Trivelle & referendum: canoni, royalties

A cose fatte, e senza la confusione del circo dei media, resta ancora qualche domanda da fare attorno al comparto della ricerca ed estrazione di idrocarburi in Italia. Come è d’uso in tutto il mondo, anche qui le aziende che vogliono fare buchi per terra ed estrarre qualcosa devono farsi autorizzare dallo Stato: ottenuta una concessione per la ricerca, se trovano ad esempio idrocarburi dovranno poi farsi autorizzare lo sfruttamento dell’ipotetico giacimento. Si paga qualcosa per entrambe le operazioni. I dati – in forma minimale – sono ancora una volta pubblicati dal Mise; pessimo server, bisogna ricaricare insistentemente le pagine. In ordine, per prima cosa occorre considerare i canoni applicati alle attività di prospezione e ricerca; sono pagamenti dovuti allo Stato e calcolati in proporzione alle estensioni dei territori oggetto delle operazioni. I successivi canoni di coltivazione sono concepiti allo stesso modo, in relazione alle superfici, ma vengono pagati solo qualora ci sia effettivamente qualcosa da estrarre.

canoni di concessione, petrolio e gas naturale, permessi di prospezione e ricerca, concessioni di coltivazione, € km2 euro kmqCanoni e concessioni per la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas. Fonte: Mise.

C’è stata una revisione con rivalutazione che fa data ad inizio 2015, ma gli importi richiesti a chi cerca ed estrae idrocarburi in Italia restano piuttosto bassi. Quelli indicati dal ministero sono canoni annuali, così come lo erano quelli definiti in lire dalla norma preesistente. Avete voglia di fare ricerca e prospezione in tutta l’Emilia Romagna? Benissimo, con 22.451 · (3,59 + 7,18) = 241.797 €/anno potete divertirvi. Avete trovato qualcosa? Petrolio? Gas? Lo potete tirare fuori, ma dovete anzitutto pagare un canone di concessione che prescinde dalle quantità in gioco. Se il lotto che operate è, per ipotesi, una struttura che si estende su un migliaio di chilometri quadrati di superficie la cifra che dovete corrispondere ogni anno – con la prima concessione trentennale – è pari a 57.470 euro. Volendo immaginare di consegnare l’intera superficie emersa italiana in prima concessione ad un unico operatore che ne estragga idrocarburi, il noleggio del nostro intero paese verrebbe a costare – per la sola concessione di coltivazione – più o meno 301.340 · 57,47 = 17.318.009 €/anno. Avete letto bene: noleggiare il territorio nazionale italiano per poco più di 17 milioni di euro l’anno. Voi privati cittadini non potete, ma a qualcuno è permesso.

Divertente ma incompleto, posto che le aziende che estraggono idrocarburi in Italia devono poi pagare anche altri balzelli. Alcuni sono aggirabili – non crederete davvero che una multinazionale paghi cose come l’Iva? – altri invece no. I canoni appena discussi sono fissi, non li puoi schivare; e sono molto modesti. Per ottenere qualche soldo dalle compagnie petrolifere ci sono le royalties: sono importi dovuti in ragione delle risorse estratte. Si tratta di un meccanismo fiscale che ha avuto popolarità in passato, ma che in Europa ormai non è più così diffuso. In Italia ancor oggi ci affidiamo a queste royalties per raccogliere qualche soldo con le risorse minerarie nazionali. Ufficialmente, nel nostro paese le aliquote dovute alle pubbliche amministrazioni viaggiano attorno al 7 – 10 % del valore della materia prima estratta, con variazioni connesse al tipo di risorsa ed al contesto di lavoro. Esistono anche delle franchigie: al di sotto di un certo livello di produzione non si paga niente. Potete anche verificare le scelte operate da altri paesi europei con l’analisi comparativa del ministero; tendenzialmente sul continente la tassazione è contenuta, seppure variabile.

Cos’ha fruttato questa attività alle casse dell’erario italiano? I dati per tutte le somme versate relativamente al 2014 sono già noti: nel complesso circa 344,5 milioni di euro totali, sia per il gas che per il petrolio. Tenete a mente che nella stessa annata abbiamo estratto circa 44 milioni di barili di greggio. Solo per il petrolio, un valore non inferiore a 3,2 – 3,3 miliardi di dollari, almeno volendo prendere per buone le stime di BP / IndexMundi. Immaginando di assegnare alle risorse nazionali i prezzi del brent, per il petrolio, e delle forniture russe per il gas, sempre nel 2014 gli idrocarburi italiani tutti assieme avrebbero generato un controvalore di circa 5 – 5,2 miliardi di euro. Capite quindi la modesta rilevanza della pressione fiscale che l’Italia applica alle compagnie petrolifere operanti sul suolo nazionale: un 6-7% del valore globale delle produzioni; sostanzialmente in linea con quanto registrato nelle annate precedenti.

Ancora una volta, abbiamo davanti un comparto industriale davvero poco decisivo per le sorti d’Italia. Anche volendo rapinare per intero il valore delle produzioni in essere, cosa ne potremmo ricavare? La nostra spesa pubblica nel 2014 viaggiava attorno ad 835 miliardi di euro, tutto compreso. Che differenza avrebbe fatto un extra gettito pari allo 0,599 – 0,623 % del totale delle spese delle pubbliche amministrazioni? Probabilmente nessuna. Il gettito fiscale ottenuto oggi da queste attività è minuscolo, certo, ma resterebbe insignificante anche in caso di nazionalizzazione del settore: perché i combustibili fossili in Italia proprio non ci sono, se non poche briciole, e ne consumiamo una montagna importandoli dall’estero. I petrolieri che non pagano le tasse però non sono una nostra esclusiva: come notato anche dallo studio comparativo del Ministero, la fiscalità è vantaggiosa in tutta l’unione europea per le compagnie petrolifere. Poche o niente tasse, canoni irrisori per decenni, e tuttavia produzioni ormai anemiche: stiamo finendo di tirare fuori quel che avevamo sotto i piedi. Il futuro dovremo cercarlo da qualche altra parte.

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Trivelle & referendum: le anziane piattaforme italiane

Va bene le produzioni di gas e petrolio, e sono interessanti i discorsi circa le riserve. Ma questa consultazione referendaria non si occupa direttamente di queste cose: si occupa essenzialmente di concessioni per impianti ubicati in mare. Impianti già pienamente operativi, o comunque autorizzati da tempo ed in via di completamento, per i quali esistono chiari termini di concessione: di solito all’avvio a trenta anni, poi rinnovabili per periodi più brevi. La norma contestata, originariamente pensata nel 2006 e sostanzialmente confermata dai vari governi succedutisi, aveva come obiettivo quello di estendere sine die la durata delle concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, con particolare riferimento alle superfici marine ubicate a meno di 12 miglia nautiche dalla costa o dalle aree protette. I 30 – 45 anni normalmente disponibili evidentemente non erano stati ritenuti sufficienti da alcuni operatori ben ammanicati.

Per capire il significato di questa contesa, dobbiamo capire le caratteristiche degli attori coinvolti: e questi sono piattaforme e pozzi ubicati in mare. Il Mise si occupa di censire gli impianti e di raggrupparli per tipologia ed ubicazione con una discreta banca dati. Se vi divertite ad ordinare in varia maniera le caratteristiche dichiarate di queste opere potrete dedurre alcune cosette interessanti. Il numero: 92 strutture totali entro il limite delle 12 miglia, di cui 5 teste di pozzo sottomarine. Le piattaforme vere e proprie sarebbero quindi 87. Di queste, 13 sono collegate ad altre piattaforme vicine e 10 sono invece letteralmente unite in strutture uniche assieme ad altre piattaforme attigue. Almeno una piattaforma è adibita a stazione di compressione. Due piattaforme risultano “non operative” in quanto ricadenti in area soggetta a rischi di subsidenza; sono in corso studi per sdoganarle, ma non si sa come andrà a finire. Altre due sono chiuse o in attesa di chiusura e abbastanza certamente destinate al decommissioning; si tratta di impianti risalenti agli anni 1982 – 1984. L’età in particolare è un parametro rilevante: quanto sono vecchi questi impianti?

numero di piattaforme per petrolio e gas costruite per annata in acque territoriali, 12 miglia, età, anni

Piattaforme realizzate in acque territoriali per anno di costruzione. Fonte: Mise.

A prestare fede al nostro Mise, di ruggine ce ne deve essere in giro per il mare. Il campione trattato è costituito per il 46% da impianti con più di trent’anni di servizio. Chi di voi ha mai avuto a che fare con strutture metalliche esposte all’acqua di mare, capirà subito che non è semplice gestire e manutenere piattaforme che operano da più di tre decenni. Non è che non si possa fare, si può certamente; il problema è che con il passare del tempo i costi aumentano, ed aumentano anche i rischi di incidente. Vi invito ad osservare un altro dettaglio: la seconda metà circa degli impianti sotto costa è stata realizzata nel periodo 1986 – 2000. Al passaggio di millennio, l’attività è divenuta sporadica: negli ultimi tre lustri, appena 8 piattaforme in più. E badate bene: nessuna dopo il 2010. Questo dettaglio dovrebbe chiarire abbastanza bene una cosa: le aree estrattive per idrocarburi di cui disponiamo nel mare antistante la costa sono ormai al capolinea, e non hanno suscitato rinnovato interesse nemmeno con l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas registrata in questi anni. Sono stati perforati nuovi pozzi, certo, ma comunque utilizzando gli impianti già in loco. Brevemente: tante piattaforme vecchie o vecchissime, pochi o nessun nuovo impianto.

E i pozzi? Costruire un pontile sull’acqua è una cosa, cavarne petrolio e gas è un’altra cosa. Allo stato attuale, delle 92 strutture considerate 8 non sono collegate a nessun pozzo; se osserviamo bene la banca dati Mise, noteremo che – tolti i rari casi di smantellamento incipiente – di tratta di piattaforme di servizio collegate ad altre effettivamente dotate di pozzi. Una parte consistente delle strutture, circa 50 unità, opera tre pozzi o meno; solo 25 ne gestiscono dieci o più, e probabilmente si tratta delle strutture più moderne. Volendo fare una rozza suddivisione, le piattaforme vere e proprie effettivamente classificate come “eroganti” sono 48; 5 quelle di supporto, aventi funzioni ausiliarie diverse come comprimere gas o alloggiare attrezzature e personale. Le categorie “non operative e “non eroganti” sono rappresentate rispettivamente da 8 e 31 strutture. Volendo semplificare molto, abbiamo un 100·(31 + 8)/92 = 42,4% di strutture sotto costa che non hanno alcuna apparente funzione.

Le semplificazioni uccidono. Tra le 31 piattaforme “non eroganti”, solo una è stata installata nell’ultimo decennio. Si tratta di impianti che venivano ancora realizzati in un certo numero negli anni ’90, e che in genere sono allacciati ad un grande quantitativo di “pozzi produttivi non eroganti”. Stanno li ad aspettare, ma aspettare cosa di preciso? Nuove tecnologie? Prezzi più alti? Se pensiamo ai prezzi, teniamo bene a mente che si sono disposti a livelli stellari sia per il petrolio che per il gas nell’ultimo decennio, almeno in Europa. Chi aveva idrocarburi da cavare doveva farli venire fuori e basta, posto che non c’era modo di guadagnarci di più lasciandoli dov’erano. Come mai in questi anni – così favorevoli – questi pozzi non sono riusciti a produrre nulla? Forse lo hanno fatto, e sono giunti a fine vita? Questa cosa non viene raccontata in maniera esplicita, ma qualche dubbio possiamo nutrirlo. Teniamo a mente un dettaglio: l’aggiornamento dei dati non è istantaneo, e la recentissima caduta dei prezzi, con i suoi effetti, di sicuro ancora non la possiamo vedere agire sulla banca dati del Mise. Come dire: i pozzi dormienti segnalati erano probabilmente tali anche due o tre anni fa, con il petrolio Brent a 100 dollari. Un dettaglio assai sinistro.

Il quadro che abbiamo davanti è pieno di ombre. Nella nostre acque territoriali disponiamo di un numero di piattaforme considerevole, ma parecchie di esse in effetti non stanno svolgendo alcuna funzione. Molti dei pozzi perforati negli anni passati vengono definiti produttivi, ma stranamente non producono alcunché; una cosa bizzarra, se pensiamo alla formidabile spinta alla estrazione fornita dai prezzi elevati che abbiamo sperimentato. L’età media degli impianti è elevata, e molti di essi sopportano l’azione del mare da più di tre decenni: una cosa che sicuramente viene considerata con attenzione anche dagli enti di controllo. Le recenti regalie normative, che ora sono contestate dai comitati referendari, paiono non aver sortito grandi effetti: non c’è stata nessuna corsa alle nuove installazioni; le perforazioni invece insistono a languire in generale, a terra come in mare. Forse anche gli impianti ci raccontano la stessa storia raccontata dalle produzioni? Forse stiamo guardando un comparto industriale carico di storia e con un futuro modesto? Non sarà per caso che le furberie normative ideate in questi anni dovevano semplicemente servire a rinviare lo smantellamento – molto oneroso – di alcune strutture ormai superate?

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Trivelle & referendum: il petrolio che non abbiamo mai avuto

Il referendum si avvicina; in tema di petrolio come siamo messi? Va bene parlare del gas naturale che produciamo in Italia, che poi è la nostra produzione fossile più rilevante, ma l’attenzione in questi anni nel mondo è stata rivolta soprattutto agli idrocarburi liquidi. Pagano di più, sono più flessibili, si trasportano più facilmente. Oggettivamente ne abbiamo pochi, ma ne abbiamo pure noi una certa quantità. Sempre volendo impacchettare i dati dell’atlante BP – che derivano a loro volta da quelli forniti dalle varie agenzie governative nazionali e dalle associazioni di imprese – possiamo farci un’idea dello stato di salute del comparto. I dati saranno qui espressi in milioni di tonnellate annue ed in percentuale.

Referendum 17 aprile petrolio trivelle perforazioni piattaforme produzione e consumo produzioni e consumi italia incidenza percentuale produzione interna nazionale milioni di t tonnellate barili giornoProduzione e consumo di petrolio in Italia. Fonte: BP.

Il petrolio d’Italia: poco ma buono. La roba che estraiamo in Val d’Agri ha fama di essere qualitativamente eccellente. Ci sono anche produzioni di una qualche rilevanza ottenute in mare, sia dentro che fuori il dibattuto limite delle 12 miglia nautiche dalla costa. Poco petrolio quindi: quello che estraiamo ha storicamente rappresentato più o meno un 2–3 % del totale consumato fino alla metà degli anni ‘80; successivamente la produzione interna è cresciuta, attestandosi ad un 5-7 % del consumo. La recentissima crescita in incidenza registrata dal 2009 in poi è in realtà effetto della caduta dei consumi: abbiamo perso precipitosamente accesso ai combustibili liquidi, e questo ha reso più significativa la quota di greggio estratta in Italia. Con 4 – 6 milioni di t annue prodotte in casa, più o meno stabili da vent’anni, ora spuntiamo anche un 10% di autosufficienza; ma non è certo una bella notizia. Semplicemente gli italiani tirano la cinghia da tempo: in un decennio, -37 % di disponibilità complessiva per i consumatori, tutte importazioni scomparse.

Referendum petrolio petroli idrocarburi fonti fossili riserve italia milioni di t tonnellate barili giorno variazione annua riserveRiserve  di petrolio in Italia. Fonte: BP.

Le riserve di petrolio in Italia: ancora una volta poca roba, ma con qualche evoluzione degna di nota. Teniamo a mente che la regione estrattiva in cui abitiamo non ha una storia così recente: già nell’800 l’interesse manifestato per la risorsa nazionale era molto forte, e le attività di estrazione si sono sviluppate incessantemente. Negli anni recenti la stima delle riserve di greggio ha raggiunto un apice di 100 – 110 milioni di t a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90; successivamente si è assistito ad una caduta graduale che ci ha portati al minimo di 61,4 milioni di t registrato nel 2006. Il nervosismo e l’imprevedibilità dei cambiamenti tra le varie annate riflette come sempre l’effetto di prezzi volatili, mutamenti tecnici, esaurimento progressivo, trasformazioni del quadro normativo e politico. Si noti che nell’intervallo 1989 – 2006 abbiamo estratto in Italia 92 milioni di t di petrolio. Nel medesimo intervallo di tempo, le riserve stimate ufficialmente sono diminuite di circa 48 milioni di t. E’ possibile che in questo caso il conteggio sia affetto da un certo ottimismo, ma non è poi così scontato.

Se c’è una cosa che differenzia i comparti del petrolio e del gas metano in Italia, è proprio l’evoluzione recente. Il gas naturale italiano nell’ultimo lustro ha visto firmare il proprio certificato di morte: quadro normativo favorevole, grande interesse politico, investimenti; nessun risultato. Il petrolio invece no: il flusso di investimenti recenti, connesso ai prezzi elevati, ha realmente rivitalizzato l’attività di prospezione. Le riserve sono cresciute molto, fino a quasi 90 milioni di t; e non si tratta di pura finzione, visto che la produzione è risalita come già notato da 4,6 a 5,8 milioni di t/anno dal 2009 al 2014. Non è che si tratti di quantità astronomiche, però al momento abbiamo una produzione che segna una crescita discreta e relativamente costante: può anche essere che la variazione positiva delle riserve dichiarate sia abbastanza realistica, visto che fa il paio con una variazione ugualmente positiva dei volumi estratti. Ognuno giudichi con i propri occhi.

La rilevanza del petrolio nazionale rimane scarsa in ogni caso, vista l’enormità dei consumi con cui si deve confrontare. Anche immaginando di estrapolare linearmente l’accelerazione delle produzioni degli ultimissimi anni, diciamo dal 2010 al 2014, staremmo parlando di addizioni di circa 179.000 tonnellate annue per anno. Procedendo di questo passo, e ponendoci l’obiettivo di coprire la metà del consumo attuale, dovremmo attendere un numero di anni pari a circa ((56,62/2)-5,82)/0,17867 = 125,9. Con un po di pazienza e tanto impegno, disporremo di una parziale autarchia nel 2140. Disporremmo, perché in realtà le riserve che abbiamo – e che forse scontano un filo di ottimismo – procedendo nelle estrazioni al ritmo attuale si saranno già esaurite tra soli 15 anni. Sono simpatiche facezie: se vogliamo attenerci ai fatti dobbiamo ammettere che la produzione italiana di petrolio è disposta su un plateau ondulato già dalla metà degli anni ‘90; balliamo tra 4-6 milioni di t annue da due decenni, e non c’è ragione di pensare che le cose cambino sensibilmente in meglio nel futuro prossimo. Tutto quel che abbiamo, tenendo buone le riserve attualmente dichiarate ed i consumi nazionali correnti, è semplicemente questo: 18-19 mesi di autonomia teorica. Nient’altro.

Volendo guardare la questione da un’angolazione un po diversa, vediamo cosa ne pensano alla Società Geologica Italiana: “… Nel corso degli anni 60 e 70, l’Italia ha prodotto idrocarburi senza che nessuno se ne accorgesse: chi sa che siamo il terzo produttore europeo di gas ed il quarto di petrolio? Non tornano alla memoria incidenti degni di nota, nessuna catastrofe ambientale, nessuna macchia di olio che si espande minacciosa verso le coste dei nostri mari. Le attività turistiche hanno convissuto per decenni con quelle estrattive …” In effetti i limitati incidenti a cui abbiamo assistito, anche recenti, sono quasi tutti connessi all’attività delle petroliere che, quelle sì, trasportano immense quantità di greggio d’importazione verso le nostre coste. Il problema è aggravato dal fatto che i porti italiani agiscono anche come terminale di sbarco per oleodotti internazionali. Non è che non ci siano stati incidenti connessi con le perforazioni in mare – davanti alle coste romagnole negli anni ’70 ce ne fu uno importante, fortunatamente con perdita di gas anziché di greggio. Il problema è che le norme e i controlli sono severi, e funzionano. E comunque i rischi di inquinamento sono enormemente più elevati sul lato dei trasporti di idrocarburi che non sul fronte esplorazione / estrazione: perché sulle coste italiane estraiamo poco ma trasportiamo moltissimo.

L’articolo della SGI contiene sparate contro le fonti rinnovabili che non condivido, ma volendo attenerci al tema petrolio & gas racconta cose degne di menzione. Tra queste, leggiamo che “… Dagli anni 90 in poi le attività estrattive in tutto il paese si sono ridotte enormemente. Si è arrivati a livelli di un paio di pozzi l’anno quando andava bene, fino a zero (0!) nel 2014. La produzione dai pozzi esistenti ha continuato incessante. Negli ultimi anni si parla di ripresa, ma i numeri dei pozzi perforati all’anno non sono confrontabili con quelli del passato …”. Come dire, perforavamo poco in passato, ma oggi queste attività sono pressoché esaurite sul nostro territorio ed anche davanti alle nostre coste. Quando andava bene, per quel che ricordo, avevamo 2-4 rig operanti in giro per l’Italia; ma archiviare una intera annata con zero impianti attivi è un primato degno di nota. Se le perforazioni sono state scarse o assenti, come hanno fatto a crescere le riserve di petrolio? Ancora una volta la tecnologia cammina. Gli interventi di ampliamento della permeabilità delle rocce serbatoio hanno permesso, assieme ad altre migliorie, di accrescere le riserve disponibili e di mobilizzarle più facilmente. Meno perforazioni, più produzione: una cosetta che abbiamo già osservato in altre contrade del mondo.

Un’ultima osservazione dalla stessa SGI: “… una catastrofe come nel Golfo del Messico? Beh, nei nostri mari sarebbe impossibile: giacimenti di petrolio in pressione non ne abbiamo, se accadesse la stessa eccezionale sequenza di errori umani, l’acqua del mare invaderebbe il pozzo, non il contrario …”. Il concetto rozzamente esposto è relativo ai cosiddetti gusher, pozzi in pressione che eruttano continuamente olio o gas senza interventi esterni. In caso di incidente, succede un disastro: il petrolio in sovrappressione fuoriesce da solo in maniera rovinosa, causando incendi e gravi inquinamenti. L’ultimo evento del genere che ricordi su suolo italiano risale al 1994, a Trecate: un pozzo di petrolio va fuori controllo, entra in eruzione. La pioggia di greggio contamina tutto il circondario, e la situazione si aggrava a causa della presenza di acido solfidrico. Ho un nitido ricordo di quei giorni. Da allora, niente del genere si è più verificato in Italia: abbiamo esaurito i giacimenti di liquidi in pressione, e ci possiamo dedicare solo al recupero secondario operato immettendo acqua in pressione e/o impiegando pompe. Ottimo per la sicurezza, ma si tratta di un segnale di senescenza evidente per le nostre riserve di greggio.

Ancora una volta, facciamoci qualche domanda. Cosa stiamo per votare al referendum del 17 aprile? Il petrolio nazionale è poco, e potrebbe andare incontro ad un esaurimento abbastanza veloce; non ha mai fatto una grande differenza in rapporto ai nostri astronomici consumi. In Italia  vogliamo renderci meno vulnerabili in tema di importazioni di prodotti energetici? Pensiamo a modi diversi di recarci al lavoro: autobus, treni e biciclette riusciranno facilmente laddove le osannate trivelle non possono ormai più nulla. Il tema della sicurezza è già più interessante, seppure un po sopravvalutato: è pur vero che le nostre piattaforme in mare inquinano, ma non aspettiamoci incidenti spettacolari come quello occorso nel Golfo del Messico. Vogliamo più sicurezza e meno dispersioni inquinanti? Forse allora è il caso di preoccuparsi dei numeri grossi, quelli connessi al trasporto ed alla raffinazione del petrolio. Navi, oleodotti, raffinerie sono il pericolo – eventuale. Forse andremo a votare solo per dare segnali politici? Va bene, ma se mettiamo crocette per chiedere cambiamenti, questi cambiamenti sapremo anche accettarli e gestirli da privati cittadini?

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Trivelle & referendum: il gas naturale che avevamo

Ci risiamo: gli italiani si avvicinano al consueto derby che oppone gli strenui sostenitori di qualsiasi cosa agli indomiti oppositori di qualsiasi cosa. E’ parte dello spirito nazionale, siamo tipi davvero sportivi: ci dividiamo in squadre – in genere due – e cominciamo a darcele di santa ragione. Di solito non vince nessuno. Stavolta la partita viene disputata attorno alle “trivelle”, meglio note come “impianti di perforazione” o anche come “concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi”. Antefatto: pochi anni fa il governo Berlusconi III – era aprile 2006 – decretò la possibilità di estendere la durata di vita di alcune concessioni di estrazione di petrolio e gas in mare, specificamente entro le 12 miglia nautiche dalla costa. In senso generale, i vari governi succedutisi nell’ultimo decennio hanno varato provvedimenti miranti a riprendere le redini degli iter autorizzativi e dei controlli connessi a varie grandi opere, tra cui quelle dedicate all’estrazione e trasporto degli idrocarburi.

Buon ultimo il governo Renzi – non poteva mancare – a produrre decreti legge per definire cose come la “strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi”. La storia dei provvedimenti oggetto della tornata referendaria è complessa ed articolata, ma è abbastanza chiaro che la linea di condotta tenuta a Roma è rimasta invariata al passare dei vari governi. Bisogna fare buchi ovunque, nessuno deve permettersi di eccepire al riguardo e gli idrocarburi presenti sotto i nostri piedi devono venire fuori immediatamente. Questa la filosofia che ci ha governati per un decennio. Ora dei vari quesiti oggetto di consultazione è rimasto sul tavolo solo quello relativo alle concessioni sotto costa, ma il significato politico e mediatico del referendum cambia di poco: le trivelle vi piacciono o no?

Sapete, i politici sono simpatici e ciarlieri. Potremmo ascoltarli per ore e ore senza percepire alcunché; però tengono compagnia. Ci raccontano che c’è questo duello tra chi vuole cercare petrolio e gas metano ovunque, anche in mezzo agli stabilimenti balneari, e chi invece vuole impedirlo per tutelarci dai rischi di attività azzardate piene di incognite per l’ambiente. La realtà misurabile però è sempre a disposizione, parla da sola, vale la pena considerarla. Cosa abbiamo fatto fino ad oggi in tema di idrocarburi? Il petrolio italiano è sempre stato poca roba, ma il gas è altra cosa, ne abbiamo estratto anche noi. Il gas naturale prodotto qui in Italia quindi, in che acque naviga oggigiorno? Cosa ha fatto in passato? Che prospettive può avere?

Referendum 17 aprile gas naturale metano trivelle perforazioni piattaforme produzione e consumo italia incidenza percentuale produzione interna nazionale metri cubiProduzione e consumo di gas naturale in Italia. Fonte: BP.

Per eccesso di pigrizia, mi limito a restituire i dati dell’atlante BP. Dunque, il metano in Italia: bella storia finita male. Fino ai primi anni ’70 avevamo una produzione sufficiente a coprire quasi tutti i consumi; con le crisi petrolifere però la domanda ha preso il volo. Il gas costa meno del petrolio, e dovendo scegliere abbiamo scelto di insistere con il gas. Le produzioni nazionali però, nonostante l’evidente interesse, sono rimaste al palo: il picco registrato a metà anni ’90 non ha potuto fare molto davanti a consumi che crescevano a ritmi serrati. Morale: produzione interna in leggero declino, ma comunque sempre irrilevante davanti a consumi che sono arrivati a sfiorare gli 80 miliardi di metri cubi annui. Ad oggi il metano prodotto in Italia, nonostante il ridimensionamento recente dei consumi, non sembra proprio in grado di tornare a coprire più di un 11 – 12 % della richiesta totale. Ma le riserve che fanno? Quanto gas abbiamo sotto i piedi?

Referendum gas naturale metano idrocarburi fossili riserve italia metri cubi variazione annua riserve metri cubiRiserve  di gas naturale in Italia. Fonte: BP.

La storia delle riserve di gas in Italia è istruttiva. Abbiamo vissuto una stagione nella quale crescevano velocemente, a causa della scoperta di nuovi giacimenti e anche grazie alle evoluzioni tecniche. Con la fine degli anni ’80, abbiamo assistito ad una stasi e poi ad un graduale declino. Si badi bene, è normale che la stima delle riserve cambi di continuo in maniera impulsiva ed apparentemente bizzarra. Il prezzo di queste materie prime è instabile, e se diminuisce ci sono produzioni che diventano antieconomiche, finiscono fuori mercato; succede il contrario se i prezzi aumentano: pian piano vengono incluse nel conteggio quote di materia prima più costose. Nel mentre, la tecnologia si trasforma e si evolve; e si trasformano le condizioni normative circa la tutela ambientale e la gestione degli impianti. Questo marasma di fattori che si accavallano e si disturbano è la causa di tutta l’instabilità che osserviamo nella stime delle riserve di gas naturale, anzi: di qualsiasi risorsa.

Il caso italiano però, dopo decenni di attività, offre alcuni insegnamenti chiari e lampanti. Primo: se estrai il gas, pian piano lo esaurisci. Non è banale e non tutti lo accettano, ma la regione estrattiva di cui disponiamo ha vissuto un declino inequivocabile ed ufficialmente certificato delle riserve disponibili; il grafico parla da sé. Secondo: la contabilità delle riserve in Italia la facciamo bene, almeno quella. Se ci fate caso, le disponibilità dichiarate nell’intervallo 1989 – 2009 sono diminuite di più di 240 miliardi di metri cubi; nello stesso lasso di tempo la produzione cumulata nazionale è stata di circa 285 miliardi di metri cubi. Come dire: più o meno stimavamo di avere quel gas sotto i piedi, e ne abbiamo cavato poco di più. Non è un fatto scontato, visto che le riserve “accertate”, “probabili” e “possibili” sono un argomento che frequentemente soffre speranze infondate o addirittura inganni intenzionali. E’ a suo modo una esperienza di successo.

Terzo: a volte non basta una crisi per invertire una tendenza. Dopo l’esplosione dei prezzi del petrolio nel 2008, l’interesse per le nuove avventure estrattive è cresciuto molto. C’è stata una enorme ondata di investimenti per scovare materie prime bizzarre e difficili. In Italia la spinta è stata fortissima, anche a causa dei contratti sbagliati che avevamo firmato in tema di gas: vi ricordate i celebri oil linked ? Prezzi del metano importato eccessivamente legati a quelli del petrolio, divenuti insostenibili. Tutto questo ha prodotto un generalizzato interesse per la ricerca degli idrocarburi di casa nostra. Questa spinta colossale, perfino più forte che in altri paesi, che effetti ha sortito? Guardate ancora il grafico delle riserve: c’è un lievissimo sobbalzo positivo tra il 2009 ed il 2010. E basta. Tutto l’immenso marasma di prezzi eccessivi e di difficoltà dell’import, l’incertezza delle forniture dall’Europa orientale, e tutta l’enfasi messa attorno alla risorsa nazionale in questi anni hanno prodotto questo effetto: nessun effetto rilevante. Il declino terminale del gas italiano è a questo punto un fatto certificato.

Di cosa stiamo parlando allora? Di gas che non estrarremo perché non possiamo, perché nemmeno esiste? Di impianti che hanno fatto un pezzo di storia nazionale, e che nei libri di storia si apprestano a finire? Parliamo di posti di lavoro che spariscono? Ma possiamo davvero decidere di non farli sparire, o qualsiasi scelta facciamo scompariranno comunque? Parliamo di inquinamento, di incidenti? Ma quali esattamente, posta la marginalità conclamata della nostra industria estrattiva? Forse il 17 aprile andremo al referendum per svolgere un esercizio di democrazia pura e semplice, che non è mai un male; e magari decideremo di lanciare un messaggio poco importante a livello operativo, ma forse carico di conseguenze sulle politiche del futuro. Stiamo comunque ben certi di una cosa: che votiamo si o no, o che ci asteniamo, il destino dell’industria estrattiva nazionale è probabilmente già scritto. Nessun decreto legge può far apparire gli unicorni, e nessuna consultazione popolare può farli scomparire.

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Nave, treno, camion: trasporto merci nell’Italia della crisi

Per rimanere a tema col recente post, vediamo un po cosa ci propina la banca dati della Commissione Europea. Stiamo parlando di trasporto merci in Italia; per certi versi diverso e per altri uguale a come era quindici o venti anni fa. La prima cosa che viene in mente è la distribuzione modale dei trasporti: in assenza di vie d’acqua rilevanti, in Italia cosa scegliamo? Strada o ferrovia?

percentuale trasporto trasporti merci strada gomma tir ferrovia treno italia 1991 2013Distribuzione modale del trasporto merci terrestre in Italia, %. Fonte: Eurostat.

Sembra sempre che stia per crollarci tutto addosso, o che siamo a due passi dall’eldorado; questo almeno ad ascoltare il nostro telegiornale. Quante rivoluzioni imminenti, o disastri prossimi venturi, avete udito narrare in tema di trasporti in questi anni? Guardate bene l’immagine sopra: in un quarto di secolo, almeno parlando di distribuzione modale, non è cambiato praticamente niente. Sono caduti muri, si sono rivoluzionate le fabbriche, la logistica ha cambiato volto in tutto il mondo. In Italia abbiamo versato montagne di soldi per grandi opere di supposta utilità. La distribuzione modale del trasporto merci però è pressoché sempre la stessa: camion dappertutto e un po di ferrovia, soprattutto grazie a qualche volenteroso importatore che ci spedisce via treno qualche elettrodomestico dalla Germania. Di recente abbiamo avuto oscillazioni, certo; ma sono modeste oscillazioni e non tendenze. Con questi lievi tremolii nei grafici non andremo lontano: resteremo più o meno dove siamo.

trasporto merci su gomma, strada, stradale, t km, tonnellate chilometro, camion, tir, nazionale, internazionaleTrasporto merci su strada in Italia. Fonte: Eurostat.

Il trasporto merci stradale, pur rimanendo dominante a terra, anche in Italia ha perso colpi. Da un plateau di 1,5 miliardi di t / anno trasportate nei primi anni duemila, a meno di un miliardo l’anno nel 2014; destino simile per le relative tonnellate chilometro, ridimensionatesi di un buon -40%. La tempistica degli eventi, curiosamente, è un po diversa da come avremmo potuto immaginarla: il comparto dell’autotrasporto aveva retto discretamente alla crisi 08/09, e mostrava una tenuta accettabile anche nel 2010. C’era stata una lieve diminuzione dei pesi movimentati, e una perdita appena più forte nelle distanze percorse – comunque orbitanti attorno ai 120 km per viaggio. Dal 2011 discesa precipitosa, forse non ancora conclusa. Si noti che il dato di riferimento comprende sia tratte nazionali che internazionali, queste per la sola parte svolta entro i confini italiani.

trasporto merci su gomma, strada, stradale, t km, tonnellate chilometro, camion, tir, nazionale, internazionaleTrasporto merci su ferrovia in Italia. Fonte: Eurostat.

Il trasporto merci ferroviario in Italia: la rotaia piace un sacco, ma poi non la usa quasi nessuno. Come già notato, la ripartizione modale dei traffici premia la gomma e non il ferro, e questa cosa non sembra voler cambiare. Le masse trasportate via treno sono rimaste abbastanza stabili, circa 80 – 100 milioni di t / anno. Il complesso delle tonnellate chilometro movimentate si attesta sui 20 miliardi da qualche anno: né miracoli né disastri, ma in effetti un leggero scivolamento. Curioso quanto accaduto nel 2009: una oscillazione al ribasso veramente forte, seguita da una lieve ripresa. Come dire: la crisi colpiva in maniera fulminea e transitoria i treni merci prima dei camion; però gli uni si sono ripresi e gli altri no. Le percorrenze medie dei trasporti ferroviari sono ovviamente più alte di quel che si registra sulle strade, ma hanno perso quota: oggi 215 – 220 km circa, contro i 250 – 260 km di dieci anni or sono.

merci imbarcate e sbarcate nei porti italiani, solide e liquide, migliaia di tonnellateMerci solide e liquide movimentate nei porti italiani, migliaia di t. Grafica: MIT.

La via d’acqua continentale in Italia è irrilevante, e in pratica non figura nelle statistiche Eurostat. Bisogna però ricordare che abbiamo un enorme sviluppo costiero: quello che non facciamo con i fiumi lo facciamo – fortunatamente – con i porti affacciati sul mare. Porti che hanno avuto un successo considerevole a cavallo del passaggio di millennio, e che galleggiano comunque ancora abbastanza bene nonostante i danni prodotti dalla crisi recente. Se pensiamo alle sole merci solide, la navigazione insiste a smuovere ogni anno 270 – 280 milioni di t di materiali da e per ogni angolo del pianeta; su tragitti molto estesi ovviamente.

Non ho sotto mano statistiche di percorrenza per le navi, e questo rende difficile fare confronti diretti con le attività di trasporto svolte a terra. Volendo immaginare per ipotesi un semi percorso medio – la metà imputabile ai porti nazionali – brevissimo, di un migliaio di km per viaggio in mare, la navigazione produrrebbe movimenti in tonnellate chilometro per i soli carichi solidi pari al doppio del totale registrato per tutti i traffici mercantili terrestri. Con la schiera di navi che vediamo viaggiare da una parte all’altra del pianeta, o girovagare per il Mediterraneo, è probabile che questa ipotesi sia una pallida sottostima del reale. Vai a vedere che alla fin fine le navi si riprenderanno il posto che hanno sempre avuto nella storia dei trasporti? Forse quel posto di primo piano, nonostante tutta la propaganda che facciamo noi italiani a viadotti e gallerie, non lo avevano mai perduto.

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Piena del Panaro, marzo 2016

Le recenti piogge che si sono abbattute sul nord Italia hanno finalmente ridimensionato la sorprendente siccità che ci minacciava da mesi. Un stagione autunnale / invernale priva di precipitazioni dalle nostre parti è un fatto raro; e una grave minaccia per l’agricoltura e l’ambiente. Il deflusso estivo delle falde freatiche, e il deflusso minimo vitale dei corsi d’acqua, dipendono dalla ricarica invernale: se non c’è sono dolori. Il problema forse non si è risolto del tutto in questi giorni, ma almeno di acqua abbiamo cominciato a vederne. Al punto che ci siamo trovati i fiumi in piena, in particolare i vicini Panaro e Secchia, a cavallo tra 29 febbraio ed 1 marzo. Non succedeva da parecchio tempo.

Onda di piena del fiume Panaro, 1 marzo 2016, livello idrometricoIl transito dell’onda di piena è lento, si tratta di un percorso di decine di chilometri. Il fenomeno si manifesta immediatamente nell’area montana, per poi propagarsi a valle. Le letture in tempo reale degli idrometri sono prese a prestito da Arpa; riguardano punti di misura disposti lungo il corso del Panaro. Le piogge violente della notte tra il 28 e 29 febbraio hanno fatto sentire rapidamente il loro effetto al margine dell’alta pianura; l’acqua immessa ha proseguito la sua corsa senza troppi danni fino alla confluenza con il Po. Dal primo all’ultimo punto della grafica, ben 20 – 22 ore di tempo. Se siamo fortunati, ci limiteremo a pensare al tempo di corrivazione dei nostri corsi d’acqua, e nient’altro. Se siamo sfortunati possiamo inciampare in una inondazione sul modello di quella del Secchia del gennaio 2014.

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Porto che vai, merce che trovi

Quando mi scopro ignorante di un qualche tema di cui discuto a vanvera, e magari mi viene fatto notare che non ne so nulla, di solito mi incuriosisco parecchio. Serve a poco reagire piccati: è meglio informarsi piuttosto. Tema: i porti italiani. Cosa fanno, quanti sono, come se la sono cavata durante questi anni difficili – in particolare riguardo al movimento delle merci. Il modo migliore per capirci qualcosa è, come sempre, affidarsi a chi ne capisce qualcosa: nel caso specifico il nostro Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che qualcosa di navigazione deve sapere. I dati di base sulle vicende dei nostri porti utilizzati in questa sede derivano integralmente dalla Relazione sull’attivita’ delle autorita’ portuali 2013.

porti italiani totale merci totali movimentate trasportate, migliaia di tonnellateMerci totali movimentate nei porti italiani, migliaia di t. Grafica: MIT.

A primeggiare in termini assoluti sarebbe Trieste, in crescita rispetto al passato. Resta il fatto che i porti liguri, nel loro complesso, siano comunque capaci di smuovere qualcosa come 92 milioni di t di merci su un totale nazionale di circa 454 milioni di t – almeno questa la situazione al 2013. La Liguria rappresenta per molte ragioni la porta del trasporto marittimo per le industrie della Pianura Padana occidentale, e anche per regioni un po più distanti. E’ difficile vincere certi primati connessi alla posizione geografica.

porti italiani totale merci solide, solidi movimentate trasportate, migliaia di tonnellateMerci solide movimentate nei porti italiani, migliaia di t. Grafica: MIT.

Per i soli materiali solidi, la battaglia per la testa della gara è tra i porti di Genova, Gioia Tauro e Taranto. Come dire: la porta ligure del commercio via mare, l’hub portuale del mezzogiorno ed il porto di servizio dell’Ilva. La crescita registrata da Gioia Tauro riassorbe le vicissitudini recenti; Taranto sconta il declino dell’attività industriale di riferimento. Comunque anche gli attori secondari riescono a fare cose interessanti: pensate al ruolo che ricopre Ravenna per l’economia dell’Emilia orientale e della Romagna. Ovviamente nel caso dei carichi solidi la dispersione è forte anche a causa del fatto che questa categoria comprende materiali molto disparati: solidi sfusi e container, certo, ma anche imbarco di automezzi su traghetti.

porti italiani totale merci liquide, liquidi movimentati trasportati, migliaia di tonnellateMerci liquide movimentate nei porti italiani, migliaia di t. Grafica: MIT.

Per le merci liquide è un’altra storia: ci sono quattro o cinque campioni nazionali e basta, gli altri non contano praticamente niente. Una parte preminente dei flussi in entrata ed uscita, quando parliamo di liquidi, è costituita da idrocarburi grezzi e lavorati e da prodotti chimici derivati. Ovviamente stiamo parlando di due mercati fondamentali di riferimento: raffinerie ed oleodotti. Una quota del materiale prende la sua via attraverso tubi di vario diametro, vedi il caso dell’Oleodotto Transalpino che tanto lavoro fornisce al porto di Trieste. Il resto viene raffinato al punto di arrivo, quel che vediamo fare nelle raffinerie sparse lungo la costa italiana; eventualmente si provvede anche a reimbarcare e spedire via mare una quota dei distillati.

porti italiani totale contenitori, container totali movimentati trasportati, numero di contenitori, TEUContenitori movimentati nei porti italiani, TEU. Grafica: MIT.

Con i container altra storia ancora, una storia molto diversa dai racconti che sentiamo la sera al bar. Il primato di Gioia Tauro è molto pubblicizzato, ma stiamo parlando di una infrastruttura che non ha un entroterra industriale: è un porto gigantesco, che smuove un numero di container che è prossimo a quelli spostati ad esempio dal porto del Pireo. Però alle spalle non ha fabbriche, non abbastanza: e allora si dedica al trasbordo, o transhipment; navi piccole raggruppano carichi su navi grandi e viceversa, navi grandi distribuiscono carico tramite naviglio più piccolo. Un hub fondamentale per migliorare la logistica in mezzo al Mediterraneo, ma comunque una infrastruttura per certi versi isolata. Se volete vedere relazioni complesse e radicate tra porti, ferrovie ed industrie allora dovete andare più a nord: in Liguria ad esempio, che con i suoi porti garantisce i movimenti di contenitori a realtà come Lombardia e Piemonte. Anche Trieste e Venezia riescono a far qualcosa.

Nel complesso il sistema dei porti italiani pare reggere alle durezze di questi anni di crisi. Rimane una realtà fondamentale ed insostituibile per la nostra economia, eppure a livello percettivo gli italiani non riescono proprio ad accogliere la via d’acqua come un metodo agevole per trasportare merci: in materia di trasporti non sembriamo capaci di vedere al di là della dicotomia strada / ferrovia. Nonostante tutto il disinteresse di cui sono bersaglio, i nostri porti insistono ad essere il cuore del movimento mercantile che tiene in piedi la nostra economia. Dovremmo ricordacene quando guardiamo le cose che compriamo: c’è sempre dentro un qualche viaggio in mare.

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Demografia in Italia: quattro auto per ogni figlio

numero figli nati da genitori italiani e stranieri residenti in ItaliaNati italiani e stranieri della popolazione residente in Italia, anni 1995-2014. Grafica: Istat.

Declino demografico italiano all’attenzione dei mezzi d’informazione: ogni tanto possiamo parlare anche di cose rilevanti, anziché di pettegolezzi. Per chi non desiderasse affidarsi al filtro dei giornali ci sono i rapporti ISTAT: “… Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila unità). Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l’8,3% della popolazione totale (+39 mila unità). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, conseguendo una perdita di 179 mila residenti. I morti sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila) …. [omissis] …. Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna ….”.

Ci troviamo ad un minimo nelle nascite, totali così come di italiani in senso stretto, che riesce a polverizzare quelli registrati nei primi anni ’90 o nell’immediato dopoguerra. E in effetti tutta questa vicenda ha un po il sapore di una guerra, forse una guerra tra generazioni. I nati da coppie italiane erano 480.000 nel 2008; nel 2014 eravamo scesi ad appena 398.500, e nel 2015 probabilmente siamo andati ancora più giù. Per il numero totale di nascite non è che vada tanto diversamente: da 576.700 nel 2008 a 502.600 nel 2014. Il dato globale 2015, già anticipato in stima, segna 488.000. Più che un declino, un tracollo; almeno nel caso degli italiani si cominciano a raccogliere i frutti delle lungimiranti politiche che abbiamo messo in atto in tema di servizi alle famiglie, distribuzione del carico fiscale, distribuzione dei posti di lavoro. Frutti avvelenati, appunto. Nascite a parte, resta sul tavolo il calo complessivo della popolazione residente a -2,3 ‰ su base annua: un fenomeno pressoché inedito per l’Italia repubblicana.

Se dovessimo mantenere a lungo il tasso di fecondità registrato per le donne italiane nel triennio 2012 / 2014 – circa 1,29 –  in un paio di generazioni ci ritroveremmo una popolazione di italiani in senso stretto grossomodo pari a (1,29/2)^2 · 55,6 = 23,1 milioni di persone. Sbagliato considerare uniformi le coorti demografiche per i calcoli? Vero, la nostra piramide delle età è decisamente matura; il metodo proposto non è attendibile. Allora potremmo ragionare sui nati – da coppie italiane – del 2014 e sulla speranza di vita corrente alla nascita: 398.500 · 82,4 = 32,8 milioni di residenti che possiamo supporre italiani e che possiamo sperare di mantenere sul suolo italiano anche tra qualche decennio; circa. L’esponenziale decrescente è un modo di ragionare diverso dalla semplice proiezione del numero di nascite correnti, e sono entrambi grossolanamente imprecisi per molte ragioni; ma comunque fanno intuire qualcosa della tendenza in atto. Se insistiamo su questa strada, l’Italia andrà incontro ad una implosione demografica carica di conseguenze.

Il fatto di avere scarsa discendenza propria non si sta rivelando poi così utile al nostro paese. Tralascio le considerazioni circa i sistemi pensionistici, forse un po sopravvalutate: è solo finanza, si può risolvere. Il vero, grosso problema è che noi non stiamo affatto scomparendo: ci stiamo facendo sostituire. Quando mi sento raccontare che per non distruggere il pianeta dobbiamo calare di numero, di solito inarco le sopracciglia. Calare di numero chi? In che maniera? Se gli italiani scompaiono, secondo voi l’Italia diverrà un enorme parco naturale? Una foresta incantata? O invece piuttosto un coacervo di immigrati che si riproducono rapidamente, esattamente come facevamo noi italiani tra la fine dell’ottocento ed il ventennio fascista? Non è che per caso, scomparendo, noi italiani daremo il via a nuove distruzioni ambientali nel nostro paese? La terribile crisi da sovra sfruttamento che si concluse nel 1945 lasciò un paese devastato, privo di foreste fin sui più alti crinali – altro che guerra, ci eravamo già rovinati con le nostre stesse mani. Ci apprestiamo per caso a farci sostituire da popolazioni che torneranno a combinare questo genere di disastri? A cosa serve? Quale sarà il beneficio? Cosa avremo fatto di utile per noi, per il territorio che ci ospita e per chi verrà dopo di noi?

Nel mentre che tutto questo marasma si dipana lentamente sotto i nostri occhi, alcuni italiani sembrano aver reagito in maniera positiva all’inondazione di carburante a basso costo degli ultimi mesi. Un fenomeno di respiro ben più breve, e ovviamente molto interessante per chi ritiene di vivere in un presente senza storia né futuro. Il pascolo abbondante produce una moltitudine di cervi, ed il gasolio abbondante produce una moltitudine di automobilisti; ogni creatura deve reagire alle condizioni ambientali. Mi è capitato di notare la differenza anche attorno al mio paesino, ho visto riapparire code chilometriche su strade che erano deserte da più di un lustro – e so bene di cosa parlo. Le cifre: stando ad Unrae, nel 2015 le immatricolazioni di autovetture in Italia hanno raggiunto 1.575.000 unità; lontane dai fasti di dieci anno or sono, ma comunque in alto rispetto al recente passato. Avrete già notato le proporzioni: quattro auto immatricolate per ogni figlio – almeno volendoci limitare alle coppie italiane. Quando cercate esempi di popolazioni soggette a contrazione demografica che riescono comunque ad esercitare una pressione distruttiva sull’ambiente e sulle risorse,  potete venire a dare un’occhiata all’Italia. Risulteremo devastanti perfino nell’atto di scomparire? Riusciremo ad inventarci un futuro diverso? Troveremo un equilibrio? Chi può dirlo?

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Bel tempo, poca acqua

vista del monte cusna e del crinale nell'appennino reggiano, ripresa da castelfranco emilia

Il vento spazza la pianura anche oggi, ripulisce l’aria dai tanti miasmi che ci hanno accompagnati negli ultimi mesi. La vista è eccezionale da qui: il nostro Appennino brilla al sole, si possono osservare tutte le montagne e le colline che si affacciano verso nord. Dal bolognese fino al parmense e al piacentino, alcuni rilievi bassi e lontani non saprei nemmeno riconoscerli. Il gruppo del Cusna nella foto, coperto di neve, si staglia a sud ovest in mezzo ai cavi degli elettrodotti; impossibile fotografare da qui senza trovarseli tra i piedi. Dista più di 70 chilometri, ma sembra di poterlo afferrare con le mani. Il mese di febbraio è effettivamente il momento migliore dell’anno da queste parti in tema di visibilità.

Il tempo è bello, ma l’acqua non c’è. E’ da mesi che non piove, e solo in questi giorni si è cominciato a vedere cadere qualcosa dal cielo. Il bel panorama purtroppo non riempie canali e bacini; l’allarme è generalizzato e ormai noto a livello mediatico. La stessa ANBI non ha usato mezzi termini per quella che sembra essere una grave siccità. La neve dell’inverno, sulle Alpi come sugli Appennini, non serve a divertire gli sciatori: serve a riempire i fiumi a primavera, a rimpinguare le falde. Le falde idriche appunto: con livelli mai così in basso, in alcune province emiliane oltre un metro di differenza rispetto alle medie consolidate per il mese di dicembre. I dati dell’Associazione Bonifiche sono purtroppo inequivocabili.

livelli falde emilia romagna, piezometrica, piezometria, acqua, acque sotterranee, dicembre 2015Livelli di falda in Emilia Romagna, dicembre 2015. Grafica: ANBI.

Con abbassamenti così rilevanti, ci sono già grossi problemi in tema di acquiferi. I canali della media pianura sono desolatamente secchi, e vediamo già intaccare i deflussi minimi vitali dei corsi d’acqua secondari. Ci saranno effetti sugli ecosistemi fluviali, e non buoni. Per chi preferisce infischiarsene, rimane comunque una domanda interessante: cosa seminiamo? Tra poco è l’ora delle semine primaverili. Il mais reggerà? O si seccherà? Il Po è in secca anche lui, e i canali che ne derivano sono a mal partito: chi esegue irrigazione con acque di superficie che farà? Tenterà la sorte, sperando in un temporale provvidenziale? O ripiegherà su colture meno esigenti? E il Canale Emiliano Romagnolo? Non è esclusivamente irriguo, serve anche impieghi industriali. Con le falde emiliane basse ed i fiumi in secca, con cosa lo riempiremo? Forse è bene mettere in conto qualche problema per questa estate; meglio preoccuparsi per niente che trovarsi a secco senza alternative.

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La Grecia e Schengen: le inflessibili leggi della geografia

Situazione convulsa nel continente europeo: una marea di profughi cammina attraverso i Balcani, diretta verso le ricche nazioni disposte al cuore del continente. Particolarmente irritati i governanti tedeschi, che sono sommersi di persone che faticano a gestire; il problema affligge anche parecchi altri paesi dell’area. Tradizionalmente la porta d’ingresso per questi immigrati era proprio l’Italia, ma la palma di migliore via di transito ci è stata scippata dalla Grecia – forse in maniera non proprio casuale. Ovviamente esistono anche altre strade per questi viaggi della disperazione, vedi la Spagna o il confine russo – finlandese, o ancora altri paesi dell’Europa orientale. Però a quanto pare nella seconda metà del 2015 la via greco balcanica ha surclassato ogni altra opzione.

Noto il problema, si discute di soluzioni. Tra le più gettonate la sospensione degli accordi di Schengen, che a dire il vero traballano già da un buon annetto. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, dopo avere assistito alle chiusure a singhiozzo dei valichi con Francia ed Austria nei momenti di più grave crisi; a levarci le castagne dal fuoco è stato il prevalere della via attraverso la Grecia. Gli accordi di Schengen sono trattati firmati a partire dal 1985 – sulle prime essenzialmente tra Francia e Germania – che prevedono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi aderenti; niente frontiere interne all’unione. Ovviamente non coinvolgono tutti i Paesi appartenenti all’UE, e ne comprendono anche altri ad essa esterni. Irlanda e Gran Bretagna sono fuori da Schengen, mentre vi partecipano Norvegia, Islanda, Svizzera.

Il flusso di immigrati e rifugiati è molto forte e scatena discussioni piuttosto accese. La frontiera greca è attualmente il colabrodo più gettonato per poter raggiungere la Mitteleuropa – con grande preoccupazione di alcune nazioni europee. Tra i rimedi proposti, la citata sospensione degli accordi di Schengen: temporanea e mirata ad affrontare la crisi migratoria, ma comunque di sospensione si parlerebbe. Per dirla con Repubblica “…Tsipras avrà tre mesi per riprendere il controllo delle sue frontiere e registrare i richiedenti asilo che salpano dalle coste turche. Altrimenti torneranno i confini, la Grecia sarà sigillata dall’esterno e i rifugiati resteranno intrappolati nella penisola ellenica, con rischio di crisi umanitaria…”. Non so chi abbia dettato il pezzo, ma lo trovo istruttivo. Riassunto: leviamo Schengen e recintiamo la Grecia, visto che possiamo farlo. I greci se la vedranno da soli. Tutto chiaro, no?

i paesi d'europa che partecipano a schengen

Paesi Schengen. Fonte: Wikipedia.

Forse no. Avete provato a guardare una cartina del continente europeo? Una cartina, di quelle che adornano le pareti delle aule scolastiche. Ci sono i vari stati con i loro confini, le loro sagome piene di storia, le loro coste. Ciascuno al suo posto: chi più a sud, chi a nord, chi ad est. L’Italia sta a sud dell’Austria, per dire. La Grecia dove sta? Se guardiamo bene, la possiamo individuare in fondo ai Balcani. Si protende in mezzo al mare, appoggiata ad Albania, Macedonia e Bulgaria; ad oriente tocca il lembo europeo della Turchia. Alcune notizie sul circondario: Albania e Macedonia non partecipano a Schengen, così come Bosnia, Serbia, Kosovo e Montenegro. Bulgaria e Romania hanno avviato trattative, ma per ora non fanno parte dello spazio di libera circolazione.

Riassumendo: la Grecia è circondata da nazioni che non fanno parte dell’area Schengen. Condivide solamente confini terrestri presidiati da posti di frontiera tuttora operanti. Questo significa che i profughi che seguono la via balcanica in questi mesi hanno dovuto attraversare svariate frontiere presidiate e relativamente ostili; l’eventuale espulsione della Grecia dagli accordi di libera circolazione delle persone non cambierà il numero e la disposizione delle frontiere che devono attraversare i migranti. Un bel problema. Non mi riferisco alle vicissitudini greche, e nemmeno a quelle dei fuggiaschi: il problema è l’impreparazione dei nostri politici in tema di geografia. Se davvero sono convinti di poter “sigillare la Grecia sospendendo Schengen”, allora siamo nei guai. Speriamo che a Bruxelles qualcuno si beva un buon caffè e rinsavisca.

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