Mortalità in Italia – Atto II

E così, con sommo ritardo, riprendiamo il filo del discorso circa la mortalità complessiva in Italia. I morti, come noto, sono morti: non li possiamo nascondere, e neanche possiamo farli apparire con qualche trucco. Statisticamente parlando, si tratta di una categoria affidabile come poche altre. In Italia abbiamo una pandemia, e abbiamo ovviamente le relative vittime: nella puntata precedente abbiamo potuto osservare da un lato l’effettiva risalita della mortalità in corrispondenza alle ondate pandemiche, e dall’altro la presenza ricorrente delle malattie stagionali; capaci di fare vittime in qualsiasi annata, e non solo negli ultimi due anni. Il bilancio finale per il 2020 è in ogni caso pesante: la mortalità complessiva è salita in modo innegabile. Forse il numero di decessi per settimana non è stato così clamoroso, neanche a marzo / aprile 2020; ma la persistenza temporale del fenomeno, in specie a partire dall’autunno, ha comunque causato un danno grave. Vediamo la contabilità finale come risulta dai dati ISTAT.

Mortalità totale annua in Italia, 1920 – 2020. Fonte: ISTAT.

Per la mortalità annua le banche dati di riferimento sono le usuali serie storiche ISTAT; dal 2002 in avanti le tavole degli indicatori demografici. Che dire? I cambiamenti importanti in Italia si sono visti nella prima metà del ‘900. Nel periodo compreso tra la fine della Prima Guerra e gli anni ‘50, si è avuta una progressiva riduzione della mortalità, intesa come numero di decessi annui per migliaio di abitanti. La Seconda Guerra ha rappresentato una interruzione momentanea per un andamento di diminuzione lineare ed apparentemente inesorabile. Dal 1948 in poi, si scende definitivamente al di sotto degli 11 decessi annui per mille abitanti. Fino ai giorni nostri, i valori tipici sono stati contenuti nell’intervallo 9 – 11 decessi annui. Questo almeno fino al 2020, e all’arrivo di Covid19: con 12,6 decessi per mille abitanti, è l’anno peggiore dal 1945. Si noti che nel periodo 2015 – 2019 il dato tipico orbitava attorno a 10,6; un incremento di 2 decessi annui per mille abitanti, o 120.000 di troppo. Ma questi decessi come si possono suddividere? Come si distribuiscono per causa? Come si relazionano alla restante mortalità?

Mortalità settimanale Covid19 & altre cause. Fonte: Eurostat, Ministero Salute.

Esercizio interessante: distinguere i morti Covid da tutti gli altri. Non è così complicato: basta sottrarre al totale – fornito da Eurostat – i decessi segnalati dal Ministero della Salute ed attribuiti alla pandemia. Ricordando ovviamente che per “decessi Covid” intendiamo i deceduti positivi ai test – senza stare qui a domandarci se sia questa la causa di morte fondamentale, cosa che dovrà essere ridiscussa a parte. La seconda immagine riassume l’operazione, dividendo i decessi per settimana. Non è poi così diversa né dalla mera proiezione della mortalità totale, né delle serie dati sui morti attribuiti nominalmente a Covid19. Vi si riconoscono tutti i picchi di mortalità già discussi. Se osserviamo bene la situazione di marzo / aprile 2020, notiamo che la mortalità in eccesso rispetto alle medie usuali è costituita da due componenti: i decessi “causati da Covid”, in alto, ed una ulteriore frazione di decessi per altre cause che sporge nettamente rispetto alla norma. Stranamente, questo medesimo andamento si ripropone anche in autunno e durante l’inverno; ad ogni ondata identificata come pandemia, abbiamo una ondata di altri decessi. I rapporti sono variabili, e non sembra sussistere una relazione temporale precisa: a primavera 2020, prima sopraggiunge l’apice della mortalità complessiva e successivamente i decessi Covid divengono frazione rilevante del totale; nelle prime settimane del 2021 accade il contrario.

Domandiamoci ora: quanti sono questi decessi “non Covid” che compongono buona parte della mortalità in eccesso visibile nei grafici? Possiamo prendere un valore di mortalità settimanale tipico per la bella stagione, diciamo nell’intervallo 2016 – 2019; l’intervallo costituito dalle settimane 21 – 40 è apparentemente adatto allo scopo. Nel quadriennio osservato, in media abbiamo 10.999 – 11.469 decessi totali per settimana; come detto, in relativa assenza di malattie stagionali. Volendo fare le differenze, è facile dedurre il numero di decessi “non Covid” che compongono le varie ondate pandemiche: per banale sottrazione della mortalità tipica di base, e quindi somma dei risultati positivi che ricadano ragionevolmente all’interno di tali ondate così come rilevate dai dati del Ministero. Nell’intero anno 2020, le settimane che potremmo considerare sono comprese negli intervalli 9 – 17 e 41 – 53. Risultato: possiamo stimare un intervallo di 58.352 – 68.692 decessi “non Covid” che contribuiscono ad ampliare la mortalità in eccesso durante le varie ondate della pandemia. Nell’intero 2020, sono stati censiti ufficialmente 74.000 – 75.000 decessi Covid, a seconda di voler stimare al 31/12 oppure comprendere la settimana 53 per intero. I morti Covid, a voler essere onesti, costituirebbero quindi grossomodo il 52 – 56 % della ipotetica mortalità “da pandemia”, o “in eccesso”, nel 2020.

E’ lecito ora domandarsi da cosa siano causati i decessi “non Covid” che costituiscono questa rilevante frazione dell’incremento di mortalità visibile durante le varie ondate della pandemia. La prima risposta banale è che si tratti di persone decedute per Covid, ma non rilevate dalle statistiche. Questa è una idea poco credibile: il morto non è il contagiato. Ci sono in gioco sintomi rilevanti, e molti decessi sono stati attribuiti a Covid in seconda battuta, riesaminando i singoli casi ed eseguendo dei test. Oltretutto il rapporto tra le due categorie di cause pare raggiungere valori di punta non così differenti durante le varie e successive ondate. Possibile che l’accuratezza diagnostica ad aprile 2021 fosse scadente come a marzo 2020? Possibile, ma non così ovvio: forse è pericoloso scommettere su una simile ipotesi. Oltretutto il clima di “caccia al positivo” che ha caratterizzato il 2020, e buona parte del 2021, dovrebbe indurre alla prudenza. Ben difficilmente i solerti “cacciatori di casi positivi” si saranno fatti sfuggire qualche deceduto positivo ai test. Ricordiamo bene questo dettaglio, prima di sospingere tesi avventate.

Abbiamo anche altri candidati per spiegare il fenomeno: Covid19 non è l’unica malattia stagionale. Banalmente, dovremmo quindi avere una marea di decessi Covid impostati sopra ad una marea di decessi in eccesso che sono dovuti ad altre malattie stagionali. La somma può spiegare facilmente il risultato, terribile. Qualcuno ha notizie dell’influenza? Di solito in inverno c’è quel genere di malattia, assieme ad un ampio spettro di para influenze, raffreddori ed infezioni associate. Problema: ci stiamo raccontando da un anno e mezzo che l’influenza non si vede più da nessuna parte almeno da marzo 2020. Stentate a crederci, vero? Eppure si tratta di un discorso popolare, lo potete notare usando una ricerca sul web. Tra i tanti articoli, possiamo scegliere quello targato Scientific American. Propone più o meno il discorso che già conosciamo: l’influenza è stata messa all’angolo a causa delle misure prese contro il più celebre Covid19. Se è vero, allora sappiamo che i morti “non Covid” semplicemente non sono morti a causa di malattie stagionali non rilevate. Se è falso, allora abbiamo mischiato i morti di influenza dentro al calderone dei morti Covid, a causa della somiglianza dei sintomi e della imprecisione dei test. Il risultato è il medesimo: questi morti “non Covid” in eccesso rimangono un mistero, ma è ragionevole supporre che non siano stati causati né da Covid19 né dalle altre tipiche malattie respiratorie stagionali.

Vi propongo una lettura alternativa, estremamente sgradevole, per giustificare questo curioso fenomeno. Avete presente cosa abbiamo fatto al presentarsi della pandemia? Abbiamo fatto, o raccontato, tante cose diverse. Ma ce n’è una che non ci siamo mai fatti mancare: i lockdown, serrate medioevali che avrebbero dovuto impedire la trasmissione del contagio. Tralascio i discorsi circa l’efficacia, forse non eccelsa, di questi provvedimenti in tema di contenimento dei contagi; ci troviamo davanti ad un circo equestre di “esperti” che da un lato raccontano di sfortunate influenze mandate in estinzione da queste misure, e dall’altro di una malattia respiratoria, detta Covid19, che continua a circolare placidamente alla faccia delle medesime misure. Fa ridere, vero? Soprassediamo. Ragioniamo semmai su un problema pratico: se chiudo in casa le persone, impedisco l’accesso ad ambulatori, ospedali e pronto soccorso, cosa mi aspetto di ottenere? I servizi in questione servono a curare i malati. Se non possono utilizzarli, saranno guai. Intuibile l’effetto: vedrò incrementare la mortalità per molte e diverse cause.

Vi sembra lunare come idea? Ma certo, stravagante ed innovativa. Così innovativa che era già discussa in pubblico un anno fa. Un testo a caso, via International Affairs: “… There has been a remarkable lack of observed statistical difference in the rates of death for countries, and for US states, that have and have not locked down …”. Bonariamente, le serrate fanno poca differenza. Ma ci sarebbero anche punti di vista diversi, tra i tanti quello rappresentato da un articolo via British Medical Journal di maggio 2020: “… At a briefing hosted by the Science Media Centre on 12 May he explained that, over the past five weeks, care homes and other community settings had had to deal with a “staggering burden” of 30 000 more deaths than would normally be expected, as patients were moved out of hospitals that were anticipating high demand for beds. Of those 30 000, only 10 000 have had covid-19 specified on the death certificate …”. Articolo vecchiotto, vero? Ma è proprio questo il dramma: il problema gestionale era chiaro a maggio 2020. E chiare erano le conseguenze. Un’ondata di mortalità in eccesso, probabilmente evitabile, perlopiù non dovuta al celebre Covid19.

Ricapitoliamo. Nel corso del 2020, abbiamo una pandemia importante ed un innegabile incremento della mortalità complessiva. Ad ogni ondata pandemica, corrisponde sì un incremento di “decessi Covid”, intesi come deceduti positivi ai test, ma anche un balzo nei decessi inequivocabilmente dovuti ad altre cause. Le spiegazioni che possiamo individuare fanno acqua: non si tratta di decessi da Covid19 sfuggiti alle statistiche, ed in generale non sono dovuti alle malattie respiratorie stagionali in senso lato. E’ lecito sospettare che si tratti degli effetti – negativi – dei lockdown che ci sono stati imposti. Il pericolo era già stato evidenziato, dati alla mano, nell’estate del 2020. I sostenitori dei vari lockdown vanno raccontando che, in assenza di provvedimenti, la situazione sarebbe stata peggiore. Dimenticano forse di spiegarci come mai in Svezia la pensino diversamente, ed anche di spiegarci quale sia il beneficio sanitario di prescrivere cose come la “vigile attesa” a persone che necessitano di cure mediche. Nel mentre, la defunta influenza sembra essere ricomparsa – almeno in TV; forse le misure di contrasto alla pandemia non la avevano fatta estinguere, forse. La questione circa le cause della eccessiva mortalità rilevata nel 2020 rimane assai fumosa: nel dubbio, mi terrò parecchi dubbi.

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Mortalità in Italia – Atto I

Riprendendo il filo del discorso iniziato con la carrellata di grafici confronto per le mortalità settimanali registrate in giro per l’Europa, possiamo provare a chiederci cosa è successo qui in Italia. Ci stiamo raccontando che la pandemia da Covid-19 uccide tante persone: eseguiamo dei test, individuiamo dei positivi, analizziamo dei sintomi; e se i conti tornano, abbiamo persone morte di Covid-19. Però ci sono alcuni problemi, già evidenziati in altri Paesi europei: falsi positivi, falsi negativi, malati oncologici spacciati per vittime del raffreddore, persone annegate risultate positive al tampone, anch’esse definite come “morti covid” – una litania infinita di inesattezze statistiche ed acrobazie contabili. Vale la solita regola: i morti sono morti, e nessuno può farli apparire o sparire per magia. Se andiamo a leggere il dato di mortalità settimanale o mensile totale, e se c’è una pandemia, allora dovremo vedere i cumuli di morti. Impossibile sbagliare. Affidiamoci in primis al nostro Istituto Superiore di Sanità, che pubblica il rapporto titolato “Impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente – anno 2020”.

Decessi mensili nel periodo gennaio-dicembre 2020 per l’Italia ed alcuni Stati Europei.
Incremento percentuale rispetto alla media 2016-2019. Grafica: ISS.

Dalla prima immagine, fornita direttamente da ISS, una considerazione ovvia: la pandemia recente ha prodotto un incremento della mortalità. Il dato di mortalità mensile 2020, confrontato con i valori medi tipici per il periodo 2016 – 2019, mostra incrementi percentuali considerevoli. A marzo e a novembre 2020, anche un +50% rispetto alle medie tipiche del mese. Il fatto che spagnoli, polacchi, belgi ed olandesi siano riusciti a far peggio non cancella certo il nostro problema. Però sapete, c’era un tizio che diceva che ci sono tre tipi di bugie: “Lies, damned lies, and statistics”; come dire bugie, dannate bugie e statistiche. E’ un problema che affligge anche me: posso benissimo imporre una visione di comodo, basata su dati corretti, ed ingannare me stesso e gli altri. Succede di frequente. L’immagine proposta da ISS confronta valori di mortalità del 2020 con una media dei valori mensili registrati nei 4 anni precedenti. Un valore mensile è una cosa, una media mensile su base pluriennale è un’altra cosa. Forse c’è un problema: proviamo ad affidarci al mero dato grezzo, senza cercare di mescolare parte delle cifre in valori medi. Una media non è una menzogna, ma è comunque una media: potrebbe essere scorretto confrontarla con un singolo valore puntuale.

Mortalità settimanale totale in Italia, 2016 – 2021. Fonte: Eurostat.

E quindi nella seconda grafica, basata sulla banca dati Eurostat, possiamo dare un’occhiata all’andamento della mortalità settimanale per il periodo compreso tra l’inizio del 2016 e la 21° settimana del 2021. Il quadro che emerge da questi dati grezzi è un po più complesso di quel che ci raccontano i telegiornali. Primo: ad ogni inverno abbiamo una pandemia prodotta da malattie stagionali – influenze, para influenze, raffreddori – che produce inevitabilmente un incremento della mortalità totale. Secondo: ogni ondata epidemica stagionale si situa in modo diverso nel tempo, e produce effetti diversi. Terzo: mescolare i dati inerenti ad annate diverse appiattisce gli andamenti, e cancella i valori estremi – che però sono per l’appunto i valori che identificano ogni stagione influenzale. E così abbiamo si troppi morti a marzo aprile 2020, e tanti morti nell’inverno 2020 – 2021. Ma a gennaio 2017 abbiamo avuto una mortalità di punta di 19.000 decessi a settimana; simile ai valori massimi registrati a fine novembre 2020. Qualcuno di voi si ricorda il lockdown di gennaio – febbraio 2017? No? In effetti nemmeno io. Come mai? Eravamo forse distratti?

A gennaio 2017, e se per questo anche nei due inverni successivi, a nessuno è saltato in mente di rinchiuderci in casa. Naturalmente i morti di Covid-19 sarebbero stati molti di più in assenza di misure restrittive: il fatto che la mortalità settimanale in tempo di pandemia sia rimasta relativamente sotto controllo è merito delle misure prese. Ma siamo sicuri che sia andata così? Tra le misure introdotte vorrei ricordarne almeno una di cui si è parlato poco: abbandonare i malati e rifiutarsi di curarli. Perché è questo che abbiamo fatto: abbiamo spedito migliaia di malati a spasso tra le varie RSA, abbiamo praticato oculati interventi di “vigile attesa”, abbiamo sostanzialmente negato o comunque ritardato molto le visite domiciliari. Chi mi garantisce che questo atteggiamento non abbia esacerbato il problema? E chi può dimostrarmi che nel complesso le misure prese abbiano avuto un impatto vantaggioso in termini di mortalità? Come la mettiamo con tutti gli altri malati, cosiddetti non covid, che sono stati obbligati a posporre esami e trattamenti? Che è stato di loro? Il dubbio esiste, e per ora mi terrò il dubbio.

Una ulteriore chiosa: il numero di morti a settimana può anche essere alto, ma se si tratta di un valore isolato l’effetto finale è modesto. Bisogna vedere per quanto tempo la mortalità in eccesso può agire sulla nostra popolazione. Le due medie mobili della seconda grafica permettono di apprezzare il fenomeno: il valore di punta registrato a fine marzo 2020 sembra irraggiungibile, ma una media mobile a 7 settimane lo fa apparire molto meno importante. Probabilmente abbiamo patito più danno nell’inverno 2020 – 2021, almeno a giudicare dalle superfici sottese alle curve. Le stagioni influenzali delle annate precedenti restano rispettabili: evidentemente non si muore solo nell’era Covid. Di malattie stagionali si muore ogni anno, che il telegiornale voglia riconoscerlo oppure no. Ora proviamo a vedere in dettaglio cosa è successo a partire da gennaio 2020, sempre con la banca dati Eurostat – che poi è un mero derivato dei dati ISS / Istat.

Mortalità settimanale totale in Italia, 2020 – 2021. Fonte: Eurostat.

In condizioni di normalità, al di fuori delle epidemie stagionali, ogni settimana in Italia registriamo 10.500 – 12.500 decessi circa. Nelle prime 8 – 9 settimane del 2020 quasi 14.000 a settimana; successivamente si è avuta l’esplosione di Covid19, con l’imposizione di misure restrittive generalizzate. Nei primi giorni di maggio del 2020 la mortalità totale era già rientrata a 13.000 decessi per settimana. Stranamente, le misure di emergenza non sono state tolte: come mai i 14.000 morti a settimana dell’inizio dell’anno erano stati giudicati totalmente irrilevanti? E perché abbiamo ritenuto invece di essere ancora nel mezzo di una pandemia con 13.000 morti a settimana? Avevamo i reparti ospedalieri intasati di persone affette da polmonite, questo era il problema. Domanda: qualcuno di voi ha visto la serie storica di occupazione dei posti per pneumologia e terapie intensive per gli ultimi dieci anni? No, vero? Ogni inverno i giornali si riempiono di articoli allarmati per gli ospedali “presi d’assalto” a causa dell’aria tossica e dei relativi effetti sui nostri polmoni – un tema già trattato anche qui. In assenza di serie dati trasparenti, possiamo solo supporre che la situazione sia stata molto più grave del solito. Supporre non è garantire: nel dubbio mi terrò il dubbio.

Osservando meglio il successivo inverno, scopriamo che c’è stato un incremento meno marcato della mortalità totale: circa 19.000 decessi a settimana negli ultimi giorni di novembre. A fare danno, come detto, è l’insistenza temporale del fenomeno: la mortalità è rimasta abbastanza elevata fino alla metà di aprile 2021. Le conseguenze sono note: chiusure a singhiozzo, un relativo accanimento contro la scuola, gravi danni economici. Però ci possiamo consolare con un dettaglio gustoso: nei primi giorni di maggio 2021, i morti a settimana rientravano sotto i 12.500. Praticamente mortalità nella norma, ed in rapida discesa. Ovviamente le misure restrittive imposte a livello centrale sono ….. rimaste dov’erano. Precisamente il copione di maggio 2020. E non c’è ratio in una cosa del genere: anche un bambino avrebbe potuto capire che l’avvicinarsi dell’estate avrebbe risolto il problema – in alternativa avremmo potuto semplicemente accettare i numeri del momento per quel che erano. Per questo lasso di tempo, è assai probabile che le chiusure non abbiano potuto né diminuire né incrementare i decessi. In compenso, hanno aggravato la situazione economica di molte famiglie. Ancora una volta, rimane un dubbio: ma a che scopo stavamo tenendo chiuso il Paese a maggio? Un mistero misterioso che terrà impegnati gli storici di domani.

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Per scherzare, che fa bene quando i tempi sono bui

Una conversazione a cui ho potuto assistere di recente.

Alle volte meglio ridere che piangere. Aiuta a vivere un po meglio, anche se forse non più a lungo. Ci aspettano tempi che definire tristi è un eufemismo. Suppongo che sarà difficile lavorare, curarsi, uscire di casa. Per tutti, non solo per qualcuno – come qualche ingenuo ancora crede. Voglio sperare che almeno riusciremo a portare il pane in tavola. Certe cose le vediamo solo alla TV, noialtri; ma ormai i tempi sono cambiati: il reportage lo faremo aprendo la finestra e guardando in strada. Spero che avremo ancora la capacità di sorridere, per non rinunciare a vivere.

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Afghanistan: quanto costa sparare ai miserabili

Avete sentito l’ultima notizia? Gli elicotteri portano via il personale dagli edifici che ospitano gli occidentali a Kabul. Il viaggio prosegue in aereo, per chi può, verso casa. Ma un conto è prendere un taxi per andare all’aeroporto, tutt’altro discorso è trovarsi circondati dai nemici e doversi aggrappare ad un elicottero, magari dal tetto di un edificio assediato; sono due situazioni piuttosto diverse. Quel che viviamo ora è ovviamente una eco di quel che accadde a Saigon, in Vietnam, alla fine di aprile del 1975. Questa è la guerra del cinema: rotte improvvise ed impreviste, fughe rocambolesche, eroi da copertina che si battono contro cattivoni da operetta, viscidi collaborazionisti che scappano dove possono. E’ proprio quello che vorreste vedere in un bel film hollywoodiano: la ritirata precipitosa in elicottero dai tetti è un tòpos letterario, consacrato tra gli altri da Romero nella pellicola Zombi – Dawn of the Dead . Immagino che nel 1978 il ricordo delle fughe in elicottero da Saigon fosse ancora fresco.

Spegniamo il televisore e torniamo con i pedi per terra. La guerra, quella vera, non è fatta di colpi di scena o di improbabili atti di eroismo. E’ fatta di mezzi, munizioni, rifornimenti. La guerra è una questione di logistica: chi riesce a recapitare sul terreno la più grande quantità di mezzi, forniture e persone alla fine vince. I generali vincono le battaglie, le economie vincono le guerre. Ed eccoci a far la guerra in Afghanistan: si tratta di tirare bombe in testa a pastori e contadini, male armati e privi di organizzazione. Per un esercito moderno ed organizzato non è particolarmente difficile. Le difficoltà imposte dal terreno obbligano ovviamente a rinunciare alla pretesa di un dominio totale: pazienza se le montagne ed il territorio rurale rimangono relativamente fuori controllo, le città basteranno. In linea di principio, e ragionando da un ufficio, non è una operazione così difficile. Sarebbe come giocare con i droni in qualche paesucolo africano, uno sforzo modesto. Questa la pensata alla base dell’intervento: costa poco, non impone grossi rischi.

Proviamo ad aprire la carta geografica: l’Afghanistan dove sta? Sta in mezzo all’Asia. Non ha accesso al mare, se non attraverso le strade del Pakistan. Sono 500 km almeno, oppure più di 1000 km se vogliamo raggiungere la capitale Kabul. Non ci sono ferrovie, nel senso che non esiste una vera rete ferroviaria. Esistono tronconi che collegano alcune località alle reti del Turkmenistan, dell’Iran o dell’Uzbekistan. I collegamenti a sud con il Pakistan sono proposti sulla carta, ma in pratica si viaggia per strada attraverso valichi difficili, in un territorio davvero pericoloso. Politicamente non possiamo pensare di affidare la logistica ai valichi con Iran e Cina, ovviamente ostili. Il Pakistan è un alleato teorico, ma non offre sicurezza e deve convivere con le frange estremiste dell’etnia Pashtun. A nord qualcosa si può fare, e si è fatto, con i vari Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan. Ma stanno nel mezzo dell’Asia: raggiungerli è una ennesima fatica di Sisifo. Se vuoi rifornire e far funzionare grandi contingenti militari in Afghanistan, e se questa è la situazione, allora devi affidarti a pericolose e costose operazioni di trasporto combinato via terra da sud, o magari attraverso Caucaso e Caspio. O più probabilmente a costosissimi ponti aerei. Poi sul terreno la situazione peggiora: le infrastrutture non esistono, e spesso l’ultimo miglio è una pazzia da svolgere in elicottero.

E allora i costi finali dell’operazione a quanto ammontano? Se spendo tanto, il conto alla fine si vede. Per avere una idea generale di quanto abbiano speso gli USA nelle guerre post 11 settembre, possiamo spulciare il progetto Costs of War. Nel medio termine, in tutto 6.400 miliardi dollari. Per la sola campagna in Afghanistan, secondo quelli di Military Times, staremmo ben al di sopra dei 2.000 miliardi di dollari: “… most of the money came out of $933 billion in DoD overseas contingency funding. The rest includes: $443 billion in DoD base budget increases to support the war; $296 billion to care for veterans; $59 billion in State overseas contingency funds; and $530 to cover the interest on the money borrowed to fund 20 years of deployments …” . La spesa diretta da parte del Ministero della Difesa USA, preminente sul totale, pare situarsi ad almeno 1.400 – 1.500 miliardi di dollari più gli interessi. Una campagna militare ventennale, di enormi dimensioni, in un territorio impossibile, gestita tramite una catena logistica che potremmo definire come la più inefficiente, pericolosa e costosa di tutta la storia militare. Il consuntivo alla fin fine non poteva che essere astronomico.

Sapete, l’Afghanistan è spesso definito come “la tomba degli imperi”. A turno, svariate presunte o auto nominate potenze imperiali hanno cercato di sottometterlo. Di solito l’impresa si conclude in malo modo: interessante il caso degli imperi britannico e sovietico. Anche nell’antichità questo territorio ha sempre rappresentato un bersaglio ostico e poco conveniente. In anni recenti, è venuto di moda spiegare il problema in termini di propensione a combattere: i miliziani del sud, fanatici e motivati, sarebbero un ostacolo insormontabile. Questa spiegazione non spiega come mai questo territorio abbia rappresentato una spina nel fianco anche per Persiani e Macedoni, ben prima della nascita dell’Islam radicale. Riapriamo la carta geografica e torniamo a guardarla: montagne inaccessibili, infrastrutture inesistenti, distanze considerevoli, scarsa densità di popolazione, impossibilità di accesso al trasporto marittimo. Da almeno 25 secoli, questa parte di mondo è forse uno dei luoghi peggiori nei quali spedire un grosso esercito a far la guerra. Le religioni, le culture e le ideologie si avvicendano, ma la catena logistica rimane impossibile. Immaginare una grossa operazione militare in Afghanistan come se fosse un gioco di tiro al bersaglio in Somalia o in Yemen è un errore clamoroso e per certi versi infantile. Quando ci decideremo ad insegnare un po di geografia ai nostri pianificatori politici e militari?

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Vaccini: pensano che siamo scemi

Vi propino una bella notiziola via AdnKronos: “… Sono quasi 4.000 i contagi da coronavirus in Israele oggi, 3 agosto 2021, secondo i dati del bollettino con i numeri delle ultime 24 ore …”. Che in Israele ci fosse qualche problema lo sapevamo già, e non sono i soli a passare dei guai. Avevano sperimentato medie di 8.000 – 9.000 casi al giorno a gennaio 2021; al momento in valor medio a 7 giorni hanno superato i 3.000 casi giornalieri. Butta abbastanza male. Dallo stesso lancio di agenzia apprendiamo anche che “… I pazienti in condizioni definite gravi sono 221, nove in più rispetto a ieri, 66 in più – sottolinea ancora il giornale – rispetto a martedì scorso. Secondo i dati del ministero della Salute, aggiunge Haaretz, il 42% dei pazienti in condizioni gravi non è vaccinato contro il coronavirus …”. Non sono numeri grossi, ma crescono senza sosta. E naturalmente l’estensore ci ricorda – suppongo riportando un comunicato del Governo israeliano – che ben il 42% dei malati gravi non è vaccinato. Tanto per ribadire il ben noto concetto, casomai qualcuno non avesse capito bene.

Problema: avete mai provato l’ebbrezza di una bella sottrazione? Alla scuola elementare la maestra ci obbligava a provare. Facciamo, che so, 100 – 42. Se ricordo bene fa 58 – per sicurezza ho controllato con la calcolatrice. La velina delle autorità sanitarie di Tel Aviv forse non esponeva esplicitamente una informazione importante: al momento ben il 58% dei casi gravi ricoverati per Covid in Israele è costituito da vaccinati. Descrivono una fetta del problema, omettendone una più grossa. E non ci ricordano, ovviamente, che in Israele al 3 agosto circa il 64% della popolazione ha ricevuto un qualche vaccino. Basta poco per capire quale sia l’efficacia relativa dei vaccini in uso per quel che attiene la gravità dei sintomi; lascio il calcolo ai lettori. Israele è avanti a noi di quasi tre mesi in tema di vaccinazioni; da cui l’importanza di osservare quel che accade laggiù: è lo specchio del futuro prossimo. Quanto al modo di riportare la notizia da parte dei media e delle autorità: pensano che siamo scemi. Potrebbero anche avere qualche ragione.

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HMS Queen Elizabeth: il gregge è immune, vero?

In Lombardia dicono che stanno per raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”. Si tratterebbe del numero di persone immunizzate contro una malattia che è sufficiente a rendere marginale la trasmissione della malattia stessa; proteggendo anche i soggetti eventualmente non immunizzati. E così abbiamo gli “scrocconi” che se la spassano a sbafo scaricando sulle spalle degli “eroi” i rischi connessi alla eventuale e salvifica campagna vaccinale del caso – questo almeno stando alla retorica televisiva del momento. Per chi apprezza un bel misto di informazione e chiacchiere sul tema, consiglio Wikipedia. L’articolo in enciclopedia individua una possibile soglia di “immunità di gregge” per un assortimento di una decina di malattie. Una di esse è notoriamente affetta dalla capacità di divenire più contagiosa nei “vaccinati”; una seconda in lista invece è non vaccinabile in toto, causa potenziamento anticorpo dipendente, e la cosa è risaputa da anni. Lascio ai lettori il bel gioco di scovare i due casi problematici. Consiglio: usare Google Scholar, le informazioni ci sono già.

Noi aderenti alla vecchia scuola abbiamo il vizio di affidarci al metodo sperimentale: eseguo un esperimento e vedo quali siano i risultati. Sulla base di detti risultati, decido se un certo assunto teorico sia accettabile oppure no. Facciamo un bel gioco: prendiamo una grossa portaerei a propulsione convenzionale, e ci mettiamo sopra circa 1,600 tra marinai, ufficiali e personale civile ausiliario. Vacciniamo tutti quanti con due dosi di un dato vaccino, ed attendiamo che il vaccino sia pienamente efficace. Quindi mandiamo la nave a farsi un giro per il mondo. Infine attracchiamo nel porto di un’isola per qualche giorno, e lasciamo che alcuni membri dell’equipaggio scendano a terra per rifornire la nave. Risultato: ci troviamo a bordo un bel focolaio della malattia che intendevamo respingere con la campagna di vaccinazione, con più di 100 contagi accertati, in un lasso di tempo che potrebbe essere appena una settimana.

Questa divertente situazione non è immaginaria: è reale. La nave è la HMS Queen Elizabeth, l’isola è Cipro e la malattia è al solito Covid19. Copertura qui, qui e qui. Il personale a bordo non era solo vaccinato per bene: applicava anche rigidi protocolli tra distanziamento, mascherine ed altri DPI, sistemi di tracciamento, disinfezione e via dicendo. Mica come al bar a Milano, tutti a volto scoperto a ridere e scherzare: su una nave da guerra in missione in condizioni di allerta sanitaria è bene non fare i furbi, lo sappiamo tutti. La portaerei sarebbe rimasta a Cipro per rifornimenti tra il 30  giugno ed il 5 luglio. I primi casi a bordo sono stati rilevati il 4 luglio; gli articoli che forniscono copertura della notizia sono stati pubblicati grossomodo a partire dal 14 luglio. E’ ragionevole supporre che i 10 giorni di distanza siano uno spazio di tempo più ampio di quello in cui si è materialmente diffuso il contagio; la notizia è certamente giunta in ritardo ai giornalisti. Una settimana, più o meno, è un lasso di tempo ragionevole.

La marina britannica ha fatto parecchio per tenere a bada Covid: “… All personnel deployed have received both doses of the Covid vaccine, and there are a number of mitigation measures onboard, including masks, social distancing, and a track and trace system …” , riferiscono i francesi di France24. Il risultato di tutto questo sforzo comunque sarebbe la produzione di qualcosa come (100 / 1.600) x 100.000 x 2 = 12.500 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. All’incirca. Tanto per chiarire a tutti cosa significhi, in Italia a metà novembre 2020 siamo arrivati a produrre anche 40.900 nuovi casi al giorno. Più o meno (40.900 / 60.400.000) x 100.000 x 14 = 948 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. Immaginando di proiettare su due settimane la peggior giornata di sempre. La prestazione fornita dalla portaerei britannica è certamente irraggiungibile, quale che sia l’artificio contabile che utilizziamo per cercare di sottostimarla. Per dirla con i dissidenti anglofoni, “… But what about 100% vaccination rate? [….] 1 in 16 (= higher case rate than any country!) turns out to be infected …. “. Una garanzia.

Ed ora eccoci di nuovo in Lombardia: prendiamo 10 milioni di residenti, ne vacciniamo il 70% e ci raccontiamo di avere raggiunto la “immunità di gregge” contro Covid19. Casomai qualcosa dovesse andare storto – se ad esempio accadesse quel che è capitato a bordo della HMS Queen Elizabeth – prepariamoci a produrre la bellezza di, che so, (12.500 / 100.000) x 7.000.000 = 875.000 nuovi casi totali ogni due settimane. Fantasioso, vero? Ma certo, sono solo filastrocche per la sera a tavola.  Speriamo. Nel frattempo in Germania, stando a Spiegel, la speranza di liberarsi della pandemia – o almeno della sua percezione – pare affievolirsi. Il concetto di “immunità di gregge” potrebbe anche essere una chimera in sé, stando ad uno dei creatori di Astra Zeneca – riferisce El Pais. Possiamo raccontarci la storia di Covid19 in mille modi; ma non scordiamoci quella portaerei britannica attraccata a Cipro.

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Mortalità Covid in Europa: la frode che non c’era

Sapete cosa si intende nel mondo anglosassone con le espressioni ”doctored” o “data doctoring”? Si tratta di locuzioni per certi versi dispregiative, che originano dal verbo “to doctor”. Stando ai dizionari on line che ho consultato, questi si potrebbe definire come “the action of changing the content or appearance of a document or picture in order to deceive” o ancora come “to change something in order to trick somebody”. Concettualmente, è l’operazione con cui andiamo a distorcere alcuni dati ed informazioni al fine di fornire una immagine ingannevole di una notizia o di un fenomeno. Così noi italiani potremmo tradurre di getto “data doctoring” come la falsificazione o contraffazione dei dati; non è del tutto corretto, visto che in genere non si parla di informazioni integralmente fasulle. Si tratta essenzialmente di interpretazioni ingannevoli spinte tramite una lettura faziosa di dati che in sé stessi sono sostanzialmente corretti. Falsificare un dato è una cosa, forzare una lettura fuorviante dello stesso è un’altra cosa. La secondo pratica è enormemente più efficace, e ben più difficile da smascherare.

Volete un esempio chiacchierato e famoso? Avete presente le statistiche circa gli effetti della pandemia da Covid-19? Nella prima metà del 2020 a tenere banco era stato il caso della Germania: con gli aeroporti aperti, avevano spedito in gran copia in Italia le persone infette provenienti dall’oriente che poi causarono l’avvio della prima, disastrosa ondata nostrana – o almeno questo ci siamo raccontati noi italiani. I morti di marzo ed aprile 2020 però li abbiamo visti in Italia, Francia, Spagna: non in Germania. Questa faccenda ha causato polemiche virulente, al punto di spingere molti commentatori ad accusare le autorità sanitarie tedesche di avere distorto i dati. Se i disastri lombardi prendono le mosse dagli aeroporti tedeschi, come farebbero i tedeschi a non infettarsi e a non morire? La spiegazione che andava di moda l’anno scorso faceva leva sulle definizioni formali: in Germania le persone decedute venivano dichiarate vittima di Covid solo se quella era l’unica o la prevalente causa identificabile di morte – così ci si raccontava al bar ed in TV. Et voilà: spariti cumuli di morti dalle statistiche, semplicemente adottando una definizione più restrittiva per decidere chi sia morto a causa della recente pandemia e chi invece no.

Ma questa storiella che riguarda il numero apparentemente troppo basso di vittime di Covid-19 registrato in Germania è davvero un grottesco esempio di “data doctoring”? I tedeschi hanno davvero taroccato i numeri? Come facciamo a dirlo? Facciamo un bel gioco: anziché affidarci ad un parametro che è possibile alterare con facilità, ci affidiamo ad un parametro che non si può proprio alterare. I morti di Covid possiamo farli scomparire dalle statistiche, semplicemente non eseguendo i test del caso – come capitava spesso proprio qui in Italia – oppure adottando definizioni restrittive – come sarebbe accaduto in Germania secondo qualcuno. Possiamo anche farli apparire come per magia, per esempio utilizzando test che producono tanti falsi positivi. Ma i morti sono morti: non puoi decidere di non morire. Quando muori, muori e basta: e gli ufficiali d’anagrafe, al fine di non incorrere in un bel procedimento penale, si danno un gran daffare per trasmettere alle autorità centrali la tua esatta data di morte. La mortalità totale su base settimanale è un parametro inoppugnabile. Proviamo a guardare quella, e vediamo cosa ci raccontano questi sospettabili tedeschi. La banca dati di scelta è quella di Eurostat, liberamente consultabile e fonte diretta di tutte le grafiche a seguire. Le varie nazioni sono divise in gruppi aventi caratteristiche affini.

Mortalità settimanale, gruppo I. Grafica: Eurostat.

Partiamo dai soggetti che hanno prodotto le ondate iniziali più clamorose. Si tratta nell’ordine di Italia, Spagna, Francia, Regno Unito. In questi Paesi la prima ondata Covid si è materializzata a partire da fine febbraio / metà marzo 2020. C’è sempre un gran questionare circa il fatto che la pandemia in corso abbia avuto o meno un qualche reale effetto sulla mortalità: è vero che ogni inverno l’influenza causa tanti morti, ma comunque è ben visibile per questi Paesi un chiaro incremento di mortalità. Per cronaca, si tratta di una mortalità effettivamente superiore a quella che di norma si registra con l’arrivo dell’influenza stagionale – si veda il sunto sulla mortalità in eccesso dello stesso Eurostat, ed il documento equivalente di Istat. Gli olandesi hanno subito destino analogo ai primi quattro Paesi in classifica nel primo grafico, mentre i portoghesi la prima ondata non l’hanno nemmeno vista – perlomeno non in termini di incremento della mortalità totale.

Mortalità settimanale, gruppo II. Grafica: Eurostat.

E ora qualche nazione più piccola. Prima ondata inequivocabile anche in Belgio, Svezia e Svizzera: il repentino incremento nella mortalità settimanale totale la rende subito evidente, che ci sia o meno la volontà di testare i casi sospetti. Come sempre, i morti totali si vedono; e non si prestano ad alchimie contabili. Oscillazione al rialzo modesta per l’Irlanda. Per Finlandia e Norvegia nessun effetto: non si apprezza alcuna prima ondata, e se per questo nemmeno le successive. In questo caso è ragionevole supporre che la mortalità indotta da Covid, in qualche modo rilevata dalle autorità preposte, sia essenzialmente sostitutiva: si tratta di persone che sarebbero decedute in tutti i casi, con un’altra infezione, e che invece sono inciampate proprio in questa malattia. In alternativa, volendo credere alle statistiche ufficiali, possiamo ammettere che in questi Paesi i decessi Covid siano stati semplicemente rarissimi. Le ragioni di questa situazione saranno oggetto di molte discussioni nei prossimi anni.

Mortalità settimanale, gruppo III. Grafica: Eurostat.

Adesso passiamo agli imputati: Germania, Polonia, Romania. Per polacchi e romeni calma piatta per gran parte del 2020, e mortalità in rialzo solo dalla fine di settembre. I tedeschi hanno sperimentato un numero di decessi settimanali leggermente alto ad inizio 2020, ma si tratta di una oscillazione a malapena percepibile. Anche per loro l’appuntamento con gli effetti più drammatici della pandemia è rinviato all’autunno. In questi Paesi la prima ondata non c’è stata; se è stata in qualche modo rilevata testando persone positive e quindi decedute, si tratta probabilmente di un grossolano equivoco. Non corrisponde ad alcun significativo incremento della mortalità totale, e questo è un parametro inoppugnabile: vale la pena ribadire ancora una volta che i morti totali nessuno può farli sparire, né apparire, dalle statistiche pubbliche.

Mortalità settimanale, gruppo IV. Grafica: Eurostat.

Per chiudere, la mortalità rilevata in un ulteriore gruppo di Paesi meno popolosi. Lituania e Slovacchia non hanno sperimentato nessuna prima ondata. Austria e Repubblica Ceca hanno vissuto una situazione paragonabile a quella osservata in Germania: la mortalità totale ad inizio 2020 è solo lievemente superiore alla norma, ma non produce incrementi vistosi. La Bulgaria mostra un picco lievissimo di mortalità nelle prime settimane del 2020. Probabilmente ha poco da spartire con Covid. Nel complesso, anche per questi Paesi l’appuntamento con la pandemia è stato sostanzialmente rimandato all’autunno del 2020.

Tiriamo qualche conclusione. Il continente europeo è abbastanza chiaramente diviso: da una parte i Paesi disposti ad occidente, dall’altra quelli centro – orientali. La prima ondata della pandemia da Covid-19 è evidente per gli inglesi, gli italiani, gli spagnoli, i francesi e qualche realtà più piccola come Olanda, Belgio, Svezia. I tedeschi non hanno barato: fanno parte di un gruppo di Paesi che ha sperimentato andamenti diversi. L’area germanica, l’Europa orientale ed in buona misura i Balcani la prima ondata non l’hanno vista neanche da lontano: in questi Paesi non ha prodotto effetti degni di nota. Ovviamente sono inciampati nelle ondate successive. L’idea secondo cui solo alcuni Paesi europei avessero cercato di ritoccare le statistiche – idea a cui avevo creduto anch’io – è probabilmente priva di ogni fondamento. Semplicemente esistono delle differenze geografiche reali che dividono l’Europa. Le cause di questo fenomeno saranno oggetto di discussioni in futuro, ma almeno riconosciamo la natura del fenomeno per quel che è: decisamente non si tratta di “data doctoring”.

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Inflazione, cibo & rivolte

Diamo un’occhiata ad un tema che non sembrava essere poi di gran moda fino a sei mesi fa: la cara buona vecchia inflazione. Come dire: tante persone cercano di spendere banconote per comprare qualcosa, ed i prezzi di quel qualcosa prendono a salire. Sembra facile, ma è una cosetta complicata: non basta stampare quattrini e metterli in giro per fare inflazione. Bisogna anche che vengano spesi – e non accantonati. Se concedo mutui agevolati a speculatori che comprano appartamenti di lusso a Londra, l’immobiliare londinese in effetti vede crescere i prezzi; ma il pane non cambia affatto di prezzo. Se invece comincio a far girare sussidi ed incentivi nelle mani di tutti, la musica è diversa assai: chi non ha niente corre a spendere, e ci vuol poco a capire su quali beni e con quali effetti.

Indici dei prezzi per energetici, metalli, agroalimentare. Fonte: IndexMundi.

E così ecco un po di serie storica via IndexMundi / FMI sugli indici dei prezzi di energetici, metalli, e cibo. Si tratta di medie pesate che considerano l’incidenza reale di ogni singola commodity sul relativo paniere di beni. Se ricordo bene i valori 2005 sono assunti come valore 100% – ma qualsiasi annata può fare da riferimento. In pratica la grafica risultante è un sunto di vent’anni di storia del mondo contemporaneo, almeno in senso economico. Ci possiamo riconoscere una moltitudine di eventi: la crescita dei prezzi al passaggio di millennio, l’estate rovente del 2008, il tonfo successivo. In particolare il mercato dell’energia, dominato dal petrolio, ha rappresentato forse la preoccupazione più grande almeno fino al 2014: da lì in poi, la situazione è cambiata parecchio. Perfino la crescita recente delle quotazioni non ha restituito agli energetici il ruolo di principale fonte di problemi nel campo dell’inflazione: adesso a tenere banco sono metalli e cibo.

E se i prezzi salgono, e stanno salendo davvero da almeno un anno, allora è lecito domandarsi quali saranno le conseguenze. Nel mondo dei ricchi sono cose come l’allargamento della pletora dei poveri, magari sporadiche proteste e qualche mutamento politico. Nel mondo dei poveri, quelli che si sognano 3 o 5 dollari al giorno per vivere, avremo invece fame, sommosse, colpi di stato, guerre civili ed altre simili piacevolezze. La relazione tra prezzo del cibo – il carovita, come dicevamo noi italiani qualche anno fa – ed instabilità sociale è intuibile per chiunque, ma si può anche quantificare in modo leggermente più preciso. Per avere qualche idea sul tema, vi propongo il lavoro vecchiotto intitolato “The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middle East“, disponibile via Cornell University. Uno studio di 10 anni fa, che comunque fotografa abbastanza bene la natura del problema.

Indice dei prezzi degli alimentari, instabilità sociale. Grafica: Lagi, Bertrand & Bar-Yam.

La seconda immagine è presa a prestito dall’articolo originale – ed è una immagine che ha goduto di una qualche notorietà alcuni anni or sono. E’ costruita mettendo assieme il parametro Food Price Index edito dalla FAO e le varie proteste e sommosse registrate in Nord Africa e Medio Oriente prima del 2012 – con tanto di conta delle vittime accertate. Quel che c’è da vedere è abbastanza prevedibile: fai crescere il prezzo del cibo, e in breve tempo otterrai un’ondata di rabbia popolare. Che è poi possibile cavalcare per fini politici eventualmente assai deplorevoli: conosciamo tutti il significato delle “primavere arabe”, e la scia di distruzione che ne è seguita. Il Food Price Index proposto nella seconda immagine è un indice di quotazioni “di giornata”: non è corretto per l’inflazione. Adottando la seconda soluzione, semplicemente i valori di apice dei prezzi del 2008 e del 2011 finirebbero con l’essere equivalenti. Il ché non cambia di molto la visione della situazione dell’epoca.

E ora il presente: negli ultimi mesi abbiamo avuto una feroce impennata dei prezzi. A livello globale, il risveglio si è visto prima di tutto negli energetici: i vari lockdown avevano depresso la domanda di carburanti; appena le riaperture si sono fatte sentire, i prezzi sono tornati in alto. Però ci sono altri problemi in gioco: abbiamo un rapido incremento di costi anche per metalli ed alimentari. Catene logistiche in difficoltà, fabbriche a passo ridotto, scorte insufficienti oppure momentaneamente bloccate. Faremo a meno di qualche lastra di alluminio, ma mangiare dobbiamo mangiare: e per quel che concerne il cibo, secondo FMI siamo ormai ai prezzi roventi del 2011. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire, prima di tutto nelle contrade più povere del pianeta. Vedremo poi fin quando i banchieri centrali vorranno continuare a spingere l’inflazione con politiche monetarie così accomodanti; passata la prima ondata di rivolte, un problema dei più poveri, ben altre potrebbero essere le vittime di questo nuovo disordine monetario ed economico.

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L’opera più grande

Secondo voi quale potrebbe essere la costruzione più grande – o forse è meglio dire più grossa – realizzata dal genere umano? Per costruzione intendo la traccia visibile: quel qualcosa che farà parlare di noi anche tra mille anni, e che lasciamo in eredità agli abitatori del futuro. Piramidi? Belle e grandi, ma molto rare. Forse il loro moderno sostituto, le megalopoli affollate di grattacieli? Sono oggetti enormi, più o meno durevoli. Forse qualcosa di più esteso, come la Grande Muraglia? O magari le reti di infrastrutture: le strade dell’Impero di Roma fanno parlare di sé dopo quindici o venti secoli; le nostre reti autostradali dureranno probabilmente un po meno, ma lasceranno comunque un segno tangibile in alcuni territori.

Per pensare alle dimensioni di quel che facciamo, dovremmo pensare anche ai materiali che usiamo: più imponente l’opera, più vasta la quantità di materiali impiegati. Le grandi miniere a cielo aperto, immense voragini profonde anche più di un chilometro, resisteranno probabilmente nei millenni a ricordo della nostra voracità: provate ad immaginare quanto tempo e quanto sedimento dovrà impiegare madre natura per colmare la miniera di Bingham Canyon, nello Utah. Chissà se se sarà realmente possibile: può darsi che simili strutture rimangano riconoscibili per tempi enormi. Ma c’è dell’altro; se c’è un materiale che impieghiamo sempre, ogniqualvolta facciamo qualcosa, quello è una entità impalpabile che permea ogni aspetto della nostra esistenza: è l’energia. Muove ogni cosa, e la differenza tra noi umani contemporanei ed i nostri antenati risiede proprio nella capacità che abbiamo di mettere al nostro servizio enormi energie. Possiamo percepire visivamente l’evoluzione storica delle nostre capacità industriali osservando l’andamento della domanda di energia primaria, ad esempio tramite la grafica reperibile via Our World In Data.

Domanda globale di energia primaria. Grafica: Our World in Data.

Per apprezzare il parametro “primary energy consumption” , consumo di energia primaria, possiamo anche rivolgerci ai dati dell’atlante statistico di BP. E’ l’energia generata alla fonte ogniqualvolta azioniamo un bruciatore o un motore; comprende le perdite così come il lavoro meccanico generato, o il calore utile recapitato all’utilizzatore. Nel 2019, a livello globale secondo BP parliamo di 583,9 exajoule. Con unità di misura meno esotiche, si tratterebbe di 5,839 x 10^20 J; o 13,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Il gigantismo della nostra presenza sul pianeta è riassunto in questa cifra, è questo ciò che ci rende diversi dagli umani del passato. Ma questa cosa, il nostro smodato consumo di energia e materiali, è effettivamente in senso dimensionale la cosa più grande che stiamo facendo? Fateci caso: la domanda di energia primaria comprende anche le perdite, il calore residuo generato da una centrale termoelettrica ad esempio. Siamo sicuri che le nostre stime comprendano effettivamente tutte le perdite e tutti gli effetti collaterali del nostro agire? Non mancherà per caso qualcosa di importante?

Variazione del contenuto di calore delle acque oceaniche. Grafica: NOAA.

Il calore che disperdiamo sotto forma di perdite – connesse alla termodinamica – lo conosciamo tutti; ma forse stiamo facendo anche altro. Stiamo scaldando il pianeta, e lo facciamo soprattutto alterando la composizione dell’atmosfera con l’effetto serra. O almeno questa è una possibilità: è difficile definire il limite tra surriscaldamento causato dai nostri gas serra e andamenti naturali preesistenti. Prendiamo una singola componente del problema: il contenuto di calore delle acque oceaniche relativo ai primi 700 metri di colonna d’acqua. L’americana NOAA fornisce sia grafici che dati grezzi. Volendo considerare solo l’intervallo 1990 – 2020, che esprime un andamento grossolanamente lineare, abbiamo incrementi di contenuto termico degli oceani per circa 17 x 10^22 J. Esprimendo il tutto in termini di variazione annuale, avremmo mediamente visto apporti di nuova energia termica pari a circa 5,7 x 10^21 [J / anno]. 5.700 exajoule ogni anno, volendo usare l’inconsueta unità di misura dell’atlante BP.

Riassunto: gli oceani si scaldano, e si scaldano soprattutto vicino alla superficie e particolarmente negli ultimi tre decenni. Non abbiamo certezza della proporzione esistente tra surriscaldamento indotto dalle attività umane e andamenti naturali sottesi: insospettisce moltissimo il fatto che nei due decenni precedenti le temperature delle acque oceaniche fossero relativamente più stabili. Volendo imputare tutto il guadagno di temperatura alla sola attività antropica, ebbene staremmo inducendo nuove immissioni di energia termica negli oceani pari a circa 5700 / 583,9 = 9,76 volte la nostra intera domanda di energia primaria, ogni anno da almeno tre decenni. E ovviamente il calore che appare nei primi 700 metri di colonna d’acqua non è la sola trasformazione in gioco. Per tornare alla domanda iniziale: qual’è la più grande – o la più grossa – costruzione umana in corso di realizzazione nella nostra epoca? Forse – e dico forse – ora lo sappiamo: stiamo realizzando la più grande bacinella di acqua tiepida di tutto il Sistema Solare. Ai posteri l’ardua sentenza.

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Covid & scuola

Le più orride centrali del contagio da covid-19 secondo buona parte dei media italiani: la scuola, le abitazioni, i treni regionali e gli autobus. Tutto il resto – centri commerciali, autostrade, stazioni di servizio, ristorazione, aerei, treni veloci, località di villeggiatura, fabbriche, uffici, sale gioco – parrebbe vittima incolpevole di questi incoscienti studenti che passano il tempo ad ammucchiarsi uno sopra l’altro in corriera, nella cameretta con gli amici e in aule che solo oggi scopriamo essere dei vergognosi pollai. Una litania che conosciamo bene. Ma oltre la litania cosa raccontano i dati? Soprattutto, esistono i dati? Per incolpare una qualsiasi categoria sociale di essere un veicolo preferenziale di contagio, occorre testare la suddetta categoria e confrontare i risultati con quelli ottenuti per un campione generale di popolazione. Se gli studenti sono gli untori, dovranno essere più facilmente contagiabili rispetto alla media.

Ma i dati quindi esistono? Sono in bella vista? O bisogna scavare per trovarli? A livello nazionale abbiamo a disposizione i formati riassuntivi messi assieme dal Ministero della Salute. Utili, ma limitati ad alcune grandi suddivisioni: forniscono i contagi per provincia, ma i morti sono indicati solo a livello regionale. Una bizzarria che impedisce, tra le altre cose, di costruire mappe di mortalità efficaci. Ovviamente non si fa menzione di categorie sociali: non abbiamo dati categorizzati per gruppi come lavoratori / pensionati o cose simili. Nessun problema: basta scavare per trovare. La Regione Emilia Romagna ha avuto l’ardire di lanciare una campagna di screening per testare in modo specifico la popolazione scolastica – studenti e docenti – assieme ai familiari conviventi degli stessi studenti interessati. Realizzando quindi un sottoinsieme di test somministrati nelle farmacie su base volontaria ad un gran numero di persone, per gran parte accomunate dal rapporto più o meno stretto con le istituzioni scolastiche ed universitarie. I dati sono pubblicati sul sito della Regione.

Dati su test e tasso di positività da coronavirus in Emilia RomagnaTest covid, tassi di positività in Emilia Romagna. Fonti: RER, Min. Salute.

E così confrontiamo in immagine il numero di test ed i tassi di positività ottenuti dai dati del Ministero per l’intera popolazione dell’Emilia Romagna, con test e tassi di positività che caratterizzano il sottoinsieme scolastico – inteso come comunità di studenti, familiari conviventi e docenti. Il dato regionale è distorto dalla presenza di una percentuale di test su base volontaria che non hanno relazione con l’universo scolastico, ma questo cambia di poco la situazione – anzi, genera il sospetto che le differenze reali siano perfino più grandi di quanto evidenziato nel grafico. Il confronto, svolto in immagine per un intervallo che comprende le ultime due settimane del 2020 e le prime nove settimane del 2021, è quantomeno imbarazzante. Tolta la parte iniziale della serie dati, nella quale il Ministero non recepiva ancora tutti i test eseguiti, abbiamo in pratica due curve pressoché parallele: la comunità prevalentemente scolastica e il campione globale. Sconvolgente scoperta: la scuola ha fatto un’ottima figura; il tasso di positività che la caratterizza è sempre di un 2,5 – 3 % più basso rispetto a quello rilevato globalmente sull’intera popolazione regionale.

Per memoria storica: abbiamo ricominciato a chiudere le scuole dai primi giorni di marzo; almeno in forma generalizzata. Lo spazio di tempo compreso tra la terza e l’ottava settimana del 2021 costituisce quindi un buon campo di confronto: studenti in aula e sui mezzi di trasporto, pienamente esposti al contagio; dati del Ministero onnicomprensivi, confrontabili con quelli della Regione. Da quel che possiamo vedere, il sistema scolastico ha fatto una figura almeno decorosa. La campagna di screening regionale centrata prevalentemente sul mondo della scuola rivela subito una tasso di positività decisamente basso rispetto al dato globale pubblicato dal Ministero. E’ possibile obiettare che la gogna mediatica a cui sono stati esposti studenti ed insegnanti abbia indotto molte più persone a farsi controllare, introducendo nella statistica molti più esiti negativi rispetto alle altre categorie sociali. Ma comunque non è proprio possibile raccontare che la scuola rappresenti una minaccia epidemiologica: questa è una posizione che non sta in piedi. Conclusione: la scuola non è la fabbrica dei contagi, gli studenti non sono untori ed i docenti non sono scellerati sciamani votati al suicidio collettivo. Buona pasqua a tutti.

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