Idrocarburi e debiti: lo spettacolo continua

Lo stato di salute dell’industria del petrolio – e degli idrocarburi in senso lato. Come vanno le cose in questi giorni? Possiamo cercare qualche notizia rovistando nelle banche dati inerenti il settore energia. In particolare mi permetto di proporvi la pubblicazione Data Book 2017 della nostra Unione Petrolifera. Gli estensori hanno voluto fornire, tra gli altri dati, un resoconto dell’andamento degli investimenti in ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi; il grafico relativo è alla scheda 30 del rapporto. A tutti gli effetti queste informazioni sono state derivate da analisi fornite da Institut Francais du Pétrole, Barclays et alii. La propensione delle compagnie petrolifere a spendere per nuovi progetti è una indicazione interessante riguardo alle vicissitudini del comparto: rappresenta sì le attese del mercato, incarnate nei prezzi delle materie prime; ma rappresenta anche la maggiore o minore difficoltà sperimentata dalle aziende nel reperire finanziamenti.

investimenti estrazione produzione petrolio greggio miliardi dollari $ 2016 compagnie petrolifereInvestimenti mondiali in estrazione e produzione di greggio, $ 2016. Grafica: UP.

Stiamo vivendo un momento storico eccezionalmente diverso da quelli precedenti, anche se forse questo si potrebbe dire di parecchie altre epoche. Sicuramente quello che abbiamo visto accadere negli anni ‘70 o ‘90 è archiviato, ha lasciato il passo a fenomeni nuovi. Osservate bene il grafico in alto: il petrolio ha mostrato punte di prezzo altissime anche in passato, le fiammate del 2008 o del 2011 non rappresentano una novità assoluta. Gli investimenti effettuati dalle compagnie petrolifere per scovare ed estrarre petrolio – il cosiddetto upstream – hanno però mostrato una tendenza nuova ed inedita. Nel periodo 1980 – 2003 la spesa complessiva è stata di circa 2680 miliardi di dollari, riferiti al potere d’acquisto al 2016. Nell’intervallo 2004 – 2016 la spesa cresce in maniera esplosiva: ben 5820 miliardi di dollari. Un ritmo annuale di spesa più che quadruplicato, a fronte di produzioni tutto sommato abbastanza stazionarie – di certo non quadruplicate.

Questi soldi, questa montagna di soldi, da dove sono spuntati? E perché sono stati spesi nell’ultimo decennio? Per quale ragione non si è visto niente di simile alla fine degli anni ‘70? In quell’epoca le crisi petrolifere erano considerate una minaccia esistenziale per l’economia del pianeta; come mai la spinta a spendere soldi in ricerca ed estrazione di nuovo petrolio fu così modesta rispetto ad oggi? Non stiamo parlando di un problema energetico, che pure esiste: stiamo parlando di un problema finanziario. Negli anni ‘70 i governi, davanti alla carenza di risorse, reagivano stampando moneta e distribuendola con la spesa pubblica. L’inflazione conseguente, talora distruttiva, evidenziava la natura pratica del problema. Nell’ultimo ventennio dalle nostre parti nessuno ha più stampato banconote per regalarle alle famiglie: anziché l’inflazione, ci siamo trovati tra le mani la deflazione. In questo curioso contesto i banchieri centrali, ormai padroni del sistema, hanno avuto la brillante idea di azzerare i tassi di interesse sui prestiti e di annullare le riserve obbligatorie delle banche. Non è mai stato così facile per una banca, in Europa, prestare soldi di cui nemmeno dispone; e non è mai stato così facile indurre aziende e cittadini a contrarre debiti presso una banca.

L’enorme bolla dei prestiti che è scaturita dalle recenti scelte politiche la conoscete tutti. E’ pieno di grassatori di provincia che si sono indebitati per speculare su stock borsistici ritenuti capaci di muoversi solo verso l’alto. I privati cittadini hanno partecipato all’orgia dell’indebitamento riempiendosi di automobili comprate a rate e di mutui per abitazioni pagate due o tre volte quel che realmente valevano. L’industria del petrolio poteva fare qualcosa di diverso? Purtroppo non poteva, non c’era modo di resistere all’ingigantirsi della massa di debiti; chiunque avesse tentato di sottrarsi a questa follia avrebbe semplicemente chiuso i battenti. Le compagnie petrolifere sono state costrette a fare quello che hanno fatto tutti gli altri attori economici: si sono coperte di debiti, ed hanno impiegato i soldi – apparsi magicamente dal nulla – per portare avanti avventure costose e di difficile gestione. Avete in mente dei nomi, come shale oil o deepwater. Esistono altri possibili esempi, ma non è questo il punto: il problema è vedere cosa sia stato ottenuto da questa mania di perforare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo e a qualsiasi costo.

rapporto tra flusso di cassa e spesa per il servizio del debito, interessi e rate, compagnie petrolifere, costi di estrazione e produzione petrolio gas idrocarburiRapporto tra costo dei debiti e flusso di cassa per l’industria petrolifera. Grafica: EIA.

Ancora una volta, non stiamo parlando di idrocarburi. Le produzioni di liquidi disponibili al 2004 ammontavano a circa 3,9 miliardi di t; ad oggi probabilmente si attestano a 4,3 – 4,4 miliardi di t. La sproporzione tra gli incrementi ottenuti e le maggiori spese sostenute è evidente. Abbiamo ottenuto però qualcosa di diverso ed altrettanto interessante: le compagnie petrolifere, sommerse di debiti, si ritrovano oggi a spendere una frazione crescente del proprio flusso di cassa semplicemente per pagare rate e rimborsi sui prestiti con cui si erano finanziate. La grafica ricavata dai rapporti della EIA lascia pochi dubbi al riguardo: il peso di queste uscite è arrivato a divorare praticamente l’intero bilancio delle compagnie petrolifere a metà del 2016, seppure per poco tempo. Con il progressivo abbassamento delle quotazioni del greggio registrato a partire dal terzo trimestre del 2014, gli introiti delle compagnie avevano preso a restringersi. Le spese sostenute per ripagare quote di mutui e relativi interessi però rimanevano più o meno le stesse: da qui l’incremento della relativa incidenza sul totale del operating cash flow. Alla fine del 2016 la situazione è migliorata temporaneamente, grazie ad una leggera ripresa dei prezzi.

Notiamo bene una cosa: la ripresa dei prezzi del greggio forse si è già conclusa. Le punte di 55 – 60 $/bbl registrate fino a febbraio 2017 paiono essere già archiviate; ora stiamo di nuovo orbitando attorno ai 40 – 50 $/bbl, più o meno il livello che aveva prodotto le gravi difficoltà registrate a metà del 2016. Il problema fondamentale per le compagnie petrolifere ora è semplice: quale importo si ridurrà prima e più in fretta? Il costo dell’indebitamento? O le entrate ottenute tramite la produzione? Alcuni attori sleali sono riusciti a “rinegoziare” i propri debiti, cioè rinnegarne una parte, rifilando il cerino ad incauti investitori; questo raggiro altamente politicizzato però non è concesso a tutti. In altri casi sono state negoziate al ribasso le spese per le compagnie di servizi – che continuano a perforare e mettere in produzione pozzi ma vengono pagate meno; ovviamente questa pratica distruggerà rapidamente le suddette compagnie di servizi. Simili trovate rinviano la resa dei conti, ma non risolvono nulla.

La situazione è spinosa: gran parte di questa mostruosa quantità di debiti – parrebbe più di 3000 miliardi di dollari a livello globale – è costituita da finanziamenti a durata variabile impegnati in attività di prospezione e produzione di idrocarburi non convenzionali. I debiti in questione dovranno incidere sui bilanci aziendali anche per decenni. Il nuovo petrolio scovato spendendo quei soldi invece potrebbe avere una durata di vita inferiore: conoscete già i feroci tassi di esaurimento a cui vanno soggetti i pozzi di shale oil. Non è che vada poi molto meglio con altre imprese, tipo tar sand o perforazioni in acque profonde. Ora sarebbe interessante vedere cosa succederà ai prezzi del greggio: il fardello del debito si era leggermente ridotto a partire dall’autunno del 2016, grazie ad una leggera ripresa delle quotazioni. Ora i prezzi sono di nuovo ad un minimo: per quanto tempo le compagnie più esposte potranno reggere? E a qualcuno verrà davvero in mente di alzare i tassi di interesse, fosse anche di uno zero virgola? Con quali effetti sulle aziende? Soprattutto, stare seduti ad aspettare e non fare niente è davvero una scelta possibile?

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Le foglie delle piante fanno caldo: meglio l’asfalto?

Proposizione: le foglie degli alberi sono scure. Mediamente, dove metto alberi la luce del sole tenderà a produrre più calore al suolo rispetto alle aree circostanti. Chi lo racconta? Varie fonti, ma questo non è poi così importante; questa chiacchierata non deve concludersi con una rissa, è solo l’occasione per perdere una manciata di minuti in discussioni leggere. Navigando a caso nel mare della rete con un motore di ricerca, potremmo leggere affermazioni del tipo “…. la quantità di CO2 che si può assorbire per riforestazione è piccola in confronto alla quantità emessa dalla combustione dei fossili. E che questo modesto risultato può facilmente essere annullato dall’effetto del colore scuro delle foreste….”. Lasciamo stare le questioni relative alla CO2 – ovviamente le piante possono fare poco davanti alle nostre furiose emissioni da combustibili fossili. Avrei da dire qualcosa circa il fatto che quando si parla di emissioni climalteranti c’è una folla di persone che gridano che “è colpa degli agricoltori”, salvo poi raccontare che “le foreste non servono a niente”: due affermazioni intrinsecamente contraddittorie e che ho sentito proporre assieme. Divertente, ma pericoloso.

Bando alle ciance: il colore scuro delle foreste dunque. Conoscete il concetto di albedo? Si tratta della misura della quantità di radiazione che incide su di una superficie e che viene da essa riflessa. Attenzione, riflessa e non riemessa: luce rossa, ad esempio, che rimbalza via da una lamiera smaltata come luce rossa e nient’altro. Se la luce viene assorbita, è possibile che venga poi emesso calore sotto forma di infrarosso dall’oggetto esposto all’illuminazione; ma questo fenomeno non è una riflessione, è un’altra cosa. Quanto riflettono le superfici? Il nostro pianeta ha una albedo media che viaggia attorno a 0,30 – 0,35, anche se esistono valori attestati in letteratura un pelo più alti. La variabilità nello spazio e nel tempo è molto forte: nuvole e neve riescono a spedire via anche il 40 – 80 % della luce incidente sotto forma di luce riflessa. Il catrame e gli asfalti invece ben poco, e si scaldano parecchio: possono riflettere luce in ragione di pochi per cento della illuminazione incidente. Fino a qui la storia è banale: ma la vegetazione che fa?

albedo clear sky giugno pianeta terra riflessione luce sole radiazioneAlbedo media “clear sky”, giugno. Grafica: NASA.

La misura comparativa dell’albedo che vi propongo in immagine è presa a prestito dalla sezione NASA – Global Energy and Water Exchanges. Teniamo a mente una differenza importante: con “clear sky albedo” intendiamo la frazione di luce solare incidente riflessa dal terreno; con “total sky albedo” invece ci riferiamo alla riflessione combinata del suolo e delle nubi. Tornando all’immagine sopra, che rappresenta il solo comportamento del suolo, possiamo notare alcune cose interessanti. Gli oceani sono scuri, assorbono quasi tutta la luce che li investe. Le masse di neve e ghiaccio delle alte latitudini invece sono chiare: hanno grandi capacità di riflessione. Una cosa meno ovvia è il comportamento delle aree desertiche: se guardate bene l’area del Sahara, noterete che l’albedo è oggettivamente alta; la superficie del deserto riflette molta più luce di quanto possano fare il territorio europeo o la regione amazzonica. Il fatto di avere utilizzato per i confronti un valore di albedo che rimuove l’azione delle nubi rende questa differenza ancora più evidente. E così, pare proprio che la vegetazione abbia qualche difetto in tema di microclima locale: se meno luce viene riflessa, più calore verrà generato al suolo. Un pessimo affare, si direbbe.

Il pessimo affare è purtroppo un altro: il fatto di non fermarsi a pensare al significato dei dati e dei modelli. Possiamo impilare cifre ed immagini fino a coprire un’intera città, senza per questo comprendere la natura del fenomeno che osserviamo. Voi dove preferireste abitare, mettiamo, a metà giugno? Nelle settimane attorno al solstizio estivo l’insolazione è quasi uniforme dall’equatore al polo nord. Stando alle tabelline fornite, ad esempio, dall’enciclopedia in inglese, i materiali che meglio riflettono i raggi solari sono – ci crediate o no – la sabbia dei deserti ed il calcestruzzo appena indurito. Le foreste sono scure, al punto che perfino un asfalto appena invecchiato, e quindi leggermente decolorato, può arrivare ad avere capacità di riflessione abbastanza simili. Vi ripeto la domanda: voi a giugno, in una giornata di cielo sereno, dove preferireste abitare? In mezzo ad un boschetto di pioppi nel bolognese? In una dacia circondata di abeti? O in mezzo alle sabbie del Sahara? O piuttosto in un capanno di cantiere attorniato da cortili in cemento? Provate a darvi una risposta, di getto, e cercate di pensare a quale ne sia il motivo.

Se non vi viene in mente niente, mi permetto di suggerirvi una prima ricerca sul tema “isola di calore”. In inglese potete cercare qualcosa come “urban heat island”; se possibile è utile farlo, visto che amplia il materiale disponibile per la discussione. Brevemente: in una qualsiasi area urbana, una sistematica verifica delle temperature in una giornata estiva rivelerà che le aree alberate o almeno inerbite sono di gran lunga le più fresche. Non importa sapere quali siano i materiali messi a confronto: asfalto, ceramiche, selciati in calcestruzzo, vetrate, tetti in lamiera, cortili ghiaiati – non fa differenza. Per quanto diverse possano essere le soluzioni costruttive del caso, il risultato sarà sempre il medesimo: o siete sotto alle foglie di una pianta, oppure morite di caldo. Per rendere evidente questo fenomeno possiamo affidarci ancora una volta a qualche immagine presa a prestito dalla NASA.

Isola di calore urbano, Buffalo, USA. Vegetazione, suolo urbanizzato, clima, temperaturaTemperature, suolo urbanizzato e vegetazione; Buffalo, USA. Grafica: NASA.

L’immagine ritrae l’abitato di Buffalo; fornisce in ordine le temperature diurne rilevate, il grado di antropizzazione del suolo e la densità della vegetazione per la città ed i dintorni. Potete ingrandirla ed osservarla meglio. Sorprendentemente, le aree più fredde coincidono con le aree aventi maggior presenza di alberature. Eppure le considerazioni circa l’albedo dei materiali avrebbero suggerito qualcosa di diverso. Ammettendo anche che lo spazio urbano fosse costituito interamente di parcheggi asfaltati, dovremmo ricordare che la capacità di un asfalto un po invecchiato di riflettere la luce solare non è dissimile da quella manifestata da un foresta della fascia climatica temperata. Una città a dire il vero contiene anche elementi nettamente migliori in termini di albedo. E allora torniamo al punto: come mai stranamente le uniche aree cittadine nelle quali in estate non si muore di caldo sono quelle caratterizzate da discreta copertura vegetale? E perché questa evidenza sperimentale nota a chiunque sembra contraddire altre valide evidenze sperimentali circa le relative albedo manifestate dalle diverse coperture del suolo?

Le temperature rilevate nell’esperimento condotto dalla NASA a Buffalo in effetti mostrano una correlazione quasi perfetta con il livello di urbanizzazione; e parimenti una correlazione inversa altrettanto impeccabile con la densità di copertura vegetale. Non è possibile appoggiarsi a considerazioni circa il calore diretto prodotto dalle attività antropiche, consumi di combustibili in particolare: se fosse questa la causa principale del problema, allora le correlazioni verrebbero meno. A spiccare sarebbero esclusivamente grandi industrie, strade molto trafficate o altri oggetti comparabili. Invece la mera presenza di suolo urbanizzato sembra produrre sempre ed ovunque anomalie termiche positive comparabili in intensità. Giocate con l’immagine di Buffalo, osservatene i vari quartieri, ve ne renderete conto da voi. Otre a questo, dobbiamo ricordare che le disponibilità energetiche variano immensamente a seconda delle capacità economiche delle nazioni – o delle regioni – considerate. Stranamente però l’isola di calore si riproduce più o meno allo stesso modo in qualsiasi agglomerato urbano andiamo ad osservare.

Il suolo antropico è capace di fare quello che fa un deserto: riflette una certa quantità di luce, in termini di albedo è effettivamente performante. Purtroppo però questo fatto non sembra produrre vantaggi in termini di microclima locale: una città in estate è una fornace invivibile. L’unica salvezza pare essere costituita dai parchi pubblici, tanto frequentati nelle serate estive. La radice del problema è l’interazione tra insolazione e caratteristiche delle coperture al suolo: se trasformiamo queste coperture, e noi umani lo facciamo sempre, cambieremo i bilanci termici nell’area coinvolta. Le piante, e le loro foglie, sono apparentemente in svantaggio in termini di capacità di riflettere la luce in una calda giornata d’estate; ma per qualche strana ragione, più ce ne sono e meglio ci possono difendere dal calore estivo. Evidentemente milioni di anni di evoluzione hanno permesso a queste creature di sviluppare strategie utili a tenere sotto controllo il calore in eccesso che si produce stagionalmente. Di certo la questione non è circoscritta al solo parametro denominato albedo: il problema è complesso e non si presta a facili semplificazioni.

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Viadotti, sprechi & crolli: il cemento si fece debito

In Italia in questi ultimi tempi abbiamo trovato un nuovo modo per divertirci: accendiamo la TV, cerchiamo un telegiornale e vediamo cosa è crollato nelle ultime ore. Non è un gran passatempo, ma questo passa il convento; lo stato di manutenzione delle nostre infrastrutture non è oggi dei più brillanti, e questo comporta parecchie conseguenze. Le opere pubbliche italiane purtroppo sono gestite da personaggi che hanno anche qualche abitudine malsana; più che quelli funzionali, gli obiettivi paiono essere quelli relativi alla pura e semplice spesa. Siamo circondati di persone che ci raccontano che con qualche nuova opera “ripartirà la crescita”; o che basterà qualche altro cumulo di catrame per “rilanciare il Paese”. Non costruiamo ponti per collegare città: costruiamo ponti per spargere soldi, perché è questa la formula miracolosa che può rivitalizzare l’Italia.

Forse era questa; adesso le cose funzionano in maniera diversa. Pare che l’atto di spargere soldi a pioggia sotto forma di cantieri non sia più particolarmente efficace. Non produce occupazione, tende semmai a distruggerla furiosamente – giacché i soldi che spendiamo per creare pochissimi posti di lavoro nelle opere edili sono costati una vera e propria devastazione fiscale a carico degli stipendi dei salariati. Non ci apre più nuovi mercati, che sono ormai globali nel senso vero del termine: in un mondo dominato da giganti geopolitici che commerciano via nave, a cosa servirà costruire un’autostrada in più o in meno in mezzo a delle montagne? Cosa ci rimane quindi, a parte la triste litania di viadotti spezzati e sottopassaggi allagati? Forse le spese folli da pagare? Che altro?

Spesa annua per opere pubbliche, cantieri, grandi opere, costi, costruzioniRisorse disponibili per nuove infrastrutture, milioni di euro 2016. Grafica: ANCE.

Possiamo provare a ragionare in quantità su questa vicenda. Le opere pubbliche hanno dei costi, teoricamente rilevabili tramite i dati resi noti dalle amministrazioni coinvolte. L’immagine presa a prestito sopra è prodotta da ANCE – parte dell’Osservatorio congiunturale di luglio 2016 – e rende conto degli importi che in Italia sono stati spesi annualmente per queste opere; attenzione, non tutte: solo quelle nuove. Nel periodo 1992 – 2016, le risorse messe in campo equivalgono complessivamente a circa 1135 miliardi di euro attualizzati; più di 45 miliardi per anno. Teniamo a mente che al momento il debito pubblico italiano ammonta a circa 2240 miliardi di euro: le sole spese per nuove opere pubbliche avrebbero ammassato uscite totali equivalenti in un lasso di tempo di circa cinquant’anni. Con buona pace della finanza di progetto ed altri simili ammennicoli, tutti destinati a finire nel calderone del debito pubblico alle prime difficoltà di recupero degli investimenti – esemplare e non isolata la situazione della BreBeMi.

Gli importi assoluti spesi per cantieri più o meno utili sono un dato opaco e fumoso: come vengono realmente utilizzati i soldi? Per dire, la chiacchierata TAV nostrana costa parecchio di più di quanto costi in Giappone o in Francia. E’ cosa nota che dalle nostre parti un’opera venga approvata per una certa cifra posta a preventivo; e che a fine lavori il consuntivo risulti quadruplicato o anche peggio. Si tratta di un meccanismo rodato che serve a rassicurare – anzi, ingannare – il pubblico circa i costi degli interventi: approvati ed avviati i lavori, chi oserà tirarsi indietro? Si va avanti finché non si finisce l’opera – o finché non finiscono i soldi. Sarebbe interessante capire quanta parte della spesa in cantieri sia destinata realmente ai relativi costi, e quanta invece a ruberie di varia natura. Stando alla nostra Corte dei Conti, la mera corruzione impone un aggravio di almeno il 40% alla spesa che dirigiamo ai cantieri pubblici. Si tratta di stime fatte a spanne e discutibili, ma purtroppo provengono da magistrati che conoscono molto bene le vicissitudini finanziarie di cui parlano.

Il dato riferito da ANCE è circoscritto solamente alle nuove opere; ammodernamenti e manutenzione sono una cosa diversa. Non si discute nemmeno di interessi: posto che i soldi che spendiamo in cemento sono presi a prestito, quanto ci costano in termini di oneri finanziari? In un decennio abbiamo speso quasi 760 miliardi di euro solo in interessi sul debito pubblico. Ovviamente una parte importante di questi debiti è stata prodotta dalle spese di cui parliamo: tutto quel cemento che abbiamo sparso un po ovunque. Paghiamo un’opera pubblica – sovente inutile – quattro o cinque volte quel che costa. Poi paghiamo lauti interessi sui debiti contratti per finanziarla. Nel mentre, questi debiti si ammassano gli uni sugli altri, a costruire una montagna alta fino al cielo. Siamo sicuri di voler insistere in questo modo? Non sarà magari che il rilancio di questo Paese passi piuttosto attraverso una campagna di rottamazione di opere inutili? C’era una volta un signore, un reggiano, che si era fatto venire questa curiosa idea. Era un ministro; chissà se gli italiani hanno compreso il messaggio che lanciava.

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Il mondo che cambia, e le vecchie carte

Alle volte le pareti dei corridoi dei nostri istituiti universitari e scolastici sono addobbate da oggetti interessanti e datati. Come le vecchie – o talora antiche – carte geografiche che andavano tanto di moda in un’epoca nella quale si pretendeva ancora di insegnare agli studenti la collocazione di luoghi quali il Kazakistan o l’Uruguay. L’epidemia di ignoranza geografica a cui assistiamo in questi ultimi anni forse richiederebbe qualche intervento. Avete mai visto una carta geologica? Una di quelle carte tematiche che rappresentano la disposizione e le caratteristiche dei terreni affioranti. Probabilmente si, e più di una volta. Ma ve ne voglio proporre una molto particolare, vecchia di più di cinquant’anni, ed inerente una regione che a Seconda Guerra appena conclusa ancora aveva parecchi segreti da svelare.

antica carta geologia e geografica della regione artica, 1960, geological map of the arctic, first international symposium on arctic geology, ghiaccio marino artico permanente, limit of permanent polar iceGeological map of the arctic, first international symposium on arctic geology, 1960.

La regione artica veniva esplorata da decenni, ma solo con l’avvento dei mezzi tecnici moderni è stato possibile imprimere una spinta decisiva al miglioramento delle relative conoscente. Tra i tanti punti di svolta, pensate al ruolo dei sommergibili nella definizione della batimetria dei fondali; o anche all’impatto delle prime conferenze internazionali, capaci di far dialogare studiosi di decine di nazionalità differenti. Il bell’esemplare di carta esposto sopra si trova lungo un anonimo corridoio a Modena. Data 1960, e riassume conoscenze accumulatesi negli anni precedenti; la conferenza da cui origina permise di abbattere barriere considerevoli in senso scientifico, generando uno sguardo d’insieme alle caratteristiche geologiche ed ambientali dell’Artico davvero rilevante.

Nei disegni che la compongono potete vedere molte cose interessanti, come la dorsale Lomonosv – tanto chiacchierata in questi anni per le dispute sorte attorno alla sovranità sui fondali marini della regione artica. C’è anche uno schema tettonico semplificato, oltre a numerose indicazioni ormai superate quali la presenza dell’allora Unione Sovietica. Se osservate bene subito sopra il Mare di Beaufort, noterete una scritta che recita “APPROXIMATE LIMIT OF PERMANENT POLAR ICE”. E’ stata piazzata in aderenza ad un perimetro che racchiude, in campitura bianca, il Polo Nord geografico assieme alle regioni di mare ad esso circostanti. Le conoscenze disponibili nel 1960 avevano indotto i redattori della carta ad affermare che, all’interno di questo perimetro, il ghiaccio marino artico era sempre presente. L’estensione indicata in questo lavoro possiamo provare a confrontarla con quella messa a disposizione dal NSIDC statunitense.

estensione della banchisa artica a settembre 2000Ghiaccio marino artico, settembre 2000. Fonte: NSIDC.

In effetti per l’anno 2000 l’ampiezza rilevata delle aree coperte dai ghiacci somiglia parecchio al limite indicato dagli studiosi nella carta del 1960. Il mese di riferimento è settembre, notoriamente il momento di minima estensione del ghiaccio artico. La mappa di concentrazione rende anche un’idea della qualità della copertura: le aree a tonalità più scura sono quelle che ospitano una banchisa meno continua e meno spessa. E in effetti, osservando la situazione per settembre 2000, possiamo notare che nel perimetro interessato dal ghiaccio marino non c’è solo ghiaccio: qua e là si comincia a vedere anche parecchia acqua mista a ghiaccio. Negli anni successivi si sono avuti vari episodi di fusione, anche massiva, sempre culminanti a fine estate.

estensione della banchisa artica a settembre 2012Ghiaccio marino artico, settembre 2012. Fonte: NSIDC.

Ed eccoci al settembre 2012: la situazione è cambiata parecchio. L’estensione della banchisa artica al minimo stagionale è ormai la metà di quella usuale. Per colmo di ironia, una parte importante del perimetro che ospita ghiaccio marino è in effetti occupata da miscele di acqua e ghiaccio aventi solidità piuttosto precaria. Noi esseri umani viviamo nel presente, non riusciamo a percepire i cambiamento lenti e grandiosi a cui va incontro l’ambiente che ci ospita. Una vecchia carta impolverata però può farci vedere il mondo così come lo vedevano persone ormai scomparse, e riesce a farci percepire trasformazioni che altrimenti potrebbero passare inosservate. Decisamente l’Artico oggi non è quello che descrivevano i nostri nonni. Resta da capire, o magari solo da verificare direttamente, quanto grande sarà il prezzo che dovremo pagare per questi cambiamenti.

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Ghiacciaia abbandonata: la primavera oggi, e nel XIX secolo

Nel territorio del mio comune abbiamo la fortuna di ospitare una villa patrizia del XVII secolo. E’ un oggetto notevole, rimaneggiato in epoca successiva al passaggio di proprietari con vedute diverse. I giardini formali originari, solo in parte preservati, sono circondati da addizioni ottocentesche che forse hanno importanza ancora maggiore: si tratta di uno dei giardini romantici più grandi ed importanti del nord Italia. La disgrazia della villa, e del parco: si tratta di un bene pubblico detenuto dai comuni del circondario. Un bene pubblico in Italia di solito non se la passa molto bene, ma il fatto di accavallare amministrazioni diverse peggiora la situazione. Ora che è arrivata la primavera, questa è la meta ideale per chi vuol farsi un giro in bici.

Collina della ghiacciaia, villa a Castelfranco, plataniTra le tante cose che caratterizzano il luogo dobbiamo ricordare la grossa ghiacciaia. Non è ovviamente l’unica nei paraggi, ne conosco parecchie altre in vario stato di conservazione. Però è un oggetto interessante, tipico delle grandi tenute della nostra pianura. Veniva riempita di neve a fine inverno, e permetteva di conservare i cibi per mesi al freddo. In termini costruttivi, di solito si trattava di un recipiente in muratura avente la geometria di un grosso uovo; non so se siano state utilizzate anche forme prettamente sferiche, non lo posso escludere. Il pavimento di fondo era piatto, almeno per una parte del diametro massimo della struttura. Anche questa tenuta, operando come una grande azienda agricola, aveva necessità di conservare al freddo le derrate alimentari.

Entrata della ghiacciaia a Castelfranco, cancello in ferro, corridoio.La porta di entrata della ghiacciaia si trova abbastanza in alto, quasi alla sommità del vano ovoidale in muratura. La terra di scavo ottenuta durante i lavori veniva impiegata per rivestire l’opera, migliorandone l’isolamento termico. La grande massa muraria ed il rinterro, assieme alle dimensioni considerevoli, garantivano l’efficacia di questo curioso e gigantesco frigorifero ante litteram. Tutto quello che bisognava fare era procurasi della neve, gettarla dentro alla struttura, comprimerla e godersi il freddo – curando ovviamente lo smaltimento dell’acqua di fusione. Gli spazi disponibili venivano ripartiti per alloggiare sia neve compatta che derrate da conservare. Disporre di una cella frigorifera sicura ed efficace in un’epoca in cui non esistevano nemmeno le lampadine era un vantaggio eccezionale, non c’è dubbio.

Ghiacciaia a Castelfranco, lapide con iscrizione inaugurale sopra alla porta di accesso.

C’è un dettaglio che cattura l’attenzione dei visitatori, proprio sopra alla porta d’ingresso della ghiacciaia: un’iscrizione nella muratura. Più che una pietra scolpita, parrebbe un blocco di terracotta scritto da crudo. Le lettere si leggono male, ma qualcosa ancora si può intuire. Più o meno:

IL DÌ 28 APRI[L]E 18[71]

FU RIEMPITA DI NEVE

GIO. ROMA[GNI]OLI FATORE

La data esatta non è sicura, potrebbe trattarsi del 1870 o del 1890; ci sono altri dettagli incerti nello scritto, ma fa poca differenza. Quel che sappiamo è che alla fine dell’800 un fattore emiliano aveva dato ordine di eseguire il primo riempimento di una ghiacciaia, e aveva anche pensato di mettere una lapide a ricordo dell’inaugurazione della struttura.

E adesso ditemi: quand’è stata l’ultima volta che avete visto la neve in Pianura Padana a fine aprile? A fine aprile, provate a pensarci. No, non una spolverata di neve: proprio una montagna di neve. Per varie ragioni. Se devi riempire di neve una struttura del genere, visti i costi economici, devi essere sicuro di riuscirci. Non puoi rischiare, se aspetti troppo e non c’è neve hai buttato via l’annata. Ammassare neve per preservarla in attesa di riempire la ghiacciaia può essere un’idea, ma con questa scelta guadagni qualche giorno; magari un paio di settimane. No, decisamente la situazione è più semplice: a fine ‘800 in Emilia non era infrequente avere ancora neve al suolo a fine aprile. E soprattutto era normale avere temperature massime ancora insufficienti a fonderla velocemente. La lapide della fotografia basterà a consolare chi si lamenta del freddo, e a ricordare a tutti noi che la osserviamo che il clima a cui siamo abituati oggi non ha molto da spartire con quello che caratterizzava un passato ancora prossimo.

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Shale oil: a Bakken qualcosa è cambiato

Riprendiamo il discorso relativo alla vicenda shale oil / gas, per il noto caso del Dakota del Nord. Le produzioni della regione sono cresciute esponenzialmente a partire dal 2005/2006, e sono entrate in stallo nel 2014; da allora una lenta caduta. I movimenti dell’ultima ora vanno presi con le molle: sono spesso effimeri, e in ogni caso i dati di produzione vengono rivisti per mesi. Volendo trattare nello specifico il solo bacino di Bakken / Sanish / Three Forks, vero cuore dei recenti miracoli petroliferi del Dakota del Nord, possiamo affidarci alla consueta e valida banca dati offerta dall’autorità governativa competente, la North Dakota Industrial Commission. Discesa delle produzioni già evidenziata per via grafica, ma ad ottobre e novembre 2016 si è assistito ad un rimbalzo considerevole. A dicembre, repentino crollo: evidentemente non ci sono stati cambiamenti strutturali importanti, ma solo una corsa ad estrarre e contabilizzare in fretta e furia qualche barile di petrolio in più in un momento ritenuto opportuno. Chissà che gli amministratori di alcune compagnie non abbiano provato a gabbare i revisori contabili iscrivendo a bilancio a fine anno volumi estratti insostenibili nel medio termine. Da fuori, impossibile capirlo con certezza.

Osservare un grafico che mostra i quantitativi di risorsa estratti, petrolio o quant’altro, a volte dice poco. Non racconta niente dei costi di estrazione, dei tassi di esaurimento; e non fornisce nessuna notizia riguardo la qualità del materiale ottenuto, né tanto meno sulle strategie messe in atto dalle aziende per l’immediato futuro. Neppure oscillazioni anomale ed eclatanti riescono a chiarire la situazione, e l’effimero rimbalzo produttivo registrato a Bakken a fine 2016 rende bene l’idea: chi avesse giudicato osservando quella crescita avrebbe potuto gridare al miracolo. A dicembre, dopo appena due mesi, il miracolo era svanito – e questo paradossalmente, ancora una volta, non dice niente del futuro né immediato né lontano. Stiamo osservando una macchina industriale e finanziaria complessa, non possiamo giudicarne il funzionamento limitando le osservazioni al solo andamento dei volumi – o dei danari – estratti.

Esercizio semplice: confrontiamo le quantità di greggio ottenute a Bakken con il numero di pozzi effettivamente in produzione. Non è una novità, e da queste parti il tema è già stato trattato; ma è sempre possibile osservare i medesimi argomenti da una diversa angolazione. Di solito il parametro a cui ci si affida è qualcosa del genere “BBLS Per Well” , o anche “Daily Oil Per Well”: petrolio estratto fratto numero di pozzi in attività. E’ un modello a mucca sferica che ci ha già raccontato cose interessanti: la produttività individuale dei singoli pozzi a Bakken declina da almeno 36 mesi. Per vedere qualcosa in più, anziché ai totali cumulati proviamo ad affidarci alle variazioni: cambiamento mensile nel numero di pozzi produttivi, e cambiamento mensile nella produzione – sempre riferiti all’area Bakken / Sanish / Three Forks. Nelle immagini di seguito, porremo sempre in ascissa le variazioni nel numero di pozzi operanti ed in ordinata le variazioni registrate per le produzioni di petrolio, in migliaia di barili / giorno persi o guadagnati mensilmente.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensiliBakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

E in effetti con il grafico sopra abbiamo almeno una idea di cosa sia la dispersione dei dati: punti sparsi ovunque nel piano cartesiano. Impiegare una variazione mese su mese per pozzi in attività e barili prodotti crea un problema: l’effetto delle trasformazioni del primo parametro non si risente in maniera istantanea a carico del secondo parametro, ed il gap temporale richiesto per produrre qualche cambiamento produttivo varia anch’esso in una forbice ampia. I tempi di completamento e messa in produzione, per ogni impianto, sono ballerini e possono essere influenzati da cose come bancarotte, nevicate, scioperi, incidenti, problemi impiantistici e via dicendo. Dove intervengono fattori umani e sociali, è molto frequente il caso di ritrovarsi correlazioni piuttosto scadenti – eufemismo! Ci arrendiamo? No, anche perché tutti questi puntini sembrano comunque concentrarsi lungo un paio di andamenti: uno a valori positivi di ambo i parametri, e l’altro disposto sotto all’asse delle ascisse, quindi con incrementi nei pozzi operativi e decrementi di produzione.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Proviamo a spianare il rumore generato dagli errori casuali con una media mobile: a 3 o 5 mesi dice poco. Andiamo oltre, media mobile su 11 mesi. E’ parecchio, ma magari qualcosa lo racconta. In effetti qualcosa la media mobile, sovrapposta nel secondo grafico ai singoli dati mensili, lo può raccontare. Quelli che prima sembravano puntini sparsi a caso ora sembrano i costituenti di un andamento complesso e ben delineato. Abbiamo una regione in cui si addensano parecchi punti, più o meno sull’origine; quindi un trend lineare che si dirige verso l’alto, più pozzi e più petrolio estratto. In alto a destra, uno stallo nel quale l’andamento medio orbita attorno a valori più stabili descrivendo poligoni sovrapposti. Quindi un ramo discendente, visibile e pressoché lineare, che riesce a portare le variazioni di produzione in territorio negativo. La cosa è poco chiara, perché mancano le date: dobbiamo sapere da dove siamo partiti, dove siamo arrivati e cosa è successo nel mezzo. Provvediamo subito.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile date storia percorso
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Tolti i dati di variazione mensile e centrata l’attenzione sulla sola media mobile, abbiamo davanti al naso la storia dell’avventura dello shale oil a Bakken. La vicenda prende le mosse nel 2006: le variazioni antecedenti sono piccole, si ammassano sull’origine degli assi e non hanno rilevanza. Dal 2006 in poi, qualcosa cambia: inizia una crescita considerevole nel numero di nuovi pozzi in produzione, assieme ad una crescita velocissima dei volumi di greggio estratti. Lo shock del 2009 non sembra cambiare la situazione, anzi: lo slancio verso l’alto cresce a dismisura almeno fino a tutto il 2011. A partire dai primi mesi del 2012, gli incrementi di produzione divengono più incerti; si continua a perforare a rotta di collo, con addizioni medie di 140 – 170 pozzi produttivi per mese. Dopo qualche ulteriore giravolta, a partire da settembre 2014, inizia una caduta rovinosa che perdura ininterrotta fino a questi ultimi mesi: già a metà 2015 le variazioni medie di produzione per il bacino sono ormai passate in territorio negativo, nonostante i pozzi produttivi insistano a crescere di numero. Volendo prestare fede ai dati disponibili, la situazione è cambiata drammaticamente: oggi come oggi, anche accrescendo il numero dei pozzi in produzione di 100 – 150 unità ogni mese potremmo solo mantenere stabile la produzione. I tempi nei quali questa azione generava incrementi mensili di 15.000 / 20.000 barili al giorno sono passato remoto.

La variabilità dei dati, la dispersione, raccontano altre vicende interessanti. Nel mese di ottobre 2016 è stato registrato il più grande incremento di produzione – sul mese precedente – mai visto per l’intero bacino: almeno 70.000 barili/giorno in più. Possibile gridare al miracolo, ma solo per una manciata di settimane: dicembre 2016 infatti segna il crollo più repentino di tutta la serie dati, con -86.000 barili/giorno. Non c’è stato nessun rimbalzo reale e duraturo: probabilmente è solo un problema di scadenze contabili e/o contrattuali, i produttori avranno ritenuto vantaggioso affrettarsi a vendere quella roba prima della fine dell’anno. Ad ogni modo la media mobile a 11 mesi insiste a seguire il tracciato delineato dalla fine del 2014. Un ulteriore cambiamento però dovrebbe attirare la nostra attenzione: le variazioni mensili del totale dei pozzi produttivi. In valor medio restano positivi, ma osservando i singoli punti dati possiamo notare una considerevole trasformazione: a gennaio 2016, per la prima volta dal lontano 2006, ne è stato registrato un decremento. A dicembre 2016 infine la caduta peggiore di sempre: in un colpo solo -104 pozzi attivi. Una novità per un bacino come Bakken, che per due lustri ha visto solo segni positivi davanti a qualsiasi parametro misurabile.

Arriviamo al dunque: il rapporto con i prezzi – e con gli investitori. Le quotazioni del petrolio si sono mantenute altissime durante lo sviluppo dell’avventura dello shale oil; l’interruzione del 2009 è stata breve, non ha cambiato gli andamenti. A partire da luglio 2014, prezzi in caduta verticale: già ad inizio 2015 le quotazioni si erano disposte ai livelli – modesti – che perdurano fino ad oggi. Questo cambiamento potrebbe essere invocato per giustificare uno stallo nelle attività di prospezione di nuovi depositi di idrocarburi; ma per quale ragione, improvvisamente, allo stesso numero di nuovi pozzi in linea dovrebbe corrispondere una produzione di molto inferiore? Una narrazione di gran moda è quella secondo cui “stanno tenendo il petrolio sottoterra in attesa di prezzi migliori”. Questa idea è stata smentita con chiarezza dalla stessa EIA, che segnalava il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende era divorato dal costo dei debiti già a fine 2015. Se non avevano contante in cassa ed erano sommersi di debiti, come avrebbero potuto astenersi dal produrre e vendere petrolio? Infatti non potevano, e hanno svenduto tutto il possibile.

La storia assume contorni poco rassicuranti: non sembra logico immaginare che a Bakken, o in bacini analoghi, ci siano tesori tenuti nascosti. Semplicemente la resa delle operazioni in atto è scarsa, e non regge il confronto con la cuccagna sperimentata fino a due anni fa. Osserviamo di nuovo il terzo grafico: se le tendenze di caduta in atto a giugno 2016 dovessero perpetuarsi, in pochi mesi a Bakken ci troveremmo con un numero di pozzi produttivi stabile ed una produzione in calo di almeno -20.000 barili/giorno per ogni mese. Che appare ovvio, visto che nel ramo ascendente di curva questo è stato il massimo ritmo mensile di incremento: pura simmetria. Però c’è una cosa meno ovvia da osservare: la tempistica di trasformazione. Quando la produzione saliva, i punti dati costituenti la media mobile si disponevano con una certa spaziatura; ora che scende, sono nettamente più spaziati. Il cammino in salita realizzato tra gennaio 2009 e gennaio 2012 è stato bruciato, nella discesa, in meno di 18 mesi. Siamo così sicuri che ascesa e declino del bacino di Bakken debbano essere processi perfettamente simmetrici? E se invece così non fosse?

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Di polveri sottili, stufe a legna, stufe a petrolio

Emergenza inquinamento: c’è sempre un’emergenza dalle mie parti. Che poi il termine emergenza si dovrebbe riservare ad eventi occasionali, sporadici, imprevisti. Dire che la Pianura Padana sia coperta da una coltre di fumi tossici in inverno – e purtroppo in parte anche nelle rimanenti stagioni – è raccontare ovvietà arcinote. La ventilazione sulle nostre pianure è a tratti scarsa, e le emissioni inquinanti sono terribili e diffuse: ci vuole poco a capire quale possa essere il risultato. Una gigantesca camera a gas, estesa dalla Romagna fino al Piemonte. Esistono valide banche dati che ci raccontano il fenomeno in quantità. Per la mia Emilia Romagna, provvede Arpa: diamo un’occhiata ai dati pubblicati in tema di polveri più o meno sottili.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 02-02-2017Concentrazioni di pm10, 02 02 2017. Grafica: Arpa.

In pratica l’intero territorio pianeggiante della mia regione è stato ricoperto da una coltre di smog gigantesca, per varie giornate. Quello di inizio febbraio è stato uno degli episodi peggiori, ma non certo un evento isolato. Tutti gli inquinanti erano presenti nell’aria in quantità elevatissima; la carta relativa alle polveri – nel caso sotto i dieci micron – lascia pochi dubbi. Il problema è sempre lo stesso: se non ci sono né vento né pioggia, i fumi nocivi che produciamo si ammassano indefinitamente. Ovviamente la caccia ai responsabili si fa rovente, tra blocchi del traffico ed ordini di limitazione dei riscaldamenti. Un colpevole di gran moda è la combustione di biomasse: falò nei campi, caminetti a legna, stufe a pellet. Quelle colonne di fumo opaco e denso, visibili da lontano, qualcosa devono pur fare. Dalle mie parti alcuni sindaci hanno anche cercato di vietare a più riprese l’impiego di questi combustibili. La situazione, nonostante l’impegno profuso, non pare essere cambiata di molto.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 18 10 2016Concentrazioni di pm10, 18 10 2016. Grafica: Arpa.

Attorno alla mia Modena succede quel che succede altrove: la città è infestata di smog. Le polveri sottili si ammassano in abbondanza. Nell’immagine sopra, sempre tratta da dati Arpa, possiamo riconoscere concentrazioni elevate di inquinanti sul centro cittadino; e sul distretto industriale di Sassuolo, patria delle industrie ceramiche. C’è anche un bel serpentone di colore arancio esteso da Campogalliano al confine col bolognese. Ora, che polveri e compagnia ci ricoprano come una trapunta è fatto noto: ma chi è il colpevole? Se io inquino, il vento sparge gli effetti un po ovunque. Per cose come il pm10 la situazione si complica: più fini le polveri, più alto il loro tempo di permanenza in atmosfera. Viaggiano su grandi distanze, e diviene quasi impossibile capire chi le abbia prodotte e dove esattamente. Così ognuno può divertirsi a dare la colpa a chi crede: tanto come possiamo smentire?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 13 12 2016Concentrazioni di pm10, 13 12 2016. Grafica: Arpa.

Sarà. Ma se il vento spazza via tutto e poi si ferma di botto, che succede? Succede che l’inquinamento è sparito, e noi con le nostre attività lo torniamo a produrre. La carta di concentrazione, dapprima tutta verde, inizia a colorarsi: solo che l’assenza di vento impedisce agli inquinanti di spargersi un po ovunque. Di giornate di questo genere ce ne sono; non sono tante, ma le possiamo individuare qua e la spulciando i dati archiviati da Arpa. Nell’immagine sopra possiamo notare qualcosa di interessante: sullo sfondo verde e pulito, pian piano, tornano a riemergere le concentrazioni di inquinanti immesse dalle varie attività antropiche. C’è un lunghissimo serpentone giallo, che si dipana per tutta l’Emilia e che si intravvede a tratti anche ad est di Bologna; è una gigantesca fonte lineare di particolato, assai evidente anche in una rappresentazione tutto sommato semplificata – a sole 5 classi. Si tratta dell’Autostrada del Sole, la stessa che si poteva osservare nell’immagine centrata su Modena.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 14 11 2015Concentrazioni di pm10, 14 11 2015. Grafica: Arpa.

Il cumulo di polveri che taglia l’Emilia si può osservare, a pezzi o quasi intero, anche in moltissime altre date. Non è difficile scovarlo. Anche a concentrazioni medie di inquinanti più elevate riesce a risultare evidente, purché il vento sia scarso. Si tratta di una fonte di emissione incredibile: riesce talora a surclassare i centri abitati maggiori, perfino in pieno inverno. Un monumento all’opera dell’uomo, non c’è che dire. Questa considerazione getta una luce sinistra anche sul resto della cartografia: gli altri punti caldi che vediamo cosa sono? Sono davvero caminetti e barbecue? O potrebbe trattarsi di qualcosa di diverso? Forse dovremmo indagare meglio la questione?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 21 11 2016Concentrazioni di pm10, 21 11 2016. Grafica: Arpa.

Tristemente, nella pianura emiliana è sempre facile individuare il tracciato delle autostrade – specie la più importante, l’Autostrada del Sole. Basta osservare le concentrazioni di inquinanti nelle giornate di scarsa ventilazione: ci potremmo disegnare una carta sufficientemente attendibile. Il comportamento dei nostri serpentoni di catrame lo abbiamo evidenziato per via visiva, senza fatica. Ma qualcuno si è preso la briga di quantificare per bene il fenomeno? Certamente, e si tratta dei soliti tecnici di Arpa, Apat, Cnr: ogni tanto conducono qualche campagna di misura localizzata per studiare un problema specifico. Per dire, già dieci anni fa a Parma ci si poneva l’obiettivo di quantificare in qualche modo la produzione di particolato inquinante imputabile alle reti stradali. Resta qualche traccia di quelle esperienze in articoli e rapporti, come questa trascrizione di un articolo della Gazzetta di Parma. Testualmente: “…. Antonio De Maio e Silvia Brini di Apat (Agenzia statale per la protezione dell’ambiente e i servizi tecnici) hanno presentato il rapporto su «Qualità dell’ambiente urbano». Il volume spiega che in Italia, il 34% delle polveri sottili Pm10 è prodotto dalle vetture, il 46% dai mezzi pesanti ….”. E fin qui siamo alle stime, discutibili come sempre.

Nella stessa occasione i tecnici degli enti deputati a svolgere i controlli si permisero di riferire qualcosa di più sostanzioso: “…. Lo conferma una ricerca su Parma presentata dal direttore dell’istituto sull’Inquinamento energetico del Cnr, Ivo Allegrini, e da Lorenzo Bertuccio, direttore scientifico di Euromobility. Fra il 9 e il 17 febbraio, i tecnici del Cnr hanno installato 18 punti di rilevazione dell’aria lungo i 17 chilometri di A1 del territorio comunale. Lo studio sottolinea che non meno del 30% degli agenti inquinanti nell’aria cittadina provengono dall’autostrada. Ogni giorno, quel tratto di A1 è percorso da 37mila auto (45mila il venerdì) e 27-28mila camion. Ma esce al casello di Parma solo il 28% delle auto e il 17% dei camion. Questi ultimi emettono due tonnellate al giorno di ossidi d’azoto e due quintali di Pm10. Per dirla con Vignali, dal punto di vista dell’inquinamento «l’autostrada è una seconda Parma, affiancata alla città reale …..”. Una seconda Parma, raccontava allora il sindaco.

Ma noi lo sapevamo già: le mappe colorate con le quali abbiamo giocato poco sopra dicevano esattamente questo. Bastava guardarle. E dire che le vendite di carburanti relative alla rete autostradale non rappresentano certo la fetta più consistente del totale: cosa è in grado di fare allora il nostro intero sistema stradale quando si parla di inquinamento? Quale mostro abbiamo davanti? Questo è un tema di cui in Italia è proibito discutere, un tabù. Non si va molto oltre i sussurri o i trafiletti sulla stampa locale; e d’altronde abbiamo poca scelta, in un Paese che pare trovare la propria ragion d’essere negli ingorghi e nei raccordi. E così anche domani, in giro per l’Emilia, enormi nuvoloni di polveri si leveranno dalle nostre strade a disegnare tante belle curve di concentrazione sulle mappe di Arpa. Il sindaco del mio paesino ogni tanto, quando le condizioni meteo sono cattive, vieta di bruciare legna e sfalci. La nostra passione per il maquillage non tramonta mai.

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Fake news, fannulloni, malattia: poveri noi

Orecchie aperte signori: c’è una nuova guerra in corso in Italia. Anzi, è vecchia e ben conosciuta: i nostri eroici politici, assieme ai propri valorosi sodali, lanciano l’assalto contro quella massa di fannulloni e buoni a nulla che sono i dipendenti pubblici. Nessuno di essi si presenta in orario al lavoro, non fanno mai niente, rubano lo stipendio. Come sapete tutti, le scuole funzionano da sole, gli ospedali pure, e nessun comune o provincia fa niente di niente. Sono strutture magiche, stregate, capaci – se lo desiderano – di svolgere qualsivoglia funzione in assenza di personale. Specie quello di basso livello. Ovviamente in questo edificante quadretto non può mancare il contributo di qualche bravo giornalista, pronto a raccontarci i dettagli più imbarazzanti di questa brutta vicenda. Tenetevi forte.

Assenze per malattia sei dipendenti della PA: il 27% si dichiara malato al lunedìPensate un po, il 27% dei dipendenti della pubblica amministrazione si dichiara malato il lunedì. Scandaloso. Vergogna. A darsi malati così, giusto per allungare un fine settimana, devono essere persone senza ritegno né rispetto per il datore di lavoro o i colleghi. Bisognerebbe intervenire contro questa manica di debosciati. E fanno bene i nostri giornalisti a pubblicare titoli ed occhielli su questo tema, oggettivamente decisivo per le sorti del Paese. Dovremmo ringraziarli per questa sacrosanta opera di informazione.

Accidenti però: ma quanti sono i giorni della settimana? Aspetta, dunque, lunedì, martedì, mercoledì….sette, sono sette. I giorni lavorativi variano parecchio, ma per i dipendenti ordinari di solito sono cinque o sei, a seconda di quel che si fa al sabato. Il problema è che i medici di base sono anch’essi comuni lavoratori, non sono sempre in ambulatorio ad aspettarci. Se andate a dare un’occhiata al sito di una qualsiasi Ausl, noterete che la copertura offerta è generalmente dal lunedì al venerdì. Al sabato e alla domenica, o ve ne andate in un pronto soccorso o non vi riceve nessuno: e andare al pronto soccorso a chiedere un certificato per un’influenza è un comportamento stupido che viene sanzionato – con giusta ragione. Non mi si parli di guardia medica: fa poca differenza e in molte località nemmeno esiste. Nella mia realtà, impone uno spostamento verso il capoluogo; e comunque è dedicata ai casi gravi, non ai virus stagionali.

E così, quando ci va il nostro lavoratore dipendente dal medico se si trova la febbre di sabato o domenica? Avete indovinato: ci va di lunedì. Proviamo ad immaginare che il nostro lavoratore medio raggiunga il medico il giorno dopo avere avvertito i sintomi del malanno: al lunedì troveremo in fila persone che si sono ammalate di sabato e domenica, non hanno scelta. Il venerdì magari lo possiamo lasciare perdere, supponendo che i malati del venerdì si affrettino a raggiungere l’ambulatorio – tanto per sottostimare un po. Il minimo sindacale è di due giornate: almeno le due giornate precedenti finiscono col gravare sulle visite del lunedì, non di meno. E così, 2/7=0,28571….circa un 28,6%. Se non ci sono altre distorsioni significative in gioco, è logico attendersi che non meno del 28,6% dei dipendenti malati si rechi dal medico al lunedì. O almeno questo stando alle nozioni dell’aritmetica: forse il 27% che infiammava la discussione non è un dato così negativo? Vorrei che un giorno o l’altro spuntasse un giornalista dotato del coraggio di raccontare al pubblico questa miracolosa scoperta. Farebbe un gran bene al dibattito attorno al mercato del lavoro.

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Immobiliare Italia: bidone in vista?

Acque agitate in tema di fondi immobiliari: negli ultimi giorni a passarsela male o malissimo sono quelli di Poste Italiane. Pare che da quelle parti ci siano alcuni fondi “di investimento” che si apprestano a concludere la propria vita operativa, con risultati poco gradevoli dal punti di vista dei sottoscrittori. La descrizione degli eventi fornita da Wired: “…Il fondo Irs … [omissis] …Alla chiusura le quote da 2.500 euro si sono quasi volatilizzate: la società di gestione del fondo, la Investire Sgr del gruppo Finnat – che gestisce anche Obelisco – ha spiegato he distribuirà agli investitori appena 390 euro….”. La spiegazione convenzionalmente adottata davanti a questo tipo di evento è più o meno sempre uguale: la crisi. Di che genere di crisi si intenda discutere non mi è del tutto chiaro.

La vicenda delle difficoltà dei fondi immobiliari è più ampia di quanto si possa pensare ragionando sulla debacle del solo fondo IRS. Stando a Rai News “…Oltre a IRS e a Obelisco, anche il Fondo Immobiliare Europa 1 rischia di penalizzare fortemente i piccoli investitori, visto che secondo alcuni calcoli (e’ stato collocato nel 2004) avrebbe perso l’82% del valore delle sue quote. Ha una scadenza molto più lunga, invece, il fondo Alpha (quella originaria era il 27 giugno 2015, e’ stata spostata al 2030 ferma restando pero’ la facoltà per la società di porre in liquidazione anticipata il Fondo)…”. Ci sono quindi vari fondi immobiliari in circolazione, piazzati da Poste Italiane; e le perdite potenziali forse arriveranno ad eguagliare quelle massive prodotte da IRS. Quanto al trucco di spostare in avanti nel tempo la resa dei conti: ottima idea per i gestori, ma forse non sarà piaciuta molto ai sottoscrittori. Perdite ingenti, di questo si discute. Un folta truppa di investitori – in molti casi risparmiatori che hanno firmato il foglio di carta sbagliato – deve mettere in conto il fatto di avere perso buona parte dei soldi piazzati in queste gestioni.

Il problema reale sotteso a tutta la faccenda è la differenza tra prezzo e valore. Il prezzo di un bene è quello che paghi in giornata per acquistarlo. Il valore è un’altra cosa: è quel che vale realmente il bene in questione. Da un lato potremmo dire che se le parti che effettuano la compravendita agiscono in maniera corretta i due importi in teoria devono essere vicini; d’altro canto è difficile definire un valore intrinseco per un oggetto, visto che questo può modificarsi nel tempo. E’ un problema complesso. Proviamo ad affidarci ad un paio di indicatori per capirci qualcosa. Primo tentativo: il controvalore monetario complessivo attribuito agli immobili. La Banca d’Italia pubblica rapporti circa la ricchezza detenuta dalle famiglie italiane. La voce “immobili residenziali” è la più interessante: definisce il valore di tutto lo stock residenziale in mano alle famiglie, in miliardi di euro correnti alla data della rilevazione. Ebbene, dal 1995 al 2013 questo parametro è passato da 2200 a 4952 e rotti miliardi di euro, con un picco di 5356 nel 2011. Nello stesso intervallo di tempo, il prodotto lordo nazionale è cresciuto, secondo UP, da 985 a 1605 miliardi di euro – anch’essi a valori correnti. L’incidenza sul prodotto lordo del controvalore dello stock residenziale è lievitata, nel periodo, dal 223% al 309% ; con una punta nel 2011 attorno a 327%. Niente male, e in pratica sono poco più degli stessi muri.

Quotare uno stock di immobili è una cosa, costruire e mantenere le abitazioni è una cosa diversa. In teoria, in assenza di compravendite, sarebbe possibile far lievitare il valore del patrimonio immobiliare anche senza spendere un bel niente. I soldi li spendiamo se compriamo qualcosa. Possiamo raddoppiare la quotazione teorica di una classe di beni, ed iscriverli a bilancio a doppio prezzo; se nessuno compra o vende, questo non produrrà nessuna nuova uscita corrente. Nel caso delle abitazioni questo è impossibile: inevitabilmente ogni famiglia che si costituisce finirà col dover comprare casa, o comunque la dovrà come minimo ristrutturare. E qui viene fuori il secondo parametro che possiamo osservare: la spesa delle famiglie italiane per l’abitazione, ampiamente indagata da Istat, che ci fornisce una valida collezione di dati nelle sue serie storiche. Dopo un periodo di relativa calma, tra il 1973 ed il 1991, l’incidenza delle spese per l’abitazione ha preso a gonfiarsi senza sosta: diciotto anni di calma piatta attorno al 18-19% del bilancio familiare, quindi una scalata inarrestabile che ci ha portati al 36-37% odierno. Anziché meno di 1/5 del bilancio, oggi una famiglia media spende più di 1/3 delle proprie entrate per l’abitazione. Questa trasformazione ad oggi sta facendo sparire l’equivalente di più di 4000 euro l’anno dal bilancio di ogni famiglia italiana; e purtroppo sono sono soldi veri, bisogna lavorare per metterli assieme.

Annualità di reddito stipendio richieste per acquisto comprare casa abitazione appartamentoAnnualità di reddito per comprare un’abitazione. Grafica: Agenzia delle Entrate.

Il terzo parametro utilizzabile per fare confronti è una nostra vecchia conoscenza – amo ripetermi se costa poca fatica, e in questo caso ne vale davvero la pena. L’argomento già trattato è il rapporto tra stipendi e prezzi delle abitazioni. Stipendi, non economia in senso lato: perché non ci interessa sapere se il Pil va su o giù, ma semmai se il potere d’acquisto del nostro stipendio sale o scende. E la grafica in alto, sottratta al Rapporto Immobiliare 2016 dell’Agenzia delle Entrate, rende evidente l’accaduto: la fatica fatta dalle nostre famiglie per acquistare una abitazione si è gonfiata senza sosta almeno fino al 2010. Se il Pil cresce e gli stipendi calano, le famiglie comuni si impoveriscono; e questo renderà inaccessibile l’acquisto della casa, anche in presenza di prezzi stabili. Tanto basta a far capire quanto sia rilevante la grafica proposta dall’Agenzia delle Entrate: perché mette a confronto diretto il reddito disponibile per la famiglia con il costo dell’abitazione media. La crescita vorticosa del rapporto, interrottasi solo nel 2011, chiarisce il concetto di “bolla speculativa” di cui si è tanto chiacchierato: i prezzi degli immobili perdevano ogni contatto con le disponibilità economiche degli acquirenti. Le banche coprivano – anzi, creavano – la differenza concedendo montagne di prestiti che ora vedete esporre al telegiornale con il nome di “sofferenze”. Si badi bene, la grafica va indietro al 2004 e non oltre: ma la folle corsa speculativa era iniziata tempo prima. Stiamo guardando una voragine.

Gli immobili italiani, e specialmente quelli residenziali, sono sopravvalutati rispetto agli andamenti del passato. Nel rapporto con l’economia nazionale, di un buon +38/40%. Nel rapporto con le spese correnti delle famiglie, di un +95/100%. Nel rapporto con le annualità di reddito richieste per l’acquisto, di almeno un +35%; ma se volessimo essere maliziosi questo dovremmo considerarlo un limite inferiore, le serie pubblicate nascondono una parte della corsa. Non c’è modo di stabilire con sicurezza dove stia la verità, ma una cosa sicura possiamo intuirla: le vendite del futuro non si svolgeranno ai prezzi che consideravamo usuali negli ultimi anni. E qui torniamo alla vicenda dei fondi immobiliari di Poste Italiane: messi in liquidazione, hanno mostrato il proprio effettivo valore; purtroppo molto distante dal prezzo a cui erano stati acquistati. E’ un campanello d’allarme che dovrebbe preoccuparci, visto che molte banche italiane hanno cercato di piazzare ai clienti strumenti concettualmente simili, in gran quantità, anche negli ultimi anni. Perfino dopo la crisi 2008/2009, e con un’insistenza al limite del sospetto. Può darsi che nel prossimo futuro la religiosa fiducia riposta dagli italiani nei mattoni e nel cemento venga delusa. Non è detto che quella roba valga davvero quel che abbiamo speso attorno ad essa.

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Magari arriva la neve

Inizio d’anno all’insegna del bel tempo. Un po troppo bello a dire il vero. Andiamo a malapena sotto lo zero, e le giornate sembrano primaverili. In famiglia ho raccolto segnalazioni di cose insolite, tipo bulbi di tulipano già in movimento. Almeno le gemme nelle vigne paiono ferme. In montagna non va molto diversamente. Un rapido giro di immagini riprese tramite webcam spiega bene la situazione.

il corno alle scale ripreso da nord, privo di neveNiente neve sulle montagne ad est del Libro Aperto. Nemmeno a quote abbastanza elevate, almeno ieri. E per ora la situazione non sembra essere cambiata di molto. Di solito in questa stagione a dominare è il bianco; i colori che vediamo invece sono ancora quelli dell’autunno.

monte cimone in inverno, senza neveAnche il Cimone se la passa più o meno alla stessa maniera. Le piste sono state coperte di neve artificiale. C’è un po di bianco, ma gli spessori più che per gli sci parrebbero idonei per una gita in ciabatte. Possiamo sperare nelle prossime giornate, la temperatura si abbasserà; non è detto che arrivi anche neve. Nel gennaio 2014 insoliti temporali con tanto di tuoni ci regalarono una disastrosa alluvione. L’inverno passato abbiamo speso poco a scaldarci – definirlo inverno è piuttosto fantasioso. Adesso possiamo aspettare, magari un po di inverno arriverà. Ne abbiamo bisogno, anche se tendiamo a dimenticarlo facilmente.

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