Coronavirus: mortalità ancora in aumento

Coronavirus: i casi di contagio registrati nelle ultime settimane sono parecchi, talora anche più di 30.000 al giorno. Tanti i morti: forse non come durante la prima ondata, ma comunque cifre considerevoli. Come sono cambiate quindi le cose? La situazione oggi è effettivamente diversa rispetto alla primavera? Ci sono i dati forniti dal Ministero della Salute, e possono servire per farsi un’idea al riguardo. Ad oggi, fine novembre 2020, pare che in Italia stiamo superando il culmine della cosiddetta “seconda ondata”.

Coronavirus: attualmente positivi, ospedalizzati totali, rapporto, andamentoCovid-19: attualmente positivi, ospedalizzati, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

Dopo l’ondata di casi della primavera, l’infezione da Covid-19 ha perso momentaneamente slancio. L’estate è passata senza troppi problemi, tra feste in discoteca e vacanze sulle spiagge. In autunno, come si conviene a qualsiasi sindrome influenzale o da raffreddamento, la pandemia è riesplosa. Meglio prestare attenzione al significato dei dati disponibili: il picco di positivi che viviamo adesso non è realmente così grande rispetto ai valori della primavera. A cambiare è stata la nostra capacità di individuarli: facciamo più test, tracciamo meglio i potenziali contatti delle persone infette. Inevitabilmente finiamo con lo scovare un maggior numero di casi.

Prestiamo attenzione anche ai rapporti. La frazione di persone ricoverate in ospedale rispetto al totale di casi rilevati era ovviamente elevatissima a primavera: anche un 70%, le punte vistose a sinistra nella prima immagine. Ovviamente si tratta di un inganno generato dalla scarsa capacità iniziale di testare i positivi. A partire da luglio il rapporto in questione cade attorno ad un modesto 5 – 6 %. E lì rimane stabilmente fino ad ora, a fine novembre. Questo è un dato davvero importante: la recente esplosione nel numero di casi, anche 800.000 positivi presenti in una singola giornata, non ha alterato il rapporto con gli ospedalizzati. Un segnale intrigante: buona o cattiva che sia, la nostra capacità di individuare le persone contagiate si è mantenuta probabilmente stabile da luglio in poi; il ché lascia supporre che le serie dati disponibili siano abbastanza coerenti.

Rapporto tra mortalità giornaliera e pazienti in ospedale per coronavirusOspedalizzati, deceduti, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

E ora le note dolenti: la malattia non sta scomparendo, e non sta diventando più lieve. Se proviamo a considerare il rapporto tra le persone ricoverate in ospedale per covid-19 e le persone decedute giornalmente, non possiamo fare a meno di notare alcuni andamenti piuttosto ovvi. A febbraio e marzo la situazione era disastrosa: per ogni 1000 pazienti presenti in ospedale, si potevano registrare anche più di 25 decessi ogni giorno. Attenzione: gli ospedalizzati, diversamente dai positivi ai tamponi, non mentono. E’ possibile che una persona infetta e priva di sintomi passi inosservata, e non possiamo sapere quanti siano gli asintomatici totali. Una persona affetta da sintomi rilevanti invece non può nascondersi: il numero di pazienti ricoverati è inevitabilmente più attendibile del numero di positivi rilevati

Osservando ancora la seconda immagine, possiamo notare la progressiva caduta del rapporto decessi / ospedalizzati verificatasi con l’estate. Abbiamo continuato ad ammalarci, ma la gravità dei casi curati nei nosocomi italiani è diminuita: per ogni migliaio di persone in ospedale a causa del contagio siamo arrivati a registrare un minimo di 5 decessi al giorno attorno alla metà di settembre. Vi ricordate tutti quei proclami secondo i quali il virus si doveva ritenere “clinicamente morto”? Questi discorsi erano frequenti durante l’estate, e in effetti si basavano su dati reali: la malattia era meno aggressiva. Man mano che ci incamminiamo nel pieno dell’inverno, la situazione cambia: il rapporto tra decessi ed ospedalizzati cresce velocemente. Ormai siamo arrivati poco lontano dagli eccessi della primavera; e ora non si tratta certo di un problema di saturazione degli ospedali, che per ora non c’è stata. La malattia da coronavirus, come già ricordato, fa semplicemente quello che farebbe un’influenza qualsiasi: diventa aggressiva e pericolosa nella stagione fredda. La speranza che il problema si risolva per magia rischia di rimanere delusa. L’estate è ancora lontana.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Foglie sane quest’anno, davvero strano

E così ad agosto ci rilassiamo, possibilmente all’ombra viste le temperature. Il caldo vero è arrivato in ritardo, ma alla fine è arrivato. A luglio si è fatto sentire. Andiamo all’ombra di qualche pianta, se non siamo nascosti in casa. Chiome come questa qui sotto: un bel verde intenso, un piacere quando c’è afa.

Chioma di albero, foglie in salute

Un ippocastano, con le sue foglie e i suoi rami. La notizia dov’è? I nostri campi sono ovviamente pieni di alberi. Eppure una notizia c’è, ed è abbastanza sconcertante: l’immagine è stata ripresa agli inizi del mese di agosto, e non è questo l’aspetto tipico di queste piante in piena estate. Le foglie di ippocastani ed in subordine tigli, negli ultimi vent’anni, hanno subito sempre lo stesso destino: prendevano a seccare dal bordo, e pian piano morivano completamente. Ci dovevamo godere lo spettacolo di alberi praticamente secchi già a luglio; nessuno di noi ricordava più l’aspetto di un ippocastano in salute da decenni.

Quest’anno abbiamo una notizia sorprendente: queste piante non si sono ammalate. Qualche macchia dovuta ad un parassita specifico, qualche muffa qua e la. Ma le chiome sono nel complesso abbastanza in ordine. Piuttosto belle a vedersi; se mi avessero raccontato una cosa simile sei mesi fa, non ci avrei creduto. Diamo per scontato che le foglie di questi alberi vengano distrutte ogni anno, ormai da molto tempo. Potete leggervi la descrizione del fenomeno fornita dall’Ordine degli Agronomi modenese: “… Si tratta di una problematica molto complessa, di natura prettamente fisiologica, legata alle sempre più pressanti condizioni di stress idrico, determinate in prevalenza dalla maggiore compattezza ed impermeabilità dei suoli ed alla presenza sempre più elevata. di elementi inquinanti in ambiente, soprattutto rappresentati dai gas di scarico generati da ogni tipo di combustione (autoveicoli, industrie, riscaldamento, ecc.)…”.

Posso confermare le osservazioni dell’estensore dell’articolo. L’ultima volta che mi è capitato di vedere un ippocastano in salute in estate non ero ancora maggiorenne. E’ passato più di un quarto di secolo, e comunque il problema aveva cominciato a manifestarsi già da qualche anno. I bei viali di ippocastani che adornavano alcune delle nostre periferie si sono trasformati in orride schiere di carcasse coperte di foglie secche; le sfortunate piante ancora in piedi, tentavano di rimettere qualche foglia verde in autunno. Di annate più fredde o più calde ne abbiamo avute tante, e lo stesso dicasi per la pioggia estiva, talora assente e talora copiosa – parametri importanti, ma in questo caso non sembrano decisivi. Il problema colpisce in realtà un po ovunque in Emilia, sia esemplari isolati nelle campagne sia alberature cittadine assediate dall’asfalto. Ma quest’anno qualcosa di diverso ci deve essere stato, altrimenti come spiegare un mutamento così clamoroso? Ancora una volta, lascio indovinare a chi legge di cosa si tratti.

Pubblicato in ambiente | Contrassegnato , , , , , , , | 3 commenti

Aria pulita, finché stiamo fermi

Vi siete chiesti cosa sta succedendo all’atmosfera delle nostre città in queste settimane di immobilità obbligata? Siamo abituati a convivere con livelli di inquinamento sorprendenti, e in questi giorni l’aria è decisamente più pulita del solito. Non solo qui, in Italia: anche in realtà lontane quali gli USA. Alla NASA se ne sono accorti immediatamente, e offrono ai curiosi un confronto impietoso tra le concentrazioni di diossido di azoto rilevate a marzo 2020 e le concentrazioni medie rilevate nello stesso mese nelle annate precedenti.

2015 2019 NO2 marzo concentrazione USAConcentrazioni di NO2 a marzo, anni 2015 – 2019. Grafica: NASA.

La sostanza del caso appartiene alla classe degli ossidi di azoto, NOX in sigla; non fanno bene alla salute. Il nostro NO2 in particolare ha la cattiva nomea di peggiorare i problemi respiratori e di rendere i nostri polmoni più vulnerabili ad eventuali infezioni. Una storia ben nota. Fate bene caso alla distribuzione geografica dell’inquinante: è generalmente presente nelle grandi aree urbane, e questo è vero negli USA come ovunque nel mondo. Il territorio rurale ne è quasi totalmente privo.

2020 NO2 marzo concentrazione USA lockdown coronavirusConcentrazioni di NO2 a marzo, anno 2020. Grafica: NASA.

E ora facciamo un bel gioco: blocchiamo in casa tutti i cittadini per un mesetto o due e vediamo cosa succede. Stando ai dati forniti dalla NASA, succede che l’inquinamento atmosferico crolla fin quasi a livelli pre industriali. Potete confrontare le immagini, riferite alle medie usuali di concentrazione dell’inquinante nel mese di marzo per il periodo 2015 – 2019 la prima e per marzo 2020 la seconda. Un cambiamento drammatico e difficile da nascondere – e dire che parte delle attività a marzo era ancora in essere, il lockdown a New York è arrivato attorno alla metà del mese. Le due settimane circa di blocco reale delle attività sono bastate a stravolgere la mappa mensile media dell’inquinamento. Ora possiamo porci un semplice interrogativo: chi è che inquina? Da dove vengono le emissioni pestilenziali che avvelenano l’aria delle nostre città?

Stufe a pellet o caminetti a legna, o magari falò di sterpaglie nei campi: in Italia si dice che siano questi i colpevoli, e schiere di solerti amministratori locali firmano ordinanze intese a punire gli odiosi inquinatori campestri. Strano: anche in condizioni normali il territorio rurale degli USA è quasi privo di inquinanti. Il parametro NO2 non fa eccezione: disegna una bella mappa delle aree urbane maggiori. Con l’agricoltura in senso lato si va poco più in la: viene da chiedersi come facciano le emissioni prodotte dalle lavorazioni agricole ad inquinare l’area metropolitana di New York ma non gli stessi territori da cui provengono. Forse tutte queste polemiche sui barbecue e sui concimi azotati faremo meglio a metterle in secondo piano; qualcosa di male lo fanno di sicuro, ma a guardare le carte probabilmente non molto.

Le industrie? Le centrali elettriche? Questi sono candidati degni di nota. Gli impianti industriali maggiori negli USA – altiforni, cementifici, impianti termoelettrici – hanno presumibilmente ridotto l’attività a marzo. Come facciamo a verificare? Vi propongo la domanda elettrica censita dalla EIA, un buon indice. Ebbene, a marzo 2020 i consumi elettrici erano pari a circa 302 TWh; a marzo 2019 invece 314 TWh. Una perdita pari a un buon −3,82%. Praticamente consumi invariati. In sostanza, né le utenze domestiche né quelle industriali hanno realmente ridotto la propria domanda elettrica. E questo implica che ovviamente il regime di funzionamento delle centrali elettriche sia rimasto praticamente inalterato; e meno ovviamente che le industrie più energivore abbiano proseguito la propria attività, seppure con qualche rallentamento.

Eppure l’inquinamento è crollato, nella parte orientale degli USA; un fenomeno mai osservato nel recente passato. Abbiamo fabbriche che fanno qualcosa di meno del solito, centrali termoelettriche che fanno quasi esattamente quel che fanno di solito, agricoltori che fanno più o meno quel che hanno sempre fatto. Presumibilmente, a causa dell’obbligo di starsene a casa, abbiamo appassionati di grigliate che si sono dati un gran daffare, senza sortire grossi effetti. Chi è che ha improvvisamente smesso di produrre una enorme ed insopportabile massa di inquinanti nei centri urbani maggiori? Io avrei un candidato in mente, ma non è importante che sia io a parlare. Lascio a chi leggerà il compito di individuarlo, con una avvertenza: si tratta di un soggetto che si difende bene, che è capace di deflettere con abilità le proprie responsabilità, che riesce spesso a nascondersi dietro a capri espiatori disparati ed improbabili. Se siamo accorti, se riusciamo ad individuare chi inquina realmente le nostre città, possiamo almeno evitare di farci prendere in giro alla prossima tornata di pretese misure antismog varate dalle nostre amministrazioni locali.

Pubblicato in ambiente, varie | Contrassegnato , , , , , , , | 5 commenti

Pianura Padana, smog & malattie

Il circo mediatico nostrano è momentaneamente impegnato a dare risonanza alle vicende legate alla recente epidemia di Covid-19. A fare notizia è in genere ogni evento che possa attrarre l’attenzione della maggioranza delle persone: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente non è una notizia; eppure, tra dieci anni, sarà ancora considerato un evento spartiacque per la storia. Le cose che ci raccontiamo oggi invece, con molta probabilità, saranno state dimenticate. E così potremmo fare un esercizio di riflessione, tralasciando per un momento la cronaca e pensando alla storia archiviata. La storia che vi propongo è vecchia e ben nota: la Pianura Padana è uno dei territori più inquinati del pianeta, e forse l’unico territorio europeo che negli ultimi trent’anni non ha fatto nulla per migliorare la situazione. Visto che si tratta di storia e non di cronaca, possiamo provare a spulciare l’ultimo rapporto edito dalla Agenzia Europea dell’Ambiente: Air quality in Europe — 2019 report .

Inquinamento da PM10, 90,4 percentile. Grafica: EEA.

La storia è vecchia, risalendo i dati al 2017. Ma è interessante, perché si tratta di dati validati ed attendibili. La mappa pubblicata dall’agenzia – pag. 27 del rapporto – indica il percentile 90,4 / 100 della concentrazione giornaliera di PM10. In pratica, la concentrazione di particolato registrata da ogni località nel trentaseiesimo giorno più inquinato dell’anno. E’ una misura diversa dalla semplice media annua, comunque disponibile nel rapporto; ed è una misura interessante, visto che fornisce un’idea di quanti saranno gli sforamenti nelle concentrazioni di inquinanti rispetto ai valori soglia reputati accettabili in termini sanitari. Noi italiani faremmo anche una figura decorosa, se volessimo considerare la semplice media annua nazionale: quasi 30 μg/mc di PM10, laddove gran parte dei Paesi europei si colloca nella forbice 20 – 25 μg/mc.

Ma le medie sono medie: semplici ed ingannatrici. La realtà è ben altra: in Italia l’inquinamento si manifesta in inverno, e risiede sostanzialmente nella Pianura Padana; che a colpo d’occhio spicca sulla mappa come una macchia scura e minacciosa. Non mancano altre realtà problematiche, come i centri abitati dei Balcani o la Turchia. Ma si tratta di città relativamente inquinate rispetto a circondari rurali relativamente puliti. Potete farci caso osservando la stessa Turchia, che è in parte Asia ma è interessante: ai punti scuri si alternano punti chiari. La Pianura Padana, assieme alla Polonia meridionale, rappresenta una situazione totalmente diversa: abbiamo una gran quantità di sensori, sparsi anche nei centri abitati minori; tutti quanti registrano un inquinamento stellare, ed un numero elevatissimo di sforamenti. Riassumendo: di solito, puoi uscire da una città inquinata ed andare a farti un giro in campagna, dove l’aria è buona. Ma in questi due territori no: puoi andare dove vuoi, l’aria è pessima ovunque. Una micidiale combinazione di fortissime emissioni inquinanti e scarsa ventilazione invernale che non risparmia nemmeno un lembo di questi territori. Io risiedo in uno di essi.

Dove c’è fumo c’è arrosto, dicono. E così, leggendo lo stesso rapporto della Agenzia Europea dell’Ambiente, scopriamo – a pagg. 68/69 – che tutto questo inquinamento ci fa ammalare e ci fa morire prima del tempo. Prendendo ad esempio il PM2.5, particolato più fine del PM10 di cui purtroppo la Pianura Padana è ancora una volta ricchissima, scopriamo che l’Italia patisce qualcosa come 58.600 morti premature; con una perdita di più di 550.000 anni di vita totali. Si tratta di approssimazioni, e siamo in buona compagnia: il problema esiste anche in Grecia o in Germania. Comunque queste non sono scusanti: parlare di morti o anni di vita persi non rende l’idea del carico di sofferenze che devono patire le persone affette da tumori o malattie respiratorie. Il danno economico e sociale è gigantesco. Tutto questo continua ad accadere intorno a noi, un anno dopo l’altro. In tempi recenti, per cause poco chiare, alcuni nostri politici hanno preso a proporre come rimedio per le malattie respiratorie cose come la riduzione del trasporto pubblico, i drive-in e l’eliminazione dei ciclisti dalle strade. Non so voi, ma a me è venuto un dubbio: forse non risolveremo nessuno dei problemi che abbiamo.

Pubblicato in ambiente | Contrassegnato , , , , , , , | 3 commenti

Coronavirus: tassi di crescita al 28 marzo

Tassi di crescita giornalieri per l'epidemia di coronavirus in europaInfezione da Covid-19, tassi di crescita giornalieri %. Fonte: vari.

A tutto il 28 marzo in Europa abbiamo circa 322.000 casi accertati di infezione da coronavirus; i dati salienti sono riassunti in enciclopedia. Italiani e spagnoli al momento paiono avere sofferto più degli altri. Ma bisogna prestare attenzione ai dati, è facile equivocare: una crescita esponenziale sfugge di mano in pochissimi passaggi. Tra i casi europei più pericolosi – per dimensione della popolazione o per numero accertato di contagiati – l’Italia manifesta da almeno 12 giornate il tasso di crescita più basso. Così procedendo, è solo questione di tempo: ad un certo punto verremo scavalcati in questa triste classifica. Forse la Spagna sta cominciando a riprendere il controllo della situazione; sicuramente gli altri attori rilevanti no, almeno stando ai dati del momento. Francesi, tedeschi ed inglesi faranno bene a prendere seriamente la vicenda: hanno a disposizione poco tempo per provare a fare qualcosa.

Pensiamo a quanto possano divergere in fretta i dati sui contagi se i tassi di crescita sono elevati. Immaginiamo di avere due Paesi alle prese con una epidemia, affetti rispettivamente da tassi di crescita giornalieri pari a 8% e 15%. La realtà che sperimenta la crescita più lenta avrà, dopo 14 giorni, un numero di casi pari a (1,08)^14 = 2,937 volte la quantità iniziale. Il secondo Paese, affetto da crescita più rapida, si ritroverà all’incirca (1,15)^14 = 7,076 contagiati per ogni caso presente all’inizio del periodo. Se anche il primo Paese avesse avuto inizialmente 1.000 malati ed il secondo ne avesse avuti 400, in 14-15 giornate la distanza tra le due realtà si sarebbe azzerata. Non conta da dove parti, ma a che velocità corri: se corri veloce puoi partire da dove vuoi, prima o poi sarai davanti a tutti.

Pensiamo male, giusto per farci un’idea di come si metterebbero le cose in caso di peggioramento: un tasso di crescita giorno su giorno del 25%. In 14 giornate, (1,25)^14 = 22,737 volte il numero di infetti iniziale. Una enormità: e dire che ad occhio +8% e +25% non è che siano così impressionanti, ed istintivamente nemmeno così distanti. Se lasciamo passare un po di tempo, la situazione diviene sostanzialmente incontrollabile. Una cosa di questo genere è accaduta negli Stati Uniti: il 14 marzo gestivano con tranquillità ed una certa spavalderia meno di 3.000 casi totali di Covid-19; dopo un paio di settimane, superati i 100.000 casi, hanno raggiunto il poco invidiabile primato di nazione più colpita nel mondo. E si ritrovano a mettere in campo misure emergenziali degne di una zona di guerra. Le crescite esponenziali sono forze irresistibili; peccato che siano così pochi gli uomini politici capaci di afferrarne la pericolosità.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , | 5 commenti

Virus, inquinamento, demagogia: l’Italia non vuol cambiare

Ultime notizie: stop a passeggiate nei parchi e gite in bicicletta, niente uscite serali, chiusura parziale delle attività di somministrazione pasti. E altre restrizioni ancora, sui trasporti, sulle attività lavorative e via dicendo. La situazione sta degenerando, siamo sopra i 5.000 morti causati dall’epidemia di covid-19; sarà pur vero che il problema ora affligge per intero Europa e Nord America, ma questo non risolve nulla qui in Italia. Noi continuiamo ad ammalarci e a morire, purtroppo. E purtroppo, anche in questo drammatico frangente, insistiamo a comportarci come sempre: quasi nessuno di noi è disposto a rinunciare a qualcuna delle proprie pessime abitudini. Ogni crisi, sanitaria, energetica, militare, ambientale o di qualsiasi altro tipo, trae origine e si aggrava proprio da questo atteggiamento: insistere a fare cose sbagliate, che non funzionano più, o che addirittura si sono rivelate dannose; per forza dell’abitudine, che è un qualcosa di potentissimo, radicato nella mente umana. Anche nella mia.

Dite di no? Vi risulta per caso che i boscaioli del nostro Appennino si siano posti il problema di tutelare le foreste? Ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’Appennino emiliano era devastato: la carenza di carbone fossile britannico aveva indotto i miei imprudenti antenati a trasformare ogni arbusto in carbonella. Le inondazioni prodotte da quella miserabile palla di fango e pietre ci perseguitarono per almeno trent’anni; e la popolazione fuggì da una terra ormai sterile ed inutile. Vi ricordate i sovietici, negli anni ’80? Era giunta l’ora di cambiare atteggiamento, di trasformare un po il sistema. Ma non ne volevano sentire, nessuno era disposto a cambiare rotta. Sappiamo bene com’è finita: un disastro di proporzioni epiche. Petrolio deprezzato che non pagava più le importazioni, industrie in panne, agricoltura incapace di funzionare. E dire che sarebbe bastato poco per mitigare il danno. Gli esseri umani, specialmente quelli che amano definirsi “classe dirigente”, non apprezzano i cambiamenti. Di solito cercano di impedirli, di posporli; venendone infine travolti.

E così, nell’Italia del coronavirus, siamo tutti – teoricamente – chiusi in casa ad attendere che qualche santo in paradiso ci liberi da questa moderna pestilenza. E possiamo leggere. Venendo a sapere – ad esempio tra gli altri tramite il pezzo di greenreport – che forse l’aria pestilenziale che respiriamo nelle città del nord Italia ha dato una grossa mano a diffondere il contagio del momento. In un certo qual modo potrebbe anche essere un’ovvietà: si parla da almeno vent’anni della baraonda di malattie respiratorie causate in inverno dall’aria inquinata, il tema è noto anche ai sassi. Il rapporto tra particolato atmosferico e malattie virali però è qualcosa di più sottile e perverso. L’articolo recente che ha indotto la discussione proviene dalla Società Italiana di Medicina Ambientale; si tratta di un position paper pubblicato dalla stessa SIMA, a cui hanno contribuito ricercatori di varie istituzioni universitarie italiane. La tesi di fondo è più articolata di quanto si possa pensare ad una prima lettura; e in realtà esiste una discreta bibliografia attorno all’argomento, centrata soprattutto attorno alle epidemie osservate in Asia negli ultimi due decenni – un argomento poco noto altrove.

relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione dell'epidemia di coronavirusInquinamento atmosferico da PM10 e contagio da Covid-19. Grafica: SIMA.

In una immagine semplice e diretta, ricavata dal rapporto SIMA, possiamo capire immediatamente quali siano i sospetti dei ricercatori. I territori più inquinati sono rappresentati, sulla sinistra, con i colori più carichi. Siamo alle solite: la Pianura Padana è ricca di particolato atmosferico in inverno. Dalle mie parti il PM10 non manca mai. Sulla destra, nei quattro riquadri più piccoli, osserviamo la diffusione della malattia da covid-19 nel periodo 3-6 marzo; diffusione intesa come progressione dei contagi accertati tramite analisi di laboratorio. C’è poco da raccontare: laddove abbiamo avuto tanto inquinamento, ci ritroviamo con tanti contagi. Volendo fare qualche critica ad una simile tesi, potremmo anche ragionare sul fatto che esistano altri parametri correlabili all’espandersi dell’epidemia. La mobilità delle persone: le aree più inquinate sono anche le più ricche; così può essere che la malattia la portino in giro aerei ed autostrade, o treni a lungo raggio. Il fatto che l’area più colpita sia allo stesso tempo la più ricca, la più dotata di mobilità e la più inquinata del Paese quindi indurrebbe un inganno interessante.

Questa critica però presenta a sua volta falle importanti: a Roma e a Napoli non abbiamo forse treni, autostrade ed aeroporti? Certo che ci sono. E hanno operato esattamente come a Bergamo o a Piacenza: hanno portato in giro persone da grandi distanze, creando le condizioni per espandere il contagio. Il fatto che il territorio circostante sia più povero non fa differenza. Se pensiamo alla sola mobilità delle persone, è totalmente privo di logica che la malattia da coronavirus abbia devastato paesini delle campagne lombarde ed emiliane ed abbia in certo qual modo risparmiato agglomerati urbani giganteschi come le città maggiori del centro e sud Italia. Non è logico, non ha alcun senso. A meno di tornare alla tesi esposta da SIMA: l’inquinamento atmosferico spiegherebbe subito le differenze registrate tra nord e centro sud dell’Italia. Quello che manca, nella grafica del rapporto, è la percezione temporale: espone una mera relazione spaziale, geografica. Questa cosa costituisce una debolezza a cui occorre rispondere.

E la risposta arriva subito, sempre dallo stesso testo: “…Considerando il tempo di latenza con cui viene diagnosticata l’infezione da COVID-19 mediamente di 14 giorni, allora significa che la fase virulenta del virus, che stiamo monitorando dal 24 febbraio …. al 15 Marzo, si può posizionare intorno al periodo tra il 6 febbraio e il 25 febbraio…”. E ancora: “… Le curve di espansione dell’infezione nelle regioni presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici, tipici di una trasmissione persona – persona, per le regioni del sud Italia mentre mostrano accelerazioni anomale proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da carrier ovvero da un veicolante….”. Come dire: la coincidenza nello spazio tra aree inquinate ed aree affette da epidemia era chiara da subito, ma abbiamo anche la coincidenza temporale. Sono stati rilevati, in Lombardia, almeno tre episodi di grave inquinamento atmosferico che si situano a due settimane esatte di distanze da altrettanti episodi di crescita incontrollata del numero di contagiati. Forse non ci sono altri misteri da svelare in questa vicenda; i curiosi possono andare a rileggersi il rapporto originale, tenendo a mente la bibliografia pregressa centrata sulle epidemie in Asia.

Posto che il particolato atmosferico – i vari PM10, PM2,5 – pare non essere una buona cosa se tentiamo di contenere una epidemia come quella attuale, forse dobbiamo pensare ad alcuni provvedimenti per ridurre i rischi. Voi cosa fareste? A me viene in mente, ad esempio, un blocco severo della circolazione automobilistica e un chiaro incentivo alla bicicletta. In fondo anche il trasporto pubblico locale potrebbe avere significato, a patto di caricare poco i mezzi e di obbligare i passeggeri a coprirsi il volto. Viaggi a lungo raggio ed ingorghi di autovetture no, quelli bisogna farli sparire subito. I nostri amministratori locali hanno fatto il contrario: hanno dimezzato il tpl – tanto per accrescere i rischi. Hanno fatto sparire un po di treni regionali, grande novità. Hanno varato norme sorprendenti contro i ciclisti, colpevoli di cosa non si sa. Solo in queste ore si sono posti il problema di contenere i viaggi a lungo raggio; ma unicamente quelli degli emigranti che vogliono rientrare a casa. Nessuno ha fatto nulla per fermare le stufe a petrolio con le ruote, non si ha notizia di alcun intervento specifico. La situazione è banale: i nostri amministratori stanno facendo quello che hanno sempre fatto, e come molti di noi non hanno nessuna intenzione di cambiare rotta. O la va o la spacca: se siamo fortunati, la malattia scomparirà; in caso contrario, avremo risolto il problema del sovraffollamento. Quando si dice il buon governo.

Pubblicato in ambiente, attualità, trasporti | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Coronavirus: dati 19 marzo

Coronavirus in Europa 19 marzo, numero casiCovid-19, totale dei casi in alcuni Paesi europei dal 21/2/2020. Fonti: varie.

Siamo sopra i 41.000 casi in Italia, o meglio: questa era la situazione alle 18:00 circa. Stante l’andamento, attorno alla mezzanotte è probabile che siano almeno 1.300 in più; giusto per afferrare l’estensione del fenomeno. La vera novità rispetto a qualche giorno fa è quel che sta succedendo al di fuori dell’Italia. Gli spagnoli sono nei guai, con quasi 18.000 positivi totali dichiarati. Facciamo 20.000, se pensiamo alla mezzanotte a pochi minuti da ora. Proiettando esponenzialmente gli ultimi 9 dati giornalieri, potrebbero superarci in appena 7 – 8 giorni; ma in una settimana potrebbe anche cambiare la situazione, chi può dirlo? I tedeschi hanno affiancato i francesi, entrambi sono entrati nel poco ambito club dei Paesi con almeno 10.000 infetti accertati. Checché ne dicano al telegiornale, per il momento continua l’espansione incontrollata del contagio. Pare non esistere in Europa un porto sicuro: è solo questione di tempo, purtroppo.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Coronavirus: qualche confronto

Facciamo un rozzo assemblaggio di dati provenienti dalle fonti disponibili: Protezione Civile italiana, Organizzazione Mondiale della Sanità, e anche più semplicemente Wikipedia. Il tema è sempre l’epidemia – o meglio pandemia – di Covid-19. Tanto per confrontare un po la situazione di noi italiani con quel che accade in giro per l’Europa.

Contagio coronavirus: grafico comparativo paesi europei. Scala semi logaritmicaCovid-19, totale dei casi in alcuni Paesi europei dal 21/2/2020. Fonti: varie.

In pratica, possiamo primeggiare nettamente; per ora. Tedeschi, francesi e spagnoli sono relativamente distanziati. Gli inglesi hanno pochi casi. Nel grafico sono riportati tutti i dati che siano almeno nel campo delle decine di unità; la scala delle ordinate è logaritmica, tanto per rappresentare in modo comprensibile quantità che differiscono per ordine di grandezza. C’è una cosa che differenzia in maniera clamorosa noi italiani dagli altri soggetti: la fase iniziale, il passaggio da decine a centinaia di unità. Per noi è stata ripidissima, l’affare di appena due giornate. Per gli altri, 5-6 giornate. Sembra una banalità, ma in effetti questa cosa ha fatto una differenza enorme. Si è discusso molto del perché di tutto questo: una teoria piuttosto popolare è che un ospedale lombardo abbia accidentalmente diffuso il contagio a un gran numero di persone. Difficile esserne certi, ma il risultato è innegabile.

Nonostante le apparentemente grandi differenze iniziali, al passare delle giornate le cose si mettono male anche a casa degli altri. Gli spagnoli, fino a poco tempo fa assai fiduciosi, ora adottano misure drastiche. Ne hanno ben ragione, visto l’incremento esplosivo nel numero dei casi registrato in questi due giorni. In generale gli andamenti rilevati per Francia, Germania e Spagna sono comunque estremante simili a quelli che si osservano in Italia. Hanno forma analoga, e sono tendenzialmente più acclivi. Se si continua così, forse verremo superati alla svelta. Apparentemente fortunati gli inglesi, che hanno passato il migliaio di casi solo in queste ore. Ma che stiano attenti: in due settimane rischiano di trovarsi conciati come noi italiani. Nei prossimi giorni, la combinazione di meteo, misure restrittive, atteggiamento della popolazione sarà decisiva per l’andamento dei contagi. Speriamo almeno che la situazione non peggiori.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Coronavirus: dati 11 marzo

L’epidemia recente sta stravolgendo le vite di tutti quanti noi. Anche chi pretende che non sia accaduto nulla, o che ci sveglieremo e sarà come avere fatto un brutto sogno: le cicatrici di questo evento ci accompagneranno a lungo. La cosa che mi impressiona di più è il silenzio: l’assenza di rumore è particolarmente spaventosa se vivi in riva ad una tangenziale. Ha un ché di sinistro. Pensiamo ora alle cifre: i casi di infezione sono tanti, crescono senza sosta. La Protezione Civile fornisce i dati del caso su una pagina dedicata. Nei grafici a seguire, semplicisticamente considereremo come “giorno 1” il 20 febbraio 2020; le giornate successive saranno definite come numeri progressivi.

numero casi coronavirus 11 marzo 2020 italiaCovid-19, totale dei casi in Italia dal 20/2/2020. Fonte: Protezione Cvile.

Il fenomeno è partito in sordina, e poi è esploso. Il punto di svolta è stato tra il 20 / 21 febbraio: anziché i 3 soli casi che tenevano banco da giorni, ce ne siamo trovati 20. In 8 giorni erano più di un migliaio. Adesso pare siano più di 12.000. Si fatica a vedere la fine in questo tunnel; stiamo parlando di una epidemia, e questi fenomeni hanno la brutta abitudine di espandersi esponenzialmente. Ogni persona infettata, in ogni istante di tempo, ha più o meno sempre la medesima possibilità di infettare qualcuno; almeno fin quando le condizioni ambientali non cambiano, e fin quando le persone immunizzate sono rare. Se ho 1.000 malati e ogni giorno questi crescono del 10%, dopo 24 ore ne avrò 1.100. Se erano in partenza 10.000, dopo le stesse 24 ore saranno divenuti 11.000: sempre +10%, ma anziché 100 i nuovi malati sono 1.000. Con gli esponenziali non si scherza: all’inizio i numeri sembrano poca cosa, ma in breve tempo il fenomeno diviene incontrollabile.

numero di casi di Covid-19, scala logaritmicaCovid-19, casi totali nel periodo 1/3 – 11/3 2020.Fonte: Protezione Cvile.

Il secondo grafico rappresenta un dettaglio dell’andamento del primo grafico, ristretto al solo periodo 1-11 marzo 2020. L’asse delle ordinate è in scala logaritmica, ideale per gestire quantità che variano su più ordini di grandezza. Si noti bene la quasi perfetta linearità della regressione – la linea rossa. In parole semplici: la retta rossa non è una vera retta, è una funzione esponenziale. In un diagramma a scale lineari apparirebbe come una curva. La scala logaritmica scelta la fa apparire rettilinea. E questo è il problema grosso: i dati circa il numero di casi di persone infettate generano per l’appunto un andamento rettilineo in un diagramma semi logaritmico. In pratica, ad ogni intervallo di tempo considerato – una giornata – si ha sempre lo stesso incremento percentuale nel numero di casi. Questa cosa rappresenta una crescita esponenziale, semplice e regolare.

Al momento attuale l’epidemia si espande senza freni apparenti. Ogni giorno, ogni persona malata pare capace di trasmettere l’infezione ad un numero costante di nuovi, sfortunati soggetti. L’arrivo degli effetti di qualche misura di contenimento dovrebbe, in linea di principio, produrre una curvatura dell’andamento osservato. Per ora, purtroppo, questo appiattimento ancora non c’è: il contagio cammina indisturbato. L’oscillazione osservata nel pomeriggio del 10 marzo (giorno 20 dei grafici) è stata smentita già oggi, 11 marzo. Teniamo comunque a mente che gli interventi messi in atto dalle autorità non possono avere effetto immediato: occorrerà attendere in ragione del tempo di incubazione della malattia. Come dire: i malati che contiamo oggi, sono stati infettati 2-10 giorni fa. Qualcuno anche 14 giorni or sono. Facilmente, messi in atto dei provvedimenti, occorreranno un paio di settimane per vedere qualche miglioramento. Ora possiamo solo aspettare, e sperare che quel che abbiamo fatto sia sufficiente.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Suolo, cemento, catrame: nuotare in cattive acque

Consumo di suolo: sostituire lo strato superficiale di terreno, quello che ospita forme di vita ed ecosistemi, con coperture impermeabili artificiali. E’ una questione di fede religiosa: ogni anno, in questo sfortunato Paese, qualche chilometro quadrato di buona terra si trasforma in una landa desolata e sterile. Non importa a nessuno del fatto che la popolazione italiana sia in stallo, o che le nostre inutili attività edificatorie producano montagne di debiti che non saremo mai in grado di ripagare; o nemmeno che le periferie delle nostre città siano infestate di edifici semivuoti. Vada come vada, ogni anno verseremo per ogni dove la nostra generosa misura di cemento e catrame. La cementificazione è questo: una credenza religiosa, una superstizione, un culto pagano. L’idea secondo cui l’incessante espansione di queste croste impermeabili possa rappresentare una qualche forma di progresso è talmente avulsa dalla realtà da non poter essere classificata altrimenti.

I dati più aggiornati secondo ISPRA, nel recente rapporto 2019. Tra il 2017 ed il 2018, le coperture impermeabili in Italia si sono ampliate per più di 48 kmq – intesi come variazione netta effettiva. In appena 12 mesi è apparsa una nuova città, come Bari o come Firenze, e nessuno pare essersene accorto. In realtà il ritmo a cui avviene questa trasformazione rallenta da qualche anno: alla punta massima raggiunta nei primi anni duemila, eravamo stati capaci di divorare qualcosa come più di 240 kmq di territorio in una sola annata. Se si trattasse di un unico agglomerato urbano, staremmo parlando del secondo comune italiano dopo Roma, apparso dal nulla in dodici mesi. Qualcuno di voi ne ha mai sentito parlare al telegiornale? No? E dire che una nuova città di queste dimensioni dovrebbe essere una notizia da prima pagina – nemmeno al tempo dei faraoni qualcosa di simile era stato costruito tanto in fretta. Nessuno vi ha raccontato nulla al riguardo? Vista l’enormità dell’accaduto, solo la più fanatica fede religiosa può spiegare un simile silenzio.

Suolo impermeabilizzato nelle regioni italiane, percentuale totale e variazione annua 2017 2018Suolo consumato percentuale totale, variazioni annue ’17 – ’18. Fonte: ISPRA.

I dati disponibili nell’ultimo rapporto ISPRA sono parecchi. La grafica in alto rende conto delle posizioni delle varie Regioni, assai diversificate. Semplicemente ridicola la situazione di territori quali Veneto e Lombardia, al vertice della classifica di incidenza delle coperture impermeabili: la fascia pedecollinare lombarda e veneta è sovente dominata dalle coperture artificiali. Performance considerevole anche per Campania ed Emilia Romagna. La ricchezza finanziaria relativa delle varie realtà considerate non sembra un parametro dirimente: i trentini sono sicuramente più ricchi dei pugliesi, ma questi ultimi hanno prodotto quantità proporzionalmente molto superiori di superfici artificiali. Forse il cemento in sé non costa moltissimo; i danni di lungo termine che produrrà sono un’altra storia. Una questione differente è l’incidenza pro capite: i residenti su cui gravano le maggiori quantità di superfici artificiali si trovano nei comuni delle aree montane. Si tratta di comuni poveri e spopolati, nei quali modeste superfici urbanizzate incidono su un piccolissimo numero di persone: è facile immaginare quindi che i grandi agglomerati urbani, in virtù della smodata densità di popolazione, siano in un certo qual modo più efficienti in termini di impiego del suolo. Se dieci persone si dividono la medesima crosta di asfalto, l’incidenza del fenomeno diminuisce proporzionalmente.

Suolo consumato per comune in Italia a tutto il 2018, percentualeSuolo consumato per comune a tutto il 2018, percentuale. Grafica: ISPRA.

La seconda grafica, direttamente dal Rapporto ISPRA, ci permette di intuire subito la fallacia di questo modo di ragionare. Le percentuali assolute al 2018 di suolo consumato, esposte a livello comunale, sono ovviamente massime proprio nelle grandi aree urbane. I residenti di un comune come Milano se la cavano effettivamente con meno di 200 mq per capita di superfici impermeabili; ma questo solo perché sono tanti. La città di Milano – ed il suo hinterland – sono comunque costituite essenzialmente da superfici impermeabili. In caso di eventi meteo importanti, è quasi certo che si producano allagamenti ed esondazioni a carico della rete scolante locale. Il fatto di disporre di una popolazione enorme ammassata in uno spazio modesto non risolve nulla; contribuisce però ad aumentare a dismisura i rischi, in virtù della presenza di un gran numero di persone e di strutture esposte a questi fenomeni. I piccoli e spopolati comuni delle aree collinari e montane, caratterizzati da incidenze del suolo impermeabile spesso superiori a 650 mq per capita, si trovano a vivere situazioni decisamente migliori: la reale incidenza delle superfici artificiali sull’estensione del territorio è modesta, e risultano quasi assenti i rischi connessi ai terribili flash flood urbani che tanto impensieriscono gli amministratori romani o milanesi. Efficienza e sicurezza non vanno quasi mai d’accordo, e il consumo del suolo non fa eccezione.

Mappa del deflusso superficiale per il territorio dell'Italia, valori in mmDeflusso superficiale per la media delle precipitazioni 2012 – 2016, millimetri annui. Grafica: ISPRA

E quindi le reti scolanti, e le inondazioni: possiamo chiederci quanta acqua debba smaltire il nostro territorio tramite il reticolo di fiumi e canali. La terza immagine, sempre opera di ISPRA, provvede a stimare il deflusso superficiale annuo per l’Italia. I valori riportati sono in millimetri, l’altezza della lama di acqua che deve essere smaltita ogni anno in superficie. Come intuibile, sono le aree montate a sviluppare il ruscellamento di superficie più importante: alle quote maggiori piove di più. Meno ovvio è il comportamento delle città, ad esempio quelle emiliane: le potete riconoscere facilmente, essendo ben allineate lungo il tracciato della via Emilia. Sulla carta hanno colore simile ai crinali montani: spesso generano deflussi superficiali superiori ai 450 mm/anno, laddove le pianure agricole circostanti non riescono nemmeno a raggiungere i 150 mm/anno. Sublime potenza del cemento e dell’asfalto: basta prendere un campo coltivato, trasformarlo in un parcheggio, e come per magia la rete scolante si troverà a dover smaltire volumi d’acqua triplicati o quadruplicati. Intuibili le conseguenze: inondazioni più frequenti e più distruttive. Secondo ISPRA, nel periodo 2012 – 2018 le nuove cementificazioni hanno generato perdite di flussi di “servizi ecosistemici” per un danno annuo equivalente a circa 2,5 miliardi di euro. Le voci coinvolte sono parecchie – si veda il Rapporto, Tab 64 – ma la parte del leone spetta alla “Regolazione del regime idrologico”, capace di nuovi danni aggiuntivi per circa due miliardi di euro all’anno. Qualcuno cementifica e guadagna, mentre tutti gli altri finiranno sott’acqua e pagheranno danni, manutenzioni ed interventi; il casinò della speculazione edilizia produce pochi vincitori oggi, e tanti perdenti domani.

Volendo pensare in maniera più precisa al perverso rapporto esistente tra impermeabilizzazione del suolo e ruscellamento superficiale, proviamo a chiederci: quanta nuova portata devono sopportare i corsi d’acqua, in Emilia Romagna ad esempio, a causa delle trasformazioni del suolo? Nella mia Regione, stando al rapporto “Il consumo di suolo in Italia – Edizione 2014“, negli anni ‘50 le superfici antropiche rappresentavano all’incirca il 1,7-3,2% del totale; a tutto il 2018 siamo passati al 9,62%. In sei decenni, possiamo immaginare di avere cementificato più del 7% della superficie regionale; non meno di 157.000 ettari di nuove coperture impermeabili. Se immaginiamo – basandoci sulle stime fornite da ISPRA con la terza immagine – che nell’arco dell’annata questo mutamento porti almeno 250 – 300 mm di pioggia in più nella rete scolante, ci ritroviamo a dover gestire nuovi deflussi superficiali equivalenti a circa 390 – 470 milioni di metri cubi d’acqua. Si badi bene: si tratta di due sottostime, più o meno generose. Non è un grosso problema, fin quando si parla di temporali estivi; il problema diventa grave in autunno, e in effetti l’esercizio che dovremmo svolgere è proprio questo: stimare gli effetti della progressiva impermeabilizzazione del suolo durante un evento meteo importante in autunno o in inverno.

Fra tutti gli esempi possibili, perché non utilizzare le recenti inondazioni verificatesi in Emilia Romagna? Nelle giornate comprese tra il 15 ed il 19 novembre 2019, intense precipitazioni hanno ingrossato fiumi e canali in tutta la Regione; gli effetti più gravi si sono riscontrati nelle pianure a nord di Bologna e nei dintorni di Finale Emilia, con cedimenti di argini ed allagamenti. Stando al Rapporto ARPA dedicato, fig. 17, la media pianura bolognese e modenese ha ricevuto precipitazioni comprese tra 125 – 150 mm complessivi. Mettiamo che, nel complesso, l’evento meteo che dobbiamo affrontare porti quindi 137,5 mm di pioggia – generosa sottostima, possiamo dover affrontare di peggio. In una provincia come Modena, 2.688 kmq, negli ultimi sei decenni le superfici trasformate in nuove croste impermeabili ricoprono più del 9% del territorio – i modenesi si sono dati un gran daffare. Oltre 240 kmq. Immaginando che l’eccesso di ruscellamento superficiale così generato equivalga a circa 1/2 – 2/3 dell’apporto di pioggia del momento, dovremo smaltire più o meno (1/2) x (137,5 / 1000) x 240 = 16,5 oppure (2/3) x (137,5 / 1000) x 240 = 22, circa 16,5 – 22 milioni di metri cubi d’acqua in eccesso sul territorio provinciale. Per un singolo evento, e neanche il peggiore che possiamo aspettarci.

I modenesi hanno costruito opere finalizzate al contenimento delle piene dei fiumi, Secchia e Panaro, dopo le celebri e distruttive inondazioni degli anni ‘70. Queste strutture, chiamate volgarmente casse di espansione, avevano capacità iniziali di 15 – 16 milioni di metri cubi ciascuna; si veda al riguardo la cronistoria sintetica pubblicata dal notiziario SulPanaro.net. Dopo i lavori svolti negli anni ‘80 e ‘90, la capacità di invaso utile della cassa impostata lungo il corso del fiume Panaro è aumentata a circa 25 milioni di metri cubi. Nel caso del fiume Secchia, dai 16 milioni del progetto orinale si passerà a circa 20; i lavori sono stati finanziati nel 2015, e pare che stiano entrando nel vivo proprio in questi mesi. Ai lettori più attenti non sarà sfuggito un dettaglio interessante: la sola cementificazione del territorio modenese, anche a fronte di eventi meteo sopportabili, ha generato nuove portate di piena che cominciano a rivaleggiare con i volumi di invaso di una grande opera idraulica. Se consideriamo che questi corsi d’acqua drenano bacini idrografici in parte esterni alla provincia di Modena, e se teniamo a mente che prima o poi dovremo avere a che fare con un evento meteo ben più importante di quelli che abbiamo visto negli ultimi anni, allora sorge un dubbio: ma non sarà per caso che l’intero sistema di opere che abbiamo realizzato per tenere a bada le piene dei fiumi sia destinato ad essere reso vano dall’espandersi delle coperture impermeabili? Cosa stiamo combinando? Come ci è venuto in mente di fare una cosa simile? Soprattutto, qualcuno si rende conto di cosa sta per accadere?

Pubblicato in ambiente, geologia | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 3 commenti