Shale oil: a Bakken qualcosa è cambiato

Riprendiamo il discorso relativo alla vicenda shale oil / gas, per il noto caso del Dakota del Nord. Le produzioni della regione sono cresciute esponenzialmente a partire dal 2005/2006, e sono entrate in stallo nel 2014; da allora una lenta caduta. I movimenti dell’ultima ora vanno presi con le molle: sono spesso effimeri, e in ogni caso i dati di produzione vengono rivisti per mesi. Volendo trattare nello specifico il solo bacino di Bakken / Sanish / Three Forks, vero cuore dei recenti miracoli petroliferi del Dakota del Nord, possiamo affidarci alla consueta e valida banca dati offerta dall’autorità governativa competente, la North Dakota Industrial Commission. Discesa delle produzioni già evidenziata per via grafica, ma ad ottobre e novembre 2016 si è assistito ad un rimbalzo considerevole. A dicembre, repentino crollo: evidentemente non ci sono stati cambiamenti strutturali importanti, ma solo una corsa ad estrarre e contabilizzare in fretta e furia qualche barile di petrolio in più in un momento ritenuto opportuno. Chissà che gli amministratori di alcune compagnie non abbiano provato a gabbare i revisori contabili iscrivendo a bilancio a fine anno volumi estratti insostenibili nel medio termine. Da fuori, impossibile capirlo con certezza.

Osservare un grafico che mostra i quantitativi di risorsa estratti, petrolio o quant’altro, a volte dice poco. Non racconta niente dei costi di estrazione, dei tassi di esaurimento; e non fornisce nessuna notizia riguardo la qualità del materiale ottenuto, né tanto meno sulle strategie messe in atto dalle aziende per l’immediato futuro. Neppure oscillazioni anomale ed eclatanti riescono a chiarire la situazione, e l’effimero rimbalzo produttivo registrato a Bakken a fine 2016 rende bene l’idea: chi avesse giudicato osservando quella crescita avrebbe potuto gridare al miracolo. A dicembre, dopo appena due mesi, il miracolo era svanito – e questo paradossalmente, ancora una volta, non dice niente del futuro né immediato né lontano. Stiamo osservando una macchina industriale e finanziaria complessa, non possiamo giudicarne il funzionamento limitando le osservazioni al solo andamento dei volumi – o dei danari – estratti.

Esercizio semplice: confrontiamo le quantità di greggio ottenute a Bakken con il numero di pozzi effettivamente in produzione. Non è una novità, e da queste parti il tema è già stato trattato; ma è sempre possibile osservare i medesimi argomenti da una diversa angolazione. Di solito il parametro a cui ci si affida è qualcosa del genere “BBLS Per Well” , o anche “Daily Oil Per Well”: petrolio estratto fratto numero di pozzi in attività. E’ un modello a mucca sferica che ci ha già raccontato cose interessanti: la produttività individuale dei singoli pozzi a Bakken declina da almeno 36 mesi. Per vedere qualcosa in più, anziché ai totali cumulati proviamo ad affidarci alle variazioni: cambiamento mensile nel numero di pozzi produttivi, e cambiamento mensile nella produzione – sempre riferiti all’area Bakken / Sanish / Three Forks. Nelle immagini di seguito, porremo sempre in ascissa le variazioni nel numero di pozzi operanti ed in ordinata le variazioni registrate per le produzioni di petrolio, in migliaia di barili / giorno persi o guadagnati mensilmente.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensiliBakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

E in effetti con il grafico sopra abbiamo almeno una idea di cosa sia la dispersione dei dati: punti sparsi ovunque nel piano cartesiano. Impiegare una variazione mese su mese per pozzi in attività e barili prodotti crea un problema: l’effetto delle trasformazioni del primo parametro non si risente in maniera istantanea a carico del secondo parametro, ed il gap temporale richiesto per produrre qualche cambiamento produttivo varia anch’esso in una forbice ampia. I tempi di completamento e messa in produzione, per ogni impianto, sono ballerini e possono essere influenzati da cose come bancarotte, nevicate, scioperi, incidenti, problemi impiantistici e via dicendo. Dove intervengono fattori umani e sociali, è molto frequente il caso di ritrovarsi correlazioni piuttosto scadenti – eufemismo! Ci arrendiamo? No, anche perché tutti questi puntini sembrano comunque concentrarsi lungo un paio di andamenti: uno a valori positivi di ambo i parametri, e l’altro disposto sotto all’asse delle ascisse, quindi con incrementi nei pozzi operativi e decrementi di produzione.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Proviamo a spianare il rumore generato dagli errori casuali con una media mobile: a 3 o 5 mesi dice poco. Andiamo oltre, media mobile su 11 mesi. E’ parecchio, ma magari qualcosa lo racconta. In effetti qualcosa la media mobile, sovrapposta nel secondo grafico ai singoli dati mensili, lo può raccontare. Quelli che prima sembravano puntini sparsi a caso ora sembrano i costituenti di un andamento complesso e ben delineato. Abbiamo una regione in cui si addensano parecchi punti, più o meno sull’origine; quindi un trend lineare che si dirige verso l’alto, più pozzi e più petrolio estratto. In alto a destra, uno stallo nel quale l’andamento medio orbita attorno a valori più stabili descrivendo poligoni sovrapposti. Quindi un ramo discendente, visibile e pressoché lineare, che riesce a portare le variazioni di produzione in territorio negativo. La cosa è poco chiara, perché mancano le date: dobbiamo sapere da dove siamo partiti, dove siamo arrivati e cosa è successo nel mezzo. Provvediamo subito.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile date storia percorso
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Tolti i dati di variazione mensile e centrata l’attenzione sulla sola media mobile, abbiamo davanti al naso la storia dell’avventura dello shale oil a Bakken. La vicenda prende le mosse nel 2006: le variazioni antecedenti sono piccole, si ammassano sull’origine degli assi e non hanno rilevanza. Dal 2006 in poi, qualcosa cambia: inizia una crescita considerevole nel numero di nuovi pozzi in produzione, assieme ad una crescita velocissima dei volumi di greggio estratti. Lo shock del 2009 non sembra cambiare la situazione, anzi: lo slancio verso l’alto cresce a dismisura almeno fino a tutto il 2011. A partire dai primi mesi del 2012, gli incrementi di produzione divengono più incerti; si continua a perforare a rotta di collo, con addizioni medie di 140 – 170 pozzi produttivi per mese. Dopo qualche ulteriore giravolta, a partire da settembre 2014, inizia una caduta rovinosa che perdura ininterrotta fino a questi ultimi mesi: già a metà 2015 le variazioni medie di produzione per il bacino sono ormai passate in territorio negativo, nonostante i pozzi produttivi insistano a crescere di numero. Volendo prestare fede ai dati disponibili, la situazione è cambiata drammaticamente: oggi come oggi, anche accrescendo il numero dei pozzi in produzione di 100 – 150 unità ogni mese potremmo solo mantenere stabile la produzione. I tempi nei quali questa azione generava incrementi mensili di 15.000 / 20.000 barili al giorno sono passato remoto.

La variabilità dei dati, la dispersione, raccontano altre vicende interessanti. Nel mese di ottobre 2016 è stato registrato il più grande incremento di produzione – sul mese precedente – mai visto per l’intero bacino: almeno 70.000 barili/giorno in più. Possibile gridare al miracolo, ma solo per una manciata di settimane: dicembre 2016 infatti segna il crollo più repentino di tutta la serie dati, con -86.000 barili/giorno. Non c’è stato nessun rimbalzo reale e duraturo: probabilmente è solo un problema di scadenze contabili e/o contrattuali, i produttori avranno ritenuto vantaggioso affrettarsi a vendere quella roba prima della fine dell’anno. Ad ogni modo la media mobile a 11 mesi insiste a seguire il tracciato delineato dalla fine del 2014. Un ulteriore cambiamento però dovrebbe attirare la nostra attenzione: le variazioni mensili del totale dei pozzi produttivi. In valor medio restano positivi, ma osservando i singoli punti dati possiamo notare una considerevole trasformazione: a gennaio 2016, per la prima volta dal lontano 2006, ne è stato registrato un decremento. A dicembre 2016 infine la caduta peggiore di sempre: in un colpo solo -104 pozzi attivi. Una novità per un bacino come Bakken, che per due lustri ha visto solo segni positivi davanti a qualsiasi parametro misurabile.

Arriviamo al dunque: il rapporto con i prezzi – e con gli investitori. Le quotazioni del petrolio si sono mantenute altissime durante lo sviluppo dell’avventura dello shale oil; l’interruzione del 2009 è stata breve, non ha cambiato gli andamenti. A partire da luglio 2014, prezzi in caduta verticale: già ad inizio 2015 le quotazioni si erano disposte ai livelli – modesti – che perdurano fino ad oggi. Questo cambiamento potrebbe essere invocato per giustificare uno stallo nelle attività di prospezione di nuovi depositi di idrocarburi; ma per quale ragione, improvvisamente, allo stesso numero di nuovi pozzi in linea dovrebbe corrispondere una produzione di molto inferiore? Una narrazione di gran moda è quella secondo cui “stanno tenendo il petrolio sottoterra in attesa di prezzi migliori”. Questa idea è stata smentita con chiarezza dalla stessa EIA, che segnalava il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende era divorato dal costo dei debiti già a fine 2015. Se non avevano contante in cassa ed erano sommersi di debiti, come avrebbero potuto astenersi dal produrre e vendere petrolio? Infatti non potevano, e hanno svenduto tutto il possibile.

La storia assume contorni poco rassicuranti: non sembra logico immaginare che a Bakken, o in bacini analoghi, ci siano tesori tenuti nascosti. Semplicemente la resa delle operazioni in atto è scarsa, e non regge il confronto con la cuccagna sperimentata fino a due anni fa. Osserviamo di nuovo il terzo grafico: se le tendenze di caduta in atto a giugno 2016 dovessero perpetuarsi, in pochi mesi a Bakken ci troveremmo con un numero di pozzi produttivi stabile ed una produzione in calo di almeno -20.000 barili/giorno per ogni mese. Che appare ovvio, visto che nel ramo ascendente di curva questo è stato il massimo ritmo mensile di incremento: pura simmetria. Però c’è una cosa meno ovvia da osservare: la tempistica di trasformazione. Quando la produzione saliva, i punti dati costituenti la media mobile si disponevano con una certa spaziatura; ora che scende, sono nettamente più spaziati. Il cammino in salita realizzato tra gennaio 2009 e gennaio 2012 è stato bruciato, nella discesa, in meno di 18 mesi. Siamo così sicuri che ascesa e declino del bacino di Bakken debbano essere processi perfettamente simmetrici? E se invece così non fosse?

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Di polveri sottili, stufe a legna, stufe a petrolio

Emergenza inquinamento: c’è sempre un’emergenza dalle mie parti. Che poi il termine emergenza si dovrebbe riservare ad eventi occasionali, sporadici, imprevisti. Dire che la Pianura Padana sia coperta da una coltre di fumi tossici in inverno – e purtroppo in parte anche nelle rimanenti stagioni – è raccontare ovvietà arcinote. La ventilazione sulle nostre pianure è a tratti scarsa, e le emissioni inquinanti sono terribili e diffuse: ci vuole poco a capire quale possa essere il risultato. Una gigantesca camera a gas, estesa dalla Romagna fino al Piemonte. Esistono valide banche dati che ci raccontano il fenomeno in quantità. Per la mia Emilia Romagna, provvede Arpa: diamo un’occhiata ai dati pubblicati in tema di polveri più o meno sottili.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 02-02-2017Concentrazioni di pm10, 02 02 2017. Grafica: Arpa.

In pratica l’intero territorio pianeggiante della mia regione è stato ricoperto da una coltre di smog gigantesca, per varie giornate. Quello di inizio febbraio è stato uno degli episodi peggiori, ma non certo un evento isolato. Tutti gli inquinanti erano presenti nell’aria in quantità elevatissima; la carta relativa alle polveri – nel caso sotto i dieci micron – lascia pochi dubbi. Il problema è sempre lo stesso: se non ci sono né vento né pioggia, i fumi nocivi che produciamo si ammassano indefinitamente. Ovviamente la caccia ai responsabili si fa rovente, tra blocchi del traffico ed ordini di limitazione dei riscaldamenti. Un colpevole di gran moda è la combustione di biomasse: falò nei campi, caminetti a legna, stufe a pellet. Quelle colonne di fumo opaco e denso, visibili da lontano, qualcosa devono pur fare. Dalle mie parti alcuni sindaci hanno anche cercato di vietare a più riprese l’impiego di questi combustibili. La situazione, nonostante l’impegno profuso, non pare essere cambiata di molto.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 18 10 2016Concentrazioni di pm10, 18 10 2016. Grafica: Arpa.

Attorno alla mia Modena succede quel che succede altrove: la città è infestata di smog. Le polveri sottili si ammassano in abbondanza. Nell’immagine sopra, sempre tratta da dati Arpa, possiamo riconoscere concentrazioni elevate di inquinanti sul centro cittadino; e sul distretto industriale di Sassuolo, patria delle industrie ceramiche. C’è anche un bel serpentone di colore arancio esteso da Campogalliano al confine col bolognese. Ora, che polveri e compagnia ci ricoprano come una trapunta è fatto noto: ma chi è il colpevole? Se io inquino, il vento sparge gli effetti un po ovunque. Per cose come il pm10 la situazione si complica: più fini le polveri, più alto il loro tempo di permanenza in atmosfera. Viaggiano su grandi distanze, e diviene quasi impossibile capire chi le abbia prodotte e dove esattamente. Così ognuno può divertirsi a dare la colpa a chi crede: tanto come possiamo smentire?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 13 12 2016Concentrazioni di pm10, 13 12 2016. Grafica: Arpa.

Sarà. Ma se il vento spazza via tutto e poi si ferma di botto, che succede? Succede che l’inquinamento è sparito, e noi con le nostre attività lo torniamo a produrre. La carta di concentrazione, dapprima tutta verde, inizia a colorarsi: solo che l’assenza di vento impedisce agli inquinanti di spargersi un po ovunque. Di giornate di questo genere ce ne sono; non sono tante, ma le possiamo individuare qua e la spulciando i dati archiviati da Arpa. Nell’immagine sopra possiamo notare qualcosa di interessante: sullo sfondo verde e pulito, pian piano, tornano a riemergere le concentrazioni di inquinanti immesse dalle varie attività antropiche. C’è un lunghissimo serpentone giallo, che si dipana per tutta l’Emilia e che si intravvede a tratti anche ad est di Bologna; è una gigantesca fonte lineare di particolato, assai evidente anche in una rappresentazione tutto sommato semplificata – a sole 5 classi. Si tratta dell’Autostrada del Sole, la stessa che si poteva osservare nell’immagine centrata su Modena.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 14 11 2015Concentrazioni di pm10, 14 11 2015. Grafica: Arpa.

Il cumulo di polveri che taglia l’Emilia si può osservare, a pezzi o quasi intero, anche in moltissime altre date. Non è difficile scovarlo. Anche a concentrazioni medie di inquinanti più elevate riesce a risultare evidente, purché il vento sia scarso. Si tratta di una fonte di emissione incredibile: riesce talora a surclassare i centri abitati maggiori, perfino in pieno inverno. Un monumento all’opera dell’uomo, non c’è che dire. Questa considerazione getta una luce sinistra anche sul resto della cartografia: gli altri punti caldi che vediamo cosa sono? Sono davvero caminetti e barbecue? O potrebbe trattarsi di qualcosa di diverso? Forse dovremmo indagare meglio la questione?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 21 11 2016Concentrazioni di pm10, 21 11 2016. Grafica: Arpa.

Tristemente, nella pianura emiliana è sempre facile individuare il tracciato delle autostrade – specie la più importante, l’Autostrada del Sole. Basta osservare le concentrazioni di inquinanti nelle giornate di scarsa ventilazione: ci potremmo disegnare una carta sufficientemente attendibile. Il comportamento dei nostri serpentoni di catrame lo abbiamo evidenziato per via visiva, senza fatica. Ma qualcuno si è preso la briga di quantificare per bene il fenomeno? Certamente, e si tratta dei soliti tecnici di Arpa, Apat, Cnr: ogni tanto conducono qualche campagna di misura localizzata per studiare un problema specifico. Per dire, già dieci anni fa a Parma ci si poneva l’obiettivo di quantificare in qualche modo la produzione di particolato inquinante imputabile alle reti stradali. Resta qualche traccia di quelle esperienze in articoli e rapporti, come questa trascrizione di un articolo della Gazzetta di Parma. Testualmente: “…. Antonio De Maio e Silvia Brini di Apat (Agenzia statale per la protezione dell’ambiente e i servizi tecnici) hanno presentato il rapporto su «Qualità dell’ambiente urbano». Il volume spiega che in Italia, il 34% delle polveri sottili Pm10 è prodotto dalle vetture, il 46% dai mezzi pesanti ….”. E fin qui siamo alle stime, discutibili come sempre.

Nella stessa occasione i tecnici degli enti deputati a svolgere i controlli si permisero di riferire qualcosa di più sostanzioso: “…. Lo conferma una ricerca su Parma presentata dal direttore dell’istituto sull’Inquinamento energetico del Cnr, Ivo Allegrini, e da Lorenzo Bertuccio, direttore scientifico di Euromobility. Fra il 9 e il 17 febbraio, i tecnici del Cnr hanno installato 18 punti di rilevazione dell’aria lungo i 17 chilometri di A1 del territorio comunale. Lo studio sottolinea che non meno del 30% degli agenti inquinanti nell’aria cittadina provengono dall’autostrada. Ogni giorno, quel tratto di A1 è percorso da 37mila auto (45mila il venerdì) e 27-28mila camion. Ma esce al casello di Parma solo il 28% delle auto e il 17% dei camion. Questi ultimi emettono due tonnellate al giorno di ossidi d’azoto e due quintali di Pm10. Per dirla con Vignali, dal punto di vista dell’inquinamento «l’autostrada è una seconda Parma, affiancata alla città reale …..”. Una seconda Parma, raccontava allora il sindaco.

Ma noi lo sapevamo già: le mappe colorate con le quali abbiamo giocato poco sopra dicevano esattamente questo. Bastava guardarle. E dire che le vendite di carburanti relative alla rete autostradale non rappresentano certo la fetta più consistente del totale: cosa è in grado di fare allora il nostro intero sistema stradale quando si parla di inquinamento? Quale mostro abbiamo davanti? Questo è un tema di cui in Italia è proibito discutere, un tabù. Non si va molto oltre i sussurri o i trafiletti sulla stampa locale; e d’altronde abbiamo poca scelta, in un Paese che pare trovare la propria ragion d’essere negli ingorghi e nei raccordi. E così anche domani, in giro per l’Emilia, enormi nuvoloni di polveri si leveranno dalle nostre strade a disegnare tante belle curve di concentrazione sulle mappe di Arpa. Il sindaco del mio paesino ogni tanto, quando le condizioni meteo sono cattive, vieta di bruciare legna e sfalci. La nostra passione per il maquillage non tramonta mai.

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Fake news, fannulloni, malattia: poveri noi

Orecchie aperte signori: c’è una nuova guerra in corso in Italia. Anzi, è vecchia e ben conosciuta: i nostri eroici politici, assieme ai propri valorosi sodali, lanciano l’assalto contro quella massa di fannulloni e buoni a nulla che sono i dipendenti pubblici. Nessuno di essi si presenta in orario al lavoro, non fanno mai niente, rubano lo stipendio. Come sapete tutti, le scuole funzionano da sole, gli ospedali pure, e nessun comune o provincia fa niente di niente. Sono strutture magiche, stregate, capaci – se lo desiderano – di svolgere qualsivoglia funzione in assenza di personale. Specie quello di basso livello. Ovviamente in questo edificante quadretto non può mancare il contributo di qualche bravo giornalista, pronto a raccontarci i dettagli più imbarazzanti di questa brutta vicenda. Tenetevi forte.

Assenze per malattia sei dipendenti della PA: il 27% si dichiara malato al lunedìPensate un po, il 27% dei dipendenti della pubblica amministrazione si dichiara malato il lunedì. Scandaloso. Vergogna. A darsi malati così, giusto per allungare un fine settimana, devono essere persone senza ritegno né rispetto per il datore di lavoro o i colleghi. Bisognerebbe intervenire contro questa manica di debosciati. E fanno bene i nostri giornalisti a pubblicare titoli ed occhielli su questo tema, oggettivamente decisivo per le sorti del Paese. Dovremmo ringraziarli per questa sacrosanta opera di informazione.

Accidenti però: ma quanti sono i giorni della settimana? Aspetta, dunque, lunedì, martedì, mercoledì….sette, sono sette. I giorni lavorativi variano parecchio, ma per i dipendenti ordinari di solito sono cinque o sei, a seconda di quel che si fa al sabato. Il problema è che i medici di base sono anch’essi comuni lavoratori, non sono sempre in ambulatorio ad aspettarci. Se andate a dare un’occhiata al sito di una qualsiasi Ausl, noterete che la copertura offerta è generalmente dal lunedì al venerdì. Al sabato e alla domenica, o ve ne andate in un pronto soccorso o non vi riceve nessuno: e andare al pronto soccorso a chiedere un certificato per un’influenza è un comportamento stupido che viene sanzionato – con giusta ragione. Non mi si parli di guardia medica: fa poca differenza e in molte località nemmeno esiste. Nella mia realtà, impone uno spostamento verso il capoluogo; e comunque è dedicata ai casi gravi, non ai virus stagionali.

E così, quando ci va il nostro lavoratore dipendente dal medico se si trova la febbre di sabato o domenica? Avete indovinato: ci va di lunedì. Proviamo ad immaginare che il nostro lavoratore medio raggiunga il medico il giorno dopo avere avvertito i sintomi del malanno: al lunedì troveremo in fila persone che si sono ammalate di sabato e domenica, non hanno scelta. Il venerdì magari lo possiamo lasciare perdere, supponendo che i malati del venerdì si affrettino a raggiungere l’ambulatorio – tanto per sottostimare un po. Il minimo sindacale è di due giornate: almeno le due giornate precedenti finiscono col gravare sulle visite del lunedì, non di meno. E così, 2/7=0,28571….circa un 28,6%. Se non ci sono altre distorsioni significative in gioco, è logico attendersi che non meno del 28,6% dei dipendenti malati si rechi dal medico al lunedì. O almeno questo stando alle nozioni dell’aritmetica: forse il 27% che infiammava la discussione non è un dato così negativo? Vorrei che un giorno o l’altro spuntasse un giornalista dotato del coraggio di raccontare al pubblico questa miracolosa scoperta. Farebbe un gran bene al dibattito attorno al mercato del lavoro.

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Immobiliare Italia: bidone in vista?

Acque agitate in tema di fondi immobiliari: negli ultimi giorni a passarsela male o malissimo sono quelli di Poste Italiane. Pare che da quelle parti ci siano alcuni fondi “di investimento” che si apprestano a concludere la propria vita operativa, con risultati poco gradevoli dal punti di vista dei sottoscrittori. La descrizione degli eventi fornita da Wired: “…Il fondo Irs … [omissis] …Alla chiusura le quote da 2.500 euro si sono quasi volatilizzate: la società di gestione del fondo, la Investire Sgr del gruppo Finnat – che gestisce anche Obelisco – ha spiegato he distribuirà agli investitori appena 390 euro….”. La spiegazione convenzionalmente adottata davanti a questo tipo di evento è più o meno sempre uguale: la crisi. Di che genere di crisi si intenda discutere non mi è del tutto chiaro.

La vicenda delle difficoltà dei fondi immobiliari è più ampia di quanto si possa pensare ragionando sulla debacle del solo fondo IRS. Stando a Rai News “…Oltre a IRS e a Obelisco, anche il Fondo Immobiliare Europa 1 rischia di penalizzare fortemente i piccoli investitori, visto che secondo alcuni calcoli (e’ stato collocato nel 2004) avrebbe perso l’82% del valore delle sue quote. Ha una scadenza molto più lunga, invece, il fondo Alpha (quella originaria era il 27 giugno 2015, e’ stata spostata al 2030 ferma restando pero’ la facoltà per la società di porre in liquidazione anticipata il Fondo)…”. Ci sono quindi vari fondi immobiliari in circolazione, piazzati da Poste Italiane; e le perdite potenziali forse arriveranno ad eguagliare quelle massive prodotte da IRS. Quanto al trucco di spostare in avanti nel tempo la resa dei conti: ottima idea per i gestori, ma forse non sarà piaciuta molto ai sottoscrittori. Perdite ingenti, di questo si discute. Un folta truppa di investitori – in molti casi risparmiatori che hanno firmato il foglio di carta sbagliato – deve mettere in conto il fatto di avere perso buona parte dei soldi piazzati in queste gestioni.

Il problema reale sotteso a tutta la faccenda è la differenza tra prezzo e valore. Il prezzo di un bene è quello che paghi in giornata per acquistarlo. Il valore è un’altra cosa: è quel che vale realmente il bene in questione. Da un lato potremmo dire che se le parti che effettuano la compravendita agiscono in maniera corretta i due importi in teoria devono essere vicini; d’altro canto è difficile definire un valore intrinseco per un oggetto, visto che questo può modificarsi nel tempo. E’ un problema complesso. Proviamo ad affidarci ad un paio di indicatori per capirci qualcosa. Primo tentativo: il controvalore monetario complessivo attribuito agli immobili. La Banca d’Italia pubblica rapporti circa la ricchezza detenuta dalle famiglie italiane. La voce “immobili residenziali” è la più interessante: definisce il valore di tutto lo stock residenziale in mano alle famiglie, in miliardi di euro correnti alla data della rilevazione. Ebbene, dal 1995 al 2013 questo parametro è passato da 2200 a 4952 e rotti miliardi di euro, con un picco di 5356 nel 2011. Nello stesso intervallo di tempo, il prodotto lordo nazionale è cresciuto, secondo UP, da 985 a 1605 miliardi di euro – anch’essi a valori correnti. L’incidenza sul prodotto lordo del controvalore dello stock residenziale è lievitata, nel periodo, dal 223% al 309% ; con una punta nel 2011 attorno a 327%. Niente male, e in pratica sono poco più degli stessi muri.

Quotare uno stock di immobili è una cosa, costruire e mantenere le abitazioni è una cosa diversa. In teoria, in assenza di compravendite, sarebbe possibile far lievitare il valore del patrimonio immobiliare anche senza spendere un bel niente. I soldi li spendiamo se compriamo qualcosa. Possiamo raddoppiare la quotazione teorica di una classe di beni, ed iscriverli a bilancio a doppio prezzo; se nessuno compra o vende, questo non produrrà nessuna nuova uscita corrente. Nel caso delle abitazioni questo è impossibile: inevitabilmente ogni famiglia che si costituisce finirà col dover comprare casa, o comunque la dovrà come minimo ristrutturare. E qui viene fuori il secondo parametro che possiamo osservare: la spesa delle famiglie italiane per l’abitazione, ampiamente indagata da Istat, che ci fornisce una valida collezione di dati nelle sue serie storiche. Dopo un periodo di relativa calma, tra il 1973 ed il 1991, l’incidenza delle spese per l’abitazione ha preso a gonfiarsi senza sosta: diciotto anni di calma piatta attorno al 18-19% del bilancio familiare, quindi una scalata inarrestabile che ci ha portati al 36-37% odierno. Anziché meno di 1/5 del bilancio, oggi una famiglia media spende più di 1/3 delle proprie entrate per l’abitazione. Questa trasformazione ad oggi sta facendo sparire l’equivalente di più di 4000 euro l’anno dal bilancio di ogni famiglia italiana; e purtroppo sono sono soldi veri, bisogna lavorare per metterli assieme.

Annualità di reddito stipendio richieste per acquisto comprare casa abitazione appartamentoAnnualità di reddito per comprare un’abitazione. Grafica: Agenzia delle Entrate.

Il terzo parametro utilizzabile per fare confronti è una nostra vecchia conoscenza – amo ripetermi se costa poca fatica, e in questo caso ne vale davvero la pena. L’argomento già trattato è il rapporto tra stipendi e prezzi delle abitazioni. Stipendi, non economia in senso lato: perché non ci interessa sapere se il Pil va su o giù, ma semmai se il potere d’acquisto del nostro stipendio sale o scende. E la grafica in alto, sottratta al Rapporto Immobiliare 2016 dell’Agenzia delle Entrate, rende evidente l’accaduto: la fatica fatta dalle nostre famiglie per acquistare una abitazione si è gonfiata senza sosta almeno fino al 2010. Se il Pil cresce e gli stipendi calano, le famiglie comuni si impoveriscono; e questo renderà inaccessibile l’acquisto della casa, anche in presenza di prezzi stabili. Tanto basta a far capire quanto sia rilevante la grafica proposta dall’Agenzia delle Entrate: perché mette a confronto diretto il reddito disponibile per la famiglia con il costo dell’abitazione media. La crescita vorticosa del rapporto, interrottasi solo nel 2011, chiarisce il concetto di “bolla speculativa” di cui si è tanto chiacchierato: i prezzi degli immobili perdevano ogni contatto con le disponibilità economiche degli acquirenti. Le banche coprivano – anzi, creavano – la differenza concedendo montagne di prestiti che ora vedete esporre al telegiornale con il nome di “sofferenze”. Si badi bene, la grafica va indietro al 2004 e non oltre: ma la folle corsa speculativa era iniziata tempo prima. Stiamo guardando una voragine.

Gli immobili italiani, e specialmente quelli residenziali, sono sopravvalutati rispetto agli andamenti del passato. Nel rapporto con l’economia nazionale, di un buon +38/40%. Nel rapporto con le spese correnti delle famiglie, di un +95/100%. Nel rapporto con le annualità di reddito richieste per l’acquisto, di almeno un +35%; ma se volessimo essere maliziosi questo dovremmo considerarlo un limite inferiore, le serie pubblicate nascondono una parte della corsa. Non c’è modo di stabilire con sicurezza dove stia la verità, ma una cosa sicura possiamo intuirla: le vendite del futuro non si svolgeranno ai prezzi che consideravamo usuali negli ultimi anni. E qui torniamo alla vicenda dei fondi immobiliari di Poste Italiane: messi in liquidazione, hanno mostrato il proprio effettivo valore; purtroppo molto distante dal prezzo a cui erano stati acquistati. E’ un campanello d’allarme che dovrebbe preoccuparci, visto che molte banche italiane hanno cercato di piazzare ai clienti strumenti concettualmente simili, in gran quantità, anche negli ultimi anni. Perfino dopo la crisi 2008/2009, e con un’insistenza al limite del sospetto. Può darsi che nel prossimo futuro la religiosa fiducia riposta dagli italiani nei mattoni e nel cemento venga delusa. Non è detto che quella roba valga davvero quel che abbiamo speso attorno ad essa.

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Magari arriva la neve

Inizio d’anno all’insegna del bel tempo. Un po troppo bello a dire il vero. Andiamo a malapena sotto lo zero, e le giornate sembrano primaverili. In famiglia ho raccolto segnalazioni di cose insolite, tipo bulbi di tulipano già in movimento. Almeno le gemme nelle vigne paiono ferme. In montagna non va molto diversamente. Un rapido giro di immagini riprese tramite webcam spiega bene la situazione.

il corno alle scale ripreso da nord, privo di neveNiente neve sulle montagne ad est del Libro Aperto. Nemmeno a quote abbastanza elevate, almeno ieri. E per ora la situazione non sembra essere cambiata di molto. Di solito in questa stagione a dominare è il bianco; i colori che vediamo invece sono ancora quelli dell’autunno.

monte cimone in inverno, senza neveAnche il Cimone se la passa più o meno alla stessa maniera. Le piste sono state coperte di neve artificiale. C’è un po di bianco, ma gli spessori più che per gli sci parrebbero idonei per una gita in ciabatte. Possiamo sperare nelle prossime giornate, la temperatura si abbasserà; non è detto che arrivi anche neve. Nel gennaio 2014 insoliti temporali con tanto di tuoni ci regalarono una disastrosa alluvione. L’inverno passato abbiamo speso poco a scaldarci – definirlo inverno è piuttosto fantasioso. Adesso possiamo aspettare, magari un po di inverno arriverà. Ne abbiamo bisogno, anche se tendiamo a dimenticarlo facilmente.

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Bakken, North Dakota, shale oil: nodi al pettine con calma

L’epica avventura shale oil / gas prosegue negli Usa – quasi solo da quelle parti. Montagne di debiti vengono prodotte e piazzate in cambio di titoli di aziende che di utili in effetti non sembrano averne mai realizzati; gli investitori di mezzo mondo accorrono numerosi ed insistono a comprare, anche dopo le recenti ondate di fallimenti. Pardon, ristrutturazioni. Il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende venisse assorbito dal pagamento di rate ed interessi sui debiti già nella seconda metà del 2015 dovrebbe in teoria bastare a chiarire la situazione. Probabilmente ad oggi le cose stanno andando più o meno nella stessa maniera: niente utili rilevanti, debiti sparsi ovunque. Ma la macchina continua a marciare, e a sputare gas e petrolio sul mercato. Qualche effetto si comincia ad intravvedere anche sul lato produzioni, i prezzi bassi delle materie prime in questi due anni qualcosa hanno cambiato. Vediamolo con il caso del Dakota del Nord, un esempio noto e didattico.

north dakota nord crude oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio per pozzoDakota del Nord, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

Sempre ottima la documentazione fornita dall’autorità governativa, la North Dakota Industrial Commission. Allo stato attuale disponiamo dei dati relativi a tutto il mese di ottobre 2016. Quello che è accaduto è semplice, almeno in prima istanza: produzione storicamente stabile da tempo immemore, cambiamento improvviso nel 2008, crescita tumultuosa fino alla metà del 2014, piattezza seguita da caduta ancora in corso. Tutto semplice però non è, visto che lo sviluppo dell’ultimo decennio ha riguardato solo certe regioni del Paese e non altre. La produzione complessiva ha superato il milione di barili al giorno nel 2014 e rimane ancora attorno a quel livello, sebbene ora la traiettoria sia discendente. Numero di pozzi in produzione a parte, a trasformare la resa del comparto è stata la produttività di ogni singolo pozzo: più o meno quadruplicata in una decina di anni. Attenzione: i pozzi forse resteranno, ma la produttività potrebbe calare sul serio. Da fine 2014 a fine 2016, la resa di ogni foro ancora operativo è calata di un quarto.

north dakota nord bakken formation crude oil shale oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio scisto per pozzo bacino di bakkenDakota del Nord, bacino di Bakken, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

A voler guardare meglio, la crescita recente è imputabile in gran parte ad una regione estrattiva che ha acquisito importanza solo in questi anni: questa è Bakken. La formazione in sé si estende anche in Canada, ma l’area più produttiva è proprio quella che sta nel Dakota del Nord. Gli idrocarburi ottenuti da quest’area erano poca roba fino al 2008: poi è iniziata la crescita tumultuosa che conosciamo. Il cambiamento vero però era già in preparazione, e lo possiamo riconoscere nella crescita della produttività dei singoli pozzi: decollava nel 2005, e nel 2009 aveva praticamente già toccato i valori massimi tecnicamente perseguibili. Quello che è successo da allora a Bakken è che non sono cambiate le caratteristiche dei pozzi, ma ne è cambiato il numero. Da meno di un migliaio a più di 10.000 in appena sei anni, e si consideri che si tratta di un bilancio dinamico che risente anche delle continue dismissioni. In pochi luoghi ed in poche epoche gli umani hanno sentito il bisogno di scavare così tanto.

Si va su e si va giù, come sempre in questa vita – e Bakken non farà eccezione. Da quelle parti già nel 2014 era iniziato un pericoloso trend discendente in tema di produttività dei singoli pozzi. Non tanto il numero totale, ma proprio la produttività spuntata dai singoli fori attivi. Il tracollo dei prezzi delle materie prime che conosciamo iniziava a manifestarsi a fine 2014, ed è oggi un dato abbastanza stabile. Se i prezzi scendono e le perforazioni languono, sarebbe logico attendersi un certo impegno da parte degli operatori per tenere in vita i pozzi esistenti – a fine vita magari anche come stripper wells. Questo non sembra avere impedito il declino che osserviamo a Bakken e nel Dakota in generale. La produttività scende inesorabilmente – e linearmente – da un paio di anni. La carenza di pozzi nuovi ha un suo peso in tutta questa faccenda: se è vero che il declino produttivo in questo caso è rapido rispetto all’usuale, la mancanza di turnover si fa sentire presto. Lasciamo chiudere l’annata con un po di scetticismo riguardo ai miracoli della tecnica; c’è sicuramente qualche dettaglio nascosto in mezzo alla massa di dati che potrà raccontarci meglio quel che accade nel mondo degli idrocarburi non convenzionali.

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Bollette elettriche 2016; domani si vedrà

Un po sottotraccia, che forse non è più di gran moda, si discute qua e la delle traversie patite da alcune centrali nucleari francesi. Il commento che ho potuto leggere più frequentemente è del tipo “bollette elettriche più care per l’Italia che importa energia dalla Francia”. Prima di far crescere le bollette italiane, le capricciose centrali francesi potrebbero anche far aumentare le bollette pagate dagli stessi francesi. Il debito atomico che contestava Giulio Tremonti forse sta presentando una cedola; i francesi ora stanno indagando su almeno 12 reattori che paiono affetti da problemi di sicurezza rilevanti. Vedremo come evolverà la situazione, ma intanto possiamo dare un’occhiata all’entità dei costi elettrici che caratterizza alcuni grandi paesi europei. Giusto per capire come ci siamo mossi fino ad oggi.

bollette elettriche casa abitazioni costo energia elettrica consumi domesticiCosti dell’energia elettrica per uso domestico. Grafica: Eurostat.

I dati ovviamente ce li fornisce Eurostat; i valori per il 2016 sono stime provvisorie. In ambito domestico i dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto cambiamenti considerevoli. Per le famiglie italiane ci sono state delle fluttuazioni, ma i costi erano alti da tempo. I tedeschi invece hanno fatto scelte drastiche e drammaticamente evidenti: ad oggi accollano alle famiglie bollette elettriche davvero stellari. All’altro estremo della scala i francesi, piuttosto generosi in tema di chilowattora domestico: almeno fino ad oggi sembrano ancora in grado di fornire qualche sussidio. Si noti bene l’appiattimento recente: gli attori principali sembrano intenzionati a non far crescere ulteriormente le bollette.

bollette elettriche industria aziende costo energia elettrica consumi industriali prezziCosti dell’energia elettrica per uso industriale. Grafica: Eurostat.

In ambito industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. I parchi tedeschi, che tanto tartassano l’utenza di casa, offrono sconti generosi alle fabbriche. Sono quasi allineati ai francesi; il gioco è sempre quello, ovvio, di sostenere l’industria con forniture scontate. Il Regno Unito si ritrova in una condizione pericolosa, con le aziende energivore che fanno le valige davanti a bollette elevatissime; è almeno in parte l’effetto di una prolungata e mal gestita carenza di gas naturale. L’Italia fa storia a sé: prezzi in rapida crescita fino al 2011 / 2012, poi un crollo. Ancora poco e ci ritroviamo a poter competere con i virtuosi ed aggressivi cugini d’oltralpe. La scelta italiana e tedesca è ad oggi piuttosto semplice: favorire le aziende e far pagare il conto ai privati cittadini. Che può avere senso, se queste aziende creeranno posti di lavoro. Sarebbe davvero interessante capire fin quando i francesi potranno sussidiare così pesantemente entrambi i fronti: dipende tutto da come evolverà la vicenda del loro particolarissimo parco centrali nucleare.

Restando all’Italia: ma che altro accade in tema di elettricità? Si parla poco di rinnovabili ultimamente, dopo l’ondata di revisioni degli incentivi che ha di fatto bloccato le nuove installazioni. E così, stando ai dati di Terna, nel triennio 2013 – 2015 eolico e fotovoltaico hanno fornito in Italia 36-38 TWh per anno; una produzione apparentemente abbastanza costante. Nel medesimo lasso di tempo, abbiamo importato in media 42-46 TWh annui dall’estero – in gran parte nucleare francese. Non deve meravigliare il comportamento delle due voci: nucleare e rinnovabili sono cugini, in senso economico; paghi quasi tutto all’inizio e poi produci a qualunque prezzo. Il fatto di avere levato incentivi ad entrambe le fonti – anche quella nucleare non vede più installazioni da tempo in Europa – non farà calare le produzioni in maniera sensibile per anni. Il problema con le centrali atomiche d’oltralpe è che invecchiano, e hanno perso l’iniziale appoggio governativo da molti, troppi anni. Quello elettrico in Italia è comunque un mercato abbastanza stabile. A fronte di una richiesta globale per il 2015 di circa 317 TWh, la termoelettricità tradizionale italiana ha fornito 192 TWh; nell’ultimo triennio poco è cambiato, eccetto le naturali oscillazioni dovute all’idroelettrico – fondamentale ma prono all’andamento meteo dell’annata. Resta il fatto che idrocarburi e carbone ci forniscono più o meno il 60% dell’elettricità che consumiamo: evidentemente le altre fonti tutte assieme qualcosa fanno.

La tesi secondo cui i costi elettrici italiani sarebbero in diminuzione a causa di un maggiore impiego di carbone non sembra molto fondata: i relativi consumi nazionali sono anzi in lieve diminuzione, stando a BP. Gli incentivi più o meno nascosti al carbone ci sono, e vengono spesso contestati; ma questo non vuol dire che stiano funzionando poi così bene. Il vero cambiamento recente è costituito semmai dalla revisione dei dannosi contratti “take or pay” sul gas naturale importato: gli sconti ottenuti ci hanno fatto risparmiare parecchio. Così abbiamo frenato la caduta dei consumi di gas, e abbiamo potuto elargire qualche benefit ad alcune nostre aziende malconce.  Sarebbe interessante capire se questi vantaggi possano durare nel tempo o meno. In queste giornate pare che i guai delle centrali francesi stiano sballottando ben bene il mercato elettrico francese, assieme a quello dell’Italia settentrionale. Prezzi elevati anche per loro, e problemi per noi che da un lato perdiamo una voce di import tradizionalmente economica, e dall’altro forziamo impianti a gas a coprire l’ammanco. Se c’è una cosa che rischiamo di pagare cara nel futuro immediato, e di cui abbiamo ora un assaggio, quella cosa sarà l’incertezza.

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Nebbia e sole

Ieri pomeriggio nebbia abbastanza fitta nelle pianure dell’Emilia. Ieri sera una coltre impenetrabile: non si vedeva niente del genere da qualche anno, almeno dalle mie parti. Quest’oggi medesimo spettacolo, ma in toni ridotti. Ovviamente la nebbia non abbandona mai l’inverno della bassa Pianura Padana, ma il discorso è differente quando consideriamo la media pianura a cavallo della Via Emilia. In queste giornate il fenomeno insisterà a presentarsi in maniera estensiva.

temperature in emilia romagna, 7 dicembre 2016, inversione termica tra montagna e pianura causa nebbiaTemperature rilevate in Emilia Romagna, 07 / 12 / 16. Grafica: Arpa ER.

C’è una cosetta curiosa che dovremmo ricordare quando pensiamo alla nebbia padana: impedisce alla luce solare di raggiungere il suolo. L’irraggiamento, in assenza di nubi, ha effetti abbastanza omogenei e può apportare calore in quantità equivalente a qualsiasi quota; le aree montane risultano un po più fredde per mero gradiente termico verticale. Non oggi però: la pianura interna si è accontentata di raggiungere appena 3/4 °C; quando le aree collinari e montane hanno sperimentato massime anche superiori ai 10 °C, in generale comunque 7/8 °C. Il fenomeno che sperimentiamo è chiamato inversione termica, visto che implica un gradiente termico verticale positivo: non è poi così frequente, ma occasionalmente si ripresenta. Questa faccenda mi ha fatto ricordare la meraviglia che ho potuto provare in tante occasioni, dirigendomi per lavoro verso la montagna, quando al crescere della quota improvvisamente potevo uscire dalla nebbia e mi ritrovavo al sole. E potevo osservare la sommità del gigante fumoso che nascondeva la pianura. Noi emiliani pensiamo sempre con malinconia al sole che non vediamo.

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Un po di acqua

In queste giornate è piovuto per bene in giro per l’Italia. In Piemonte la situazione è abbastanza disastrosa. Si sono sprecati i paragoni con l’alluvione del 1994, di cui ho ancora un vivo ricordo; ma questo parallelo non è del tutto corretto. In quel caso il Po raggiungeva livelli idrometrici elevatissimi anche nel suo basso corso, a causa delle concomitanti piene dei suoi immissari appenninici; cosa che fortunatamente in questi giorni non è accaduta. Restano i gravi danni registrati in varie aree del Piemonte. La Liguria, specie nella regione di Ponente, ha sperimentato gli effetti di analoghi eventi di precipitazione; e nel caso ligure si tende a fare anche umorismo, vista la facilità con cui le reti scolanti della regione vanno in crisi.

mappa precipitazione cumulata 24 ore liguria 24 25 novembre 2016Precipitazioni cumulate in Liguria, 24 – 25 novembre 2016. Grafica: Arpa.

Umorismo che personalmente cercherei di evitare, soprattutto dopo avere dato un’occhiata alla mappa della precipitazione cumulata fornita da Arpa Liguria. In 24 ore anche più di 250 mm di pioggia, e comunque mezza regione affetta da apporti meteorici di 100 – 150 mm. E’ tanta acqua, troppa; considerate per confronto che in molte parti della bassa Pianura Padana la precipitazione media annua può essere anche inferiore ai 700 mm. Gli eventi a cui assistiamo in Liguria però non si limitano alle sole 24 ore di osservazioni che compongono la cartina sopraesposta. Pioveva a dirotto da giorni, e possiamo farcene un’idea osservando i dati di alcune stazioni meteo del ponente ligure.

precipitazioni giornaliere montenotte inferiorePrecipitazioni 48 h, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali montenotte inferiorePrecipitazioni settimanali, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere murialdoPrecipitazioni 48 h, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali murialdoPrecipitazioni settimanali, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere colle del melognoPrecipitazioni 48 h, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali colle del melognoPrecipitazioni settimanali, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.

Nell’intervallo di tempo compreso tra la tarda mattinata di giovedì 24 novembre e la successiva nottata, molte stazioni meteo della zona hanno rilevato piogge cumulate per 280 – 380 mm. Una quantità considerevole. Nell’arco della settimana anche peggio: la situazione aveva già preso a divenire pericolosa nella notte tra il 20 ed il 21 novembre. In poco più di 4 giornate, dal cielo del ponente ligure è scesa pioggia per un totale di 400 – 500 mm. Una pazzia, praticamente poco di meno della quantità di acqua che piove in un anno dalle mie parti. Bizzarra la situazione per il pluviometro “Colle del Melogno”: il totale cumulato su base settimanale ha sfondato la cima del grafico. Quando la rete di monitoraggio ed il sistema di gestione sono stati imbastiti, a nessuno era venuto in mente che potesse verificarsi un diluvio simile. Siamo sopra i 600 mm, grossomodo nelle stesse 4 giornate.

La conta dei danni e l’emergenza di protezione civile ora appaiono una priorità, ma come sempre l’emergenza passa in fretta; i problemi invece restano a farci compagnia a lungo. Il problema è piuttosto semplice: il clima – clima, non meteo – di questi ultimi anni è evidentemente diverso dal clima degli anni ’60 o del periodo fascista. Non è che l’apporto di precipitazione sia cambiato molto, su base annua è più o meno lo stesso di allora. Però è cambiata la distribuzione delle piogge: oggi abbiamo siccità estive più frequenti e marcate – cosa ben nota nella realtà della pianura emiliana – e per contro diluvi in piena regola in autunno e in inverno. Il progressivo ammassarsi degli apporti meteorici verso il periodo freddo è ormai inequivocabile: consiglio a tutti l’atlante idroclimatico di Arpa ER, le immagini parlano da sole. Ovviamente il fenomeno coinvolge gran parte della penisola, come i cittadini della Liguria e del Piemonte hanno potuto ben verificare.

Nel complesso il problema che stiamo vivendo non è nuovo e non è nemmeno sorprendente, visto che viene studiato da molti anni. Un anziano professore di idrogeologia ci raccontava queste cose, esattamente come ce le stiamo raccontando adesso, già quindici anni or sono. Le tendenze in atto sono sempre le stesse, solo che al passare del tempo la situazione insiste ad aggravarsi. Abbiamo reti scolanti concepite a cavallo tra la metà dell’ottocento e l’era fascista, dimensionate con criterio dai progettisti dell’epoca: che però si basavano sulle precipitazioni ragionevolmente attese nella propria epoca . Ora viviamo in un contesto diverso: tutto il nostro approccio alla sicurezza idraulica ed alla difesa del suolo deve essere ripensato. Purtroppo non sembra esserci una seria discussione pubblica riguardo a questo tema. Sediamoci quindi a guardare ed attendiamo il prossimo disastro, non dovremo attendere a lungo.

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FAO food price index: tanta agricoltura, pochi soldi

Indice dei prezzi agroalimentari: la FAO censisce e pubblica da molto tempo serie storiche riguardo ai prodotti di più largo impiego. Il FAO food price index è un buon metro delle difficoltà contingenti a cui è esposto chi produce e lavora il cibo e chi invece cerca di mangiarselo. La costruzione di un indice globale come questo è una cosa complicata: bisogna creare indici dei prezzi separati per vari gruppi di prodotti, e quindi metterli assieme valutandone il peso effettivo. A rendere più difficile l’esercizio provvedono le distorsioni temporali: variano le importanze relative dei componenti, e variano gli effetti inflazionistici. Prendiamo per buoni l’indice globale nominale e le sue componenti così come ce le calcola la FAO, senza troppo questionare. Per chi vuole, è comunque possibile approfondire le considerazioni circa gli indici dei prezzi; ovviamente anche la stessa FAO fornisce approfondimenti sui metodi di analisi.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy sugar, indice prezzi cibo FAO, oli e grassi carne cereali latticini zuccheroFAO food price index, componenti; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

Un indice dei prezzi, in questo specifico caso prezzi nominali non corretti su base inflazionistica. Il periodo di riferimento è costituito dai 36 mesi dell’intervallo gennaio 2002 – dicembre 2004. Saranno anche prezzi nominali, ma qualcosa raccontano: soprattutto se pensiamo che l’inflazione per le più importanti valute di riferimento nel complesso è stata abbastanza bassa negli ultimi vent’anni. Dopo il periodo di relativa calma degli anni ’90, i prezzi iniziano a muoversi in maniera nervosa: le terribili fiammate del 2008 e successive annate le conosciamo bene. Si noti la relativa stabilità del costo delle carni, giustificata dalla complessità della filiera produttiva e dal gran numero di componenti che assorbe; a confronto con la tremenda volatilità che affligge lo zucchero. In termini nominali, i prezzi nell’agroalimentare sono andati incontro a qualcosa di vicino ad un raddoppio; condito da forte volatilità.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy, indice prezzi alimentari FAO, oli e grassi carne cereali latticiniFAO food price index, oli, carne, cereali, latticini; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

La vicenda si legge un po meglio levando di torno per l’appunto lo zucchero, che tra l’altro in termini di spesa complessiva non è nemmeno un attore di primo piano. L’indice globale ovviamente tende a seguire i termini da cui deriva: una media ponderata delle commodities agroalimentari più importanti e diffuse. Relativa stabilità delle carni, relativa volatilità di tutto il resto. I picchi del 2008 e del 2011 sono stati discussi un po ovunque, anche come motore di proteste e rivolte nei paesi più poveri: il fenomeno è stato studiato a livello accademico. Correlare eventi politici ad indici di prezzi è suggestivo ma azzardato, vista la complessità dei passaggi coinvolti. Restano i fatti: c’è una coincidenza temporale abbastanza ovvia tra rivolte di piazza nei paesi poveri e prezzo delle derrate alimentari, e forse questa si può considerare come un’ovvietà. Teniamo a mente anche questo: i poveri mangiano poca carne e molta farina. Questo li espone in maniera terribile ai picchi di prezzo che vedete nei grafici, molto pronunciati proprio per i prodotti vegetali ed i latticini. Indiscutibilmente comunque staremmo osservando una storia di recente e discontinuo rincaro dei prezzi, con negativi effetti sociali ed economici.

Indiscutibilmente? Forse no, e per capire la situazione dobbiamo pensare a come funziona l’agricoltura. Un agricoltore vero per fare il proprio lavoro impiega mezzi – azionati dal gasolio – i cui costi sono legati essenzialmente ai prezzi alla produzione dell’industria. Che dipendono dalla quotazione degli energetici, dominati dal petrolio. Poi ci sono i trasporti, e chi lavora nei campi sa bene di che parliamo: ultimo miglio, camion, ancora gasolio, ancora costo degli automezzi. Ad un agricoltore, o ad una industria conserviera o molitoria, non interessa affatto sapere di quanto si siano spostati in su o in giù i prezzi nominali delle derrate alimentari. Nemmeno interessa sapere quali siano stati i movimenti di prezzo corretti su base inflazionistica. Quel che interessa è tutt’altro: vendendo 1000 kg di mais o di burro, quanto gasolio potrò comprare per coprire i consumi operativi della mia azienda? E’ il carburante la vera valuta di riferimento, fa capolino ovunque. Se in 24 mesi i cereali raddoppiano e il gasolio quadruplica, sono fottuto. Se negli stessi 24 mesi i cereali si deprezzano di 1/4 ed il gasolio dimezza il suo prezzo, allora posso respirare bene.

FAO food price index 1990 2016, crude oil price brent wti fuel index, indice prezzi agricoltura FAO, indice prezzi petrolio greggio carburanti gasolio, ratio, rapportoFAO food price index, prezzo del petrolio, rapporto. Fonte: FAO, IndexMundi.

E qui arrivano le note dolenti, almeno per chi lavora nei campi: il potere d’acquisto relativo spuntato dalla produzione agricola è sostanzialmente crollato al passaggio di millennio. Mettiamo a confronto l’indice dei prezzi fornito da FAO con un indice avente struttura comparabile, e che rappresenti la variazione dei prezzi nominali del petrolio in riferimento al medesimo periodo base 2002 – 2004. Il secondo indice è più rozzo del primo, ma considerata la scarsa pressione inflazionistica media e la limitata estensione nel tempo può comunque identificare i cambiamenti importanti. Riassumiamo velocemente l’accaduto: dopo il ’99 – ’00, il petrolio decollava mentre il valore attribuito alla produzione agricola scivolava in basso. Prima di questa trasformazione, il rapporto tra i due indici oscillava attorno ad un certo campo di valori; successivamente si è posizionato a livelli che sono meno della metà, e da lì non si è mosso per quasi tre lustri. Riassumiamo ancora: il grano non compra più niente, e gli agricoltori europei devono chiudere bottega.

L’evento che osserviamo nei grafici è improvviso e decisivo. Da qualche parte evidentemente origina. Tra le molte ipotesi possibili, mi permetto di propinarvene una legata all’abbattimento delle barriere commerciali in sede WTO. Nella descrizione fornita dalla medesima Organizzazione “… more than 30% of agricultural produce had faced quotas or import restrictions. The first step in “tariffication” was to replace these restrictions with tariffs that represented about the same level of protection. Then, over six years from 1995-2000, these tariffs were gradually reduced  …”. Addio dazi, e siamo stati sommersi di prodotti che provengono o da colture estensive americane o da piantagioni africane piene di schiavi. In Europa quasi nessun agricoltore dispone di campicelli lunghi 3 km; e a parte la mafia nemmeno di schiavi. A questo fenomeno si sono sovrapposte tendenze globali ben note, tra cui incrementi di produzione e scomparsa di sussidi e/o di operazioni di ritiro delle produzioni eccedenti. Per i prezzi il destino era crollare, e questo hanno fatto.

Il rovescio della medaglia però esiste: la perdita di valore relativo della produzione agricola rispetto ai prodotti energetici / industriali rappresenta a tutti gli effetti un considerevole “guadagno di efficienza”. In pratica, a livello globale, stiamo ottenendo oggi molto più cibo impiegando meno mezzi e meno carburanti – in caso contrario non avremmo certo potuto osservare simili andamenti nei rapporti tra gli indici di prezzo. Un vantaggio transitorio e pieno di effetti collaterali ben noti, di solito classificati sotto l’etichetta poco lusinghiera di “economia di rapina”, ma comunque un vantaggio rilevante. Le rivolte degli affamati? Parliamo di persone che vivono ai margini del sistema e che hanno un potere d’acquisto limitatissimo. Non c’è efficienza che possa alleviarne le sofferenze, e comunque soffrono prima il caro carburante del caro pagnotta. Negli ultimi due anni abbiamo registrato una leggera ripresa della forza relativa dei prezzi dell’agroalimentare; potrebbe anche essere l’inizio di un nuovo cambiamento importante, chissà. Nel mentre, almeno per un po, continueremo a goderci il mondo che abbiamo costruito.

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