Crescita lineare, quadratica, cubica, ennupla…….esponenziale

La crescita, il pasticcino tanto desiderato dai governanti e dai banchieri; il rimedio miracoloso che viene offerto ai cittadini – o ai sudditi – davanti ad ogni problema. Bisogna crescere, diventare più grossi, più ingombranti: così paghiamo meglio i debiti, abbiamo lavoro, i conti pubblici si rimettono a posto. Eppure, al di là delle politicizzazioni, che vuol poi dire crescere? In pratica osservare un parametro, e poi tornare ad osservarlo tra sei mesi o tra un anno: e trovare che l’ultima misura eccede la precedente in quantità. Genericamente è tutto qui: parametri misurabili – fisici, economici, industriali – che si allargano ed ampliano il proprio valore rispetto ad una unità di misura presa a riferimento. Il discorso attorno ai fenomeni di crescita a dire il vero origina ben prima della civiltà umana che conosciamo: le colonie di batteri precambriani crescevano velocemente già mezzo miliardo di anni fa, ed è il concetto di crescita ad avere guidato l’espansione di una miriade di forme di vita in ogni era geologica passata. Ogni nuovo organismo, se ha voluto colonizzare l’ambiente, è stato obbligato ad accrescere numericamente la propria popolazione: in assenza di crescita demografica non si potrebbe parlare di successo per una specie vivente. La nostra moda economica contemporanea è solo un prodotto del substrato biologico che ci guida ad invadere l’ambiente da centinaia di migliaia di anni.

Ma le crescite sono tutte uguali? O ce ne sono di diverse? Non ci vuole molto a verificare, basta qualche tentativo. Immaginiamo di confrontare funzioni diverse, partendo da semplici potenze: la più semplice potrebbe essere qualcosa del tipo f(x) = a·x . Una retta che interseca l’origine degli assi, e che al crescere di x produce valori y crescenti: una semplice crescita lineare. Possiamo giocare aggiungendo costanti, ma il concetto non cambia. Aumentiamo gli esponenti: f(x) = a·x 2 . Una parabola ottenuta mettendo al quadrato i valori di x, ovviamente capace di più rapidi accrescimenti rispetto alla retta già considerata. Da ultimo, per completare il trio, una funzione esponenziale del tipo f(x) = a x . In questo caso il valore di x viene utilizzato come esponente di una potenza a base fissa, a, laddove invece nei due esempi precedenti la variabile x costituiva la base variabile di una potenza avente esponente fissato, 1 o 2 o quel che vogliamo. Chi corre più veloce? E in che termini? Restituiamo per via grafica queste ovvietà e vediamo.

crescita lineare, esponenziale, potenzaE’ una questione di tempo: nel campo dei numeri reali positivi dell’esempio sopra la partita si chiude velocemente. La retta può anche partire bene, ma viene sopraffatta dopo alcuni passaggi dagli altri due ospiti. Dopo un certo periodo, l’esponenziale a base fissa vince. Questo schema però lascia aperto qualche interrogativo: da un lato è ovvio che, al passare del tempo, una elevazione al cubo prevalga su un quadrato così come un quadrato prevale su una funzione lineare. D’altro canto, qualche dubbio resta sul rapporto tra polinomi di potenze fisse e funzioni esponenziali: chi mi garantisce quale sia il campione in termini di velocità di crescita? Magari è possibile che una potenza ad esponente molto elevato prevalga su un esponenziale, ma non è affatto facile indagare cercando punti di intersezione per valori di x enormemente grandi. Il problema potrebbe essere definito in termini analitici come b x > x c : cerco il valore di x per il quale l’esponenziale al valore esponente x di una data base eccede la potenza avente base x ed un dato esponente fisso. Questa cosetta è rognosa, dato che stiamo armeggiando con una equazione trascendente. Queste equazioni contengono anche funzioni trascendenti, quindi non riconducibili a semplici sommatorie di monomi o polinomi di grado qualsiasi: gli ingredienti sono le funzioni trigonometriche, esponenziali e logaritmiche. Possiamo cercare di scavalcare il problema agendo ancora una volta sulla restituzione grafica: se non riesci a capire, puoi sempre disegnare. Magari funziona.

crescita lineare ed esponenziale, grafico in scala semi logaritmicaIl diagramma in alto rappresenta gli stessi dati per le stesse tre funzioni di prima; ma l’asse delle ordinate, anziché essere lineare, è in scala logaritmica. Questa tecnica di rappresentazione è molto usata qualora si debbano raffigurare dati estremamente dispersi in ordine di grandezza. Una cosa salta all’occhio subito: la funzione esponenziale è diversa dalle altre, risulta essere ora una retta; le altre funzioni rimangono delle curve. Se ci fate caso, anche la f(x) = x 2 è rappresentata da una curvatura avente concavità rivolta verso il basso. In pratica qualsiasi polinomio contenente potenze ad esponente fisso della variabile x – in segno positivo – finirà col comportarsi in questa maniera: curvatura con pendenza decrescente al crescere di x. Non ci vuole molto a capire cosa possa voler dire: nel piano semi logaritmico qualsiasi esponenziale, anche poco inclinato, riuscirà sempre a scavalcare qualsiasi potenza semplice, anche avente esponente elevatissimo. Perché la pendenza del primo si mantiene, mentre la pendenza della seconda funzione decresce continuamente. Per rendere meglio il concetto – tralasciando la miserrima funzione lineare, chiaramente non competitiva – possiamo provare a mettere in grafico un gruppo di funzioni esponenziali con esponente x ed un gruppo di potenze semplici della base x.

grafico semi logaritmico: potenze ad esponente fisso e funzioni esponenziali a base variabileCosì, è possibile tabulare funzioni diverse nel piano semi logaritmico. E le differenze si vedono bene, anche per chi ha scarsi mezzi in tema di analisi. Le funzioni in azzurro sono banali potenze della variabile x : quadrati, cubi e via dicendo. Possiamo far crescere l’esponente fin che ci pare, ma il risultato è sempre quello: come già detto, una curva con concavità verso il basso. E’ solo questione di giocare con le scale, possiamo accomodare su questo piano funzioni d’ogni sorta. In ocra sono rappresentati oggetti molto diversi: sono esponenziali, potenze a base fissa nelle quali l’esponente è ora costituito dalla nostra x. Paiono tutte rette, in questa rappresentazione che considera non già il valore f(x) ma un suo logaritmo a base arbitraria – a me piace 10. La cosa più intrigante è questa: potete aumentare fin che volete l’esponente maggiore impiegato in un polinomio comune, e potete avvicinare a piacere la base di una funzione esponenziale all’unità; ma se fate crescere abbastanza la x, se camminate abbastanza lungo l’asse delle ascisse, prima o poi l’esponenziale l’avrà vinta sulla potenza ad esponente fisso. Ma c’è modo di dimostrarlo al di là dell’intuizione grafica?

Per rispondere alla domanda, possiamo considerare in cosa consiste un diagramma semi logaritmico: nel nostro caso, in figura un asse delle ascisse che riporta in scala lineare i valori di x; ed un asse delle ordinate che invece riporta linearmente non i valori di f(x), ma bensì i loro logaritmi in una base ritenuta opportuna – per comodità 10. Il logaritmo in base 10 del valore y = 100 è l’esponente a cui devo elevare la base 10 per ottenere 100. Ovviamente vale 2, ed in pratica ogni suddivisione maggiore dell’asse così concepito copre un ordine di grandezza: ad un salto di una unità corrisponde una variazione equivalente ad uno zero in più o in meno nel valore considerato. Così ragionando, chiediamoci come mai le funzioni esponenziali del tipo e x finiscano col generare andamenti rettilinei nel piano semi logaritmico; e quale sia il comportamento delle comuni potenze di x. La risposta si può trovare osservando le proprietà dei logaritmi, in particolare con una relazione notevole che li caratterizza: loga (x k) = k · loga (x) . Questa relazione può essere applicata ad esempio alla raffigurazione di f(x) = x 2. Per rappresentare questa funzione nel diagramma semi logaritmico, potremmo calcolare il valore y = log 10 (x 2) , e disegnarlo. Ma dobbiamo anche ricordare, per la relazione di cui sopra, che questo valore in definitiva equivale a y = 2 · log 10 (x) : in pratica il prodotto di una costante equivalente all’esponente 2 e del valore del logaritmo in base 10 della variabile indipendente x. Questo basta per risolvere il primo problema: ogni potenza di x, sul piano semi logaritmico, finisce con l’essere graficamente equivalente ad una rappresentazione della funzione y = log 10 (x) del comune piano bilineare. Posto che i logaritmi di una x crescente linearmente crescono in maniera via via meno rapida, disegnando una curvatura a pendenza costantemente decrescente, abbiamo risposto ad una domanda almeno: nel piano semi logaritmico, i comuni polinomi ad esponente fissato – anche enorme – seguiranno la medesima sorte. Curvatura a pendenza indefinitamente decrescente all’aumentare di x, quale che sia il valore di x. Le differenze rimangono circoscritte a banali costanti moltiplicative.

E le funzioni esponenziali? Una funzione del tipo e x, disegnata sul piano semi logaritmico, in apparenza mi fornisce una retta. Ma chi mi garantisce che questo sia vero, in senso matematico? E per valori grandi a piacere? La risposta origina dalla medesima relazione già impiegata: loga (x k) = k · loga (x) . Quello che dobbiamo fare è domandarci quale sia il valore della funzione da trascrivere sull’asse non lineare delle ordinate: nel caso di f(x) = 5 x, varrebbe y = log 10 (5 x) . Operando la trasformazione nota, questa espressione si può riscrivere come y = x · log 10 (5) . Come dire, il prodotto della variabile indipendente x tal quale, moltiplicato per una costante fissata. Questo, a livello grafico, equivale ad una banale retta: che è ciò che vedevamo nei grafici; e questa cosa resta vera per qualsiasi valore di x impiegato, anche grande a piacere. La risposta rimane quella ottenuta per intuizione visiva dai grafici: ogni esponenziale crescente, avente anche base molto prossima all’unità, sarà sempre in grado di sopraffare qualsiasi combinato di potenze ad esponente fissato, anche in presenza di esponenti enormi. E’ solo questione di ingrandire la variabile x a sufficienza. Potenza delle crescite esponenziali, vere forze della natura: se volete riconoscerle al primo colpo d’occhio, disegnate assi logaritmici. Non vi sfuggiranno.

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Troppa pioggia o troppe case?

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Nella città di Genova le ferite prodotte dalla recente alluvione sono purtroppo ancora fresche. Così come lo sono anche a Parma, o nella bassa pianura modenese. Una triste scia di disastri che ci lascia in eredità morti, feriti, sfollati; assieme ad una conta dei danni che probabilmente, per questi soli tre eventi, supera già i 700 milioni di euro. Si ripropone inevitabilmente la discussione attorno alla necessità di difendere un po meglio la sicurezza del nostro territorio: una diatriba che dopo decenni di dibattiti e giravolte normative ci lascia un Paese apparentemente in panne, incapace di dotarsi di strumenti minimi di tutela e salvaguardia dell’ambiente e dell’incolumità dei cittadini. La Liguria e Genova spiccano prepotentemente tra le aree che più hanno patito a causa di calamità naturali: varrebbe la pena ricordare che queste calamità sono legate alla mano dell’uomo, prima che ai capricci della natura. Se è vero che la sola presenza di insediamenti è decisiva di per sé quando si tratta di generare rischi – in assenza di comunità umane ovviamente non ci sarebbero rischi – è anche vero che l’urbanesimo in Italia raramente si è rivelato soffocante ed aggressivo quanto lo è nell’area di Genova. La città è edificata sulla linea di costa e, in mancanza di spazio, ha invaso ogni centimetro di terreno disponibile; l’orografia dell’entroterra non concede aree pianeggianti ampie ed accessibili. Le soluzioni impiegate per ovviare al problema sono talora bizzarre: tra queste, coprire di cemento interi corsi d’acqua e trasformarli in strade o parcheggi. O almeno illudersi d’esserci riusciti.

La foga edificatoria osservata in tante realtà italiane dovrebbe essere giudicata a livello funzionale: stiamo costruendo edifici ed infrastrutture, ma ci servono davvero oppure no? Non ha senso criticare un palazzo se fornisce riparo a famiglie altrimenti destinate a dormire per strada, le necessità fondamentali delle persone non sono negoziabili; le reti infrastrutturali collegate alla moderna urbanistica sono un corollario inevitabile di questa banale considerazione. Ancora una volta l’esempio ligure può venirci in aiuto: la Liguria consuma suolo a fini edificatori più o meno al ritmo medio osservato anche nel resto d’Italia. Stando al noto Rapporto Ispra 2014, la regione ha visto allargarsi le superfici impermeabili in media dal 5,9% nel 1989 al 7,2% nel 2012; un dato ben poco distante dal 7,3% registrato a livello nazionale. Posto che le superfici artificiali crescono in maniera regolare, domandiamoci a quale pletora di utenti vengano offerte le opere realizzate: come varia la popolazione residente? La Liguria, stando ad Istat, passa in poco più di vent’anni da 1,68 a 1,57 milioni di abitanti, una perdita pari a – 6,5% dal 1991 al 2012; confermando un trend in discesa che prende le mosse fin dagli anni ’70. Il capoluogo non fa meglio, vive più o meno le stesse dinamiche demografiche: Genova si spopola anch’essa abbastanza linearmente dagli anni ’70, passando da un picco di più di 800.000 residenti ai circa 600.000 attuali. Una situazione curiosa quindi il rapporto tra il costruito, l’ambiente circostante ed i cittadini: l’economia ligure ristagna da decenni, i cittadini fanno le valige, i figli non nascono. Ma tutte queste cose non sono importanti: ogni anno la Liguria, come d’altronde tutta l’Italia, insiste a ricoprire di cemento e catrame la sua brava quota di territorio secondo una tabella di marcia che pare non voler conoscere interruzioni.

Non è facile ragionare sulle strutture industriali, talora abbandonate ma difficili da reimpiegare; è però leggermente più facile osservare la situazione degli immobili residenziali. Pare che esistano nel solo comune di Genova almeno 25.000 unità inutilizzate: e si badi bene che si tratta certamente di una sottostima grossolana, posto che in Italia è possibile trovare famiglie di quattro persone intestatarie di quattro prime case. L’urbanizzazione regna sovrana nel capoluogo, ed avanza senza sosta nel resto della regione. Capita che questi andamenti siano discussi in maniera accesa, ma l’esito è sempre lo stesso: si continua imperterriti. Un nonsenso plateale il procedere della distruzione dei suoli e delle coperture artificiali, una cosa che non ha logica né funzione in una realtà che si spopola senza sosta da decenni. E non è che le dinamiche demografiche del resto d’Italia siano tanto brillanti da giustificare le consimili trasformazioni del territorio già ricordate. Attenzione però a non sottovalutare le implicazioni del fenomeno: non stiamo parlando di mero spreco di risorse e di terra, c’è dell’altro. Quando si realizzano opere edili e reti infrastrutturali, occorre ovviamente anche manutenerle e mitigare i rischi naturali a cui sono esposte: e questo costa soldi e mezzi, che dovranno essere raccolti con le tasse. Se per caso ci si ritrova a gestire un ambiente costruito di dimensione eccessiva rispetto alla popolazione ed ai mezzi economici disponibili, l’effetto sarà uno soltanto: il deterioramento inesorabile delle opere. La carenza di fondi e di capacità operative renderà impossibile per gli amministratori eseguire interventi adeguati, o più probabilmente obbligherà a posporli quand’anche si tratti di lavori richiesti con urgenza. Decisamente insistere ad urbanizzare una realtà in declino economico e demografico non è stata una buona idea: ci abbiamo rimesso moltissimi soldi, ed abbiamo incassato anche qualche disastro.

Quando si osservano questi fenomeni, l’urbanizzazione senza logica, la riproduzione indefinita di lottizzazioni senza funzione, viene da domandarsi il perché di tutto questo. Una cosa che non ha logica apparente in teoria non si dovrebbe fare; tuttalpiù è possibile insistere per un intervallo di tempo limitato. In Italia insistiamo da decenni, e la cosa perde di significato almeno dagli ’80 a causa dell’appiattimento delle dinamiche demografiche. Se insistiamo imperterriti a consumare suolo, a realizzare opere discutibili, forse una logica sotto sotto c’è, magari basta cercare un po meglio. Potrebbe semplicemente trattarsi di una forma di tutela delle nostre tipicità: difendiamo con energia cose come il prosciutto o l’aceto. Perché non dovremmo fare altrettanto con il calcestruzzo? Nel 2005 l’Italia ha prodotto più o meno 46 milioni di tonnellate di leganti, piazzandosi al nono posto nel mondo tra i produttori maggiori. In termini di popolazione siamo la ventitreesima nazione del pianeta; e la ben più popolosa Germania nello stesso anno a stento toccava una produzione di cemento ed affini di 30 milioni di tonnellate. Il tracollo recente negli indicatori industriali non cambia ovviamente nulla di ciò che è già stato fatto, nel bene e nel male; la vetta nella classifica del cemento europeo rimane sempre appannaggio delle nazioni mediterranee. La scelta operata in questi anni dagli italiani è nota: sostenere l’edilizia. A quanto pare ci siamo riusciti benissimo.

I ripidi torrenti genovesi che riappaiono improvvisamente ad ogni acquazzone, riprendendosi lo spazio che si credeva di avergli sottratto, così come le aree industriali esposte senza cura alle alluvioni della pianura Padana probabilmente rappresentano bene l’atteggiamento di una nazione che è disposta a rinunciare a qualsiasi cosa, meno che al diritto di insistere ad invadere il proprio pericoloso territorio con opere fragili e talora inutili. Abbiamo varato le quote latte, ritenendo di dover impedire eccessi di produzione funesti per il nostro mercato; ed abbiamo ideato le accise per colpire la cattiva abitudine di sciupare carburanti costosi ed inquinanti. Ma chi ha detto che l’urbanizzazione incontrollata sia meno pericolosa degli allevatori veneti o del petrolio russo? Sulla scorta di cosa si ritiene che un parcheggio piazzato al posto del greto di un fiume sia più tollerabile di una stalla abusiva o di una vettura obsoleta? Sarebbe interessante rivolgere queste domande ai nostri amministratori locali, e sentire cosa rispondono. Sperando che non vogliano proporre ad un malato terminale di cemento una cura a base di ulteriori iniezioni di cemento: questo rischia di rivelarsi tragico prima che grottesco.

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L’orso russo batte moneta senza permesso

Come gira la vicenda degli aggregati monetari in Russia? La moneta fa la guerra, lo sapete bene: altro che cannoni e missili. Gli americani hanno costruito un impero imponendo la propria valuta urbi et orbi. I russi che fanno? Combattono contro l’inflazione? Cercano di sostenere il loro rublo? Il rublo si svaluta, lo sapete: potete dare un’occhiata allo storico delle quotazioni. Le sanzioni imposte dalla Nato – lettura esemplificativa – causano problemi per taluni approvvigionamenti, e la fuga di una parte degli investitori causa altri problemi. Però il rublo di crollare non ne vuol sentire, nonostante gli sforzi profusi. La discesa nei confronti del dollaro è stata interessante ma non entusiasmante: si è passati da un valor medio per gli ultimi anni di circa 30 rubli per dollaro ad una punta recente di 42 – 43.

Quello che vediamo si chiama banalmente svalutazione competitiva: quella cosa che tutti in Italia dicono di voler fare per rilanciare l’economia, ma che nessuno può fare perché la moneta non la controlliamo noi. La discesa del rublo riduce il potere di acquisto dei salariati russi nei confronti delle merci importate, rilancia le produzioni nazionali e ovviamente rende più facile esportare. Non solo petrolio: pensate ai metalli, ai cereali, ai legnami. Alle armi, già. Se la svalutazione è indicata come un metodo per rilanciare l’economia in Italia, non si capisce come potrebbe deprimerla in Russia. Forse i nostri pensatori da bancarella dovrebbero provare ad imporre un trattato di armistizio tra le varie, conflittuali parti del proprio pensiero. I russi ovviamente vivono un contesto diverso dal nostro: non hanno debito, hanno imponenti riserve in valuta e titoli esteri, una storia già trattata. E hanno un mare di risorse nazionali: in effetti se svalutano diventano davvero competitivi, diversamente da altri soggetti che invece si ritrovano a pagare ancora il petrolio in una divisa straniera. Tipo noi italiani.

E allora gli aggregati monetari: quanti rubli in circolazione? Quanta moneta? Quanti depositi? Questo dato non è un mistero: basta leggersi le tabelle della Banca Centrale della Federazione Russa. In ordine gli ultimi dati per le varie classi al primo ottobre 2014. M0: 6959,3 miliardi di rubli. M1: 14794,0 miliardi di rubli. M2: 30644,8 miliardi di rubli. Che fare con cifre del genere? Intanto ricordare che in particolare l’aggregato M2 “…M2 is a key economic indicator used to forecast inflation…”, dice l’enciclopedia. Ed è logico, perché la disponibilità di contanti e depositi più o meno liquidi e trasferibili nel breve termine è fondamentale per capire quanti quattrini possiamo usare al bisogno; più ne vengono spesi e meno valgono. Che l’inflazione nasca da qui è più che probabile. C’è un problema di andamenti, prima di tutto: le variazioni recenti. Gli aggregati monetari in Russia anziché crescere paiono ristagnare.

Aggregati monetari Federazione Russa (M0, M1, M2) dichiarati dalla banca centrale; moneta circolante, rubli
Aggregati monetari in Russia, miliardi di rubli. Fonte: Banca Centrale Russa.

In pratica la moneta circolante – nelle sue varie forme – non cresce più come un anno fa. Nel complesso, ormai i valori sembrano piuttosto stabili; al punto che anche i tassi di crescita annuali si ridimensionano. Ma a colpire è più che altro la stabilità numerica registrata nel 2014: evidentemente a Mosca non hanno voglia di mettere in giro nuovo contante. Per capire un po le dimensioni in gioco, occorre un termine di paragone. L’aggregato M2 equivarrebbe, al cambio corrente, a 730 miliardi di dollari; il più ristretto M1 invece a 352 miliardi di dollari. Le riserve della banca centrale sono calate, ma si posizionano attorno a qualcosa come 454 miliardi di dollari. Questo equivale a dire che i russi potrebbero facilmente ritirare tutto il contante in circolazione senza intaccare in maniera rilevante le proprie riserve. Però potrebbero fare ben di più, posto che queste riserve ancora oggi equivalgono ad un buon 62% dell’aggregato M2. Potrebbero in pratica sopprimere qualsiasi attacco speculativo al rublo spendendo cifre modeste – dal loro punto di vista. Il debito pubblico? Troppo piccolo, e comunque le scadenze non sono istantanee. Non è una leva efficace.

Il rublo in effetti si è gradatamente svalutato rispetto al dollaro, ma gli interventi dei russi sono stati tiepidi. Avrebbero potuto intervenire in maniera energica, e invece non hanno fatto granché in tema di cambio. Visto che i mezzi ce li hanno, questo significa che probabilmente a loro una moneta leggermente più debole fa comodo. Aumenta il controvalore delle riserve in valuta e titoli esteri, estendendo le capacità di manovra della banca centrale. Ridimensiona come già ricordato il costo di stipendi e pensioni, almeno nei riguardi delle importazioni: un’altra cosa utile, vista la situazione. Forse la guerriglia commerciale e valutaria promossa dai nostri padroni non sta funzionando? Non saprei, ma è meglio non bersi ad occhi chiusi certi proclami di facile ed imminente vittoria. C’è da trovarsi delle brutte sorprese.

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Shale gas, shale oil, shale debt: chi pagherà?

Maretta sui mercati degli energetici: i prezzi scendono. A partire più o meno da giugno, e procedendo linearmente per mesi, le quotazioni del greggio diminuiscono un po per tutte le qualità trattate. La discesa per il Brent è stata talmente marcata da riallinearlo al Wti; ormai i due si posizionano poco sopra gli 80 $/bbl. Da più di tre anni la spesa media per barile si posizionava stabilmente sopra i 100 – 110 $/bbl, fino a poche settimane fa per l’appunto. La cronaca ora si arricchisce di notizie ancor più interessanti: la discesa dei prezzi pare creare preoccupazioni ai produttori di petrolio del Nord America. Stiamo parlando di shale oil, il miracolo recente di cui tanto si è discusso: i dati raccolti da Bloomberg paiono indicare una crescente diffidenza da parte degli investitori. Testualmente “…Between the S&P 500’s record high on September 18 and its five-month low on October 15, energy firms led the index down 14%, more than any other industry, Bloomberg data showed. When the market rebounded on October 16, energy again took the lead, gaining 1.7%. The drop wiped $158.6bn off the market value of 75 shale producers since the end of August, according to Bloomberg data…”. Dire che la pletora di 75 aziende osservate abbia bruciato capitalizzazione borsistica per quasi 160 miliardi di dollari non è certo dare buone notizie. Altra partita l’indebitamento, sempre da stime Bloomberg: “…Issuance of high-yield energy bonds increased 148% since 2009 to $211bn, according to Fitch Ratings. The bonds account for 16% of the market, Fitch said…”. Ci sono in giro almeno 211 miliardi di dollari di debiti ad alto tasso di interesse concessi alle più spericolate aziende Usa del comparto idrocarburi; da sommare a quelli a tasso normale. La rivoluzione shale gas / oil ha prodotto anche fenomeni del genere.

Quando hai tanti debiti, che fai per rimetterti in carreggiata? In genere cerchi di vendere qualcosa, e magari ci riesci. Quelli di Chesapeake Energy hanno deciso di farlo, vendono pozzi e diritti di ricerca per più di 5 miliardi di dollari. La mossa dovrebbe incidere sull’indebitamento netto dell’azienda, stimato a metà 2014 in 10,7 miliardi di dollari; si vedano le considerazioni di SeekingAlpha. Chesapeake però, per fare questo, cede inevitabilmente anche impianti di un certo valore: non ci sono pasti gratis per chi soffre di indebitamento eccessivo. Probabilmente il fatto di avere centrato l’attività sul gas naturale non ha aiutato l’azienda. Il problema indebitamento esiste anche nel campo dei gestori di infrastruttura: ad esempio nel caso di Energy Transfer. L’azienda è un leader continentale in tema di gasdotti ed oleodotti, e non solo, e si espande da alcuni anni a grande velocità: ora però bisogna vedere con quali effetti finanziari. Dice DallasNews: “…they command one of the largest pipeline networks in the country, spanning 71,000 miles from coast to coast — about four times what they had five years ago [….] But Energy Transfer has had to borrow heavily to fund its multibillion-dollar takeovers and pipeline build-out. As of June 30, the company counted a debt load of $25.9 billion, almost four times what it was in 2009, according to filings with the Securities and Exchange Commission….”. Si saranno impadroniti di più di 110.000 km di condotte, ma lo hanno fatto mettendo assieme l’astronomico debito di quasi 26 miliardi di dollari. La cosa comincia a destare preoccupazione tra i creditori.

Stiamo parlando di montagne di debiti nascoste qua e la, certo, ma l’effetto globale è difficile da percepire. La singola frase che riassume meglio la situazione probabilmente è questa, da Bloomberg: “…Of the 97 energy exploration and production companies rated by S&P, 75 are below investment grade, according to the credit-rating company. The average yield for energy exploration and production companies rated junk has declined to 5.4 percent from 8.1 percent at the end of 2009…”. I tre quarti delle compagnie in esame, in gran parte aziende che hanno preso parte alla corsa all’oro targata shale / fracking, vengono quindi ascritte alla categoria “junk”, e si ritiene che meritino poca stima da parte degli investitori. Questo fenomeno impatta su quelle centinaia di miliardi di debiti stipati nei bilanci di cui si parlava poco sopra: probabilmente non sono poi così solvibili come si crede. Sempre via Bloomberg apprendiamo che “…Access to the high-yield bond market has enabled shale drillers to spend more money than they bring in. Junk-rated exploration and production companies spent $2.11 for every $1 earned last year, according to a Barclays analysis of 37 firms…” Come dire che fior fiore di aziende dedite alla ricerca di idrocarburi non convenzionali hanno si scovato il gas ed il petrolio cercati, ma purtroppo impacchettati assieme a sistematici passivi di bilancio. Il punto di vista delle 37 aziende censite da Barclays è semplice: spendi due, ricavi uno. Non un granché come performance economica.

Dunque, vediamo se ci siamo capiti: questi signori producono cumuli di debiti. Non da adesso, lo fanno da sempre. Il fatto che una larghissima maggioranza delle aziende del settore sia classificata come “junk” o giù di li spiega bene la situazione: se un titolo è definito come “spazzatura” non servono ulteriori argomenti. E’ un termine assolutamente chiaro. La storia si può riassumere velocemente in questo modo: nell’intervallo temporale 2000 – 2006 la produzione convenzionale di gas Usa declina pian piano, trascinata da giacimenti ormai incamminati sul viale del tramonto. A qualcuno viene l’idea di sfruttare una tecnica ormai sperimentata fin dalla fine dell’800: la fratturazione idraulica, o fracking. Con questa tecnologia ormai matura è possibile mobilitare metano intrappolato in rocce poco permeabili, ma anche petrolio: perforo, inietto acqua e sostanze varie, fratturo e raccolgo gli idrocarburi così liberati. Il tutto ad alta velocità, giacché i bacini di shale sono tendenzialmente privi di copertura impermeabile: se sto a dormire il gas si disperde viaggiando nelle rocce circostanti ed eventualmente contaminando gli acquiferi. Si produce una enorme bolla di disponibilità di gas naturale sulla piazza nordamericana, spinta dagli alti prezzi del periodo 2000 – 2008 e dall’euforia delle borse: immesso sul mercato in massa e senza alcun possibile controllo, il gas non vale più nulla e i prezzi crollano.

E qui succede il vero miracolo: investitori poco accorti continuano a versare soldi dentro ad aziende che producono solo passivi. Questa manna miracolosa permetterà di fornire gas naturale in regalo ai consumatori del Nord America, mentre le passività si ammasseranno via via nei bilanci delle aziende – in gran parte di dimensione piccola o media. Come dire: il gas sottocosto ai residenti, i debiti agli investitori. Dato che i due gruppi non coincidono, è chiaro che qualcuno ci ha guadagnato e qualcuno ci ha rimesso: io e voi ci abbiamo rimesso, anche se ancora non sappiamo quanto. Dipende da quanti soldi le banche italiane hanno “investito” in titoli e derivati legati al comparto energia Usa. Nel complesso, l’avventura dello shale gas si configura come un grande trasferimento di capitali dalle tasche di qualcuno alle tasche di qualcun altro: il problema è vedere chi è qualcuno e chi invece è qualcun altro.

Il crollo dei prezzi del gas sul mercato statunitense ha avuto degli effetti importanti: le aziende hanno smesso di perforare alla ricerca di metano, e si sono date alla caccia del petrolio. Il petrolio è remunerativo, specialmente a 100 $/bbl, e si può trasportare facilmente. E’ un mercato globalizzato, non teme l’effetto di bolle localizzate. La cosa interessante è che le produzioni di gas da fracking non calano, restano stabili: quando in teoria, visti i rapidi tassi di esaurimento dei pozzi, dovrebbero andare in declino già pochi mesi dopo il declino della attività di perforazione. La salvezza in questo caso è venuta dallo shale oil: in molti casi ha una produzione di scarto costituita da gas. E così di fatto i rig operanti nella ricerca di petrolio non convenzionale hanno involontariamente puntellato una produzione di gas altrimenti destinata a scendere in fretta. Ovviamente ci sono altri fenomeni in atto: tra tutti, il fatto che sia possibile tornare ad ampliare la permeabilità di un giacimento già sfruttato senza perforare nessun nuovo pozzo; con ritorni decrescenti beninteso. Questo significa che l’attività di perforazione non può da sola descrivere lo stato di salute di una industria che ha molte più risorse – tecniche ed umane – di quanto non si creda.

Ora le cose stanno nuovamente cambiando. Le aziende americane protagoniste di questa avventura si ristrutturano e cercano di acquisire capitali freschi per continuare ad espandere le proprie attività, con l’unico obiettivo di mantenere produzioni altrimenti destinate a calare. La pietra angolare del gioco, fino ad oggi, è risultata essere l’estrazione di shale oil: perché è in parte remunerativo e consente di bilanciare le perdite. Questo non sembra voler dire che si possa parlare di profitti importanti e diffusi, altrimenti non si spiegherebbe la valutazione di “spazzatura” appioppata dagli analisti ai titoli di molte aziende: però sicuramente lo shale oil ha manifestato una certa capacità di galleggiamento finanziario, diversamente dal gas non convenzionale. Ora i prezzi del greggio scendono, scendono da alcuni mesi: dopo circa 40 mesi al di sopra sopra dei 100 – 110 $/bbl, sono finiti a poco più di 80 $/bbl. La domanda cruciale è semplice: le aziende che con un po di fortuna viaggiavano in pareggio, ora che i prezzi vanno giù che fine faranno? Come ripagheranno i debiti contratti all’avvio dell’attività? E le aziende che paiono aver prodotto solo debiti anche nei momenti migliori della propria storia che fine faranno? Come si concluderà la storia? Soprattutto, si concluderà o ricomincerà in maniera diversa per l’ennesima volta? Gli idrocarburi non convenzionali hanno sette vite come i gatti; l’importante è non morire più di sei volte.

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Piove forte a Genova

Ultime notizie: Genova è sommersa dal fango. Sai che notizia: è dai tempi del Duce che funziona così. La città si è impadronita di ogni spazio disponibile, al punto che molti viali sono in realtà sventurati corsi d’acqua tombati e convertiti in nastri di catrame. In un contesto simile basta poi poco per causare un bel disastro, e ne abbiamo già archiviati moltissimi. L’ultimo risaliva alla fine del 2011, da queste parti se ne è già discusso. Da allora non è ovviamente cambiato granché: le strade genovesi continuano a nascondere furiosi torrenti che discendono ripidi verso il mare, e che occasionalmente si riguadagnano la via all’aperto. Quando al telegiornale vi dicono che le acque invadono le strade non dovete crederci: sono le strade che hanno preteso di seppellire lo spazio proprio dei corsi d’acqua. Comunque di sicuro è piovuto molto.

pioggia ed alluvione a Genova: mappa precipitazioni secondo Arpa LiguriaPrecipitazione alla stazione di Genova Quezzi, ottobre 2014. Fonte: Arpa Liguria.

La stazione di monitoraggio di Genova Quezzi, alle spalle della città, racconta bene gli eventi di questi giorni. Nell’intervallo di 48 ore a cavallo del 9 e 10 ottobre sono caduti più o meno 400 mm di pioggia. Una lama d’acqua di 40 centimetri gettata sull’intero territorio circostante, acqua che da qualche parte deve pure andare: di solito va verso il basso, dentro agli impluvi che chiamiamo torrenti. A Genova i torrenti non ci sono, in gran parte non li possiamo più ammirare. E allora la cattiva acqua piovuta in fretta dal cielo ha preso l’unica via rimasta a disposizione: si è incamminata lungo le strade. Come nel 2011, seppure in tono effettivamente minore, e come tantissime altre volte era già accaduto.

Per carità, certamente è piovuto molto. 400 millimetri di pioggia sono molti, se considerate che in alcune aree della pianura emiliana in un anno ne cadono meno di 700. Questo non giustifica le carenze di reti scolanti che osserviamo e tolleriamo da decenni, e non giustifica nemmeno l’incompetenza di personaggi che ci raccontano di poter risolvere con un altro po di cemento un problema che origina tutto quanto da un eccesso di cemento. Dubito che cambieremo la nostra mentalità, anche questa volta; questo sarà probabilmente solo un ennesimo disastro da archiviare in una pagina di enciclopedia. Però credo che sia comunque un esercizio interessante raccontare i limiti di un modo di gestire il territorio che oggi pare non funzionare più: far capire a chi ci comanda che comprendiamo la natura della situazione forse è il primo passo per ottenere qualche cambiamento. Raccontiamo a questi signori che la fiaba della calamità non ce la beviamo più, e vediamo cosa rispondono?

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Uno sguardo alla sicurezza delle strade

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Il tema della sicurezza stradale riveste un ruolo tutt’altro che marginale nella vita di noi italiani. La strada, specialmente intesa per permettere l’impiego di mezzi individuali su gomma, è per tutti noi un appuntamento inevitabile e quotidiano: con le insidie del caso, per chi guida come per chi cammina o pedala. Nel complesso gli incidenti stradali potrebbero avere causato la morte di ben 450.000 persone dal dopoguerra ad oggi: un numero di vittime dirette vicino a quelle causate dalla seconda guerra mondiale. Incalcolabile la quantità di persone ferite in maniera più o meno grave nello stesso lasso di tempo sempre a causa di incidenti stradali, con costi economici e sociali intuibili. In anni recenti ci sono stati in effetti tentativi importanti di contenere questa piaga sociale, più o meno efficaci; tra quelli più noti l’introduzione della patente a punti e l’impiego di sistemi quali il tutor autostradale. Gli interventi volti a ridurre i rischi connessi alla circolazione stradale trovano da moltissimi anni uno sponsor importante nella stessa Unione Europea, con un programma d’azione che ha sortito effetti interessanti e che non si è ancora esaurito. Possiamo ora dare uno sguardo alla dimensione quantitativa del fenomeno tramite i dati pubblicati al riguardo da Istat ed ACI.

incidenti, morti e feriti sulle strade italianeIncidenti stradali in Italia, in numero assoluto ed in relazione al parco mezzi.

La sostanziale stabilità nel numero di eventi registrata negli anni ’70 e ’80 si interrompe bruscamente a metà degli anni ’90: in particolare attorno al passaggio di millennio le strade italiane si trovano a registrale più di 250.000 incidenti all’anno. Il numero di feriti conseguenti incrementa seguendo gli stessi andamenti; nell’ultimo decennio, per varie ragioni, incidenti e feriti imboccano la via della discesa. I morti rappresentano una vicenda a parte: il loro andamento segue i primi due dati per moltissimi anni, per poi discendere in maniera proporzionalmente evidente già durante gli anni ’90. Ad oggi i 3400 morti annui registrati preliminarmente per il 2013 risultano essere meno della metà delle vittime tipicamente censite vent’anni or sono. Probabilmente le trasformazioni a cui assistiamo sono dovute ad una somma di fattori, tra cui una maggiore attenzione alla sicurezza degli automezzi e più stringenti campagne di controllo del comportamento dei conducenti. Eccezionale e degna di nota la sterzata ottenuta sulle reti autostradali italiane, che con l’introduzione di sistemi di controllo della velocità dei veicoli ha spinto il numero di vittime registrate annualmente al di sotto delle 250: evidentemente la velocità non è un elemento marginale quando si discute di sicurezza delle strade.

Possiamo naturalmente individuare varie ragioni per cui valga la pena di preoccuparsi dell’incidentalità stradale in ambito nazionale. Aldilà di mere considerazioni di efficienza dei sistemi di trasporto, facilmente inficiata da un incremento nel numero dei sinistri, il parametro forse più rilevante rimane probabilmente il costo sociale ed economico degli incidenti inteso come somma dei danni diretti alle cose ed alle persone coinvolte. Una valida pubblicazione di riferimento al riguardo può essere lo Studio di valutazione dei Costi Sociali dell’incidentalità stradale, ad opera del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Stando al rapporto ministeriale, e per l’interezza della nostra rete viaria nazionale “…La stima dei costi sociali dell’incidentalità per l’anno 2010, sommando il costo dell’incidentalità con danni alle persone (21,25 miliardi di euro) e i costi appena stimati legati ai sinistri con soli danni alle cose (7,24 miliardi di euro), è pari a circa 28,5 miliardi di euro…”. Con 28,5 miliardi di euro si potrebbero fare parecchie altre cose. Il problema è quello di riuscire ad individuare un modo per ridimensionare queste perdite sociali ed economiche, e una simile operazione rischia di rivelarsi piuttosto difficile in una nazione che detiene probabilmente il più elevato tasso di motorizzazione del pianeta – si veda a tal proposito il rapporto Aci Censis del 2012.

Gli andamenti del numero di incidenti stradali, presi in termini assoluti, raccontano solo un aspetto della vicenda. Tanto per capirci, Italia e Germania messe assieme nel 2010 hanno registrato sulle proprie reti viarie 501.000 sinistri, quasi il 45% del totale censito a livello di intera Unione Europea. La popolazione delle due nazioni però rappresenta solo il 28,3% del totale nella UE: evidentemente italiani e tedeschi hanno una particolare predilezione per le sciagure stradali, almeno restringendo il discorso alle nazioni dimensionalmente grandi. Posto che ragionare in termini di meri numeri assoluti non spiega molto bene la situazione, è giusto cercare qualche termine di paragone. Le banche dati Aci / Istat riferiscono tassi di incidentalità in rapporto al parco veicolare ed alla popolazione residente. In particolare nel confronto con i veicoli possiamo notare, nell’intervallo 1981 – 2011, una discesa da 7,69 a 4,18 sinistri annui per migliaio di mezzi circolanti. Nel rapporto tra feriti in incidenti e popolazione residente si osserva, nel medesimo lasso di tempo, un fenomeno opposto: si passa da 39,83 a 49,13 feriti annui per 10.000 abitanti. Banalmente, un parco veicolare in espansione che compensa – e sopravanza – in senso negativo l’accresciuta sicurezza ed affidabilità dei singoli mezzi. Fortunatamente possiamo almeno beneficiare della nota positiva costituita dal dimezzamento dei morti, un dato non marginale.

Un discorso differente si potrebbe fare circa la pericolosità dei vari mezzi di trasporto: non sono tutti uguali. Nel 2012, su 264.700 feriti in incidenti stradali rilevati in ambito nazionale, ben 68.000 sono stati registrati a carico di conducenti e trasportati di motocicli e ciclomotori. Questo dato costituisce una anomalia moderata rispetto alla proporzione numerica esistente tra mezzi motorizzati a due o quattro ruote. La vera nota stonata riguarda però il numero dei morti: in questo ambito nel 2012 la categoria motocicli / ciclomotori ha dovuto sopportare 998 vittime, più di un quarto del totale. Volendo aggiungere anche i ciclisti, nel complesso gli utenti dei mezzi a due ruote patiscono il 35% dei decessi in incidenti stradali, 1.287 vittime nell’annata. Oggettivamente parecchio, se pensiamo per confronto alla ormai limitata mortalità registrata sulla rete autostradale italiana. Ancora una volta viene smentita la popolare leggenda secondo cui la strada uccide giovani alticci che vagano in auto nelle serate del fine settimana: è forse più rischioso pedalare di pomeriggio in un qualsiasi centro urbano, almeno a giudicare dai dati disponibili. Probabilmente esistono margini di miglioramento accessibili in tema di incidentalità stradale anche per la nostra nazione, ma non più sulle grandi arterie stradali esterne agli abitati: la parte residua del problema, ancora rilevante, si ritrova nelle strade e nei viottoli delle nostre città. Sarebbe bello per una volta sentire qualche proposta incisiva sul tema da parte dei nostri amministratori pubblici: ammesso che la sofferenza delle vittime e delle famiglie non interessi affatto, cosa assai discutibile, resta da capire che senso abbia sciupare decine di miliardi di euro ogni anno semplicemente per affrontare il costo sociale di incidenti stradali in larga misura evitabili. Siamo pur sempre in tempi di spending review, e nessuno vieta di tagliare incidenti piuttosto che stipendi.

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Shellshock, cerchiamo di sopravvivere

Circolano in rete avvisi preoccupati circa un bel baco che affligge la shell Bash; quella che uso anch’io quando faccio calcoli grossi. Si, lo so, ci sarebbero altri sistemi ed altri linguaggi per calcolare: ma non mi interessa, se mi diverto con bc sono affari miei. Tra gli articoli, quello preoccupato di RT e quello informato di Attivissimo. In pratica il baco è sotto osservazione pubblica da una giornata, e ci si comincia a preoccupare: i server che muovono la rete sono macchine Linux, ed eseguono i propri servizi tenendo in movimento anche la shell. Non è scontato, ma è facile che un server web pubblico risulti quindi vulnerabile ad un malware concepito attorno a questo baco. Esiste qualche rischio anche per un pc domestico.

La prima cosa interessante che vorrei sottolineare di questa vicenda è forse l’ultima a cui avete pensato: il baco è stato scoperto da una manciata di ore, o magari da qualche giorno, ma noi utenti comuni lo sappiamo già. Questa cosa non è scontata: se un baco affligge un software proprietario, il gestore si guarderà bene dal raccontarlo in giro. Cercherà la soluzione – se ritenuta remunerativa – oppure lascerà perdere e farà finta di niente. Nel mondo del software libero le cose funzionano diversamente: questi incidenti vengono a galla e vengono affrontati da tutti gli interessati senza giocare a nascondino. L’effetto è quello che vedete nell’immagine qui sotto.

il baco shellshock e la cura offerta per linux / bash, in tempo realeA sinistra la descrizione pubblica del baco, a destra il gestore grafico aggiornamenti che indica la presenza di una prima pezza – col nome della shell bash – già a disposizione degli utenti. Il rimedio proposto pare avere a sua volta delle falle, ma non è questo il punto: quello che conta è il dinamismo con il quale viene cercata la soluzione. Nel mondo dell’informatica il tempo di reazione ad un problema critico si dovrebbe misurare in ore, non in mesi. Che alla fine il problema venga risolto o meno, quello che emerge chiaramente da questa vicenda è che il modello organizzativo sottostante il software libero garantisce comunque una fortissima reattività ai problemi. Per stasera il mio datato portatile Linux sopravviverà, a quanto pare non è ancora stato abbandonato in termini di aggiornamenti di sicurezza; domani vedremo.

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Quanto valiamo per Bruxelles, e per Roma

Quanto valiamo noi cittadini per chi ci governa? E’ una domanda strana, per certi versi, ma forse è il caso di porsela. I nostri governi manovrano quantità di soldi astronomiche, e lo stesso dicasi per il bilancio dell’intera Unione Europea. A Roma si parla di più di 810 miliardi di euro, tutto compreso, di spesa pubblica annua variamente indirizzata. Una cosa che in sé non dice nulla, se non ci chiediamo dove vada a finire questa spesa: un tema a me caro, già affrontato sul lato dell’incidenza degli stipendi dei lavacessi. Come dire, taglia pure che non risparmi niente e combini solo disastri.

Ma stavolta la domanda è diversa: non si parla né di fannulloni né di bamboccioni, e neanche di ladri, ruffiani, papponi. Il problema è questo: quanto valiamo noi cittadini per i nostri amministratori pubblici? Provocatoriamente, mi vien da dire che possiamo capirlo solo nel momento della necessità e della disgrazia: gli amici si vedono nel momento del bisogno, recita il vecchio adagio. E così, se perdi il lavoro e fai fatica sostenere la tua famiglia magari ti viene da pensare che sarebbe carino ricevere qualche pacco di spaghetti dagli enti che hai foraggiato con le tue tasse per tanti anni. Ma questa cosa pare essere messa in discussione: con l’ultima tornata di riforme, la Ue si lava le mani una buona volta del sostegno alimentare gestito per tanti anni. Fino all’anno scorso, le derrate agricole ritirate per sostenere i prezzi alla produzione venivano reimpiegate come aiuti agli indigenti. Troppo intelligente: abolire subito. D’ora in avanti si passa gli aiuti finanziari gestiti dai governi nazionali, sperando che ci riescano.

E’ talmente grossa che ne parla Repubblica: ormai iniziano ad essere segnalati casi di scolari denutriti anche nelle scuole italiane. Il piccolo capolavoro è riuscito grazie ad un passaggio di consegne congegnato in maniera poco accorta: quando le autorità europee hanno revocato il programma di aiuti, a fine 2013, hanno rispedito la competenza ai singoli stati nazionali – che non hanno il diritto di amministrarsi autonomamente, specie in tema di bilancio, ma in compenso hanno tanti doveri. L’Italia naturalmente è riuscita a creare una interruzione clamorosa nel finanziamento dell’assistenza ai poveri, per manifesta incapacità gestionale, ma questo purtroppo non sminuisce di molto l’arroganza di una burocrazia europea che ritiene di avere il diritto di infischiarsene dei cittadini europei. A parte le inefficienze nostrane, vale la pena notare che il nuovo sistema di aiuti su base finanziaria è varato ufficialmente solo da metà marzo 2014: in pratica, secondo le autorità europee, gli indigenti avrebbero dovuto smettere di mangiare per tre mesi in attesa di un decreto. Chi di voi ha saltato almeno due pasti dietro fila sa bene cosa significhi. Un piccolo capolavoro sovietico.

Fin qui la parte ridicola della vicenda: adesso arrivano i dolori. Dopo una lite furibonda, in sede europea pare si sia deciso di sostenere gli indigenti con un fondo di 3,5 miliardi di euro; la quota parte relativa all’Italia ammonterebbe a 90 milioni l’anno. La pletora degli affamati però non è piccola: ora come ora sembra veleggiare sui 4 milioni di individui, variamente ripartiti per area geografica. Se gli estensori dei reportage disponibili non stavano scherzando, ogni indigente meriterebbe – per le autorità europee, con placido avvallo dell’Italia – la bellezza di 22,5 €/anno in generi conforto. Di sicuro non rischiano indigestioni. Gli sta bene, così vanno a lavorare: dice qualcuno.

Già, a lavorare. Peccato che il lavoro si stia estinguendo, e peccato che molte di queste persone abbiano lavorato per decenni prima di trovarsi al freddo e alla fame. Io e molti di quelli che leggono paghiamo facilmente 4.000 – 5.000 €/anno di Irpef, cui vanno aggiunti 3.000 – 3.500 €/anno di Iva ed accise; ci sarebbero altre tasse variamente nascoste, ma rende l’idea anche così. Difficilmente un lavoratore comune assunto in regola potrà sperare di cavarsela con una imposizione fiscale minore di 6.000 – 7.000 €/anno. Dopo aver speso questi soldi per vent’anni, se ci ritroviamo nei guai possiamo contare sulla generosa offerta di cui sopra: 22,5 €/anno, crepi l’avarizia. Lungi da me l’incitazione a ridicole rivolte fiscali, o a stupide avventure di guerriglia urbana: le tasse si pagano e si riga dritto. Però, finito di pagare, forse è il caso di domandarsi per cosa vengano spese; e magari anche se non sia il caso di cominciare a preoccuparsi per il futuro. Perché pare che nel momento del bisogno noi italiani non abbiamo molti amici, lassù in alto nelle stanze dei potenti.

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Riempire le autostrade, o cambiare strada

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Interessante e polemico spunto da Corrado Truffi, attorno al nostro approccio alla mobilità: Sblocca Italia, ma non con le autostrade. Come dire: il desiderio di fare qualcosa per smuovere le acque è sacrosanto, ma oltre alle mere quantità in gioco sarebbe il caso di considerare anche la qualità delle azioni intraprese; a meno di voler semplicemente “scavare buche per poi riempirle”, antica e discussa battuta degli oppositori della crescita economica fine a se stessa. La polemica attorno ai progetti di estensione delle nostre reti stradali fa data a moltissimi anni fa, e probabilmente trova la sua radice nei lontani anni ’70: con i provvedimenti di moratoria che in pratica bloccavano l’espansione della intera rete autostradale italiana. In quegli anni reagivamo in maniera certamente criticabile, ma comunque risoluta e lucida, alla notoria carenza di carburanti: una cosa che pare non essere più di moda.

La storia fino ad oggi: i consumi di derivati del petrolio calano da molti anni nella nostra nazione, senza sosta apparente. Gli oli combustibili ad uso termoelettrico si sono praticamente estinti, ma ormai a venire intaccata è la stessa disponibilità di carburanti per autotrazione. In questo sgradevole contesto, viene da chiedersi quale sia l’impatto effettivo sul sistema dei trasporti: per un primo colpo d’occhio vale la pena dare un’occhiata alle statistiche Aiscat. Il traffico merci sviluppato dalla rete autostradale italiana, pur avendo temporaneamente retto il tracollo economico del 2009, ha preso comunque a declinare in tempi più recenti – si veda pag. 9 del più recente bollettino 2013. Meno marcata la discesa del movimento autostradale per passeggeri, seppur presente. Il fatto di considerare solo autostrade e ferrovie rischia di rivelarsi piuttosto limitativo, visto il peso preponderante dei movimenti eseguiti sulle reti stradali ordinarie. Per allargare lo sguardo almeno ai movimenti merci stradali ordinari, possiamo utilizzare l’Annuario Statistico edito da Istat. In breve: dal 2005 al 2011 i movimenti merci stradali nazionali scendevano da 211,8 a 142,9 miliardi di t·km; nello stesso intervallo temporale la controparte ferroviaria assisteva ad una discesa molto più debole, da 22,8 a 19,8 miliardi di t·km. La contrazione della mobilità passeggeri, seppur con maggiore ritardo, ha cominciato a farsi sentire a partire dal 2010 / 2011: l’ultimo dato accertato da Istat – nel 2012 – indica perdite di domanda di mobilità passeggeri di quasi un 10% rispetto al 2005. Tanto per non cambiare, più accentuate nel segmento stradale. Ciascun lettore può meditare su cosa stia succedendo in questi ultimi mesi.

In una situazione in cui gravi ristrettezze economiche obbligano cittadini ed aziende a ridimensionare i movimenti, in specie quelli su strada, viene da domandarsi quale possa essere l’utilità di nuove opere viarie. Questo anche al di là del costo effettivo delle stesse, pur notoriamente gonfiato nella realtà italiana. Le risorse necessarie ad una nuova opera di un certo impegno da qualche parte devono pur venire: che si parli di imposte statali o locali, o di pedaggi, farà poca differenza. Saremo in qualche modo noi cittadini a farci carico dei relativi costi. In un contesto di difficoltà economica generalizzata, questa scelta rischia paradossalmente di ridurre la domanda di mobilità. I cittadini e le aziende esposti ai prelievi necessari a finanziare le nuove opere finiranno invariabilmente col tagliare le spese più immediatamente comprimibili: ci vuol poco ad immaginare che tra di esse trovino posto quelle sostenute per i carburanti. Come dire: strade nuove, ma ahimè vuote; e gli esempi di questo genere cominciano già ora ad emergere.

La recente inaugurazione della BreBeMi, alternativa alla esistente autostrada A4 tra Brescia e Milano, pare mostrare problemi di gestione già ora. La sostenibilità finanziaria dell’opera traballa, al punto da indurre gli amministratori a richiedere fin da subito sgravi fiscali e dilazioni della concessione. Epilogo: una mesta battaglia a colpi di pubblicità per cercare di attrarre automobilisti, svolta anche tramite contestatissimi cartelli stradali; se il traffico non c’è l’unica cosa da fare è cercare di sottrarlo alla compagnia rivale. Ciliegia sulla torta: sulla nuova arteria mancano tutor ed autovelox, oltre alle aree di servizio. Che l’assenza di controlli possa creare un pericoloso ma appetibile mercato di autisti indisciplinati è una ipotesi tanto interessante quanto difficile da verificare, seppure ventilata con frequenza. La questione delle aree di servizio mancanti ha contorni meno romanzeschi: le gare vanno deserte, in ragione del timore che i transiti di automezzi non garantiscano la remunerazione degli investimenti richiesti. Forse questa celebre e nuovissima opera pubblica dovrebbe indurre noi italiani a qualche riflessione in tema di mobilità: meglio tardi che mai.

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Urrà: affondiamo tutti

Noia estiva. Guardate cosa scrivono su The Moscow Times riguardo all’affare sanzioni contro la Russia: “…The price of Urals crude oil, Russia’s key export and the lynchpin of its government finances, fell below $100 this week for the first time in more than a year, after plummeting $15 in under a month. Russia relies on hydrocarbon exports for 50 percent of its budget. Already squeezed by Western sanctions over Ukraine and balanced on the edge of recession, a sudden collapse in oil revenue looks like bad news for the economy….”. Il petrolio Ural Blend è andato sotto i 100 dollari al barile in pochi giorni; l’articolista festeggia le difficoltà di bilancio attese per il suo governo, nella speranza che una folla di russi arrabbiati mandi via a calci i governanti del momento.

Ora, sapete com’è: il greggio viaggia sulle petroliere in tutto il mondo. E’ facile da muovere, utile, potente, versatile. Tutti lo vogliono, ed ultimamente costa un occhio della testa – con gran penare di noi fessi di italiani che insistiamo a consumarne troppo. Il fatto che stiamo parlando di una merce che viaggia con tanta facilità a livello globale deve insospettirvi: non è che per caso il prezzo è globale, piuttosto che locale? Va bene che esistono qualità di petrolio diverse, non puoi paragonare il fantastico light crude libico all’oliaccio pesante dei venezuelani; però petroli simili avranno prezzi simili un po ovunque, se il mercato globale non ci inganna. Ebbene si: il petrolio ha perso quota dappertutto in questi giorni. Non solo in Russia, con buona pace del giornalista di cui sopra. Potete controllare qui, se volete: dopo un annetto a 105 / 110 dollari, abbiamo preso la via della discesa. In tutto il mondo, e i vari Brent e Wti sono un segnale inequivocabile. Non è detto che duri, ma è un trend nuovo ed interessante.

I russi ci hanno fatto un mucchio di soldi, col petrolio, al punto di essere pressoché privi di debito pubblico (avete letto bene: hanno un debito pubblico che non va oltre un 11 – 13 % del Pil) e di essersi dotati di riserve di valuta estera grandi come il debito esterno. Cioè non hanno praticamente debiti con nessuno, né in patria né fuori. E’ corretto pensare che l’abbassarsi dei prezzi sia un problema per loro? Con il greggio a 60 dollari cosa succede? Chi ci rimette di più?

Dipende. Dipende dal contesto. Se vivi in un mondo pieno di greggio, i produttori in lizza tra loro devono svendere le risorse e a vincere sono i consumatori. Vi ricordate gli anni ’90? Petrolio a 10 o 20 dollari al barile, allegre prepotenze nell’area che fu la sfera di influenza sovietica, affari d’oro. Un bel mondo, risorse gratis e calci nel sedere agli spacciatori di petrolio. Ma adesso non viviamo negli ’80 o ’90: guardate il calendario, siamo ad agosto 2014. Il mondo è cambiato, da cima a fondo. Oggi viviamo in un mondo in cui domina la carenza di risorse: il petrolio è difficile da estrarre, quello rimasto è spesso scadente. Ci dedichiamo a bizzarrie come biocarburanti e shale oil, chiaro segnale delle difficoltà del comparto. Si fa fatica a trovare liquidi da bruciare, e il prezzo è cresciuto: dopo lo scossone del 2008 / 2009 ha preso a veleggiare sul centinaio di dollari, e da li pare non volersi smuovere.

Già, l’estate del 2008: ricordate? Un simpatico gruppo di speculatori inesperti si fece prendere la mano spingendo il prezzo del greggio Wti a pronta consegna a toccare i 147 $/bbl; la situazione divenne insostenibile, ci fu un tracollo economico grandioso. Con relativa ridiscesa temporanea del greggio a meno di 40 $/bbl, e successiva graduale risalita ai livelli attuali. La caduta del prezzo non era dovuta alla improvvisa comparsa di nuove risorse economiche ed abbondanti: era dovuta alla bancarotta dei compratori, condita di qualche esagerazione speculativa. Le nazioni importatrici, sommerse di debiti e con aziende in crisi, dovettero rassegnarsi a comprare meno – e a veder fallire parecchie banche. Oggi celebriamo quell’evento come la Grande Recessione, che qui in Italia pare non finire mai.

E i russi? Hanno patito i loro problemi per un annetto, poi si sono rialzati. Senza debiti, vale la pena tenerlo a mente, e comunque non hanno fatto parlare granché di sé i giornali dell’epoca. Hanno risorse ambite, un paracadute di grande valore. Se i prezzi scendono, oggi come oggi, non vuol dire che è arrivata la cuccagna: vuol dire che noi compratori ci siamo svenati al punto da dover gettare la spugna. Coperti di debiti, come è anche il caso dei cugini americani. Questo significa che lo scalino visibile nei grafici delle quotazioni del greggio non è una cosa che possa impensierire molto lo zar di tutte le russie: per lui il problema, casomai volessimo replicare il noto tracollo del 2009, sarà probabilmente transitorio. E’ per noi che rischia di essere definitivo, e questo non è uno scherzo: lasciamo da parte le velleità di improbabili e pericolosi colpi di stato in Russia, e pensiamo a che fare per renderci meno vulnerabili al prossimo scossone. Lo zar resterà più o meno dov’è; il problema è dove andranno a finire tutti gli altri. Noi compresi.

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