Lavoro in regola vietato per legge: o nero o niente

Ricordate le affermazioni di Ignazio Visco di qualche mese fa? Diceva il governatore della Banca d’Italia che “non si crea lavoro per legge”. Il lavoro lo creano le aziende e la vitalità economica di una nazione: se l’economia gira ci sono i posti di lavoro, altrimenti si fa senza. E in tempi di crisi la disoccupazione è stellare, come già sapete. Sarà vero. Avete mai sentito parlare di cuneo fiscale? Molti di voi si, suppongo. Per chi ne è digiuno: il cuneo fiscale è la quantità di tasse ed oneri assimilabili che vengono sottratti ad un reddito o ad una produzione economica. Per noi uomini della strada è più interessante pensare agli stipendi dei lavoratori, gravati da quello che più precisamente potremmo definire “cuneo fiscale e contributivo”. Il datore di lavoro paga una cifra per assumere il lavoratore; a questa cifra vanno sottratte tasse, assicurazioni, contributi e via dicendo. Il lavoratore riceve solo una quota della cifra che il datore di lavoro gli destina. Per vedere come siamo messi, riferiamoci al più recente rapporto OCSE / OECD.

cuneo fiscale e contributivo in Italia e paesi Ocse / UE / Europa Cuneo fiscale e contributivo, stipendi medi dei lavoratori. Fonte: OCSE.

Il livello di cuneo fiscale e contributivo nella grafica realizzata da OCSE è quello rilevato per il 2014, tramite dati forniti dai vari Stati. Gli italiani scontano un elevato livello di tassazione sugli stipendi. Molto elevato. Stiamo attorno al 48,22%, vicini ai vertici della classifica. Ci fanno compagnia Paesi come Belgio, Austria, Germania; e da quelle parti i servizi non sono esattamente come qui da noi. Oltre che vedere quanto paghi, dovresti considerare anche cosa ottieni in cambio. In ogni caso, rimanendo all’area europea, le differenze non sembrano poi così stellari: facciamo parte di un gruppetto di testa nel quale la sottrazione di salario orbita attorno al 50%, e dietro di noi un folto numero di nazioni tende ad avvicinarsi ad un 40%. Non è che poi in Polonia o in Norvegia facciano miracoli: girano attorno alla media OCSE, un 36%. Dire che il datore di lavoro spende per te 100 euro e tu ne ricevi 52 o 60 forse non è così sconvolgente.

Le semplificazioni uccidono, vero? Quando ritiri la paga, lo fai per spendere i quattrini in beni e servizi. Se compri carne, pagherai quindi anche l’IVA massima; con i coloniali spendi meno in tasse, e alla base trovi sfarinati o verdure che godono di una IVA agevolata minimale. Come dire che dopo aver perso per strada metà del salario lordo, regalerai ulteriori tasse, accise e gabelle prima di poter effettivamente spendere qualcosa per te stesso o per la tua famiglia. Però immagina di non voler comprare beni, ma piuttosto servizi costituiti in prevalenza da manodopera: colf, badanti, idraulici, muratori e via discorrendo. Quanto paghi? Le tasse sul tuo stipendio le hai già salutate, ma anche il lavoratore che vuoi assumere le deve pagare; così come deve pagare assicurazioni sugli infortuni e contributi pensionistici. Il cuneo fiscale e contributivo agisce su entrambi, non solo su di te. Una catena di sant’Antonio poco gradevole.

Quanto fa in totale? Se siete salariati nella media e spendete soldi per assumere un prestatore d’opera in regola, banalmente dovete moltiplicare i risultati netti stimati da OCSE. Supponendoli equivalenti in media per voi e per chi assumete, nel caso italiano farebbe più o meno ((100 – 48,22)/100) 2 = 0,268 . Traduco: se lavorate in regola e assumete in  regola, dei 100 euro lordi che ricevete dal vostro datore di lavoro potrete concederne ad un prestatore d’opera – netti – appena 26,8. Ed il dato è in peggioramento. Ci sono poche scelte rimaste: rovinarsi, rinunciare, oppure pagare in nero. Di solito gli italiani pagano in nero. In questa storia di nero forse c’è solo il delirio di un paese che pretende di tassare a morte maestre e lavandaie per concedere di scaricare dalla partita aziendale auto di lusso a qualche furbetto. Bisognerà raccontarlo al governatore; e magari raccontargli anche che con queste leggi distruggiamo attivamente il lavoro regolare da decenni. Forse non serve: Visco queste cose le sa già.

Pubblicato in soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Russia: rubli, debiti, crediti, chiacchiere; e oro ovviamente

Come dicono gli americani? Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra. E’ il validissimo test dell’anatra, sempre consigliabile quando si discute un problema apparentemente complesso. Dunque, alcune settimane fa il presidente Usa è venuto a farci visita. Ci ha detto varie cose interessanti, ma in particolare ne ha dette un paio che meritano menzione: la prima è che noi italiani siamo troppo morbidi con i russi, dovremmo detestarli con più impegno. La seconda è decisamente più sorprendente: ci è venuto a raccontare che le “sanzioni” imposte ai russi sono inutili. Il fatto curioso è riportato anche da quelli di Repubblica: “….Il dossier che Obama consegnerà a Renzi al G7 indica (sempre usando dati russi) che il commercio con l’intera Ue è calato del 37%. Quello con l’Italia è calato di meno, del 26%. Più pesantemente dell’interscambio russo- italiano è sceso quello con la Cina, meno 29%. Eppure la Cina non applica le sanzioni, anzi Putin è andato in cerca di un nuovo “rapporto privilegiato” con Pechino per attutire l’impatto delle misure occidentali. Dunque, se l’interscambio con la Cina regredisce in modo così vistoso, la conclusione americana è che le cause vanno ben oltre le sanzioni: al primo posto c’è la caduta del prezzo del petrolio che ha impoverito la Russia e decurtato il suo potere d’acquisto….”.

L’americano rassicura gli italiani: tranquilli, le sanzioni non servono a un tubo. Le abbiamo messe tanto per scherzare, ben sapendo che non avrebbero prodotto differenze rilevanti a lungo termine. L’economia russa è fatta in primis di risorse minerarie, è il loro prezzo a decidere il gioco. Fa piacere sapere che questi politici ne siano consapevoli, ma resta allora da capire per cosa ci stiano ammorbando da mesi. Lasciamo perdere. Piuttosto, come va con i parametri misurabili? I russi in effetti una guerra regionale – monetaria e finanziaria – la hanno combattuta davvero in questi mesi. Hanno giocato con i cambi, hanno speso riserve, imposto e subito sanzioni, hanno ricomprato aziende, svalutato e rivalutato il rublo. Un sacco di movimento, ma è vicino al termine o si naviga ancora a lungo nel mare mosso? Un metodo per giudicare potrebbe essere andare a vedere come si modificano le riserve della Banca Centrale Russa.

Riserve in oro e valuta estera in Russia - International reserves, gold, foreign exchange, central bank of RussiaRiserve della banca centrale russa, prezzi del greggio.

Vedi un po. I movimenti importanti sono stati svariati in questi quindici anni. Le riserve della banca centrale russa hanno preso il volo più o meno nel 2004, in corrispondenza con una impennata dei prezzi del petrolio – il dato esposto in grafica viene da Index Mundi. Con il crollo della primavera del 2009, improvvisamente la banca centrale brucia le sue disponibilità per puntellare i cambi ed il sistema bancario. Poi la ripresa successiva, ed infine l’ultimo crollo dei prezzi a generare ancora un identico comportamento del banchiere centrale russo. Le rendite petrolifere sono importanti, e non è casuale che si prestino tanto bene a costituire un termine di paragone accettabile nel nostro caso.

Si faccia attenzione ad una cosa però: la forza finanziaria dello zar non è costituita solo da queste riserve dichiarate dalla banca centrale. E’ in realtà un bilancio complicato che comprende riserve, fondi di stabilizzazione, e ovviamente debiti pubblici oltre ad un mucchio di altre cose come partecipazioni in aziende e banche. Il debito pubblico dei russi in particolare declinava fino a scomparire più a meno al passaggio di millennio, divenendo sostanzialmente irrilevante nel 2005 / 2006. Per questa ed altre ragioni, può essere utile restringere il campo di osservazione ad un intervallo temporale limitato: alcune relazioni diverranno decisamente più evidenti, e verranno meno le distorsioni dovute all’estinzione progressiva delle posizioni debitorie.

Riserve della banca centrale russa, prezzo del petrolio - Russian federation reserves, oil price, 2015Riserve della banca centrale russa, prezzi del greggio, dettaglio.

La revenue da idrocarburi sale, le riserve salgono; la revenue scende, le riserve scendono. Casomai le quotazioni del petrolio dovessero stabilizzarsi, il banchiere centrale russo non sentirà più il bisogno di bruciare riserve per sostenere banche, aziende, tassi di cambio. E l’ammontare delle riserve diverrà stabile in conseguenza. La stabilità osservata in questi ultimi 4 / 5 mesi fa ancora una volta il paio con l’appiattirsi delle quotazioni del petrolio. La relazione tra i due andamenti è piuttosto lampante, e abbastanza logica a livello intuitivo. Intendiamoci: data una certa congiuntura sul mercato degli idrocarburi, non è possibile predire quali saranno le scelte operate da questi governanti; non in senso strettamente quantitativo. Però le relazioni osservabili ci dicono che possiamo almeno comprendere quale sarà l’atteggiamento tenuto dalla banca centrale a livello qualitativo.

Il presidente americano pare avere detto le cose come stanno, seppure a bassissima voce. I russi hanno reagito in varia maniera al circo equestre delle sanzioni economiche, e viaggiano ora in acque relativamente poco mosse. Hanno smesso di bruciare quattrini già da alcuni mesi, semplicemente perché la loro fonte di introito in valuta estera ha ripreso a funzionare decorosamente. Hanno anche attuato svalutazioni aggressive, certo; imponendo sacrifici ai salariati. Però ha funzionato fin troppo bene, e ha funzionato perché le cose non potevano andare molto diversamente da così: è una questione di quotazione delle risorse naturali. Sono divenute preziose e scarse, e non si può più ferire oltre un certo limite chi le detiene. Gli anni ’90 sono finiti da un pezzo, nel mondo reale.

C’è un’ultima questione che mi incuriosisce: di cosa sono fatte le riserve di una banca centrale? Valuta, titoli, ma anche metalli: oro per dire. Le riserve auree sono un’altra vicenda piena di intrighi e colpi di scena; pensate alle vicissitudini dell’oro libico, o di quello ucraino. Allo stato attuale, la situazione delle varie nazioni è variegata e riflette anche vicissitudini storiche complesse. I russi paiono piazzarsi quinti, dietro ad italiani e francesi, in tema di oro detenuto dallo Stato. Ovviamente dovremmo considerare anche le variazioni temporali in atto, e non solo i valori finali.

Riserve in oro della Federazione Russa, e riserve in valuta - Russian federation gold reservesComposizione delle riserve della Banca Centrale Russa, valuta e oro.

La massa di riserve della banca centrale della Federazione Russa sale e scende secondo gli andamenti già mostrati; al suo interno, la componente in oro ha preso rapidamente quota negli anni 2006 / 2011. E mostra una apparente stagnazione in questi ultimi quattro anni. Attenzione però: a venire dichiarato è il controvalore dell’oro espresso in una valuta di riferimento, il dollaro Usa in questo caso. Se consideriamo le quotazioni dell’oro e deduciamo la massa di metallo detenuta nei forzieri dello Stato, scopriamo che in realtà la riserva aurea russa si accresce senza sosta e con regolarità almeno dal 2008. Una crescita lineare e monotona che non pare avere trovato interruzioni ad oggi. Ci sono non meno di 1250 t di oro nei forzieri russi oggi, a fronte di una produzione nazione attestata nel 2014 di 245 t. Un bel gioco, quello di riacquistare l’oro che esce dalle miniere di casa per ammassarlo in una riserva: chi lo ha ideato deve avere giudicato in maniera assai critica le quotazioni odierne del biondo metallo. Faremo presto a scoprire se aveva ragione o no.

Pubblicato in soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Immatricolazioni auto 2015: record di che genere?

Pare che il mercato auto sia in ripresa in Italia, almeno nei primi mesi del 2015. La vicenda ha ovviamente ottenuto un certo risalto giornalistico: possiamo rendercene conto al volo osservando il tono delle notizie con il motore di ricerca.

Immatricolazioni auto da record in Italia a maggio 2015.Segno positivo anche a maggio, e stacco abbastanza visibile rispetto al 2014. C’è di che stare allegri a quanto pare, o almeno così dicono. Per decidere quale sia la situazione, bisognerebbe anche fare qualche verifica in una prospettiva storica. Non basta osservare i dati relativi ad una annata, e alle volte nemmeno lo spazio di un lustro racconta tutto a dovere. Personalmente per le notizie relative al parco circolante / immatricolazioni mi servo in parte di Istat, ed in parte di Unrae. Vediamo cosa raccontano questi signori circa il nostro mercato auto.

immatricolazioni auto Italia, serie storiche e tendenzaImmatricolazioni di autovetture in Italia, storico e tendenza 2015. Fonte: Istat, Unrae.

Gli andamenti storici sono noti a tutti: festa grande fino al 1990, quindi grave crisi e caduta. Successivamente intervengono le miracolose rottamazioni targate Prodi, e si raggiunge la stabilità sperimentata fino al 2007. Infine la crisi recente, con un tracollo rapidissimo. Si noti che ci sono leggere discrepanze tra i dati di Istat e quelli di Unrae, ma nel complesso l’aderenza è accettabile. Oltre ai valori annuali consolidati, il grafico contiene una stima della tendenza misurata a maggio 2015. La risalita mostrata è la ripresa di cui si parla tanto in questi giorni: è una inversione di tendenza evidente, ma è ancora una modesta frazione della caduta archiviata per gli ultimi anni. La domanda essenziale è una sola: si continua così o ci saranno sorprese a breve? E di che genere?

Ultima curiosità: la struttura del mercato. A maggio 2015 le vetture immatricolate erano costituite per il 94,8 % da mezzi alimentati a benzina, gasolio e GPL. A maggio 2014 queste tre forme di motorizzazione assommavano al 92,7 % del totale. Alle varie auto alimentate nativamente a metano, o elettriche oppure ibride resta una fetta miserabile del mercato presente: e pure in apparente contrazione. Oltre a questo, dobbiamo ricordare che nei primi cinque mesi dell’anno in corso il gruppo Fiat ha spuntato una quota di mercato pari al 28,56 %, quasi identica al valore 2014. La questione andrebbe osservata in prospettiva ragionando sugli sforzi economici profusi dai nostri governi attorno a questo settore. Le scelte strategiche fatte fin qui da noi italiani – come nazione e come cittadini – non sembrano granché, vista l’aria che tira.

Pubblicato in soldi, trasporti | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Prova ad andare in pensione, se ti riesce

Spesa pensionistica troppo alta? Forse, sicuramente distribuita in maniera discutibile. Le prestazioni sociali totali nel 2014 ammontavano a 372 miliardi di euro, a fronte di 767,5 miliardi di uscite correnti totali; spesa pubblica globale ormai a 826 miliardi, si veda il Rapporto annuale Istat al capitolo 1. In effetti ci stiamo giocando su questa categoria di spesa – previdenza e un pochino di assistenza – qualcosa come il 45% delle uscite; a fronte di contributi sociali raccolti per 216,4 miliardi di euro. Che vuol dire che una quota della restante fiscalità viene utilizzata per coprire spese di assistenza e magari anche disavanzi delle gestioni pensionistiche in perdita, un fatto probabilmente frequente anche fuori dai confini nazionali.

A chi importa? A me no, e a voi nemmeno. Un italiano qualsiasi vuol semplicemente sapere se e come potrà accedere ad una pensione, e a fronte di quali spese e sforzi sostenuti durante la vita lavorativa. La pensione che vorrei, e quella che mi è concessa: tutto qui. Le norme come sono cambiate negli anni? Tra i vari, serviamoci di uno stringato riassunto ad opera della cassa INPGI per scoprire che “….Fino al 31.12.1995 la pensione di anzianità si conseguiva con 35 anni di contribuzione (420 contributi mensili) a prescindere dall’età anagrafica. La Legge 8/8/1995 n. 335 e successive modificazioni ed integrazioni, aveva introdotto anche per le pensioni di anzianità un’età minima che, fino alla data del 31/12/2007, era pari a 57 anni; prescindevano dall’età coloro che avevano maturato 40 anni di contribuzione….”. Prima del terremoto anni ’90, 35 anni di lavoro con contratti in regola permettevano l’accesso ad una pensione di anzianità.

Adesso le cose vanno diversamente: possiamo informarci tramite INPS, che tra l’altro ha anche incorporato le gestioni relative alle pensioni dei dipendenti pubblici. La pensione di anzianità di un tempo non esiste più a livello nominale, sostituita da tempo da criteri di uscita che richiedono di raggiungere determinate quote somma tra età anagrafiche ed età contributive. Allo stato, i criteri segnalati da INPS sono variabili: 96 – 97 anni di somma età / contribuzione, più differimenti di 12 – 18 mesi per accedere alla pensione. Ci sono anche penalizzazioni economiche. Si tenga a mente che le uscite con criterio di anzianità + età sono ad esaurimento già dal 2011, posto che la legge Fornero impone di abbandonare questi criteri a favore di una pensione “anticipata” che consideri solo gli anni di contributi versati.

La pensione “anticipata”: i requisiti INPS indicano più o meno 41 – 43 anni di contributi richiesti, a seconda del sesso, dell’età di prima contribuzione e delle annate di uscita dal lavoro. Si noti la scelta del nome: se parli di anzianità descrivi una persona che ha sudato per anni una meritata pensione, se utilizzi l’etichetta di “anticipata” invece trasmetti l’idea secondo cui una persona che lavora da quattro decenni e va in pensione sta rubando qualcosa. Governare non so, ma a raccontarcele sono davvero bravi vero? Ad ogni modo, nell’orizzonte prevedibile stiamo parlando come detto di questi 41 – 43 anni di lavoro in regola per accedere ad una pensione che abbia qualche relazione con i versamenti effettuati. Per chi non riesce, ci sarà la pensione di vecchiaia – penalizzante a livello economico. Si suppone comunque che, nel sistema contributivo, un lavoratore normale debba andare in pensione in ragione dei contributi versati: i trattamenti per vecchiaia dovrebbero essere una eccezione e non la regola, almeno in teoria.

Avete presente quanti sono i lavoratori in Italia? Li censisce Istat, osservando le posizioni in regola di qualsiasi natura. Vi rinfresco la memoria: negli ultimi quindici anni abbiamo avuto più o meno 21,5 – 23 milioni di occupati in Italia. Questa è la banda di oscillazione, grossomodo. Adesso dovremmo starcene attorno ai 22 – 22,5 milioni. Quanti sono gli italiani residenti oggi? Cercate in giro da soli, più o meno troverete cifre che oscillano attorno ai 60 – 61,5 milioni di persone; sono stime soggette a variazioni ed anomalie. Nella pratica potremmo sperare di avere messo al lavoro in regola più o meno il 36,7% della popolazione residente – forse lievemente ottimistico, ma questa era la stima Istat per il 2014. La speranza di vita? Oggi orbitiamo attorno ad 83 anni, con le note differenze tra uomini e donne. Ora, se non erro 0,367 · 83 = 30,461.

Trent’anni. In media, stanti la popolazione, la speranza di vita media ed il tasso di occupazione, ogni italiano può lavorare in regola per trent’anni; e probabilmente nell’immediato questo dato è destinato come minimo a non migliorare. Se questa è la situazione consolidata da 10 o 15 anni, come giudicate l’idea di pretendere 43 anni di contribuzione per concedere una pensione “anticipata”? A decidere quanti siano i posti di lavoro disponibili è la leva fiscale: più tasse mettiamo sullo stipendio dei salariati, meno saranno i posti di lavoro disponibili. In Italia vige il divieto di lavorare, specie in regola; chi di voi ha mai letto il cedolino di una busta paga questa cosa la sa benissimo. Ma se lavorare non possiamo perché dovremmo versare contributi? E soprattutto, come dovremmo riuscirci? Trent’anni di lavoro a testa in media. Mandatelo a dire al prossimo luminare che vuole riscrivere le norme sulle pensioni. Quelli sono, trenta, e dobbiamo farceli bastare: se li facciano bastare anche loro. Oppure smettano di reprimere il lavoro, se preferiscono una alternativa interessante.

Pubblicato in soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Incidenti stradali a Modena: come buttare via i soldi

Incidenti stradali sui giornali: morti di qua, feriti di là. Magari mezzi accartocciati, che in fotografia fanno sicuro effetto. Ma i costi? Gli incidenti non sono mica gratis, e alla fine qualcuno deve pagarne gli effetti. Era da un po di tempo che meditavo sul pezzo di Modena Today, già datato ma comunque utile. Veniamo a sapere così che “… A livello nazionale si parla di cifre che  fluttuano tra i 27 miliardi d’euro e gli oltre 30 …”. Invero una stima nota, già proposta dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; per chi desidera approfondire, è disponibile per l’anno 2011 lo Studio di valutazione dei Costi Sociali dell’Incidentalità Stradale. Quest’ultimo lavoro evidenzia che “… La stima dei costi sociali totali dell’incidentalità per l’anno 2011 è pari a circa 27,89 miliardi di euro, data dalla somma del costo dell’incidentalità con danni alle persone (20,83 miliardi di euro) con i costi legati ai sinistri con soli danni alle cose stimati al 2011 (7,06 miliardi di euro). Anche i costi sociali totali si sono ridotti del 2% rispetto al corrispondente valore del 2010 …”. Tra il 2011 ed il 2010 si orbita attorno ai 28 miliardi di euro.

A livello locale che si fa? A Modena e provincia l’Aci segnalava un incremento negli incidenti. Potremmo supporre che ad oggi siano perlomeno stabili, tenuto conto anche delle anomalie statistiche prodotte dai piccoli numeri assoluti del campione – i morti in particolare sono decine, non legioni. La stima raccolta dal giornale: “… si può ipotizzare che nel 2013 i costi sociali dell’incidentalità stradale, per Modena e provincia, si possano attestare attorno ai 310 milioni d’euro, per difetto …”. Un bel gruzzolo, 310 milioni di euro: 442 euro l’anno per ogni residente della provincia. Da pagare ogni anno, sempre e comunque: non c’è modo di scappare, giacché i conti lasciati da qualcuno graveranno semplicemente sulle finanze e sulle vite di qualcun altro. In Italia avremo sì fatto diminuire il numero delle vittime dei sinistri – bella cosa – ma insistiamo a spendere cifre rilevanti per pagare i danni causati da questi eventi.

Qualche termine di paragone? Quanto costa la nostra Provincia? L’ente locale tanto bersagliato da alcuni politici, tacciato di inutilità; quell’ente che ripara le strade provinciali per dire. Possiamo sbirciare gli ultimi bilanci pubblicati, per esempio. Nel 2013, al netto degli effetti dei vari tagli, la provincia modenese contava su entrate pari a 121 milioni di euro. Robetta, vien da dire, a confronto della spesa che i cittadini sostenevano semplicemente per pagare i danni prodotti dagli incidenti stradali. E il Comune di Modena? ha un bilancio anch’esso, con dei costi e delle entrate. Quanto spende? Possiamo navigare i dati consolidati per il 2013 sul sito del Ministero; oppure possiamo leggerci la sintesi proposta direttamente dal Comune. In via riassuntiva l’ente locale ci racconta che “… Il valore complessivo del bilancio nella versione armonizzata, che prevede per la prima volta un Documento unico di programmazione 2014-2016, sarà per il 2014 di 328 milioni di euro, con le spese correnti che scendono a 247 milioni, contro i 266 dell’assestato 2013 …”. Un bilancio globale di 307 – 328 milioni di euro a cavallo tra il 2013 ed il 2014, e spese correnti per 266 milioni nel 2013. Adesso i 310 milioni che spendiamo in incidentalità stradale hanno un significato diverso: sono una spesa davvero consistente, e puramente dannosa. Ridicolizzano il bilancio di una Provincia, e rivaleggiano senza problemi con quello di un Comune capoluogo di 185.000 abitanti. Quando si parla di automobili, non si parla di serbatoi: a dominare il panorama sono la gestione dei mezzi ed i relativi costi esterni. Enormi costi costi esterni.

Se c’è una cosa che gli italiani non sanno fare, quella è il contenimento della spesa. Abbiamo le mani bucate, perdiamo soldi in giro senza rendercene conto; e questo aspetto del nostro carattere si manifesta anche nella vita pubblica. Quando ci mettiamo a fare tagli, di solito scegliamo bersagli a caso: il primo che passa va bene, avrà pure qualche colpa. Eppure almeno due considerazioni dovrebbero precedere queste azioni. In primis, tagliare le ruberie non è rilevante come tagliare le sciocchezze. I soldi rubati avranno fatto felici i ladri, ma quelli spesi per combinare terribili disastri non avranno fatto la felicità di nessuno: nel dubbio, tagliamo prima disastri e sciagure e poi occupiamoci dei furti. Secondariamente, quando affrontiamo problemi contabili ricordiamoci di contare bene: i grandi sprechi pesano più di quelli piccoli. E questo rende essenziale trovare termini di paragone per le azioni che ci vengono proposte: senza confronti dimensionali, rischiamo ancora una volta di eseguire azioni non rilevanti. Tagliare va bene, ma tagliare bene va ancora meglio.

Pubblicato in trasporti | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 5 commenti

Scanzano, Asse II, salgemma: scorie radioattive senza pace

Qualcuno ricorderà la vicenda del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi: da queste parti se ne è già discusso. L’idea corrente è che dobbiamo liberarci delle scorie radioattive scavando un buco per terra, mettendocele dentro e chiudendo il buco; almeno per sommi capi. La proposta nota era, per i rifiuti italiani, quella del sito di Scanzano Jonico: scavare banchi di salgemma per utilizzare le cavità ottenute come contenitore. Seppure scartata già anni fa a furor di popolo, questa idea insiste a circolare in Italia: qualcuno la ritiene valida. Il vantaggio offerto dalle formazioni a sale è la loro presunta capacità di collassare in maniera viscoso / plastica, rivestendo i rifiuti con uno schermo impermeabile. Impermeabile, perché se le fratture si chiudono l’acqua non circola. E d’altronde, la circolazione di acqua avrebbe cancellato da quel dì un banco di salgemma: non sono pochi gli autori che presentano questa argomentazione a sostegno della tenuta ermetica di simili depositi. Sapete, i ragionamenti qualitativi sono spesso fuorvianti: mai affidare una addizione a chi non la sa eseguire.

L’idea del deposito geologico dentro a duomi o diapiri in salgemma è così brillante che possiamo già mettere in bilancio lo smantellamento d’urgenza di uno di questi impianti. La miniera di Asse nella Bassa Sassonia tedesca: un disastro che potrebbe costare miliardi al governo della Germania. Quello che è accaduto è piuttosto semplice: una volta posizionati i rifiuti radioattivi nelle camere scavate nel sale, più o meno a profondità di 500 – 750 m dal piano campagna, la miniera è stata abbandonata al proprio destino. L’idea era quella già esposta: il progressivo collasso del materiale circostante avrebbe ricoperto e sigillato i fusti di rifiuti senza bisogno di interventi esterni. Non ha funzionato, e la notizia è assodata da tempo. In sostanza, la miniera di Asse continua sì a collassare; ma non nella maniera sperata. E’ piena di fratture che pervadono il deposito di salgemma e causano frequenti ingressioni di acqua. Tutto meno che impermeabile e sicura insomma; e lo ammetteva nel 2009 perfino il ministro per l’ambiente tedesco, definendola “l’impianto nucleare più problematico d’Europa”.

La radice del problema risiede in un equivoco che si trascina da decenni: il supposto modo di deformazione dei depositi di evaporiti. Dovete sapere che le formazioni dominate da cloruri – di sodio e/o di potassio – tendono a galleggiare in mezzo ai materiali che le circondano. La halite media – io preferisco chiamarla salgemma – pesa per 2,1 – 2,2 g/cm 3 – e questo la rende un materiale invariabilmente più leggero rispetto a rocce sedimentarie che, se esposte a discreta diagenesi, sviluppano pesi specifici quasi sempre superiori a 2,3 g/cm 3 . Occasionalmente è possibile trovare sedimenti che superano i 2,5 – 2,6 g/cm 3 . La spinta di galleggiamento c’è, ma in generale le rocce sono solidi che conservano la propria forma e rimangono dove sono stati deposti. A meno di avere a che fare con materiali viscosi, capaci di deformarsi distribuendo spostamenti uniformi all’interno del proprio volume senza realizzare discontinuità: immaginate di vedere un liquido estremamente viscoso, come la cera. Anche i vetri si comportano così. Basta aumentare la viscosità, e il materiale ci sembrerà rigido: ma su lunghi periodi di tempo sarà comunque capace di deformarsi come morbida cera.

Il risultato? Una serie di gigantesche bolle di salgemma che risalgono in mezzo agli strati sovrastanti; sono strutture estese anche per decine di chilometri, e molto sfruttate industrialmente. L’enciclopedia italiana utilizza il termine “diapiro” per tutte queste risalite; quella inglese parla di salt dome. Stando alla letteratura scientifica tradizionale, sbagliano entrambe ma di poco. I duomi, quand’eravamo studenti noialtri, erano risalite simmetriche di materiale leggero attraverso strati piani non disturbati; i diapiri erano risalite operate attraverso sedimenti interessati da deformazioni tettoniche quali pieghe o faglie preesistenti. Una idea grafica del fenomeno possiamo farcela tramite la ricerca immagini. La presenza di punti deboli connessi alle deformazioni tettoniche può guidare e facilitare la risalita della massa di sali, ma non è condizione indispensabile. I duomi salini tanto indagati in Texas e Louisiana per la ricerca di idrocarburi si sviluppano altrettanto facilmente attraversando formazioni geologiche indisturbate, planari. Per i curiosi, trovo che uno dei luoghi più singolari interessati dalla presenza di queste strutture geologiche sia Avery Island.

Insomma, cosa non ha funzionato con la miniera di Asse in Germania? Se il sale risaliva attraverso gli strati sovrastanti deformandosi in maniera viscosa, come mai ha deciso di rompersi come un cristallo di Murano caduto a terra? La risposta è piuttosto elementare: velocità di deformazione. Flettere un bancale di 1 mm/anno è una cosa, pretendere di procedere ad 1 mm/minuto è tutt’altra cosa. I fenomeni di creep – deformazione viscosa, scorrimento plastico permanente, chiamateli come vi pare – pongono chiari vincoli di tempistica, estensione e velocità. Se avete una lastra di cera a disposizione, potete provare a sottoporla ad un debole sforzo – tipo appoggiarla alle due estremità – e noterete che si deforma in maniera lievissima al passare del tempo. Flette irreversibilmente sotto il proprio peso; in tanto tempo, e producendo piccole deformazioni. Per tempi lunghissimi, con molta pazienza, potreste fare la stessa cosa anche con alcuni vetri o con talune rocce. Se però prendete la lastra di cera e cercate di piegarla con le mani a temperatura ambiente, finirete col frantumarla lungo un sistema di fratture discrete ed individuabili. Velocità di deformazione troppo elevata, il materiale si rompe in maniera fragile, va in mille pezzi.

E così, ci stanno proponendo di piazzare rifiuti radioattivi dentro a cavità ricavate nelle evaporiti; e ci raccontano che questa è una soluzione sicura, perché il salgemma è capace di deformarsi “come plastilina”, come un liquido ad altissima viscosità. Altrimenti come avrebbe potuto rifluire verso l’alto modificando a piacere la propria forma originaria attraverso gli strati sovrastanti? Non fa una grinza come ragionamento, fin quando non intervengono considerazioni quantitative. Il diapiro salino ha impiegato milioni o decine di milioni di anni per risalire di 1 o 2 km; velocità assolute di centimetri o decimetri per millennio, distribuite su larghezze chilometriche. Nell’enciclopedia in inglese leggiamo che attualmente nell’impianto tedesco “…. Significant mechanical stress is built up between the surrounding diapirs and the artificial construction. The capping mass in Asse II moves 15 cm a year which undermines the strength of the construction …”. Cedimenti di decimetri l’anno distribuiti su centinaia di metri non sono la stessa cosa di deformazioni di decimetri per millennio distribuite su ampiezze di chilometri. Troppi zeri di distanza: ci ritroviamo rotture fragili, fratture, acqua che cola dappertutto, crolli. E così ci vogliono tornare a proporre Scanzano Jonico? Sappiamo cosa rispondere, anzi: cosa domandare semmai.

Pubblicato in ambiente, geologia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 1 commento

Grandi opere, adeguate intelligenze

A quanto pare siamo arrivati al dunque, viene lentamente ammessa la verità riguardo ad alcune celeberrime “grandi opere” italiane. La BreBeMi, per fare un esempio, in questi giorni è sotto i riflettori a causa della cattiva performance finanziaria dell’ente gestore. Racconta il Fatto che “…. La direttissima Milano-Brescia ha registrato nel 2014 un rosso di 35,4 milioni di euro. Mentre il numero medio di veicoli transitati ha superato di poco i 14 mila al giorno, molti meno dei 60 mila previsti …. dal bilancio approvato a inizio marzo dal cda salta fuori che i costi operativi, più di 14,2 milioni di euro, hanno superato i ricavi da pedaggio (11,7 milioni) …. Brebemi non solo non paga il debito mostruoso con le banche, ma nemmeno il costo di gestione. Significa che tenerla aperta costa più che tenerla chiusa ….”. Un  brutto guaio al quale si tentava di far fronte già da mesi, praticamente fin dall’inaugurazione dell’opera; con iniezioni di denari pubblici in forma di agevolazioni e sgravi fiscali. Per ora si parla di regalie da parte del governo per 300 milioni di euro, più 60 milioni dalla regione. Poi si vedrà, ce ne vorranno altri di soldi.

Per chi frequenta questa piccola area per le chiacchiere il fenomeno non è nuovo né imprevisto. E’ solo la naturale conseguenza del tramonto di un modello di mobilità che è oggi insostenibile sotto tutti i punti di vista. La disponibilità di carburante per noi italiani declina senza sosta da un decennio, inutile nasconderselo; e declina anche la capacità di famiglie ed imprese di acquistare e mantenere i mezzi. Tentare di realizzare nuove strade in una simile situazione non è semplicemente inutile: è dannoso. Dannoso per gli automobilisti, e per gli autotrasportatori. Le opere che realizziamo dobbiamo alla fine pagarle, con dei pedaggi, delle accise, o con altre imposte e gabelle. Ma se spendiamo centinaia di miliardi in nastri di catrame, quei miliardi dobbiamo alla fine farli pagare a qualcuno. E quel qualcuno è sempre e comunque il cittadino in qualità di contribuente, autista, lavoratore – un fatto ovvio. Quali modelli logici possiamo immaginare di attuare per tentare di sostenere il coacervo di viadotti, gallerie, ingorghi e nubi di gas di scarico a cui eravamo abituati? Con che effetti?

Sovvenzionare i carburanti per qualcuno. Lo abbiamo fatto spesso, in particolare per il trasporto merci su gomma. Come saprà chi di voi vive sul pianeta Terra, in Italia fin dall’ultimo governo Prodi – affondato a maggio 2008 – sono stati elargiti sgravi significativi ai camionisti in tema di tassazione sui carburanti. In generale, l’Italia ha sempre concesso una fiscalità vantaggiosa al movimento merci stradale. Pareva una idea brillante: leviamo soldi da tutte le parti, li giriamo nei serbatoi e i camion corrono. Purtroppo non funzionò, perché i nostri camionisti hanno per clienti soprattutto gli italiani come me e voi. I danni economici combinati dovuti all’inflazione sulle risorse essenziali, alle imposte ed alla perdita di posti di lavoro hanno presto ridotto la domanda di beni. E così l’autotrasporto è andato in crisi nera – per mancanza di commesse – nonostante gli sgravi sul gasolio: perché se nessuno compra, nessuno trasporta, tema già discusso. Ora abbiamo l’annuario statistico 2014 a disposizione, e scopriamo che lo schianto è ancora più violento: se nel 2005 in ambito nazionale muovevamo su gomma 211,8 miliardi di t·km, nel 2012 siamo scesi a 124. Un – 41,5 % che parla da solo, e non voglio pensare al dato corrente.

Sovvenzionare opere stradali di vario genere. Questa tattica è arcinota a noi italiani, ma oggigiorno è difficile iscrivere a bilancio cumuli di debiti per nuove opere. E così ci siamo dati alla finanza di progetto: facciamo passare per privato un debito che in futuro diverrà pubblico, gonfiando nel mentre il costo delle opere e gli interessi versati alle banche che gestiscono il gioco. Per dire, le ferrovie veloci funzionano così. Anche la chiacchierata autostrada, la BreBeMi, funziona in questo modo. E’ costata 2,4 miliardi di euro presi a prestito da enti quali Banca europea degli investimenti, Cassa depositi e prestiti, Intesa Sanpaolo e via discorrendo. E li deve recuperare con il pedaggio, essendo in teoria opera privata. Però c’è un problema: una economia in contrazione che perde rapidamente accesso ai carburanti liquidi vede anche scemare il trasporto stradale; con ciò facendo sparire la premessa alla base di questo celebre progetto, e cioè gli ingorghi. Senza insopportabili colonne di mezzi fermi, nessun autista sarà disposto a spendere di più per un pedaggio quando può utilizzare a minor costo la esistente A4. Il pedaggio pesante imposto per pagare l’opera obbliga le persone a fare risparmi, e c’è una cosa facilissima da tagliare: le percorrenze. Basta viaggiare meno. Ma questo condanna l’ultimo, costoso ramo stradale a soffrire gravemente, specie se c’è una alternativa economica a disposizione. Pian piano, ci scommetto, questi costi affondati finiranno a carico della fiscalità generale: e questo non risolverà niente. Spalmeremo solo su un numero più ampio di contribuenti il danno economico.

Sabotare qualsiasi alternativa. Già, c’è anche questo. Abbiamo fatto la guerra a tutto ciò che non era un’auto o un camion, a partire dalle biciclette. I tagli al trasporto ferroviario regionale ormai non sono fattibili, essendo stato tagliato tutto il possibile molti anni fa. Interessanti gli spezzatini delle tratte che potrebbero fare concorrenza agli equivalenti AV – vedasi il caso Bo – Fi. Così ci godiamo una rete che offre treni veloci che non fermano da nessuna parte, o regionali che stanno quasi fermi ovunque. Naturalmente le poche stazioni servite dai primi si possono raggiungere in mezzo ai nostri impraticabili centri storici dopo qualche decina di km in auto: e questo colpo di genio ci ha permesso di creare l’unica rete ferroviaria al mondo che incentiva la percorrenza autostradale. Gli esiti sono noti a tutti, ma vale la pena ricordarne uno particolarmente curioso: mentre lanciavamo un intero sistema di ferrovie veloci a lunga percorrenza, la percorrenza media dei passeggeri scendeva rovinosamente. Nel ’91 quasi 105 km per viaggio, nel 2010 a malapena 70. Un esito poco felice.

E così è arrivato Graziano Delrio al ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questo reggiano dalla discendenza sorprendentemente numerosa si è presentato al lavoro in bici, ostentando un’andatura sicura anche senza mani; un habitué del pedale. Pare – e dico pare – che voglia fare un po di spending review, quella vera. Secondo indiscrezioni del Sole 24 Ore è in arrivo una drastica sforbiciata ai progetti faraonici che tanto debito hanno generato: da 400 a 49, e con beneficio del dubbio. Trattandosi di anticipazioni è lecito attendersi delle sorprese, magari qualche smentita, ma il fatto stesso che si discuta della cosa in questi termini è un segnale interessante. Vuoi vedere che qualcuno a Roma ha deciso che non c’è ragione di mandare in bancarotta l’intera nazione? Buona Pasqua, e speriamo di cavarcela.

Pubblicato in soldi, trasporti | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Calorie fossili nel cibo che mangiamo, a decine

Antefatto: ogni tanto riemerge dal mare della rete l’idea secondo cui ciò che mangiamo viene prodotto impiegando grandi quantità di energia, essenzialmente derivata dai combustibili fossili. Un autore americano ha riassunto molti anni or sono il problema affermando che “la moderna agricoltura industriale trasforma i combustibili fossili in cibo servendosi della terra e delle piante”; più o meno suonava così, anche se non sono sicuro delle parole esatte. E in effetti chiunque di voi abbia mai partecipato ad operazioni di concimazione o di motoaratura ha presente che c’è del vero in questa tesi. Utilizziamo mezzi ingordi di carburante, sistemi di trasporto a scala globale altrettanto energivori; la refrigerazione e la preparazione di fertilizzanti azotati sono anch’essi processi avidi di energia. Per gran parte ottenuta da combustibili fossili, ovviamente.

Finché si discute di qualità e concetti non possono emergere grossi problemi: la situazione diventa difficile quando si parla di quantità. Quantificare gli importi di energia in circolazione nel sistema agroalimentare, e suddividerli per origine, non è una operazione semplice e non si presta a sovra semplificazioni. La forma più frequente e colloquiale nella quale i concetti di cui sopra ci vengono esposti è forse quella proposta originariamente da Giampietro & Pimentel, e ripresa nel tempo da una messe di autori ed osservatori. Se ne ritrova l’eco un po ovunque: vari e disparati siti del mondo anglosassone, ma anche testi di autori italiani. Potete trovare riproposti questi dibattiti tra vegani, associazioni culturali e stimati professori. Interessante discorso che seguo da anni. Si spazia da affermazioni come “…per produrre ogni singola caloria di cibo … occorrono in media da una a dieci calorie di combustibili fossili…” a posizioni più drastiche del tipo “…la moderna industria della produzione alimentare, con un agricoltore che siede su un trattore John Deere con l’aria condizionata che è guidato dalla localizzazione satellitare, consuma incredibilmente 10 calorie di energia per ogni caloria di energia (cibo) consegnata al mercato…”. Non incredibilmente, a prevalere nelle discussioni sul web è la tesi più pessimistica: un “per 10″ da applicare alle calorie alimentari, a generare un grosso impatto sull’ambiente e sulle risorse energetiche e non.

Per dare un limite, un raggio d’azione, al nostro “fattore 10” dobbiamo provare a capire come si rapporti alla dimensione complessiva dei flussi di energia messi in opera da noi umani. Quanto consuma una persona? In termini di kcal / giorno intendo, ciascuno di noi mangia cibo e produce calore e lavoro meccanico. Per queste stime esiste una tabellina Fao che riassume le conoscenze accertate riguardo alle disponibilità caloriche degli esseri umani: al 2015 si stima che in media ogni umano consumi mangiando cibi capaci di fornire giornalmente energia per 2940 kcal. Ricordo che la caloria o piccola caloria [cal] viene comunemente definita come l’energia necessaria per innalzare da 14,5 a 15,5 ° C la temperatura di 1 g di acqua distillata posta a livello del mare; l’unità di misura kilocaloria [kcal] – detta anche grande caloria – ne è il multiplo a tre zeri. La stima operata dalla Fao è un valore attendibile, derivato da una revisione critica su moltissimi studi di provenienza disparata. La dispersione dei valori rispecchia la diversità riscontrabile nelle varie aree geografiche: si va da un minimo di 2360 nell’Africa Sub Sahariana, a picchi di 3440 kcal / gg per persona nelle nazioni industrializzate. Estremi entrambi nefasti, anche se per ragioni opposte.

La disponibilità calorica media giornaliera dunque: 2940 kcal, stima Fao. Sono parecchie, ma si tratta di una disponibilità accertata e non di un fabbisogno: in media ci farebbe bene mangiare meno, e infatti il mondo in cui viviamo è affetto da una vera e propria epidemia di obesità. Nell’arco di un anno, un essere umano ingoierà, digerirà e brucerà qualcosa come 2.940 · 365 = 1.073.100 kcal. Posto che al momento la popolazione globale veleggia attorno a 7,3 miliardi di individui, ne possiamo dedurre che nell’arco dell’anno noi umani consumeremo mangiando 1.073.100 · 7.300.000.000 = 7,83363 · 10 15 kcal. Una discreta quantità di cibo convertita in energia. Facciamo intervenire adesso il nostro “fattore 10”, propagandato da tempo per rappresentare l’apporto di combustibili fossili nascosto nei consumi alimentari, e ci ritroviamo per le mani un apporto annuo di energia fossile di 7,8336 · 10 16 kcal. Poco o molto che sia, ci possiamo ragionare su.

Occorre qualche termine di paragone: quanta parte dei nostri consumi globali di energia da fonte fossile è richiesta per coprire una simile spesa? Il primo candidato al raffronto è ovviamente il petrolio; nel 2013 stando a BP abbiamo consumato 4185,1 milioni di t di combustibili liquidi di varia natura. Prendendo per buona la resa indicata nell’atlante di circa 10 7 kcal / tep, la produzione energetica totale annua per i liquidi risulta di circa 4,1851 · 10 16 kcal. La domanda di energia ipotizzata per la filiera agroalimentare, nell’ipotesi di applicazione del “fattore 10” in esame, eccede di parecchio questa quantità: 7,8336 / 4,1851 = 1,872. In pratica occorrerebbe impiegare tutti i liquidi disponibili, ed aggiungerne anche un + 87,2 % solo per riuscire a mangiare. Decisamente non è questo il caso, e d’altronde l’agricoltura non vive di solo petrolio.

Un termine di confronto alternativo potrebbe essere costituito dal consumo globale di energia primaria – sempre nelle rilevazioni dell’atlante BP: 12730,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio in forma di combustibili, rinnovabili, nucleare etc. Questo enorme flusso annuale di energia può equivalere grossomodo a 1,27304 · 10 17 kcal consumate. In questo caso, l’ipotizzata incidenza dei consumi energetici per l’agroalimentare risulterebbe pari a 7,8336 / (1,2730 · 10) = 0,615. Il 61,5% dei consumi globali di energia, per mangiare. La spesa libera per vestirsi, viaggiare, cementificare, fare guerra, curarsi – per tutto il resto insomma – non è ovviamente il 38,5 % rimanente: dobbiamo ricordare che l’industria energetica consuma a sua volta un frazione crescente dell’energia che movimenta solo per tenere in vita sé stessa. Forse potremmo concedere ai consumi liberi diversi dal cibo un residuo che orbita attorno ad un 25 – 30 % del totale in energia disponibile.

E così, eccoci a confrontarci con un modello di domanda energetica per l’alimentazione che ci lascia disponibilità residue in energia che potrebbero essere quelle di una società preindustriale; partendo da premesse apparentemente logiche e propagandate in buona fede da molti autori e commentatori. Cosa è andato storto? Il miglior candidato è il “fattore 10” dato per scontato. Non è così scontato, anzi: probabilmente ha scarsa attinenza con i valori medi reali. Nei numerosi passaggi occorsi a questa discussione è successa una cosa piuttosto semplice: si è preso un caso limite relativo ad una realtà circoscritta e lo si è assunto a paradigma avente validità generale. Le merendine in confezione di plastica fabbricate in Messico con ingredienti sudamericani e vendute alla frontiera del Canada hanno sicuramente una elevatissima impronta energetica ed ambientale, forse perfino oltre il nostro “fattore 10″ in combustibili fossili incorporati nel ciclo produttivo. Però non costituiscono affatto la dieta ordinaria di nessuna persona, e comunque le differenze si ampliano percorrendo diverse aree geografiche.

E’ oggettivamente facile – e mi è capitato di vederlo fare – prendersela con pedoni e ciclisti raccontando loro che consumano più combustibili di un automobilista per percorrere un km di strada, fidando sul celebre “fattore 10″ tanto discusso. Purtroppo, essendo fasullo l’assunto di partenza queste discussioni risultano inconcludenti: non casualmente laddove quattrini ed energia scarseggiano la bici spadroneggia, evidenza empirica sufficiente a farci capire dove stia la migliore efficienza energetica. Ridicolo il caso italiano, nel quale una delle più grosse e moderne agricolture del mondo consuma più o meno quanti i frigoriferi domestici esistenti nelle case dei residenti. La verità è che i numeri tondi tondi sono estremamente attraenti: tendiamo a sceglierli in maniera istintiva, e se c’è una cosa succulenta sono gli zeri. Dire “5” fa un certo effetto, cinque volte tanto; ma dire “10” è un’altra cosa. E’ un ordine di grandezza, e noi contiamo gli zeri prima di tutto. Così è estremamente facile scegliere valori ad effetto, e dieci è di sicuro effetto. Anche se magari non è vero. Impariamo ad ascoltare chi ci dice ” 0,77 – 1,15 “, o magari chi ci dice ” 3,4 +/- 0,81 “. E’ fastidioso, ma è meglio farsi infastidire da cifre realistiche che da decisioni errate basate su cifre imprecise. Le seconde ne ammazzano più della spada.

Pubblicato in agricoltura, energia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 8 commenti

Lavoro, disoccupazione, popolazione: vent’anni son passati

LAVORO, DISOCCUPAZIONE, POPOLAZIONE: ITALIA 1994 2004 2014 Istat Condizione lavorativa Età della popolazione 0 14 15 64 65 + anni Under 15 Occupati 15 – 24 anni Occupati 25 anni e più In cerca di occupazione Non forze di lavoro Disoccupati Inoccupati Inattivi attività Tasso di occupazione % Tasso di disoccupazione % 15 24 anni 15 64 anni 25 64 anni totaleDisoccupati, occupati, inattivi in Italia. Fonte: Istat.

Negli ultimi vent’anni le cose sono un po cambiate nel mercato del lavoro italiano. Possiamo dare un’occhiata grazie ai dati provvisori Istat per il 2014, assieme alle serie storiche consolidate. In termini assoluti, i posti di lavoro disponibili – quelli in regola – non sono cambiati di molto in due decenni; e non è che sia cambiata tanto nemmeno l’incidenza percentuale degli occupati sul totale della popolazione. I lavoratori “visibili” erano il 36,8% della popolazione residente nel ’94 e sono il 36,7% nel 2014; con un picco a metà strada. Il mutamento riguarda soprattutto le età delle persone coinvolte: si sono sostanzialmente estinti gli occupati più giovani, con meno di 25 anni di età. Svaniti nel nulla. Il lavoro in Italia è roba per vecchi, o almeno non per giovanissimi. Altra partita è l’invecchiamento della popolazione: chi ha 65 anni o più oggi incide per più di un quinto del totale; nel ’94 per meno di un sesto.

Più frenetiche le oscillazioni della disoccupazione, che rappresenta il numero di persone che un lavoro lo vorrebbero, lo cercano tramite canali legali e tracciabili, ma non lo trovano. Con 3,2 milioni di disoccupati in circolazione, il 2014 si può considerare a tutti gli effetti un anno da record. A decollare ancora una volta non è tanto la disoccupazione totale, quanto quella giovanile: ad oggi stabilmente sopra il 40% da almeno 19 mesi. I miracoli dei vari blocchi turn over, fornero e compagnia cantante, di cui ora raccogliamo i frutti. C’è ovviamente anche una componente di precariato nel gioco: è facile scaricare un cococo, e costoro sono tendenzialmente giovani. La crisi li ha visti sacrificare per tutelare i lavoratori più attempati: in tutta questa vicenda del mercato del lavoro, pare che l’Italia si disinteressi dei propri figli. Si naviga tranquilli verso il buio.

Pubblicato in attualità, grafica | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Grandi opere, scarsa manutenzione, dolci e fresche acque

sottopassaggio allagato dopo forti piogge, anas, strada, manutenzioneCosa succede quando spendi i soldi per costruire infrastrutture eccedenti le tue necessità e/o capacità? Succede quello che rappresenta la fotografia: qualche grosso guaio. Un sottopassaggio allagato da un buon mesetto impedisce gli spostamenti su una strada secondaria vicino a casa. Reti scolanti semidistrutte, in parte tagliate in malo modo da una recente opera viaria; e poi scelte progettuali sbagliate per l’attraversamento, manutenzione onerosa ed inefficace. Tanta buona volontà, ci hanno provato a risolvere: ma se hai un fossato di scarico inadeguato quando tenti di vuotare il sottopasso finisci con l’allagare i cortili intorno; e ti vedi tornare indietro al punto di partenza una parte dell’acqua. Che tra l’altro in parte non è pioggia, ma proprio la falda: lo sfortunato manufatto è stato piantato in mezzo allo spessore di un paleoalveo. Una fonte inesauribile. Con il vento l’acqua fa anche le onde: chissà se ci sono già i pesci.

Pubblicato in ambiente, risate | Contrassegnato , , , , , , , , , | 2 commenti