Viadotti, sprechi & crolli: il cemento si fece debito

In Italia in questi ultimi tempi abbiamo trovato un nuovo modo per divertirci: accendiamo la TV, cerchiamo un telegiornale e vediamo cosa è crollato nelle ultime ore. Non è un gran passatempo, ma questo passa il convento; lo stato di manutenzione delle nostre infrastrutture non è oggi dei più brillanti, e questo comporta parecchie conseguenze. Le opere pubbliche italiane purtroppo sono gestite da personaggi che hanno anche qualche abitudine malsana; più che quelli funzionali, gli obiettivi paiono essere quelli relativi alla pura e semplice spesa. Siamo circondati di persone che ci raccontano che con qualche nuova opera “ripartirà la crescita”; o che basterà qualche altro cumulo di catrame per “rilanciare il Paese”. Non costruiamo ponti per collegare città: costruiamo ponti per spargere soldi, perché è questa la formula miracolosa che può rivitalizzare l’Italia.

Forse era questa; adesso le cose funzionano in maniera diversa. Pare che l’atto di spargere soldi a pioggia sotto forma di cantieri non sia più particolarmente efficace. Non produce occupazione, tende semmai a distruggerla furiosamente – giacché i soldi che spendiamo per creare pochissimi posti di lavoro nelle opere edili sono costati una vera e propria devastazione fiscale a carico degli stipendi dei salariati. Non ci apre più nuovi mercati, che sono ormai globali nel senso vero del termine: in un mondo dominato da giganti geopolitici che commerciano via nave, a cosa servirà costruire un’autostrada in più o in meno in mezzo a delle montagne? Cosa ci rimane quindi, a parte la triste litania di viadotti spezzati e sottopassaggi allagati? Forse le spese folli da pagare? Che altro?

Spesa annua per opere pubbliche, cantieri, grandi opere, costi, costruzioniRisorse disponibili per nuove infrastrutture, milioni di euro 2016. Grafica: ANCE.

Possiamo provare a ragionare in quantità su questa vicenda. Le opere pubbliche hanno dei costi, teoricamente rilevabili tramite i dati resi noti dalle amministrazioni coinvolte. L’immagine presa a prestito sopra è prodotta da ANCE – parte dell’Osservatorio congiunturale di luglio 2016 – e rende conto degli importi che in Italia sono stati spesi annualmente per queste opere; attenzione, non tutte: solo quelle nuove. Nel periodo 1992 – 2016, le risorse messe in campo equivalgono complessivamente a circa 1135 miliardi di euro attualizzati; più di 45 miliardi per anno. Teniamo a mente che al momento il debito pubblico italiano ammonta a circa 2240 miliardi di euro: le sole spese per nuove opere pubbliche avrebbero ammassato uscite totali equivalenti in un lasso di tempo di circa cinquant’anni. Con buona pace della finanza di progetto ed altri simili ammennicoli, tutti destinati a finire nel calderone del debito pubblico alle prime difficoltà di recupero degli investimenti – esemplare e non isolata la situazione della BreBeMi.

Gli importi assoluti spesi per cantieri più o meno utili sono un dato opaco e fumoso: come vengono realmente utilizzati i soldi? Per dire, la chiacchierata TAV nostrana costa parecchio di più di quanto costi in Giappone o in Francia. E’ cosa nota che dalle nostre parti un’opera venga approvata per una certa cifra posta a preventivo; e che a fine lavori il consuntivo risulti quadruplicato o anche peggio. Si tratta di un meccanismo rodato che serve a rassicurare – anzi, ingannare – il pubblico circa i costi degli interventi: approvati ed avviati i lavori, chi oserà tirarsi indietro? Si va avanti finché non si finisce l’opera – o finché non finiscono i soldi. Sarebbe interessante capire quanta parte della spesa in cantieri sia destinata realmente ai relativi costi, e quanta invece a ruberie di varia natura. Stando alla nostra Corte dei Conti, la mera corruzione impone un aggravio di almeno il 40% alla spesa che dirigiamo ai cantieri pubblici. Si tratta di stime fatte a spanne e discutibili, ma purtroppo provengono da magistrati che conoscono molto bene le vicissitudini finanziarie di cui parlano.

Il dato riferito da ANCE è circoscritto solamente alle nuove opere; ammodernamenti e manutenzione sono una cosa diversa. Non si discute nemmeno di interessi: posto che i soldi che spendiamo in cemento sono presi a prestito, quanto ci costano in termini di oneri finanziari? In un decennio abbiamo speso quasi 760 miliardi di euro solo in interessi sul debito pubblico. Ovviamente una parte importante di questi debiti è stata prodotta dalle spese di cui parliamo: tutto quel cemento che abbiamo sparso un po ovunque. Paghiamo un’opera pubblica – sovente inutile – quattro o cinque volte quel che costa. Poi paghiamo lauti interessi sui debiti contratti per finanziarla. Nel mentre, questi debiti si ammassano gli uni sugli altri, a costruire una montagna alta fino al cielo. Siamo sicuri di voler insistere in questo modo? Non sarà magari che il rilancio di questo Paese passi piuttosto attraverso una campagna di rottamazione di opere inutili? C’era una volta un signore, un reggiano, che si era fatto venire questa curiosa idea. Era un ministro; chissà se gli italiani hanno compreso il messaggio che lanciava.

Pubblicato in soldi, varie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il mondo che cambia, e le vecchie carte

Alle volte le pareti dei corridoi dei nostri istituiti universitari e scolastici sono addobbate da oggetti interessanti e datati. Come le vecchie – o talora antiche – carte geografiche che andavano tanto di moda in un’epoca nella quale si pretendeva ancora di insegnare agli studenti la collocazione di luoghi quali il Kazakistan o l’Uruguay. L’epidemia di ignoranza geografica a cui assistiamo in questi ultimi anni forse richiederebbe qualche intervento. Avete mai visto una carta geologica? Una di quelle carte tematiche che rappresentano la disposizione e le caratteristiche dei terreni affioranti. Probabilmente si, e più di una volta. Ma ve ne voglio proporre una molto particolare, vecchia di più di cinquant’anni, ed inerente una regione che a Seconda Guerra appena conclusa ancora aveva parecchi segreti da svelare.

antica carta geologia e geografica della regione artica, 1960, geological map of the arctic, first international symposium on arctic geology, ghiaccio marino artico permanente, limit of permanent polar iceGeological map of the arctic, first international symposium on arctic geology, 1960.

La regione artica veniva esplorata da decenni, ma solo con l’avvento dei mezzi tecnici moderni è stato possibile imprimere una spinta decisiva al miglioramento delle relative conoscente. Tra i tanti punti di svolta, pensate al ruolo dei sommergibili nella definizione della batimetria dei fondali; o anche all’impatto delle prime conferenze internazionali, capaci di far dialogare studiosi di decine di nazionalità differenti. Il bell’esemplare di carta esposto sopra si trova lungo un anonimo corridoio a Modena. Data 1960, e riassume conoscenze accumulatesi negli anni precedenti; la conferenza da cui origina permise di abbattere barriere considerevoli in senso scientifico, generando uno sguardo d’insieme alle caratteristiche geologiche ed ambientali dell’Artico davvero rilevante.

Nei disegni che la compongono potete vedere molte cose interessanti, come la dorsale Lomonosv – tanto chiacchierata in questi anni per le dispute sorte attorno alla sovranità sui fondali marini della regione artica. C’è anche uno schema tettonico semplificato, oltre a numerose indicazioni ormai superate quali la presenza dell’allora Unione Sovietica. Se osservate bene subito sopra il Mare di Beaufort, noterete una scritta che recita “APPROXIMATE LIMIT OF PERMANENT POLAR ICE”. E’ stata piazzata in aderenza ad un perimetro che racchiude, in campitura bianca, il Polo Nord geografico assieme alle regioni di mare ad esso circostanti. Le conoscenze disponibili nel 1960 avevano indotto i redattori della carta ad affermare che, all’interno di questo perimetro, il ghiaccio marino artico era sempre presente. L’estensione indicata in questo lavoro possiamo provare a confrontarla con quella messa a disposizione dal NSIDC statunitense.

estensione della banchisa artica a settembre 2000Ghiaccio marino artico, settembre 2000. Fonte: NSIDC.

In effetti per l’anno 2000 l’ampiezza rilevata delle aree coperte dai ghiacci somiglia parecchio al limite indicato dagli studiosi nella carta del 1960. Il mese di riferimento è settembre, notoriamente il momento di minima estensione del ghiaccio artico. La mappa di concentrazione rende anche un’idea della qualità della copertura: le aree a tonalità più scura sono quelle che ospitano una banchisa meno continua e meno spessa. E in effetti, osservando la situazione per settembre 2000, possiamo notare che nel perimetro interessato dal ghiaccio marino non c’è solo ghiaccio: qua e là si comincia a vedere anche parecchia acqua mista a ghiaccio. Negli anni successivi si sono avuti vari episodi di fusione, anche massiva, sempre culminanti a fine estate.

estensione della banchisa artica a settembre 2012Ghiaccio marino artico, settembre 2012. Fonte: NSIDC.

Ed eccoci al settembre 2012: la situazione è cambiata parecchio. L’estensione della banchisa artica al minimo stagionale è ormai la metà di quella usuale. Per colmo di ironia, una parte importante del perimetro che ospita ghiaccio marino è in effetti occupata da miscele di acqua e ghiaccio aventi solidità piuttosto precaria. Noi esseri umani viviamo nel presente, non riusciamo a percepire i cambiamento lenti e grandiosi a cui va incontro l’ambiente che ci ospita. Una vecchia carta impolverata però può farci vedere il mondo così come lo vedevano persone ormai scomparse, e riesce a farci percepire trasformazioni che altrimenti potrebbero passare inosservate. Decisamente l’Artico oggi non è quello che descrivevano i nostri nonni. Resta da capire, o magari solo da verificare direttamente, quanto grande sarà il prezzo che dovremo pagare per questi cambiamenti.

Pubblicato in ambiente, geologia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Ghiacciaia abbandonata: la primavera oggi, e nel XIX secolo

Nel territorio del mio comune abbiamo la fortuna di ospitare una villa patrizia del XVII secolo. E’ un oggetto notevole, rimaneggiato in epoca successiva al passaggio di proprietari con vedute diverse. I giardini formali originari, solo in parte preservati, sono circondati da addizioni ottocentesche che forse hanno importanza ancora maggiore: si tratta di uno dei giardini romantici più grandi ed importanti del nord Italia. La disgrazia della villa, e del parco: si tratta di un bene pubblico detenuto dai comuni del circondario. Un bene pubblico in Italia di solito non se la passa molto bene, ma il fatto di accavallare amministrazioni diverse peggiora la situazione. Ora che è arrivata la primavera, questa è la meta ideale per chi vuol farsi un giro in bici.

Collina della ghiacciaia, villa a Castelfranco, plataniTra le tante cose che caratterizzano il luogo dobbiamo ricordare la grossa ghiacciaia. Non è ovviamente l’unica nei paraggi, ne conosco parecchie altre in vario stato di conservazione. Però è un oggetto interessante, tipico delle grandi tenute della nostra pianura. Veniva riempita di neve a fine inverno, e permetteva di conservare i cibi per mesi al freddo. In termini costruttivi, di solito si trattava di un recipiente in muratura avente la geometria di un grosso uovo; non so se siano state utilizzate anche forme prettamente sferiche, non lo posso escludere. Il pavimento di fondo era piatto, almeno per una parte del diametro massimo della struttura. Anche questa tenuta, operando come una grande azienda agricola, aveva necessità di conservare al freddo le derrate alimentari.

Entrata della ghiacciaia a Castelfranco, cancello in ferro, corridoio.La porta di entrata della ghiacciaia si trova abbastanza in alto, quasi alla sommità del vano ovoidale in muratura. La terra di scavo ottenuta durante i lavori veniva impiegata per rivestire l’opera, migliorandone l’isolamento termico. La grande massa muraria ed il rinterro, assieme alle dimensioni considerevoli, garantivano l’efficacia di questo curioso e gigantesco frigorifero ante litteram. Tutto quello che bisognava fare era procurasi della neve, gettarla dentro alla struttura, comprimerla e godersi il freddo – curando ovviamente lo smaltimento dell’acqua di fusione. Gli spazi disponibili venivano ripartiti per alloggiare sia neve compatta che derrate da conservare. Disporre di una cella frigorifera sicura ed efficace in un’epoca in cui non esistevano nemmeno le lampadine era un vantaggio eccezionale, non c’è dubbio.

Ghiacciaia a Castelfranco, lapide con iscrizione inaugurale sopra alla porta di accesso.

C’è un dettaglio che cattura l’attenzione dei visitatori, proprio sopra alla porta d’ingresso della ghiacciaia: un’iscrizione nella muratura. Più che una pietra scolpita, parrebbe un blocco di terracotta scritto da crudo. Le lettere si leggono male, ma qualcosa ancora si può intuire. Più o meno:

IL DÌ 28 APRI[L]E 18[71]

FU RIEMPITA DI NEVE

GIO. ROMA[GNI]OLI FATORE

La data esatta non è sicura, potrebbe trattarsi del 1870 o del 1890; ci sono altri dettagli incerti nello scritto, ma fa poca differenza. Quel che sappiamo è che alla fine dell’800 un fattore emiliano aveva dato ordine di eseguire il primo riempimento di una ghiacciaia, e aveva anche pensato di mettere una lapide a ricordo dell’inaugurazione della struttura.

E adesso ditemi: quand’è stata l’ultima volta che avete visto la neve in Pianura Padana a fine aprile? A fine aprile, provate a pensarci. No, non una spolverata di neve: proprio una montagna di neve. Per varie ragioni. Se devi riempire di neve una struttura del genere, visti i costi economici, devi essere sicuro di riuscirci. Non puoi rischiare, se aspetti troppo e non c’è neve hai buttato via l’annata. Ammassare neve per preservarla in attesa di riempire la ghiacciaia può essere un’idea, ma con questa scelta guadagni qualche giorno; magari un paio di settimane. No, decisamente la situazione è più semplice: a fine ‘800 in Emilia non era infrequente avere ancora neve al suolo a fine aprile. E soprattutto era normale avere temperature massime ancora insufficienti a fonderla velocemente. La lapide della fotografia basterà a consolare chi si lamenta del freddo, e a ricordare a tutti noi che la osserviamo che il clima a cui siamo abituati oggi non ha molto da spartire con quello che caratterizzava un passato ancora prossimo.

Pubblicato in ambiente, varie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Shale oil: a Bakken qualcosa è cambiato

Riprendiamo il discorso relativo alla vicenda shale oil / gas, per il noto caso del Dakota del Nord. Le produzioni della regione sono cresciute esponenzialmente a partire dal 2005/2006, e sono entrate in stallo nel 2014; da allora una lenta caduta. I movimenti dell’ultima ora vanno presi con le molle: sono spesso effimeri, e in ogni caso i dati di produzione vengono rivisti per mesi. Volendo trattare nello specifico il solo bacino di Bakken / Sanish / Three Forks, vero cuore dei recenti miracoli petroliferi del Dakota del Nord, possiamo affidarci alla consueta e valida banca dati offerta dall’autorità governativa competente, la North Dakota Industrial Commission. Discesa delle produzioni già evidenziata per via grafica, ma ad ottobre e novembre 2016 si è assistito ad un rimbalzo considerevole. A dicembre, repentino crollo: evidentemente non ci sono stati cambiamenti strutturali importanti, ma solo una corsa ad estrarre e contabilizzare in fretta e furia qualche barile di petrolio in più in un momento ritenuto opportuno. Chissà che gli amministratori di alcune compagnie non abbiano provato a gabbare i revisori contabili iscrivendo a bilancio a fine anno volumi estratti insostenibili nel medio termine. Da fuori, impossibile capirlo con certezza.

Osservare un grafico che mostra i quantitativi di risorsa estratti, petrolio o quant’altro, a volte dice poco. Non racconta niente dei costi di estrazione, dei tassi di esaurimento; e non fornisce nessuna notizia riguardo la qualità del materiale ottenuto, né tanto meno sulle strategie messe in atto dalle aziende per l’immediato futuro. Neppure oscillazioni anomale ed eclatanti riescono a chiarire la situazione, e l’effimero rimbalzo produttivo registrato a Bakken a fine 2016 rende bene l’idea: chi avesse giudicato osservando quella crescita avrebbe potuto gridare al miracolo. A dicembre, dopo appena due mesi, il miracolo era svanito – e questo paradossalmente, ancora una volta, non dice niente del futuro né immediato né lontano. Stiamo osservando una macchina industriale e finanziaria complessa, non possiamo giudicarne il funzionamento limitando le osservazioni al solo andamento dei volumi – o dei danari – estratti.

Esercizio semplice: confrontiamo le quantità di greggio ottenute a Bakken con il numero di pozzi effettivamente in produzione. Non è una novità, e da queste parti il tema è già stato trattato; ma è sempre possibile osservare i medesimi argomenti da una diversa angolazione. Di solito il parametro a cui ci si affida è qualcosa del genere “BBLS Per Well” , o anche “Daily Oil Per Well”: petrolio estratto fratto numero di pozzi in attività. E’ un modello a mucca sferica che ci ha già raccontato cose interessanti: la produttività individuale dei singoli pozzi a Bakken declina da almeno 36 mesi. Per vedere qualcosa in più, anziché ai totali cumulati proviamo ad affidarci alle variazioni: cambiamento mensile nel numero di pozzi produttivi, e cambiamento mensile nella produzione – sempre riferiti all’area Bakken / Sanish / Three Forks. Nelle immagini di seguito, porremo sempre in ascissa le variazioni nel numero di pozzi operanti ed in ordinata le variazioni registrate per le produzioni di petrolio, in migliaia di barili / giorno persi o guadagnati mensilmente.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensiliBakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

E in effetti con il grafico sopra abbiamo almeno una idea di cosa sia la dispersione dei dati: punti sparsi ovunque nel piano cartesiano. Impiegare una variazione mese su mese per pozzi in attività e barili prodotti crea un problema: l’effetto delle trasformazioni del primo parametro non si risente in maniera istantanea a carico del secondo parametro, ed il gap temporale richiesto per produrre qualche cambiamento produttivo varia anch’esso in una forbice ampia. I tempi di completamento e messa in produzione, per ogni impianto, sono ballerini e possono essere influenzati da cose come bancarotte, nevicate, scioperi, incidenti, problemi impiantistici e via dicendo. Dove intervengono fattori umani e sociali, è molto frequente il caso di ritrovarsi correlazioni piuttosto scadenti – eufemismo! Ci arrendiamo? No, anche perché tutti questi puntini sembrano comunque concentrarsi lungo un paio di andamenti: uno a valori positivi di ambo i parametri, e l’altro disposto sotto all’asse delle ascisse, quindi con incrementi nei pozzi operativi e decrementi di produzione.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Proviamo a spianare il rumore generato dagli errori casuali con una media mobile: a 3 o 5 mesi dice poco. Andiamo oltre, media mobile su 11 mesi. E’ parecchio, ma magari qualcosa lo racconta. In effetti qualcosa la media mobile, sovrapposta nel secondo grafico ai singoli dati mensili, lo può raccontare. Quelli che prima sembravano puntini sparsi a caso ora sembrano i costituenti di un andamento complesso e ben delineato. Abbiamo una regione in cui si addensano parecchi punti, più o meno sull’origine; quindi un trend lineare che si dirige verso l’alto, più pozzi e più petrolio estratto. In alto a destra, uno stallo nel quale l’andamento medio orbita attorno a valori più stabili descrivendo poligoni sovrapposti. Quindi un ramo discendente, visibile e pressoché lineare, che riesce a portare le variazioni di produzione in territorio negativo. La cosa è poco chiara, perché mancano le date: dobbiamo sapere da dove siamo partiti, dove siamo arrivati e cosa è successo nel mezzo. Provvediamo subito.

bakken north dakota nord produzione petrolio pozzi produttivi attivi variazioni mensili media mobile date storia percorso
Bakken: variazioni pozzi attivi, produzione di petrolio; media mobile. Fonte: North Dakota DMR.
Ascisse: variazione mensile numero pozzi produttivi. Ordinate: variazione mensile produzione, barili/giorno.

Tolti i dati di variazione mensile e centrata l’attenzione sulla sola media mobile, abbiamo davanti al naso la storia dell’avventura dello shale oil a Bakken. La vicenda prende le mosse nel 2006: le variazioni antecedenti sono piccole, si ammassano sull’origine degli assi e non hanno rilevanza. Dal 2006 in poi, qualcosa cambia: inizia una crescita considerevole nel numero di nuovi pozzi in produzione, assieme ad una crescita velocissima dei volumi di greggio estratti. Lo shock del 2009 non sembra cambiare la situazione, anzi: lo slancio verso l’alto cresce a dismisura almeno fino a tutto il 2011. A partire dai primi mesi del 2012, gli incrementi di produzione divengono più incerti; si continua a perforare a rotta di collo, con addizioni medie di 140 – 170 pozzi produttivi per mese. Dopo qualche ulteriore giravolta, a partire da settembre 2014, inizia una caduta rovinosa che perdura ininterrotta fino a questi ultimi mesi: già a metà 2015 le variazioni medie di produzione per il bacino sono ormai passate in territorio negativo, nonostante i pozzi produttivi insistano a crescere di numero. Volendo prestare fede ai dati disponibili, la situazione è cambiata drammaticamente: oggi come oggi, anche accrescendo il numero dei pozzi in produzione di 100 – 150 unità ogni mese potremmo solo mantenere stabile la produzione. I tempi nei quali questa azione generava incrementi mensili di 15.000 / 20.000 barili al giorno sono passato remoto.

La variabilità dei dati, la dispersione, raccontano altre vicende interessanti. Nel mese di ottobre 2016 è stato registrato il più grande incremento di produzione – sul mese precedente – mai visto per l’intero bacino: almeno 70.000 barili/giorno in più. Possibile gridare al miracolo, ma solo per una manciata di settimane: dicembre 2016 infatti segna il crollo più repentino di tutta la serie dati, con -86.000 barili/giorno. Non c’è stato nessun rimbalzo reale e duraturo: probabilmente è solo un problema di scadenze contabili e/o contrattuali, i produttori avranno ritenuto vantaggioso affrettarsi a vendere quella roba prima della fine dell’anno. Ad ogni modo la media mobile a 11 mesi insiste a seguire il tracciato delineato dalla fine del 2014. Un ulteriore cambiamento però dovrebbe attirare la nostra attenzione: le variazioni mensili del totale dei pozzi produttivi. In valor medio restano positivi, ma osservando i singoli punti dati possiamo notare una considerevole trasformazione: a gennaio 2016, per la prima volta dal lontano 2006, ne è stato registrato un decremento. A dicembre 2016 infine la caduta peggiore di sempre: in un colpo solo -104 pozzi attivi. Una novità per un bacino come Bakken, che per due lustri ha visto solo segni positivi davanti a qualsiasi parametro misurabile.

Arriviamo al dunque: il rapporto con i prezzi – e con gli investitori. Le quotazioni del petrolio si sono mantenute altissime durante lo sviluppo dell’avventura dello shale oil; l’interruzione del 2009 è stata breve, non ha cambiato gli andamenti. A partire da luglio 2014, prezzi in caduta verticale: già ad inizio 2015 le quotazioni si erano disposte ai livelli – modesti – che perdurano fino ad oggi. Questo cambiamento potrebbe essere invocato per giustificare uno stallo nelle attività di prospezione di nuovi depositi di idrocarburi; ma per quale ragione, improvvisamente, allo stesso numero di nuovi pozzi in linea dovrebbe corrispondere una produzione di molto inferiore? Una narrazione di gran moda è quella secondo cui “stanno tenendo il petrolio sottoterra in attesa di prezzi migliori”. Questa idea è stata smentita con chiarezza dalla stessa EIA, che segnalava il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende era divorato dal costo dei debiti già a fine 2015. Se non avevano contante in cassa ed erano sommersi di debiti, come avrebbero potuto astenersi dal produrre e vendere petrolio? Infatti non potevano, e hanno svenduto tutto il possibile.

La storia assume contorni poco rassicuranti: non sembra logico immaginare che a Bakken, o in bacini analoghi, ci siano tesori tenuti nascosti. Semplicemente la resa delle operazioni in atto è scarsa, e non regge il confronto con la cuccagna sperimentata fino a due anni fa. Osserviamo di nuovo il terzo grafico: se le tendenze di caduta in atto a giugno 2016 dovessero perpetuarsi, in pochi mesi a Bakken ci troveremmo con un numero di pozzi produttivi stabile ed una produzione in calo di almeno -20.000 barili/giorno per ogni mese. Che appare ovvio, visto che nel ramo ascendente di curva questo è stato il massimo ritmo mensile di incremento: pura simmetria. Però c’è una cosa meno ovvia da osservare: la tempistica di trasformazione. Quando la produzione saliva, i punti dati costituenti la media mobile si disponevano con una certa spaziatura; ora che scende, sono nettamente più spaziati. Il cammino in salita realizzato tra gennaio 2009 e gennaio 2012 è stato bruciato, nella discesa, in meno di 18 mesi. Siamo così sicuri che ascesa e declino del bacino di Bakken debbano essere processi perfettamente simmetrici? E se invece così non fosse?

Pubblicato in energia, geologia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Di polveri sottili, stufe a legna, stufe a petrolio

Emergenza inquinamento: c’è sempre un’emergenza dalle mie parti. Che poi il termine emergenza si dovrebbe riservare ad eventi occasionali, sporadici, imprevisti. Dire che la Pianura Padana sia coperta da una coltre di fumi tossici in inverno – e purtroppo in parte anche nelle rimanenti stagioni – è raccontare ovvietà arcinote. La ventilazione sulle nostre pianure è a tratti scarsa, e le emissioni inquinanti sono terribili e diffuse: ci vuole poco a capire quale possa essere il risultato. Una gigantesca camera a gas, estesa dalla Romagna fino al Piemonte. Esistono valide banche dati che ci raccontano il fenomeno in quantità. Per la mia Emilia Romagna, provvede Arpa: diamo un’occhiata ai dati pubblicati in tema di polveri più o meno sottili.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 02-02-2017Concentrazioni di pm10, 02 02 2017. Grafica: Arpa.

In pratica l’intero territorio pianeggiante della mia regione è stato ricoperto da una coltre di smog gigantesca, per varie giornate. Quello di inizio febbraio è stato uno degli episodi peggiori, ma non certo un evento isolato. Tutti gli inquinanti erano presenti nell’aria in quantità elevatissima; la carta relativa alle polveri – nel caso sotto i dieci micron – lascia pochi dubbi. Il problema è sempre lo stesso: se non ci sono né vento né pioggia, i fumi nocivi che produciamo si ammassano indefinitamente. Ovviamente la caccia ai responsabili si fa rovente, tra blocchi del traffico ed ordini di limitazione dei riscaldamenti. Un colpevole di gran moda è la combustione di biomasse: falò nei campi, caminetti a legna, stufe a pellet. Quelle colonne di fumo opaco e denso, visibili da lontano, qualcosa devono pur fare. Dalle mie parti alcuni sindaci hanno anche cercato di vietare a più riprese l’impiego di questi combustibili. La situazione, nonostante l’impegno profuso, non pare essere cambiata di molto.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 18 10 2016Concentrazioni di pm10, 18 10 2016. Grafica: Arpa.

Attorno alla mia Modena succede quel che succede altrove: la città è infestata di smog. Le polveri sottili si ammassano in abbondanza. Nell’immagine sopra, sempre tratta da dati Arpa, possiamo riconoscere concentrazioni elevate di inquinanti sul centro cittadino; e sul distretto industriale di Sassuolo, patria delle industrie ceramiche. C’è anche un bel serpentone di colore arancio esteso da Campogalliano al confine col bolognese. Ora, che polveri e compagnia ci ricoprano come una trapunta è fatto noto: ma chi è il colpevole? Se io inquino, il vento sparge gli effetti un po ovunque. Per cose come il pm10 la situazione si complica: più fini le polveri, più alto il loro tempo di permanenza in atmosfera. Viaggiano su grandi distanze, e diviene quasi impossibile capire chi le abbia prodotte e dove esattamente. Così ognuno può divertirsi a dare la colpa a chi crede: tanto come possiamo smentire?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 13 12 2016Concentrazioni di pm10, 13 12 2016. Grafica: Arpa.

Sarà. Ma se il vento spazza via tutto e poi si ferma di botto, che succede? Succede che l’inquinamento è sparito, e noi con le nostre attività lo torniamo a produrre. La carta di concentrazione, dapprima tutta verde, inizia a colorarsi: solo che l’assenza di vento impedisce agli inquinanti di spargersi un po ovunque. Di giornate di questo genere ce ne sono; non sono tante, ma le possiamo individuare qua e la spulciando i dati archiviati da Arpa. Nell’immagine sopra possiamo notare qualcosa di interessante: sullo sfondo verde e pulito, pian piano, tornano a riemergere le concentrazioni di inquinanti immesse dalle varie attività antropiche. C’è un lunghissimo serpentone giallo, che si dipana per tutta l’Emilia e che si intravvede a tratti anche ad est di Bologna; è una gigantesca fonte lineare di particolato, assai evidente anche in una rappresentazione tutto sommato semplificata – a sole 5 classi. Si tratta dell’Autostrada del Sole, la stessa che si poteva osservare nell’immagine centrata su Modena.

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 14 11 2015Concentrazioni di pm10, 14 11 2015. Grafica: Arpa.

Il cumulo di polveri che taglia l’Emilia si può osservare, a pezzi o quasi intero, anche in moltissime altre date. Non è difficile scovarlo. Anche a concentrazioni medie di inquinanti più elevate riesce a risultare evidente, purché il vento sia scarso. Si tratta di una fonte di emissione incredibile: riesce talora a surclassare i centri abitati maggiori, perfino in pieno inverno. Un monumento all’opera dell’uomo, non c’è che dire. Questa considerazione getta una luce sinistra anche sul resto della cartografia: gli altri punti caldi che vediamo cosa sono? Sono davvero caminetti e barbecue? O potrebbe trattarsi di qualcosa di diverso? Forse dovremmo indagare meglio la questione?

pm 10 2.5 concentrazione polveri fini sottili 21 11 2016Concentrazioni di pm10, 21 11 2016. Grafica: Arpa.

Tristemente, nella pianura emiliana è sempre facile individuare il tracciato delle autostrade – specie la più importante, l’Autostrada del Sole. Basta osservare le concentrazioni di inquinanti nelle giornate di scarsa ventilazione: ci potremmo disegnare una carta sufficientemente attendibile. Il comportamento dei nostri serpentoni di catrame lo abbiamo evidenziato per via visiva, senza fatica. Ma qualcuno si è preso la briga di quantificare per bene il fenomeno? Certamente, e si tratta dei soliti tecnici di Arpa, Apat, Cnr: ogni tanto conducono qualche campagna di misura localizzata per studiare un problema specifico. Per dire, già dieci anni fa a Parma ci si poneva l’obiettivo di quantificare in qualche modo la produzione di particolato inquinante imputabile alle reti stradali. Resta qualche traccia di quelle esperienze in articoli e rapporti, come questa trascrizione di un articolo della Gazzetta di Parma. Testualmente: “…. Antonio De Maio e Silvia Brini di Apat (Agenzia statale per la protezione dell’ambiente e i servizi tecnici) hanno presentato il rapporto su «Qualità dell’ambiente urbano». Il volume spiega che in Italia, il 34% delle polveri sottili Pm10 è prodotto dalle vetture, il 46% dai mezzi pesanti ….”. E fin qui siamo alle stime, discutibili come sempre.

Nella stessa occasione i tecnici degli enti deputati a svolgere i controlli si permisero di riferire qualcosa di più sostanzioso: “…. Lo conferma una ricerca su Parma presentata dal direttore dell’istituto sull’Inquinamento energetico del Cnr, Ivo Allegrini, e da Lorenzo Bertuccio, direttore scientifico di Euromobility. Fra il 9 e il 17 febbraio, i tecnici del Cnr hanno installato 18 punti di rilevazione dell’aria lungo i 17 chilometri di A1 del territorio comunale. Lo studio sottolinea che non meno del 30% degli agenti inquinanti nell’aria cittadina provengono dall’autostrada. Ogni giorno, quel tratto di A1 è percorso da 37mila auto (45mila il venerdì) e 27-28mila camion. Ma esce al casello di Parma solo il 28% delle auto e il 17% dei camion. Questi ultimi emettono due tonnellate al giorno di ossidi d’azoto e due quintali di Pm10. Per dirla con Vignali, dal punto di vista dell’inquinamento «l’autostrada è una seconda Parma, affiancata alla città reale …..”. Una seconda Parma, raccontava allora il sindaco.

Ma noi lo sapevamo già: le mappe colorate con le quali abbiamo giocato poco sopra dicevano esattamente questo. Bastava guardarle. E dire che le vendite di carburanti relative alla rete autostradale non rappresentano certo la fetta più consistente del totale: cosa è in grado di fare allora il nostro intero sistema stradale quando si parla di inquinamento? Quale mostro abbiamo davanti? Questo è un tema di cui in Italia è proibito discutere, un tabù. Non si va molto oltre i sussurri o i trafiletti sulla stampa locale; e d’altronde abbiamo poca scelta, in un Paese che pare trovare la propria ragion d’essere negli ingorghi e nei raccordi. E così anche domani, in giro per l’Emilia, enormi nuvoloni di polveri si leveranno dalle nostre strade a disegnare tante belle curve di concentrazione sulle mappe di Arpa. Il sindaco del mio paesino ogni tanto, quando le condizioni meteo sono cattive, vieta di bruciare legna e sfalci. La nostra passione per il maquillage non tramonta mai.

Pubblicato in ambiente, trasporti | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 6 commenti

Fake news, fannulloni, malattia: poveri noi

Orecchie aperte signori: c’è una nuova guerra in corso in Italia. Anzi, è vecchia e ben conosciuta: i nostri eroici politici, assieme ai propri valorosi sodali, lanciano l’assalto contro quella massa di fannulloni e buoni a nulla che sono i dipendenti pubblici. Nessuno di essi si presenta in orario al lavoro, non fanno mai niente, rubano lo stipendio. Come sapete tutti, le scuole funzionano da sole, gli ospedali pure, e nessun comune o provincia fa niente di niente. Sono strutture magiche, stregate, capaci – se lo desiderano – di svolgere qualsivoglia funzione in assenza di personale. Specie quello di basso livello. Ovviamente in questo edificante quadretto non può mancare il contributo di qualche bravo giornalista, pronto a raccontarci i dettagli più imbarazzanti di questa brutta vicenda. Tenetevi forte.

Assenze per malattia sei dipendenti della PA: il 27% si dichiara malato al lunedìPensate un po, il 27% dei dipendenti della pubblica amministrazione si dichiara malato il lunedì. Scandaloso. Vergogna. A darsi malati così, giusto per allungare un fine settimana, devono essere persone senza ritegno né rispetto per il datore di lavoro o i colleghi. Bisognerebbe intervenire contro questa manica di debosciati. E fanno bene i nostri giornalisti a pubblicare titoli ed occhielli su questo tema, oggettivamente decisivo per le sorti del Paese. Dovremmo ringraziarli per questa sacrosanta opera di informazione.

Accidenti però: ma quanti sono i giorni della settimana? Aspetta, dunque, lunedì, martedì, mercoledì….sette, sono sette. I giorni lavorativi variano parecchio, ma per i dipendenti ordinari di solito sono cinque o sei, a seconda di quel che si fa al sabato. Il problema è che i medici di base sono anch’essi comuni lavoratori, non sono sempre in ambulatorio ad aspettarci. Se andate a dare un’occhiata al sito di una qualsiasi Ausl, noterete che la copertura offerta è generalmente dal lunedì al venerdì. Al sabato e alla domenica, o ve ne andate in un pronto soccorso o non vi riceve nessuno: e andare al pronto soccorso a chiedere un certificato per un’influenza è un comportamento stupido che viene sanzionato – con giusta ragione. Non mi si parli di guardia medica: fa poca differenza e in molte località nemmeno esiste. Nella mia realtà, impone uno spostamento verso il capoluogo; e comunque è dedicata ai casi gravi, non ai virus stagionali.

E così, quando ci va il nostro lavoratore dipendente dal medico se si trova la febbre di sabato o domenica? Avete indovinato: ci va di lunedì. Proviamo ad immaginare che il nostro lavoratore medio raggiunga il medico il giorno dopo avere avvertito i sintomi del malanno: al lunedì troveremo in fila persone che si sono ammalate di sabato e domenica, non hanno scelta. Il venerdì magari lo possiamo lasciare perdere, supponendo che i malati del venerdì si affrettino a raggiungere l’ambulatorio – tanto per sottostimare un po. Il minimo sindacale è di due giornate: almeno le due giornate precedenti finiscono col gravare sulle visite del lunedì, non di meno. E così, 2/7=0,28571….circa un 28,6%. Se non ci sono altre distorsioni significative in gioco, è logico attendersi che non meno del 28,6% dei dipendenti malati si rechi dal medico al lunedì. O almeno questo stando alle nozioni dell’aritmetica: forse il 27% che infiammava la discussione non è un dato così negativo? Vorrei che un giorno o l’altro spuntasse un giornalista dotato del coraggio di raccontare al pubblico questa miracolosa scoperta. Farebbe un gran bene al dibattito attorno al mercato del lavoro.

Pubblicato in risate, varie | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 3 commenti

Immobiliare Italia: bidone in vista?

Acque agitate in tema di fondi immobiliari: negli ultimi giorni a passarsela male o malissimo sono quelli di Poste Italiane. Pare che da quelle parti ci siano alcuni fondi “di investimento” che si apprestano a concludere la propria vita operativa, con risultati poco gradevoli dal punti di vista dei sottoscrittori. La descrizione degli eventi fornita da Wired: “…Il fondo Irs … [omissis] …Alla chiusura le quote da 2.500 euro si sono quasi volatilizzate: la società di gestione del fondo, la Investire Sgr del gruppo Finnat – che gestisce anche Obelisco – ha spiegato he distribuirà agli investitori appena 390 euro….”. La spiegazione convenzionalmente adottata davanti a questo tipo di evento è più o meno sempre uguale: la crisi. Di che genere di crisi si intenda discutere non mi è del tutto chiaro.

La vicenda delle difficoltà dei fondi immobiliari è più ampia di quanto si possa pensare ragionando sulla debacle del solo fondo IRS. Stando a Rai News “…Oltre a IRS e a Obelisco, anche il Fondo Immobiliare Europa 1 rischia di penalizzare fortemente i piccoli investitori, visto che secondo alcuni calcoli (e’ stato collocato nel 2004) avrebbe perso l’82% del valore delle sue quote. Ha una scadenza molto più lunga, invece, il fondo Alpha (quella originaria era il 27 giugno 2015, e’ stata spostata al 2030 ferma restando pero’ la facoltà per la società di porre in liquidazione anticipata il Fondo)…”. Ci sono quindi vari fondi immobiliari in circolazione, piazzati da Poste Italiane; e le perdite potenziali forse arriveranno ad eguagliare quelle massive prodotte da IRS. Quanto al trucco di spostare in avanti nel tempo la resa dei conti: ottima idea per i gestori, ma forse non sarà piaciuta molto ai sottoscrittori. Perdite ingenti, di questo si discute. Un folta truppa di investitori – in molti casi risparmiatori che hanno firmato il foglio di carta sbagliato – deve mettere in conto il fatto di avere perso buona parte dei soldi piazzati in queste gestioni.

Il problema reale sotteso a tutta la faccenda è la differenza tra prezzo e valore. Il prezzo di un bene è quello che paghi in giornata per acquistarlo. Il valore è un’altra cosa: è quel che vale realmente il bene in questione. Da un lato potremmo dire che se le parti che effettuano la compravendita agiscono in maniera corretta i due importi in teoria devono essere vicini; d’altro canto è difficile definire un valore intrinseco per un oggetto, visto che questo può modificarsi nel tempo. E’ un problema complesso. Proviamo ad affidarci ad un paio di indicatori per capirci qualcosa. Primo tentativo: il controvalore monetario complessivo attribuito agli immobili. La Banca d’Italia pubblica rapporti circa la ricchezza detenuta dalle famiglie italiane. La voce “immobili residenziali” è la più interessante: definisce il valore di tutto lo stock residenziale in mano alle famiglie, in miliardi di euro correnti alla data della rilevazione. Ebbene, dal 1995 al 2013 questo parametro è passato da 2200 a 4952 e rotti miliardi di euro, con un picco di 5356 nel 2011. Nello stesso intervallo di tempo, il prodotto lordo nazionale è cresciuto, secondo UP, da 985 a 1605 miliardi di euro – anch’essi a valori correnti. L’incidenza sul prodotto lordo del controvalore dello stock residenziale è lievitata, nel periodo, dal 223% al 309% ; con una punta nel 2011 attorno a 327%. Niente male, e in pratica sono poco più degli stessi muri.

Quotare uno stock di immobili è una cosa, costruire e mantenere le abitazioni è una cosa diversa. In teoria, in assenza di compravendite, sarebbe possibile far lievitare il valore del patrimonio immobiliare anche senza spendere un bel niente. I soldi li spendiamo se compriamo qualcosa. Possiamo raddoppiare la quotazione teorica di una classe di beni, ed iscriverli a bilancio a doppio prezzo; se nessuno compra o vende, questo non produrrà nessuna nuova uscita corrente. Nel caso delle abitazioni questo è impossibile: inevitabilmente ogni famiglia che si costituisce finirà col dover comprare casa, o comunque la dovrà come minimo ristrutturare. E qui viene fuori il secondo parametro che possiamo osservare: la spesa delle famiglie italiane per l’abitazione, ampiamente indagata da Istat, che ci fornisce una valida collezione di dati nelle sue serie storiche. Dopo un periodo di relativa calma, tra il 1973 ed il 1991, l’incidenza delle spese per l’abitazione ha preso a gonfiarsi senza sosta: diciotto anni di calma piatta attorno al 18-19% del bilancio familiare, quindi una scalata inarrestabile che ci ha portati al 36-37% odierno. Anziché meno di 1/5 del bilancio, oggi una famiglia media spende più di 1/3 delle proprie entrate per l’abitazione. Questa trasformazione ad oggi sta facendo sparire l’equivalente di più di 4000 euro l’anno dal bilancio di ogni famiglia italiana; e purtroppo sono sono soldi veri, bisogna lavorare per metterli assieme.

Annualità di reddito stipendio richieste per acquisto comprare casa abitazione appartamentoAnnualità di reddito per comprare un’abitazione. Grafica: Agenzia delle Entrate.

Il terzo parametro utilizzabile per fare confronti è una nostra vecchia conoscenza – amo ripetermi se costa poca fatica, e in questo caso ne vale davvero la pena. L’argomento già trattato è il rapporto tra stipendi e prezzi delle abitazioni. Stipendi, non economia in senso lato: perché non ci interessa sapere se il Pil va su o giù, ma semmai se il potere d’acquisto del nostro stipendio sale o scende. E la grafica in alto, sottratta al Rapporto Immobiliare 2016 dell’Agenzia delle Entrate, rende evidente l’accaduto: la fatica fatta dalle nostre famiglie per acquistare una abitazione si è gonfiata senza sosta almeno fino al 2010. Se il Pil cresce e gli stipendi calano, le famiglie comuni si impoveriscono; e questo renderà inaccessibile l’acquisto della casa, anche in presenza di prezzi stabili. Tanto basta a far capire quanto sia rilevante la grafica proposta dall’Agenzia delle Entrate: perché mette a confronto diretto il reddito disponibile per la famiglia con il costo dell’abitazione media. La crescita vorticosa del rapporto, interrottasi solo nel 2011, chiarisce il concetto di “bolla speculativa” di cui si è tanto chiacchierato: i prezzi degli immobili perdevano ogni contatto con le disponibilità economiche degli acquirenti. Le banche coprivano – anzi, creavano – la differenza concedendo montagne di prestiti che ora vedete esporre al telegiornale con il nome di “sofferenze”. Si badi bene, la grafica va indietro al 2004 e non oltre: ma la folle corsa speculativa era iniziata tempo prima. Stiamo guardando una voragine.

Gli immobili italiani, e specialmente quelli residenziali, sono sopravvalutati rispetto agli andamenti del passato. Nel rapporto con l’economia nazionale, di un buon +38/40%. Nel rapporto con le spese correnti delle famiglie, di un +95/100%. Nel rapporto con le annualità di reddito richieste per l’acquisto, di almeno un +35%; ma se volessimo essere maliziosi questo dovremmo considerarlo un limite inferiore, le serie pubblicate nascondono una parte della corsa. Non c’è modo di stabilire con sicurezza dove stia la verità, ma una cosa sicura possiamo intuirla: le vendite del futuro non si svolgeranno ai prezzi che consideravamo usuali negli ultimi anni. E qui torniamo alla vicenda dei fondi immobiliari di Poste Italiane: messi in liquidazione, hanno mostrato il proprio effettivo valore; purtroppo molto distante dal prezzo a cui erano stati acquistati. E’ un campanello d’allarme che dovrebbe preoccuparci, visto che molte banche italiane hanno cercato di piazzare ai clienti strumenti concettualmente simili, in gran quantità, anche negli ultimi anni. Perfino dopo la crisi 2008/2009, e con un’insistenza al limite del sospetto. Può darsi che nel prossimo futuro la religiosa fiducia riposta dagli italiani nei mattoni e nel cemento venga delusa. Non è detto che quella roba valga davvero quel che abbiamo speso attorno ad essa.

Pubblicato in casa, soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Magari arriva la neve

Inizio d’anno all’insegna del bel tempo. Un po troppo bello a dire il vero. Andiamo a malapena sotto lo zero, e le giornate sembrano primaverili. In famiglia ho raccolto segnalazioni di cose insolite, tipo bulbi di tulipano già in movimento. Almeno le gemme nelle vigne paiono ferme. In montagna non va molto diversamente. Un rapido giro di immagini riprese tramite webcam spiega bene la situazione.

il corno alle scale ripreso da nord, privo di neveNiente neve sulle montagne ad est del Libro Aperto. Nemmeno a quote abbastanza elevate, almeno ieri. E per ora la situazione non sembra essere cambiata di molto. Di solito in questa stagione a dominare è il bianco; i colori che vediamo invece sono ancora quelli dell’autunno.

monte cimone in inverno, senza neveAnche il Cimone se la passa più o meno alla stessa maniera. Le piste sono state coperte di neve artificiale. C’è un po di bianco, ma gli spessori più che per gli sci parrebbero idonei per una gita in ciabatte. Possiamo sperare nelle prossime giornate, la temperatura si abbasserà; non è detto che arrivi anche neve. Nel gennaio 2014 insoliti temporali con tanto di tuoni ci regalarono una disastrosa alluvione. L’inverno passato abbiamo speso poco a scaldarci – definirlo inverno è piuttosto fantasioso. Adesso possiamo aspettare, magari un po di inverno arriverà. Ne abbiamo bisogno, anche se tendiamo a dimenticarlo facilmente.

Pubblicato in ambiente, varie | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Bakken, North Dakota, shale oil: nodi al pettine con calma

L’epica avventura shale oil / gas prosegue negli Usa – quasi solo da quelle parti. Montagne di debiti vengono prodotte e piazzate in cambio di titoli di aziende che di utili in effetti non sembrano averne mai realizzati; gli investitori di mezzo mondo accorrono numerosi ed insistono a comprare, anche dopo le recenti ondate di fallimenti. Pardon, ristrutturazioni. Il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende venisse assorbito dal pagamento di rate ed interessi sui debiti già nella seconda metà del 2015 dovrebbe in teoria bastare a chiarire la situazione. Probabilmente ad oggi le cose stanno andando più o meno nella stessa maniera: niente utili rilevanti, debiti sparsi ovunque. Ma la macchina continua a marciare, e a sputare gas e petrolio sul mercato. Qualche effetto si comincia ad intravvedere anche sul lato produzioni, i prezzi bassi delle materie prime in questi due anni qualcosa hanno cambiato. Vediamolo con il caso del Dakota del Nord, un esempio noto e didattico.

north dakota nord crude oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio per pozzoDakota del Nord, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

Sempre ottima la documentazione fornita dall’autorità governativa, la North Dakota Industrial Commission. Allo stato attuale disponiamo dei dati relativi a tutto il mese di ottobre 2016. Quello che è accaduto è semplice, almeno in prima istanza: produzione storicamente stabile da tempo immemore, cambiamento improvviso nel 2008, crescita tumultuosa fino alla metà del 2014, piattezza seguita da caduta ancora in corso. Tutto semplice però non è, visto che lo sviluppo dell’ultimo decennio ha riguardato solo certe regioni del Paese e non altre. La produzione complessiva ha superato il milione di barili al giorno nel 2014 e rimane ancora attorno a quel livello, sebbene ora la traiettoria sia discendente. Numero di pozzi in produzione a parte, a trasformare la resa del comparto è stata la produttività di ogni singolo pozzo: più o meno quadruplicata in una decina di anni. Attenzione: i pozzi forse resteranno, ma la produttività potrebbe calare sul serio. Da fine 2014 a fine 2016, la resa di ogni foro ancora operativo è calata di un quarto.

north dakota nord bakken formation crude oil shale oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio scisto per pozzo bacino di bakkenDakota del Nord, bacino di Bakken, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

A voler guardare meglio, la crescita recente è imputabile in gran parte ad una regione estrattiva che ha acquisito importanza solo in questi anni: questa è Bakken. La formazione in sé si estende anche in Canada, ma l’area più produttiva è proprio quella che sta nel Dakota del Nord. Gli idrocarburi ottenuti da quest’area erano poca roba fino al 2008: poi è iniziata la crescita tumultuosa che conosciamo. Il cambiamento vero però era già in preparazione, e lo possiamo riconoscere nella crescita della produttività dei singoli pozzi: decollava nel 2005, e nel 2009 aveva praticamente già toccato i valori massimi tecnicamente perseguibili. Quello che è successo da allora a Bakken è che non sono cambiate le caratteristiche dei pozzi, ma ne è cambiato il numero. Da meno di un migliaio a più di 10.000 in appena sei anni, e si consideri che si tratta di un bilancio dinamico che risente anche delle continue dismissioni. In pochi luoghi ed in poche epoche gli umani hanno sentito il bisogno di scavare così tanto.

Si va su e si va giù, come sempre in questa vita – e Bakken non farà eccezione. Da quelle parti già nel 2014 era iniziato un pericoloso trend discendente in tema di produttività dei singoli pozzi. Non tanto il numero totale, ma proprio la produttività spuntata dai singoli fori attivi. Il tracollo dei prezzi delle materie prime che conosciamo iniziava a manifestarsi a fine 2014, ed è oggi un dato abbastanza stabile. Se i prezzi scendono e le perforazioni languono, sarebbe logico attendersi un certo impegno da parte degli operatori per tenere in vita i pozzi esistenti – a fine vita magari anche come stripper wells. Questo non sembra avere impedito il declino che osserviamo a Bakken e nel Dakota in generale. La produttività scende inesorabilmente – e linearmente – da un paio di anni. La carenza di pozzi nuovi ha un suo peso in tutta questa faccenda: se è vero che il declino produttivo in questo caso è rapido rispetto all’usuale, la mancanza di turnover si fa sentire presto. Lasciamo chiudere l’annata con un po di scetticismo riguardo ai miracoli della tecnica; c’è sicuramente qualche dettaglio nascosto in mezzo alla massa di dati che potrà raccontarci meglio quel che accade nel mondo degli idrocarburi non convenzionali.

Pubblicato in energia, geologia | Contrassegnato , , , , , , , , , | 4 commenti

Bollette elettriche 2016; domani si vedrà

Un po sottotraccia, che forse non è più di gran moda, si discute qua e la delle traversie patite da alcune centrali nucleari francesi. Il commento che ho potuto leggere più frequentemente è del tipo “bollette elettriche più care per l’Italia che importa energia dalla Francia”. Prima di far crescere le bollette italiane, le capricciose centrali francesi potrebbero anche far aumentare le bollette pagate dagli stessi francesi. Il debito atomico che contestava Giulio Tremonti forse sta presentando una cedola; i francesi ora stanno indagando su almeno 12 reattori che paiono affetti da problemi di sicurezza rilevanti. Vedremo come evolverà la situazione, ma intanto possiamo dare un’occhiata all’entità dei costi elettrici che caratterizza alcuni grandi paesi europei. Giusto per capire come ci siamo mossi fino ad oggi.

bollette elettriche casa abitazioni costo energia elettrica consumi domesticiCosti dell’energia elettrica per uso domestico. Grafica: Eurostat.

I dati ovviamente ce li fornisce Eurostat; i valori per il 2016 sono stime provvisorie. In ambito domestico i dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto cambiamenti considerevoli. Per le famiglie italiane ci sono state delle fluttuazioni, ma i costi erano alti da tempo. I tedeschi invece hanno fatto scelte drastiche e drammaticamente evidenti: ad oggi accollano alle famiglie bollette elettriche davvero stellari. All’altro estremo della scala i francesi, piuttosto generosi in tema di chilowattora domestico: almeno fino ad oggi sembrano ancora in grado di fornire qualche sussidio. Si noti bene l’appiattimento recente: gli attori principali sembrano intenzionati a non far crescere ulteriormente le bollette.

bollette elettriche industria aziende costo energia elettrica consumi industriali prezziCosti dell’energia elettrica per uso industriale. Grafica: Eurostat.

In ambito industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. I parchi tedeschi, che tanto tartassano l’utenza di casa, offrono sconti generosi alle fabbriche. Sono quasi allineati ai francesi; il gioco è sempre quello, ovvio, di sostenere l’industria con forniture scontate. Il Regno Unito si ritrova in una condizione pericolosa, con le aziende energivore che fanno le valige davanti a bollette elevatissime; è almeno in parte l’effetto di una prolungata e mal gestita carenza di gas naturale. L’Italia fa storia a sé: prezzi in rapida crescita fino al 2011 / 2012, poi un crollo. Ancora poco e ci ritroviamo a poter competere con i virtuosi ed aggressivi cugini d’oltralpe. La scelta italiana e tedesca è ad oggi piuttosto semplice: favorire le aziende e far pagare il conto ai privati cittadini. Che può avere senso, se queste aziende creeranno posti di lavoro. Sarebbe davvero interessante capire fin quando i francesi potranno sussidiare così pesantemente entrambi i fronti: dipende tutto da come evolverà la vicenda del loro particolarissimo parco centrali nucleare.

Restando all’Italia: ma che altro accade in tema di elettricità? Si parla poco di rinnovabili ultimamente, dopo l’ondata di revisioni degli incentivi che ha di fatto bloccato le nuove installazioni. E così, stando ai dati di Terna, nel triennio 2013 – 2015 eolico e fotovoltaico hanno fornito in Italia 36-38 TWh per anno; una produzione apparentemente abbastanza costante. Nel medesimo lasso di tempo, abbiamo importato in media 42-46 TWh annui dall’estero – in gran parte nucleare francese. Non deve meravigliare il comportamento delle due voci: nucleare e rinnovabili sono cugini, in senso economico; paghi quasi tutto all’inizio e poi produci a qualunque prezzo. Il fatto di avere levato incentivi ad entrambe le fonti – anche quella nucleare non vede più installazioni da tempo in Europa – non farà calare le produzioni in maniera sensibile per anni. Il problema con le centrali atomiche d’oltralpe è che invecchiano, e hanno perso l’iniziale appoggio governativo da molti, troppi anni. Quello elettrico in Italia è comunque un mercato abbastanza stabile. A fronte di una richiesta globale per il 2015 di circa 317 TWh, la termoelettricità tradizionale italiana ha fornito 192 TWh; nell’ultimo triennio poco è cambiato, eccetto le naturali oscillazioni dovute all’idroelettrico – fondamentale ma prono all’andamento meteo dell’annata. Resta il fatto che idrocarburi e carbone ci forniscono più o meno il 60% dell’elettricità che consumiamo: evidentemente le altre fonti tutte assieme qualcosa fanno.

La tesi secondo cui i costi elettrici italiani sarebbero in diminuzione a causa di un maggiore impiego di carbone non sembra molto fondata: i relativi consumi nazionali sono anzi in lieve diminuzione, stando a BP. Gli incentivi più o meno nascosti al carbone ci sono, e vengono spesso contestati; ma questo non vuol dire che stiano funzionando poi così bene. Il vero cambiamento recente è costituito semmai dalla revisione dei dannosi contratti “take or pay” sul gas naturale importato: gli sconti ottenuti ci hanno fatto risparmiare parecchio. Così abbiamo frenato la caduta dei consumi di gas, e abbiamo potuto elargire qualche benefit ad alcune nostre aziende malconce.  Sarebbe interessante capire se questi vantaggi possano durare nel tempo o meno. In queste giornate pare che i guai delle centrali francesi stiano sballottando ben bene il mercato elettrico francese, assieme a quello dell’Italia settentrionale. Prezzi elevati anche per loro, e problemi per noi che da un lato perdiamo una voce di import tradizionalmente economica, e dall’altro forziamo impianti a gas a coprire l’ammanco. Se c’è una cosa che rischiamo di pagare cara nel futuro immediato, e di cui abbiamo ora un assaggio, quella cosa sarà l’incertezza.

Pubblicato in energia, soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento