percentuale iniziale di riserva obbligatoria sul deposito
pas=0.5 #variazione della percentuale di riserva obbligatoria per i vari cicli
pre=0 #capitale prestabile ai clienti ad ogni iterazione
tot=0 #capitale totale prestato ai clienti
end="" #stringa di riassunto del singolo ciclo
ter="" #stringa di conclusione
echo start
tempo1=$(date +%s%N)
a=0 #contatore esterno
while [ $a -lt $ext ]
do
pre=$ini
tot=0
i=0 #contatore interno
con=0
while [ $con -eq 0 ]
do
pre=$(echo "scale=10; $pre*((100-$ris)/100)" | bc)
tot=$(echo "scale=10; $tot+$pre" | bc)
con=$(echo "$pre < $max" | bc)
#echo "ping $pre"
((i=i+1))
done
echo "ciao $a"
end="capitale iniziale $ini percentuale riserva $ris% iterazioni $i prestabile $pre totale prestato $tot \n"
ter=$ter$end
ris=$(echo "scale=2; $ris+$pas" | bc)
((a=a+1))
done
echo -e $ter > risultato
echo -e $ter
tempo2=$(date +%s%N)
tempo3=$(echo "scale=5; (($tempo2-$tempo1)/1000000)" | bc)
echo -e $tempo3 >> risultato
sleep 5

Il codice in questione produce come risultato qualcosa del genere che potete osservare qui sotto; si tratta di una ipotesi di calcolo per riserve obbligatorie che vanno dall’1% al 10%. Le iterazioni procedono fino a che la somma prestabile residua non scende sotto 0,01 €.

capitale iniziale 100 percentuale riserva 1% iterazioni 917 prestabile .0099419877 totale prestato 9899.0157387281
capitale iniziale 100 percentuale riserva 1.5% iterazioni 610 prestabile .0099106113 totale prestato 6566.0158678567
capitale iniziale 100 percentuale riserva 2.0% iterazioni 456 prestabile .0099790777 totale prestato 4899.5110240685
capitale iniziale 100 percentuale riserva 2.5% iterazioni 364 prestabile .0099467232 totale prestato 3899.6120771330
capitale iniziale 100 percentuale riserva 3.0% iterazioni 303 prestabile .0098137594 totale prestato 3233.0160212807
capitale iniziale 100 percentuale riserva 3.5% iterazioni 259 prestabile .0098304659 totale prestato 2756.8718167903
capitale iniziale 100 percentuale riserva 4.0% iterazioni 226 prestabile .0098468792 totale prestato 2399.7636746503
capitale iniziale 100 percentuale riserva 4.5% iterazioni 201 prestabile .0095648385 totale prestato 2122.0192348788
capitale iniziale 100 percentuale riserva 5.0% iterazioni 180 prestabile .0097779747 totale prestato 1899.8142183222
capitale iniziale 100 percentuale riserva 5.5% iterazioni 163 prestabile .0098942926 totale prestato 1718.0118161065
capitale iniziale 100 percentuale riserva 6.0% iterazioni 149 prestabile .0099094636 totale prestato 1566.5114182816
capitale iniziale 100 percentuale riserva 6.5% iterazioni 138 prestabile .0093756690 totale prestato 1438.3266729700
capitale iniziale 100 percentuale riserva 7.0% iterazioni 127 prestabile .0099388112 totale prestato 1328.4393842850
capitale iniziale 100 percentuale riserva 7.5% iterazioni 119 prestabile .0093511747 totale prestato 1233.2180021036
capitale iniziale 100 percentuale riserva 8.0% iterazioni 111 prestabile .0095598002 totale prestato 1149.8900622404
capitale iniziale 100 percentuale riserva 8.5% iterazioni 104 prestabile .0097228539 totale prestato 1076.3659245172
capitale iniziale 100 percentuale riserva 9.0% iterazioni 98 prestabile .0096840366 totale prestato 1011.0131946861
capitale iniziale 100 percentuale riserva 9.5% iterazioni 93 prestabile .0092964650 totale prestato 952.5430178377
capitale iniziale 100 percentuale riserva 10.0% iterazioni 88 prestabile .0094046103 totale prestato 899.9153584711

Come intuibile, le iterazioni richieste per rispettare la condizione sul capitale prestabile residuo esplodono al diminuire della percentuale di riserva imposta. Al limite all’1% ne occorrono quasi un migliaio; e i 100 € offerti dalla banca centrale sono divenuti qualcosa come 9899 €. Sarebbe comprensibile gridare al miracolo: il calendario è pieno di santi che si sono distinti per azioni ben meno clamorose. La scelta di usare direttamente il terminale per far calcoli è scorretta, dato che mi obbliga ad importare la libreria bc; sarebbe stato più efficiente il C. Ma avevo voglia di usare Bash, e così al diavolo i secondi persi per l’esecuzione dei cicli!

Gli approcci seguiti fin qui sono entrambi di “forza bruta”: si utilizzano le capacità di un elaboratore per eseguire un elevato numero di calcoli iterativi, con la finalità di avvicinarsi bene al valore ultimo di una sommatoria di infiniti termini decrescenti. Ma esiste un altro approccio per ragionare su queste serie numeriche? In effetti si, e si chiama matematica: che è poi l’arte di non fare calcoli, o almeno così mi diceva il professore al liceo. Posta un riserva percentuale obbligatoria r, una corrispondente riserva prontamente liquidabile trattenuta per legge nelle banche R ed un valore totale dei prestiti concessi ai clienti P possiamo sempre scrivere che R >= r · (R + P) . Come dire che al totale costituito dai prestiti e dalla riserva contante deve corrispondere, disponibile per le necessità contingenti, una riserva obbligatoria che sia per l’appunto la percentuale decisa dalla banca centrale (almeno!). Immaginando di spingere il sistema al valore limite – quello che accadrebbe con un numero infinito di cicli di prestito e reimpiego del capitale – otterremo di poter scrivere R = r · (R + P) : di più non si può fare, e trattandosi di un limite teorico non è nemmeno possibile avvicinarvisi più di tanto.

In pochi passaggi, da R = r · R + r · P , che equivale a P · r = R – r · R , dividendo membro a membro possiamo ottenere che P/R = (1-r)/r . Il rapporto tra contante d’inizio e volume limite totale dei prestiti è rappresentato dal termine (1-r)/r , con r riserva percentuale obbligatoria. Immaginando un 3,5%, il termine (1-0,035)/0,035 fornisce un rapporto pari a 27,57, effettivamente appena superiore al valore ottenuto per forza bruta con la shell bash. Decisamente più comodo usare la testa che fare cumuli di calcoli, specie se non c’è un pc nelle vicinanze. All’atto pratico, possiamo comunque verificare che il rapporto P/R tende a crescere in maniera esplosiva per percentuali di riserva imposte inferiori ad un 4-5%.

In giro per il mondo le percentuali di riserve obbligatorie sono assai variabili; in enciclopedia una panoramica dei valori correnti. Negli Usa molte attività bancarie di grande taglia (non proprio tutte) devono garantire riserve per un 10% del totale: che è effettivamente tanto. Così facendo, la ricchezza prestata può tendere a 9 volte le riserve vincolate. Nella zona euro recentemente il parametro è stato abbassato ad un risicato 1%: così facendo, con molto impegno, i nostri banchieri da un euro di liquidità posta a garanzia potrebbero cavare prestiti concessi alla clientela per 99 euro. Un moltiplicatore di sicuro effetto. Sono due filosofie differenti: la Fed americana vuole avere il controllo della situazione, stampa biglietti verdi senza remore quando lo ritiene utile ed impone alle banche un comportamento poco dinamico. La nostra Bce, al contrario, stampa ben poco: però lascia una enorme libertà di movimento al sistema bancario. Per ora non si è vista molta differenza tra i due sistemi; per il futuro si vedrà.

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Le forze della natura: sismicità ed imprudenza

Occupiamoci di un tema insolito, e che probabilmente non è in cima alle priorità ed agli interessi di molti lettori: che spinte può sopportare un terreno sabbioso? Entro quali limiti possiamo applicare ad esso carichi senza indurre deformazioni pericolose? La questione ha risvolti pratici tutt’altro che trascurabili, dato che in ogni pianura alluvionale italiana è possibile imbattersi in volumi di terreno contenenti sabbie. Non si rinvengono ovunque, e questo spiega bene perché nella nostra realtà una cava di sabbia può essere redditizia quanto una miniera d’oro; ma in definitiva si tratta di elementi con cui dobbiamo fare i conti.

Usualmente una pianura alluvionale, come quella del Po, si accresce grazie ai sedimenti portati dai fiumi. Ogniqualvolta un corso d’acqua esonda, finisce invariabilmente col depositare parte dei sedimenti che trasportava nei paraggi: la pianura del Po – e dei suoi affluenti – è nata in questo modo. Attenzione però: il materiale deposto durante un evento alluvionale non è mai uniforme. Immaginiamo di avere una rotta in un certo punto del percorso del fiume: l’acqua esce dall’alveo usuale ed invade il territorio circostante. La sua velocità è ovviamente altissima in prossimità del corso d’acqua e tende a decrescere all’aumentare della distanza ed al passare del tempo: si dà il caso che la capacità dell’acqua di trasportare sedimenti sia funzione proprio della velocità della stessa. Una corrente veloce smuove anche ciottoli e ghiaie, mentre una corrente più lenta non può farlo: si limiterà a trasportare materiali fini, come sabbie e limi.

Possiamo così comprendere per sommi capi come mai una pianura alluvionale sia una struttura così complessa ed intricata, un affastellarsi di coni d’esondazione, depressioni, dossi di antichi alvei e via discorrendo. Ogni esondazione induce la deposizione di terreni aventi caratteristiche variabili in funzione della distanza dal punto in cui il corso d’acqua è uscito dal suo alveo usuale. A grandi distanze troveremo paludi disposte su terreni fini, essenzialmente limi ed argille; vicino al corso d’acqua sarà probabile trovare lenti e coni di sabbie: e di sabbie sono spesso costituiti anche i dossi che identificano gli antichi alvei abbandonati dei nostri fiumi.

Questi volumi di sabbie sono affidabili? Sono resistenti in senso meccanico? Normalmente si potrebbe dire di si: se esponiamo una sabbia ad un carico, otterremo ben pochi effetti. E’ tendenzialmente più facile indurre deformazioni in una terra fine molle, non consolidata, piuttosto che in una sabbia anch’essa poco compatta. Le sabbie sviluppano forze d’attrito elevate al proprio interno, cosa che non possono fare materiali come le argille. Possiamo verificare in varia maniera queste considerazioni, ma la riprova più semplice la potete osservare nel breve filmato qui sotto.

In pratica il contenitore inquadrato nella ripresa è stato riempito con una sabbia qualsiasi, miscela di frazioni di grana assai variabile ma comunque tutte appartenenti al campo delle sabbie. Il materiale è saturato d’acqua e non è stato esposto a nessun carico che lo potesse consolidare. Appoggiamo un blocco cubico in pietra di 7 cm di lato, ed anche premendo con la mano non riusciamo a farlo affondare nella sabbia in maniera apprezzabile. Usiamo metodi più convincenti: ci appoggiamo sopra, con poca grazia, un blocco in acciaio pieno. Nessun risultato: il cubetto di calcare chiaro resta più o meno dov’è. Potremmo aumentare il carico, ma è fatica sprecata: questa sabbia non si farà deformare. E’ dunque sempre un buon materiale? Certamente si, se operiamo in condizioni statiche. Proviamo ora a vedere cosa succede quando arriva una qualche oscillazione, un terremoto ad esempio o qualcosa di simile.

Il video mostra il consueto blocco di calcare appoggiato alla nostra sabbia: non v’è modo di farlo affondare con le mani. Ad un certo punto, dopo 20 – 25 s dall’inizio della ripresa, il contenitore viene scosso da una oscillazione che si protrae per una decina di secondi. E succede il finimondo: la terra si apre letteralmente sotto ai piedi del malcapitato cubetto di pietra, che viene inghiottito quasi interamente. Cola a picco come se fosse caduto nell’acqua: eppure pochi istanti prima il sottoscritto non era riuscito a farlo affondare che di qualche millimetro forzandolo col proprio peso.

Cos’è successo? Si è semplicemente verificato un evento di liquefazione sismica, o meglio: un suo analogo artificiale. Quando applichiamo una forza ad un volume materiale, ci aspettiamo che questa stessa forza sia da una parte in grado di causare movimenti all’interno del materiale in esame, magari lungo superfici di taglio più o meno definite; e che d’altro canto induca un incremento delle forze di attrito interne al materiale, rendendone un po più difficoltose le deformazioni. Questa idea è corretta in linea di massima, ma non tiene in debito conto due fattori: l’acqua ed il tempo. Quando applichiamo uno sforzo ad un materiale geologico, affinché questo sia efficace in termini di attrito sviluppato occorre che le forze in gioco siano realmente applicate sui granuli che costituiscono il materiale: se il carico viene applicato rapidamente, si limita a far aumentare la pressione dell’acqua esistente tra i grani – per esempio quelli della sabbia del filmato – e non contribuisce subito ad aumentare le forze di attrito che rendono solido il volume di materiale. E così la maligna onda sismica applica carichi che sono capaci di destabilizzare i terreni che attraversano, e che non possono donare ad essi utili forze di attrito aggiuntive a causa della eccessiva rapidità nella applicazione delle stesse.

Questi fenomeni di liquefazione del terreno hanno rivestito un ruolo tutt’altro che marginale nel produrre i danni che abbiamo osservato durante i recenti eventi sismici registrati nella pianura modenese. La liquefazione, sviluppata generalmente a carico di lenti sabbiose, ha prodotto effetti disparati: emissioni diffuse di materiale, fontane di sedimenti attraverso pozzi, tombini o addirittura lampioni, sommersione di garage e via dicendo. Intere strade sono state ricoperte di materiale. I fenomeni curiosi però non rappresentano la preoccupazione maggiore: il vero problema sono le lesioni alle strutture. Tralasciando le reti infrastrutturali, è facile intuire che gli edifici che hanno avuto la sorte di trovarsi appoggiati a suoli liquefacibili abbiano subito danni; è probabile che alcune costruzioni moderne che sono state sbriciolate fino alla base abbiano dovuto sopportare deformazioni inattese a carico delle fondamenta conseguenti alla liquefazione di orizzonti superficiali di terreno. Per chi si volesse informare al riguardo, consiglio i rapporti del gruppo di lavoro liquefazione della Regione Emilia Romagna.

La rilevanza di un fenomeno come questo può anche essere considerata secondaria: in Italia è ben più facile perdere la casa per una frana, o per una inondazione. Eppure a livello puramente logico il tema ha la sua importanza: perché ci fa capire bene che per sentirci al sicuro non possiamo limitarci a costruire edifici resistenti; dobbiamo anche costruirli nel posto giusto. Il piccolo blocchetto di pietra del video ha fatto la fine degli indistruttibili palazzi che i giapponesi costruivano a Niigata: è certamente rimasto intero, ma è affondato e si è inclinato. Costruire un bunker a prova di bomba rischia di rivelarsi un gesto perfettamente inutile nel caso in cui avessimo scelto di piazzarlo nel posto sbagliato: e questo è poi uno dei concetti che dovrebbero stare alla base della moderna pianificazione territoriale ed urbanistica.

Negli ultimi decenni in Italia abbiamo costruito curandoci di molte cose ritenute essenziali, tra cui il design dei rivestimenti e la presenza di caldaie ad uso singolo. Probabilmente potrebbe tornarci utile ragionare anche sulla scelta dell’ubicazione degli immobili: visto il costo delle opere, non è una buona idea affidarle a contesti ambientali eccessivamente infidi ed imprevedibili. Non è ovviamente possibile individuare aree esenti da qualsiasi pericolosità naturale, in specie nel territorio italiano; ma questo fatto non può costituire una scusante per operazioni edificatorie spericolate. L’unica logica da applicare a questo problema è la ricerca delle superfici affette dai rischi maggiori, con l’obiettivo di evitare – nei limiti del possibile – di servirsene per disporre insediamenti importanti. Casomai preferissimo insistere a scegliere in maniera puramente aleatoria la collocazione delle case e delle fabbriche, dovremo mettere in conto qualche sorpresa: il blocco di pietra ed il secchiello di sabbia ci aspettano al varco. Buona Pasqua a tutti, e mi raccomando: diffidate della sabbia.

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Il cementificio d’Europa alla resa dei conti

In questi giorni ho cercato – con certosina cura – qualche notizia interessante sul tema dell’edilizia. Mi sta a cuore per tante ragioni: un po perché l’ascesa ed il ridimensionamento del comparto ha letteralmente deciso il destino personale e professionale del sottoscritto, ed un po perché la nostra italietta sta soffrendo parecchio per gli errori commessi in tema di costruzioni. Alla normale difficoltà di reperimento delle informazioni – comprensibile se pensiamo al fatto che le bolle si gonfiano per cause economiche, ma alfine esplodono per cause sociologico / comunicative – si è sommata la rigida censura pre elettorale. In tempo di elezioni di certe cose non si può proprio parlare.

Ora che abbiamo il nuovo parlamento, pare che la nebbia chimica si cominci a diradare. Trovo per certi versi sorprendente il pezzo di AgenParl – entità da cui non mi aspetterei toni così drastici – cito: “….Anche in Italia sta scoppiando la bolla immobiliare per l’esplosione dei prezzi delle case, quasi raddoppiati dal 1 gennaio 2002, soprattutto nelle grandi città come Milano, Roma, Torino…”. Utile dirlo, ma inutile scandalizzarsi: le bolle sono fatte così. E alle volte triplicano o quadruplicano, ma è meglio raccontarlo sottovoce. Il sentimento dei mezzi di comunicazione è variabile: si passa dalla rassicurante minestrina del Sole 24 ore alla denuncia dell’assalto dei cinesi da parte del Corriere. C’è anche chi racconta come stanno le cose, tipo BorsaInside; dicono loro che: “…Le compravendite di immobili sono calate nel 2012 in Italia del 24,8%. Lo ha comunicato l’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate. La compravendita delle abitazioni non era mai stata cosi’ bassa dal 1985, lo scorso anno le unita’ immobiliari compravendute sono state 444 mila. Rispetto al 2006 si tratta di quasi un dimezzamento…”. Fine del comunicato.

Tutto sommato è il consueto abbaiare, in una nazione che deteneva una produzione di leganti idraulici semplicemente insensata: tema già affrontato qui. Nel 2010 l’Italia aveva effettivamente riconquistato il primato di maggior produttore europeo di cementi “latu sensu”, grazie alla discesa relativamente rapida dell’altro primatista, la Spagna. Cose di cui inorgoglirsi, tra le quali una produzione annua pro capite che nel 2006 superava i 600 kg; per i dettagli numerici rimando al pezzo dell’anno scorso. La vera peculiarità riscontrabile nella situazione di italiani e spagnoli è la combinazione di imponenti produzioni totali, elevate produzioni pro capite, rapidissime espansioni edilizie ed urbanistiche ed elevati livelli di spesa delle pubbliche amministrazioni nel comparto delle costruzioni. Non è che qualcuno di questi fattori non si riscontri anche in realtà quali il Regno Unito o la Grecia o l’Austria; il problema vero è che qui in Italia li abbiamo visti operare tutti assieme nella massima estensione possibile.

In Italia gli indici usualmente impiegati per indagare le bolle speculative – specie le quotazioni medie dei beni venduti – vengono oscurati o spezzettati per impedire a chicchessia di percepire la natura dei fenomeni. E si tratta di una mossa eccellente, lo ammetto: le bolle altrui ormai le troviamo in enciclopedia, con tanto di bellissimi grafici a disegnarle. Provate a trovare riassunti simili per il caso italiano, se vi riesce; e dopo non esserci riusciti, domandatevi come mai non vi riesce. In senso puramente logico / intuitivo consiglio a tutti di osservare bene l’immagine commentata proposta da Jean-Paul Rodrigue, via Wikipedia; che mi prendo la libertà di ricopiare.

Fasi di una bolla speculativaEvoluzione logica di una generica bolla speculativa. Fonte: Jean-Paul Rodrigue / Wikipedia.

Le bolle speculative sono tutte uguali a livello concettuale; sono fatti di mera aritmetica. Basta cambiare le scale dei grafici, e divengono tutte quante sovrapponibili – almeno sommariamente. E se potessimo disporre di tutti i dati necessari le potremmo identificare tutte con facilità, dalla prima all’ultima, anche senza competenze specifiche: non è necessario avere un dottorato in discipline economiche per capire che se i prezzi triplicano e le paghe reali calano qualcosa sta andando storto nel legame tra quotazione del bene e disponibilità economica dell’acquirente. L’oscuramento e la falsificazione dei dati sono meccanismi essenziali allo sviluppo di una bolla; se gli irlandesi avessero avuto una percezione lucida di cosa stavano facendo, si sarebbero fermati prima. Ma come avrebbero mai potuto riuscirci, quando i loro mezzi di comunicazione cantavano le lodi delle quotazioni del mattone perfino a scoppio della bolla già iniziato?

Le notizie – frammentarie – di queste settimane trovano il proprio fulcro nel rapporto sulle compravendite di immobili residenziali appena pubblicato dalla Agenzia del Territorio. Nel campo del residenziale i passaggi di proprietà registrati nel 2006 furono 869.308; nel 2012, come già ricordato, siamo scesi ad appena 444.018 NTN – numero di transazioni normalizzate, ponderate con la quota di proprietà effettivamente venduta. Un tracollo che ancora non si è concluso, e di cui si fatica a vedere l’origine: l’Agenzia non pubblica dati più antichi del 2000, rendendo impossibile la ricostruzione di serie storiche di medio periodo. Anche questa è strategia; comunque per chi sia accontenta di qualche grafico sulla realtà emiliana c’è il pezzo di ottobre.

Per la vicenda delle quotazioni esiste comunque un modo per superare le reticenze italiane: basta rivolgersi ad Eurostat. L’ente statistico europeo raccoglie le notizie provenienti dagli istituti nazionali, ed in certi casi ne supera le carenze. Qui il collegamento all’indice globale dei prezzi per gli immobili residenziali: un dato che origina da Banca d’Italia ed Agenzia del Territorio, e che qui in Italia non abbiamo l’onore di leggere; non in bella vista almeno. Anche in questo caso, mi permetto la pigrizia di ricopiare il grafico fornito dall’ente statistico.

quotazioni degli immobili in Italia

Quotazioni immobiliari in Italia, indice 2007 = 100%. Fonte: Eurostat.

La curva disegna l’indice delle quotazioni con base 100% posta all’anno 2007; il dato fornito è identificato come “Residential property prices, New and existing dwellings; Residential property in good & poor condition; Whole country“. Sufficientemente indicativo, specie pensando al fatto che il monte stipendi degli italiani non ha avuto una evoluzione particolarmente brillante nell’ultimo ventennio. Questa rappresentazione del costo degli immobili residenziali però non è altro che una copia sbiadita del fenomeno che abbiamo vissuto: in Italia esiste il sommerso. Eurostat non censisce certo le somme versate in nero durante le compravendite: la curva di cui sopra andrebbe completata con una certa quantità di soldi passati di mano e non registrati. Peccato che non ci si possa riuscire.

Quel che dice l’ente statistico è comunque sufficiente a farsi una mezza idea dell’accaduto. La buona notizia è che in definitiva gli italiani non sono molto diversi, in tema di quotazione degli immobili, da tutti gli altri: hanno fatto cose simili a quelle viste negli Usa o in Inghilterra. La notizia cattiva è che per gli italiani il giro in giostra non si è ancora concluso.

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Il pinguino ha un gran passato

Stasera non ho proprio voglia di scrivere o calcolare un bel niente. Che malinconia. Cercando nel mare della rete ho trovato tante vecchie infografiche che celebravano i vent’anni del kernel Linux. Sono un miserabile utente del pinguino, e credo che non sia del tutto futile ricordarlo: altrimenti rischiamo di diventare invisibili. Beccatevi il riassunto di vent’anni di storia, di pazzia e di fantasia; via Linux Foundation.

Cifre sullo sviluppo di Linux in forma graficaIl pinguino più svelto del mondo ha un passato considerevole; sarà il caso di ricordarsene quando ci si domanda se possa avere un futuro. Intanto grazie, per tutti quei pc ancora perfetti salvati dal cassonetto; e per tutti quei crash di sistema che abbiamo evitato. E per non so cos’altro, ma non ha importanza: qualcuno se lo sta già inventando.

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Noie elettorali

A giochi fatti, queste elezioni non mi hanno causato grossi dispiaceri. Abbiamo un parlamento un po particolare, ma ci adatteremo; non sarà tanto peggio di quel che ci è già toccato vedere. La maretta iniziale attorno al dio spread pare essersi calmata; adesso andiamo su è giù senza clamori eccessivi. Probabilmente i timori dei mercati non erano legati alla forza relativa di comici genovesi o navigati fumatori di sigari. La paura recondita dei commercianti di debiti era quasi certamente un’altra: dissipata questa, è tornata la quiete. Per ora.

Questa è solo cronaca: che è successo davvero in queste elezioni? Chi va in parlamento e chi sta fuori? Chi è rappresentato e chi no? E soprattutto, cos’è cambiato rispetto all’ultima tornata elettorale? Interessante spunto le elezioni del 2008: per un riassunto veloce su voti e seggi c’è l’enciclopedia. Per la tornata elettorale attuale la cosa è più complessa, dato che i controlli su schede e cifre non si sono ancora conclusi. Consiglio le schede schematiche ufficiali del Ministero dell’Interno; tenendo bene a mente che i risultati saranno definitivi solo quando avremo la certezza di aver superato tutti gli eventuali contenziosi e / o riconteggi.

Un bel riassunto in forma grafica dei cambiamenti occorsi in questi cinque anni lo fornisce anche La Stampa. A saltare all’occhio è l’affluenza alle urne, calata dall’81% della primavera 2008 al 75% della fine di febbraio 2013. Molte delle comunità montane della mia regione hanno sopportato disagi pesanti a causa della neve, e non poche persone – in specie anziani, perfino tra i miei parenti – hanno dovuto rinunciare al voto. Una cosa assai imbarazzante questa, che la dice lunga sulla considerazione di cui godiamo noi cittadini presso i nostri amministratori.

A giochi fatti, alla camera prevale di poco la coalizione del Pd. Mettendo assieme tutti i voti, anche quelli delle liste alleate, starebbero al momento a 10.047.808 voti. Su un corpo elettorale di 46.905.154 di persone, ed una popolazione nazionale che Istat stima in circa 60.626.000 persone nel 2011. In pratica la nostra legge elettorale garantisce a questa coalizione di fare il bello ed il brutto tempo, con una ampia maggioranza, fidando su un consenso elettorale che ammonta ad un modesto 21,4% del corpo elettorale, ed un ancor più modesto 16,6% della popolazione residente. Questo almeno alla camera, dove il premio di maggioranza è stato assegnato; al senato è andata diversamente.

Se ricordate, nel 2009 c’era stata una tornata di referendum abrogativi volti a togliere di mezzo le coalizioni ed obbligare i singoli partiti a correre da soli. In enciclopedia leggo alcune critiche agli effetti di una simile scelta, cito: “….La critica che più comunemente viene portata, da destra e da sinistra, alla sostanza dei primi due quesiti referendari si concentra sull’effetto distorsivo che il loro accoglimento determinerebbe rispetto alla rappresentanza. Una vittoria del sì porterebbe a trasformare in maggioranza assoluta “la più grande minoranza”, senza rispetto del principio di proporzionalità. In questo modo, il maggiore partito, quand’anche ottenesse solo il 25-30% dei voti, o anche meno, si garantirebbe il 55% dei seggi….”. I referendum sono stati cassati con lo strumento dell’astensionismo, ma a giudicare dalle cifre che abbiamo appena visto non è che le coalizioni ci abbiano garantito una rappresentatività molto migliore. Probabilmente a tramontare in questi anni in Italia è stata la base fondante di questi sistemi elettorali: il bipolarismo. Un corpo estraneo mai realmente accettato dalla società civile italiana.

Per doverosa completezza è il caso di ragionare anche su quanto accaduto nel 2008: stessa legge elettorale, diversi risultati. Diversi? Vediamo le cifre, sempre per la camera: nel 2008 il corpo elettorale contava 47.295.978 persone, un po di più rispetto ad oggi, mentre la popolazione residente era leggermente inferiore, con 59.619.290 abitanti. A vincere fu la coalizione di centrodestra, con un totale di 17.064.506 voti validi ottenuti. Si tratta di qualcosa come il 36% del corpo elettorale, o il 28,6% della popolazione residente. In quell’occasione, qualcosa come 3.505.471 voti espressi non ottennero alcuna rappresentanza alla camera a causa delle soglie di sbarramento: quasi il 10% dei voti validi complessivi.

Il fenomeno a cui abbiamo assistito oggi nasce anni fa, e si è semplicemente aggravato. Un sistema elettorale quale quello che stiamo utilizzando può funzionare bene in un sistema bipolare nel quale due sole coalizioni ottengono un numero di voti non troppo dissimile: il caso americano sarebbe eccellente. Qui in Italia, questo sistema ha semplicemente prodotto maggioranze via via più lontane dalla situazione osservabile nel mondo reale. Un numero sempre più esiguo di cittadini trova effettiva espressione nella maggioranza parlamentare che nominerà il governo. Questa non è una cosa da poco: farsi governare da persone che sono sostenute da un italiano su quattro o su cinque significa generare una forma di governo molto lontana dal concetto di democrazia. Le recenti sorprese uscite dalle urne probabilmente rappresentano la furibonda reazione di persone che non accettano di vedersi imporre da chicchessia la scelta degli eletti; e che tengono in grande disprezzo un sistema elettorale che fa carta straccia del concetto di rappresentatività democratica.

Ultima chicca: adesso abbiamo vari autoproclamati vincitori – ed è normale in Italia, ci mancherebbe – ma c’è qualcuno che ha perso davvero? Si sente dire in giro che il fumatore di sigari tifoso del carbone termoelettrico avrebbe perso, e per colpa di un comico avaro. Ma il tizio ha comunque conquistato la camera, pazienza se al senato è andata buca. Mi pare comunque un risultato notevole. C’è un altro tizio, con i capelli finti, che ha preso alla camera 9.922.850 voti con la sua coalizione, un distacco di neanche 125.000 dal vincitore; e che è stato con tutta probabilità bidonato dalle manovre di un (ormai per tutti chiaramente) astuto professore che di voti ne ha portati a casa 3.591.607. Questo professore ha sottratto dal medesimo bacino elettorale del tizio con i capelli finti un mare di voti, più che sufficienti a fargli vincere e stravincere la maggioranza non solo alla camera, ma perfino al senato. Guarda guarda: c’è un anziano professore che ha appena deciso l’esito delle elezioni, e non se n’è accorto nessuno. Anzi, mi correggo: il tizio con i capelli finti se n’è accorto, e non deve essersi divertito granché.

Update 28 marzo

Il tempo bisogna lasciarlo passare, per vedere le cose con più chiarezza. E passato un mesetto dalle elezioni, guarda guarda cosa dice l’astuto professore: “….Se non vi fossero stati quei voti a Scelta civica, provenuti in particolare dalla destra, la coalizione Pdl-Lega sarebbe ora in grado di formare il governo e, dal 15 aprile, di eleggere il presidente della Repubblica”. Lo scrive Mario Monti in una lettera al Corriere della Sera….”. Chapeau, professore: lei sa contare.

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Trasporti: l’Europa che cambia

Pubblicato su I Mille.

Per liberare un po la mente dal turbine delle discussioni pre elettorali, mi fa piacere riprendere il discorso sui sistemi di trasporto – e loro impatto sull’ambiente e sulla nostra bilancia energetica. In particolare credo sia il caso di spendere qualche parola sul trasporto merci, un tema tutt’altro che secondario in un Paese manifatturiero come il nostro; o che si reputa tale. Le informazioni qui esposte provengono essenzialmente dalla banca dati di Eurostat; le serie messe a disposizione dal nostro Istat, oltre a riguardare la nostra sola nazione, non hanno una continuità paragonabile. Non per questo tema almeno.

A livello complessivo nell’Europa a 27 Stati le due modalità di trasporto merci che hanno mostrato un andamento in crescita sono essenzialmente la navigazione marittima e la strada. Le altre opzioni – ferrovie, vie d’acqua interne, oleodotti – hanno mantenuto prestazioni quantitative stazionarie (in tonnellate · chilometro) dalla metà degli anni ’90 e fino a tempi recenti. Per una disamina onnicomprensiva e piacevole sul tema consiglio la lettura del rapporto Panorama of Transport, sempre a firma della Commissione Europea. Nel complesso, i movimenti di merci in Europa sono passati dai 3060 ai 4140 miliardi di t·km nel periodo 1995 – 2006; negli ultimi anni questo andamento crescente deve essersi un po ridimensionato col dipanarsi della crisi che tuttora tiene banco.

Tra le varie scelte modali, la strada continua a primeggiare su suolo europeo: con un 45,6% di incidenza nel 2006 si qualificava come l’opzione preferita dalle aziende del vecchio continente. Il trasporto marittimo a seguire, un 37,3%, e solo al terzo posto la ferrovia con un risicato 10,5%: dato oltretutto in calo rispetto agli anni passati. Naturalmente esistono differenze rilevanti tra le varie nazioni in materia di volume del trasporto merci, e vale la pena dare un’occhiata anche a questo parametro.

Trasporti merci su strada in Europa, tonnellate km

Trasporto merci su strada, milioni di t·km. Fonte: Eurostat.

Tra i grandi utenti della strada per il traffico mercantile troviamo vecchie conoscenze e nuovi arrivati. La presenza di nazioni grandi ed industrializzate non stupisce: Germania, Italia e Francia non potevano certo mancare da questo elenco. Ci sono però alcune evidenze che talvolta fatichiamo ad immaginare: la posizione degli spagnoli, ad esempio, che hanno vissuto un incremento molto rapido del movimento merci stradale; ancor più evidente la performance della Polonia. Con la caduta del 2011, l’Italia si ritrova di fatto dietro a queste nazioni. La contemporanea oscillazione al ribasso sperimentata dall’autotrasporto in Spagna non ci ha comunque concesso una posizione migliore in questa classifica. Vorrei far notare che i primi sei attori europei del comparto totalizzano oggi qualcosa come 1200 miliardi di t·km per anno, su un totale per i 27 Stati di poco più di 1600. Non si fa fatica a capire dove stiano le industrie in Europa, o meglio: dove siano state fino ad oggi, giacché del domani non v’è certezza.

Il caso italiano merita qualche considerazione a parte: la nostra nazione ha sempre sussidiato senza remore il trasporto merci su gomma. In anni recenti la nostra astronomica spesa in opere stradali non è sembrata più sufficiente a sopperire al principale problema degli autotrasportatori: riempire i serbatoi. Il malcontento dei lavoratori del settore esplose vistoso già nel 2006, con l’ultimo governo Prodi; da allora ci sono state varie proteste, anche recenti, tendenzialmente sempre capaci di strappare qualche agevolazione ai nostri governanti. A parte i vari meccanismi di recupero di iva e di tasse sui redditi, vorrei venisse considerata la presenza di uno specifico bonus per i carburanti destinato agli autotrasportatori. L’importo attuale lo potete leggere direttamente sulle pagine della Agenzia delle Dogane: siamo a più di 0,21 €/l. Queste manovre finanziarie hanno permesso di sostenere il comparto almeno fino al 2010, tra alti e bassi; nel 2011 si è comunque verificata una caduta nell’attività di trasporto su strada. Probabilmente nessun agevolazione sui carburanti può sopperire alle mancanze di un mercato interno che annaspa già da alcuni anni.

Altro tema: le ferrovie. Il trasporto ferroviario di merci in Europa ha il suo peso, anche se modesto rispetto a quello che può fare la rete stradale: in proporzione meno di un quarto, come già ricordato. Le nazioni che se ne servono maggiormente non coincidono con i campioni della classifica dell’autotrasporto di poc’anzi.

trasporti merci su ferrovia in Europa, tonnellate km

Trasporto merci su ferrovia, milioni di t·km. Fonte: Eurostat.

La serie dati è in questo caso ancora più limitata nel tempo, ma non meno significativa. Quando si parla di ferrovie è proprio vero che o sei grosso o non ti si vede nemmeno. A sviluppare la maggiore quantità di tonnellate · chilometro in questo caso sono essenzialmente Germania, Polonia e Francia. Le altre nazioni sembrano assai distanziate; tra di esse spicca la prestazione degli austriaci, che appaiono ora di fianco a noi italiani e invece nemmeno si vedono nel gruppo di testa dei campioni del trasporto su gomma. Hanno fatto delle scelte, evidentemente. Colpisce anche la scarsa rilevanza dell’opzione ferroviaria in Inghilterra: la patria natia dei mezzi su rotaia preferisce affidarsi alle strade. Dei circa 445 miliardi di t·km trasportate nel 2011 per ferrovia, le prime tre nazioni detengono ben 201 miliardi di t·km. Un mercato verticistico come pochi altri, nel quale il peso delle scelte dei vari governi nazionali si fa sentire in maniera decisa.

Interessanti anche le percorrenze: il cammino mediamente affrontato da ogni singolo carico per giungere a destinazione. Su strada usualmente il valor medio si colloca tra i 100 – 150 km; viaggi che vadano oltre i 200 – 300 km sono meno frequenti di quanto non si creda. E su questo tema l’Italia vive una situazione particolare: in media nell’ultimo decennio siamo scesi da percorrenze di 150 – 160 km agli attuali 100 – 110; curiosamente nel caso italiano anche i trasporti merci su ferrovia hanno ridotto il proprio raggio tipico, almeno a prestar fede ai dati di Eurostat. Copriamo distanze minori con i mezzi terrestri, e probabilmente ci stiamo affidando a percorsi un po più estesi via mare. Il successo recente di porti come quello di Ravenna non può passare inosservato, e ha forse qualche relazione con la diminuzione delle distanze coperte dalle merci sulla terraferma. Questo andamento non è condiviso da tutti i partner europei: i tedeschi per esempio sembrano avere ampliato leggermente le distanze percorse sulla terraferma con i carichi di beni, anche se forse questo risultato potrebbe rivelarsi effimero.

trasporto merci in Europa per modalità

Ripartizione modale del traffico merci terrestre, valori %. Fonte: Eurostat.

Se osserviamo ora la distribuzione modale delle vie di trasporto adottate sul continente, possiamo notare alcune evoluzioni temporali interessanti. Nel grafico sopra sono rappresentate le incidenze dei tre maggiori sistemi di trasporto interni ai singoli stati in percentuale, per gli anni 1999, 2005, 2010. Nazioni come Italia, Regno Unito, Portogallo e Spagna sono il regno indiscusso degli autoarticolati. Differenti le scelte operate da tedeschi ed olandesi: i primi hanno ampliato l’attività delle ferrovie a scapito dei canali navigabili, mentre i secondi hanno mantenuto viva la navigazione interna. Mi incuriosisce molto il comportamento dei rumeni: hanno spinto molto il trasporto su gomma, per poi ripensarci; abbracciando però la navigazione fluviale, forse per la difficoltà di tenere in vita la rete ferroviaria dell’era sovietica. Il risultato finale è comunque molto interessante: sarà pure vero che loro hanno il Danubio e noi no, ma indubbiamente hanno avuto la prontezza di scommetterci sopra.

Se da un lato questa rappresentazione della distribuzione dei traffici è bacata dal fatto di non comprendere il cabotaggio in mare in ambito nazionale, risultando eccessivamente severa con noi abitanti del Mediterraneo, è pur vero che questa cosa non cambia di una virgola i rapporti esistenti fra trasporto stradale e ferroviario. Il caso di Francia ed Italia è significativo: i francesi hanno visto calare regolarmente l’incidenza del movimento merci su rotaia, mentre gli italiani hanno mantenuto per la ferrovia l’irrilevanza a cui erano da tempo avvezzi. Fa riflettere il fatto che queste due nazioni abbiano speso somme ingenti per dotarsi di nuove ferrovie, spesso concepite intenzionalmente e dichiaratamente per accogliere non solo treni veloci per passeggeri ma anche quote di movimento merci; i risultati ottenuti sembrano ancor oggi irrilevanti, se non addirittura negativi come nel caso francese. Un problema in più di cui discutere.

Per chiudere, un pensiero alla Roma antica. I romani si ponevano come noi il problema di movimentare al meglio le merci, e per loro risultava assai gravoso spostare cose come le pietre da costruzione, che pure amavano impiegare in quantità. Se osservate una lista riassuntiva dei pietrami pregiati usati in antichità, noterete che quasi tutte le cave si trovavano o in riva al mare o vicine ad una via d’acqua interna. I reperti di età classica rinvenuti nella mia città sono spesso realizzati con pietrame scavato nell’area del Garda, o in cave turche e greche; la vicinanza dell’acqua sembra spesso accomunarli. Quello che gli antichi avevano apprezzato era la facilità di far scivolare sulla superficie del mare o di un fiume un carico anche pesantissimo, su distanze estese a piacere e senza grande fatica. Dovendo scegliere tra una cava toscana nell’entroterra e una lontanissima cava turca in riva al mare, scelsero la più vicina: la cava turca. Vicina, già, perché le distanze quando sposti un carico da centinaia di tonnellate non si misurano in chilometri, ma in joule. E’ la fatica richiesta dall’operazione il vero discrimine, più che la distanza pura e semplice: questo è un concetto che potrebbe tornare di moda, visti i difficili frangenti economici del momento.

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Paghiamo la bolletta

Ho voglia di masticare un po di numeri su quattrini ed energia, e di sputarli in forma grafica. Poca fatica, è sempre un esercizio divertente. Il tema è la bolletta energetica dell’Italia, la croce e la delizia dei nostri saldi commerciali con l’estero. I dati numerici li ho raspati per semplicità dalle pubblicazioni della nostra Unione Petrolifera; sono aggregati di materiale proveniente dagli operatori industriali e dalle rilevazioni statistiche Istat. Le pubblicazioni riassuntive del momento le trovate qui. Un sistema di dati secondo me molto bello e ben leggibile, per chi ama i numerini scritti in piccolo.

bolletta energetica italia, saldo commerciale, inflazione

Costo dei combustibili, bilancia commerciale (M€). Inflazione (%). Fonte: UP

Nel grafico, possiamo vedere la bilancia dei pagamenti per le forniture energetiche – le barre colorate – assieme alla bilancia commerciale complessiva con l’estero – la linea azzurra. Sono tutti riferiti all’asse di sinistra, in milioni di euro. La linea rossa rappresenta il tasso di inflazione annuo in %, ed è riferita all’asse di destra. I controvalori economici sono espressi in euro correnti del 2011, Istat/UP ha già provveduto ad applicare un deflatore adeguato. Si badi bene ad una cosa: nell’atlante statistico UP ogni settore del sistema energetico viene descritto come aggregato di attività in perdita ed in  guadagno, e con molta minuzia. Per esempio, nel caso del petrolio si considerano voci negative quali l’acquisto del greggio – secondo le varie qualità disponibili – e di raffinati, e poi voci positive quali la rivendita di raffinati all’estero. Anche per il mercato elettrico il bilancio è economico: il valore dei kWh cambia secondo l’orario e la domanda, è giusto tenerne conto. Ne risulta una descrizione piuttosto affidabile, almeno in termini di spesa.

Bello e colorato il grafico, e confuso in apparenza. Guardate meglio: in esso sono rappresentate due epoche storiche diverse. Negli anni ’70 e ’80 c’è un relativo parallelismo tra la spesa per i combustibili e la bilancia commerciale con l’estero: l’anomalia negativa dei primi anni ’80 dura poco, e si relaziona bene con l’inflazione distruttiva dei tempi della “moneta fondente”. Ad un certo punto, nei primi anni ’90, accade una cosa nuova: il disavanzo con l’estero per le fonti di energia rimane all’incirca costante, ma improvvisamente il nostro saldo commerciale complessivo migliora tantissimo. Ci ritroviamo in mano un grosso ed inatteso attivo commerciale, e per di più senza sperimentare le inflazioni demenziali degli anni precedenti. Una manna dal cielo: bello vivere e lavorare negli anni ’90, vero?

Cosa era accaduto? Tante cose, ma in particolare un efficace abbattimento delle barriere commerciali. In quegli anni si consumava il crollo effettivo dell’impero sovietico: non è stato un fenomeno istantaneo, c’è voluto un po di tempo per verificarne gli effetti. E poi nasceva il moderno WTO, cane da guardia della libertà di movimento delle navi cargo. Le aziende italiane non si sono fatte pregare: hanno colto l’occasione al volo. Passata la sbornia – la brevissima sbornia – prodotta da questi innovativi canali di esportazione, la nostra bilancia commerciale ha ricominciato ad affondare. Se osservate ancora una volta il grafico in alto, potrete notare che negli ultimi 10 – 15 anni il disavanzo dovuto ai soli combustibili disegna un andamento che è sostanzialmente parallelo a quello della bilancia commerciale nel suo complesso. Un parallelismo preoccupante.

Si tratta di un problema di cui vale la pena discutere. Di solito siamo abituati a pensare che davanti ad una bolletta salata gli italiani cerchino di reagire cambiando le proprie abitudini; con l’obiettivo di spendere meno e divenire più “efficienti”, parola tanto di moda oggi. Non sembra però essere questo lo scenario disegnato negli ultimi anni: le giravolte della bilancia commerciale si evolvono parallelamente a quelle dovute alla bolletta energetica. Probabilmente esiste un legame di qualche tipo tra i due parametri, un legame importante e significativo. Proviamo a visualizzare la cosa proiettando i valori in ragione del venerato Pil.

Bolletta energetica e bilancia commerciale Italia in rapporto al Pil; tasso di cambio lira dollaro

Spesa per l’energia, bilancia commerciale (frazione Pil ‰). Cambio lira / dollaro. Fonte: UP

Nel grafico in alto stessi dati di prima sull’asse di sinistra: barre per il costo dei combustibili, e linea blu per il saldo commerciale con l’estero. Questa volta però i dati sono calcolati come frazione del Pil dell’anno interessato, in ‰. Occorre qualche critica: la serie storica dei prodotti lordi soffre di anomalie dovute al passaggio alle serie concatenate, e comunque ci sono discrepanze tra il dato UP e quello Istat; potete verificare voi stessi tra le serie offerte da quest’ultimo. Ho scelto per comodità il dato UP perché questi signori hanno già applicato un deflatore ritenuto ragionevole; ed omogeneo sia per gli acquisti di combustibili che per gli altri dati. Le anomalie più rilevanti sarebbero relative ai dati ante 1990: almeno per il periodo successivo la rappresentazione ottenuta dovrebbe essere discretamente buona.

A parte i problemi nel maneggiare le serie di dati, cosa c’è da vedere? Sostanzialmente le stesse cose di prima, ma possiamo apprezzare meglio il fardello costituito dagli acquisti di combustibili all’estero. Abbiamo raggiunto punte superiori al 4% del prodotto lordo disponibile; anche con le nostre corpose esportazioni facciamo fatica a resistere ad un simile stato di cose. E resta fermo il fatto che registriamo disavanzi con l’estero da almeno 7 anni. Non è possibile insistere a lungo su una strada simile, a meno di voler vendere l’intero patrimonio nazionale in cambio di un po di benzina. Resta lugubre il parallelismo tra le spese per i combustibili ed il saldo import / export complessivo: dà l’idea che non abbiamo poi tanto margine di manovra. E’ come se ci stessimo semplicemente facendo trascinare dagli eventi.

Sul secondo grafico è riportato in rosso anche il tasso di cambio lira / dollaro Usa, asse di destra. Ci sono state due stagioni di debolezza monetaria: la prima negli anni ’80 e la seconda sul finire degli anni ’90. Fate bene caso al fatto che nel primo caso a questa cosa corrispondevano inflazioni stellari, e nel secondo invece no: anzi, economicamente parlando l’Italia se la passava davvero bene. La ricetta monetaria applicata era identica, le condizioni esterne invece no: i risultati furono molto diversi. Lascio a voi decidere se oggi la fusione eventuale della nostra moneta possa fornirci dei vantaggi o degli svantaggi: per rispondere basta semplicemente decidere se stiamo vivendo uno scenario più simile agli anni ’70 – 80 o agli anni ’90. Fatta questa scelta, il resto non sarà difficile da capire, almeno per grandi linee.

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