Inflazione? Colpa di Greta! O di Putin? O forse no…

Avete sentito? C’è l’inflazione. I prezzi corrono da mesi: energia, semilavorati, derrate alimentari, tutto costa di più. Tra gli energetici potremmo osservare il petrolio Brent: dopo il crollo primaverile innescato dalle misure legate alla “pandemia”, tra giugno ed ottobre 2020 si è mantenuto stabile attorno ai 40 – 45 $/bbl. A partire da novembre 2020 inizia la corsa ai rialzi, che non si capisce bene se si stia concludendo o meno: abbiamo superato anche i 120 $/bbl; al momento siamo di nuovo attorno ai 105 – 110 $/bbl. In realtà ogni cosa costa di più, oggi: l’indice FAO Food Price Index è un altro caso importante. Nel complesso, prezzi ai massimi dal 2011. Anzi, peggio: in tema di cibo questo famoso indice è riuscito in questi mesi a polverizzare tutti i record, sia in termini nominali che reali. Non si è visto niente del genere nemmeno negli anni ’70. Riempire il piatto è diventato più difficile, non c’è dubbio. Ma riempire la caldaia non è più facile: abbiamo anche una discreta crisi del gas naturale, soprattutto in Europa. I prezzi sono esplosi a partire dalla tarda estate 2021, fino ai livelli odierni che sono molto al di sopra dell’usuale. Ai consumatori domestici finali vengono appioppate bollette doppie o triple rispetto al solito. Per le utenze aziendali va peggio: ormai molte imprese, all’arrivo della bolletta, semplicemente sospendono le operazioni.

Se tutto costa tanto di più, viene da chiedersi di chi sia la colpa. In un ambiente costituito da attori razionali, potremmo sentir discutere di cose come la logistica, l’equilibrio domanda / offerta, la disponibilità di risorse e via discorrendo. Avete presente come stiamo gestendo la cosiddetta “pandemia”, vero? Lo strumento preferito al momento pare essere la “caccia alle streghe”. Se tale è il raziocinio che applichiamo a questo problema, volete dire che non stiamo facendo altrettanto con altri problemi? Appunto, ecco qua il colpevole dei rincari: è Greta! Una ragazzina svedese, gestita da un gruppo di consiglieri opaco ed interessato, che se ne va in giro a pontificare sul tema della pressione che noi umani esercitiamo sull’ambiente. Greta Thunberg è un buon candidato, come colpevole: è giovane, inesperta, non particolarmente graziosa, piuttosto celebre e sostiene pure tesi poco popolari. Se esci di casa con una torcia ed un forcone a cercare il colpevole di una disgrazia mandata dagli dei, non potresti sperare di trovare di meglio.

Questa ragazzina, con la sua rumorosa fazione, cosa avrebbe fatto di sbagliato? Pare che il problema siano le cosiddette “politiche green”: incentivi e disincentivi volti a decarbonificare la nostra economia. Tasse e prebende che dovrebbero spingerci a dipendere meno dai combustibili fossili, e ad utilizzare di più cose come energie rinnovabili, efficienza energetica et similia. Un bel danno si dice: con più carbone e meno rinnovabili l’elettricità la avremmo pagata meno. Però c’è un problema: il gas naturale lo usavamo anche tre anni fa, e non costava queste cifre spropositate. La ragazzina svedese ha la bacchetta magica? Poco probabile. Perché allora non provare con il caro buon vecchio Putin? Lo zar di tutte le Russie, arcicattivone per eccellenza, si è permesso di dichiarare guerra ad una aspirante base NATO – o forse il fenomeno si è svolto in ordine inverso, ma che importanza ha. La guerra alla Russia porta i prezzi in alto. Apparentemente vero, ma c’è un problema: i prezzi crescevano vorticosamente già dall’estate del 2021, e gli effetti del conflitto – di molto successivo – sembrano già in via di ridimensionamento. Possiamo provare a verificare ancora una volta utilizzando un dato sostanzialmente esterno al perimetro europeo.

Inflazione % annua, USA. Grafica: FRED St. Louis.

L’inflazione negli Usa, al massimo storico da decenni secondo la Fed, di sicuro non dipende né dalle pressioni dei fan di Greta, né dalle vicissitudini dei gasdotti del Mar Baltico. E’ comparabile a quello che si rileva in tante altre contrade del mondo, e rappresenta un riferimento chiaro: all’ultimo dato globale su tutti i prodotti rilevato a marzo in tutti i centri abitati maggiori statunitensi, un bel +8,56% annuo. Insomma, l’inflazione c’è, e si vede ovunque: non è un problema limitato a prodotti specifici, e non è circoscritta ad aree geografiche definite. Appare un po dappertutto. Il problema connesso ai costi del gas in Europa è stato pubblicizzato oltre misura: stiamo parlando di gestione incompetente dei contratti di fornitura, altro che guerra. Ma i cereali costano più del sopportabile, e così anche il petrolio, ed i semilavorati industriali e via dicendo. Il problema è generalizzato, si materializza ovunque. I trasporti? In crisi anche quelli, i costi di nolo e spedizione dei container sono arrivati a livelli incomprensibili. La bacchetta magica della giovane strega svedese sembrerebbe uno strumento potente e pervasivo, vero? Viene voglia di accendere un grosso falò, come usava nei bei vecchi tempi andati. Eliminati gli iettatori, risolto il problema. Non funziona? Eliminiamo Putin, o qualche altro cattivone da operetta: a forza di roghi, riusciremo pure ad incenerire il colpevole.

Proposta alternativa: e se provassimo ad analizzare il problema con metodi meno passionali? Esiste il raziocinio, oltre al sentimento. Partiamo da alcuni dati di fatto elementari. Uno: le cosiddette “politiche green” esistono da decenni, e si tratta di un grazioso e scaltro travestimento. Tassiamo a morte i carburanti che non abbiamo perché dobbiamo far quadrare la bilancia dei pagamenti con l’estero, non perché detestiamo il petrolio. Due: la riqualificazione energetica degli edifici viene incentivata perché fa risparmiare, ancora una volta, tanti quattrini. Serve anche a non generare eccessivi disavanzi nella bilancia dei pagamenti con l’estero. Tanto per cambiare. Tre: l’elettricità da fonte rinnovabile genera risparmi, e non solo costi. Il vantaggio che si cerca sempre di nascondere è l’abbattimento del costo elettrico “di punta” nella parte centrale della giornata. In generale si tratta di produzione domestica a prezzi poco influenzati dal costo dei combustibili. Quattro: nonostante – o forse a causa di – tutti gli artifici politici, i trasporti marciano ancora essenzialmente con il gasolio; la benzina è un attore secondario. Sempre di derivati del petrolio si tratta. Cinque: la catena logistica è globale, e funziona in modo simile nel mondo. I camion son quelli in Bangladesh o in Canada. Le navi sono oggetti equivalenti ovunque. Sei: la baruffa sui gasdotti tra Russia ed Europa Occidentale è un fenomeno temporaneo e localizzato. Gli energetici costano di più tutti quanti, carbone compreso, in tutto il mondo. L’inflazione conseguente perseguita anche gli automobilisti americani, e non solo noi.

Sono considerazioni banali, ma vale la pena ribadirle. E allora cosa c’è che non va? Abbiamo politiche non così diverse dal passato. Tasse sulla CO2? Nella patria delle accise a doppia razione faranno poca differenza, e poi generano efficienza. E l’inflazione che vediamo è davvero globale, colpisce tutto e tutti: non sembra fare differenza tra chi incentiva o disincentiva questo o quel genere di consumo. E allora cosa succede? Facciamo così: domandiamoci cosa abbiamo fatto negli ultimi mesi che non avevamo mai fatto prima. Io ho un candidato: la gestione della “pandemia”. La butto lì, tanto per fare chiacchiera. Cosa abbiamo fatto per gestire la supposta “pandemia” Covid19? Facile: abbiamo chiuso in casa miliardi di persone, fermato le fabbriche, inceppato temporaneamente la logistica. Poi abbiamo provato a riaprire tutto quanto, e abbiamo dato alle persone tante banconote: se spendiamo l’economia riparte, ci si dice. Problema: non è possibile fare in sei mesi quello che normalmente si fa in dodici mesi. Se fermo una fabbrica per mesi, e poi la faccio ripartire, la produzione persa è persa, non verrà recuperata. Non si potrebbe far camminare la fabbrica più velocemente? In teoria si, disponendo di un magazzinaggio a monte e di capacità operative inutilizzate. Problema: le scorte non esistono, e generalmente anche le capacità di lavoro inutilizzate non ci sono; la moderna logistica “just in time” ha come scopo esplicito proprio la soppressione di entrambe.

Cosa abbiamo combinato? Abbiamo bloccato a singhiozzo – e ancora lo stiamo facendo, ad esempio oggi a Shanghai – ogni genere di azienda ed attività in quasi ogni parte del pianeta. Abbiamo interrotto la catena logistica. Abbiamo cancellato mesi di attività in ogni fabbrica del globo. Niente riserve, niente magazzini – non usa più avere queste cose, sono costi. Abbiamo scoperto quindi che stavamo operando le nostre aziende al limite delle capacità: ogni interruzione finisce col produrre perdite di produzione non recuperabili. Poi qualcuno ha deciso di azionare la stampante dei soldi: sussidi, ristori, prestiti, dilazioni di versamenti e via dicendo. Se il denaro spendibile aumenta e le aziende ci forniscono meno prodotti, cosa credete di vedere? Io direi banalmente inflazione, e voi? E così ecco l’inflazione, elevatissima, mai vista dai primi anni ‘80. La caccia al colpevole andrà avanti ancora a lungo. Visto che è colpa di Greta, risolviamo il problema bruciando carbone. Che bella idea: nel mentre però il carbone ha raggiunto il prezzo dell’argento sterling. Distruggiamo Putin, brutto e cattivo, così il gas salterà fuori dappertutto. Siete scettici? Forse non funzionerà nemmeno questa, vero? Secondo me, il prossimo passaggio potrebbe essere la caccia ai “nemici interni”: Putin sta a Mosca, e Greta forse si nasconde in una caverna ghiacciata da qualche parte. Ma il vicino di casa ha una stufa, e si fa presto ad andare a prenderlo: la caccia alle streghe rappresenta l’ultima consolazione per chi non vuole ammettere di avere fatte scelte sbagliate.

Può esistere un piano alternativo? Accendiamo il cervello, e vediamo di usarlo almeno un po. Ci diciamo che le serrate medioevali, sanitariamente inutili se non pericolose, hanno causato un danno devastante all’economia globale. Tutte quelle aziende che viaggiano a singhiozzo, tutti quei lavoratori bloccati: cosa credevamo di ottenere con questo comportamento? Abbiamo danneggiato produzione e logistica, e ora ci godiamo il risultato: inflazione, appunto. I diversamente furbi che ci hanno marchiati, perseguitati, vessati, rinchiusi hanno già in mente la soluzione al problema: il lockdown energetico. Avete sentito bene: visto che le loro pazzie hanno danneggiato gravemente l’economia, vogliono insistere. Ci chiudono in casa, ci tagliano il gas e ci bloccano il bancomat; e faccio una scommessa facile: i prezzi saliranno ancora, pensate che stranezza! E no, Greta e Putin non c’entrano. Se ho bisogno di una sedia e ho impedito ai lavoratori che la costruiscono di uscire di casa, la sedia non c’è – ovvero costa il doppio. Se vogliamo risolvere qualcuno dei problemi che abbiamo, vediamo di intervenire laddove si sono originati questi problemi. Nessuno si deve arrogare il diritto di decidere se siamo degni o no di uscire di casa o di lavorare; queste sciocchezze da regime totalitario non servono. Usciamo di casa una buona volta, per lavorare, per studiare e per vivere: e vedrete che l’inflazione in qualche modo la metteremo sotto controllo. Il regime totalitario, lo abbiamo visto, combina solo disastri: il recente evento di “pianificazione centrale” a cui ci siamo sottoposti ci lascia in eredità una catastrofe ormai impossibile da nascondere. Proviamo a cambiare rotta: libertà, democrazia, stato di diritto. Rischioso? Rilassiamoci, peggio di com’è ora non potrà andare nemmeno a fare apposta. Val la pena tentare.

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Di gas, rubli e bollette

Le operazioni militari continuano, in Ucraina. E continuano anche in Italia. Noialtri ci siamo permessi di attuare manovre che mi sento di definire autolesioniste. Una perla su tutte: gli “aiuti umanitari” da inviare in Ucraina si sono rivelati poco umanitari e molto militari. Non oso immaginarmi le espressioni degli addetti dell’Aeroporto di Pisa, quando hanno scoperto la natura del carico che stavano imbarcando. Piano più elevato: continua la guerra delle sanzioni, quella che abbiamo tanto praticato negli ultimi vent’anni. Funzionava bene con Siria, Libia, Iraq: proviamo con la Russia. E’ finita male in passato, ma oggi lo zar si è arrabbiato più del solito: non ha gradito il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa. E allora ha deciso di farci uno scherzo: d’ora in poi l’export di idrocarburi di Mosca si paga in rubli.

Tasso di cambio Euro Rublo, 10 anni. Grafica: XE.

Per contestualizzare, osserviamo la storia del tasso di cambio Euro / Rublo – per esempio via XE . Storicamente, era possibile comprare un euro con 30 – 40 rubli; valore già altino, divenuto usuale solo dopo la guerra “per procura” in Georgia del 2008. Certa gente, se non vince in battaglia, vuole comunque vincere almeno allo sportello di cambio. Con l’arrivo delle vicende di Euromaidan in Ucraina, nuovo strappo: la valuta russa va in crisi a fine 2014, quindi trova un nuovo equilibrio al cambio di 60 – 80 rubli per euro. Un deprezzamento sostenuto e duraturo, molto comodo a Mosca: spinge la sostituzione delle importazioni con prodotti nazionali. Una storia antica come la moneta, con tanti e gravi danni per le aziende italiane.

Tasso di cambio Euro Rublo, dettaglio. Grafica: XE.

E ora il dettaglio: nell’ultimo mese le vicende militari e politiche hanno causato una ennesima crisi del cambio. Quando Mosca combatte, il primo soldato a rimetterci le penne è generalmente proprio il rublo. I venti di guerra si facevano sentire già da settimane; alla fine di febbraio il grosso dell’esercito ucraino viene frettolosamente ammassato alla “linea di contatto” con le repubbliche ribelli del Donbass, e si intensificano gli attacchi d’artiglieria sui centri abitati. Messa davanti alla prospettiva di dover gestire l’esodo dell’intera popolazione, Mosca interviene. Il resto è noto a tutti, almeno per sommi capi. Il rublo, tra sanzioni commerciali e congelamento di riserve valutarie, si deprezza ferocemente: si superano anche richieste di 160 rubli per euro, oggettivamente insostenibili. Ad inizio marzo inizia la discesa: senza tanto clamore mediatico, il rublo riprende lentamente valore. Probabilmente molti operatori economici cominciano a dubitare dell’efficacia delle sanzioni. Da metà marzo in poi, cambio a 110 – 120 rubli per euro: probabilmente molte aziende occidentali hanno cominciato a darsi da fare per non perdere impianti e quote di mercato in Russia; i soldi sono pur sempre soldi.

Ed eccoci al 23 marzo: lo zar annuncia che chi vuole comprare idrocarburi in Russia, paga in rubli. Questo gioco si chiama “indurre domanda di valuta imponendola in alcune transazioni”: lo puoi fare se puoi controllare un qualche tipo di mercato che abbia rilevanza globale. I meno ingenui tra i lettori probabilmente sanno cos’è il petrodollaro, e non hanno bisogno di ulteriori dettagli. Il cambio reagisce subito, anche se non di molto: 105 – 110 rubli per euro. Si può supporre che l’effetto si farà sentire nel medio termine, nel giro di alcuni mesi. Visto che gli energetici esportati da Mosca sono quantità significative, e visto che i sostituti del gas commerciato tramite gasdotto sono molto più costosi, l’esito della manovra appare scontato: alla chetichella, con vari stratagemmi, gli operatori europei si procureranno rubli e rimetteranno in moto le transazioni con la Russia. Ma su una base nuova, e per un lasso di tempo che non conosciamo a priori. Questo tipo di contro sanzioni era già stato messo all’opera nel 2014: ne avevo scritto pure io. Il giro di valzer odierno non è concettualmente diverso, rispetto a quanto accadde nel 2014: solamente a Mosca usano metodi più drastici a fronte di sanzioni più drastiche; potevamo immaginarcelo, mentre venivano congelate parte delle riserve valutarie russe. A Bruxelles e a Washington non imparano mai nulla, nevvero?

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La strategia della Russia?

Ed ecco qua, si surriscalda la guerra infinita d’Ucraina. I giornaloni nostrani forse non ci avevano fatto caso, ma da quelle parti si combatte dal 2014, mica ieri l’altro. I fatti: alla caduta dell’Impero Sovietico, qualche burlone decide di prendere le artificiose suddivisioni amministrative accettate dai comunisti, e trasformarle in nuovi confini di Stato. Imprigionando milioni di russi etnici e/o linguistici al di fuori della Russia propriamente detta. E così l’Ucraina, Stato sintetico creato nei secoli mettendo assieme territori e comunità assai eterogenei, subito dopo i fatti che conosciamo come “Euromaidan” prende a combattere la sua grossa minoranza russa. Il conflitto è inizialmente feroce, quindi evolve in uno stallo che persiste fino all’inizio di quest’anno. Nel 2022 le cose cambiano: la guerra apparentemente sopita torna ad infiammarsi, al punto di assistere ad un evento a cui pochi avrebbero creduto: le forze armate della Russia cominciano ad occupare l’Ucraina. Si può dire qualsiasi cosa ed il suo contrario al riguardo, ma i russi esattamente cosa stanno facendo? Che comportamento tengono in questo frangente?

La situazione sul terreno alla sera del 18 marzo; il sito Readovka fornisce la mappa in alto. E’ una elaborazione di notizie ufficiali o un po meno ufficiali, comunque vicina alla visione offerta dal Cremlino. Operazioni militari in corso a nord, ad est e a sud, limitato impiego di mezzi aerei – questo lo hanno capito anche i sassi – ed un blocco navale sul Mar Nero che per ora non sembra avere dato luogo a sbarchi importanti. Più che altro abbiamo una operazione di terra, abbastanza lenta. I media nostrani già scommettono su uno stallo: la macchina da guerra russa si è piantata, dicono. Le munizioni scarseggiano, i mezzi arrancano, la resistenza è solida. Stiamo bene attenti a non berci certe semplificazioni. I russi sono abituati a dare per scontato di dovere operare movimenti terrestri su distanze di migliaia di chilometri. In mare forse non brillano, ma a terra non hanno rivali. E così, l’esercito che riesce a muovere linee logistiche di 5.000 km in mezzo alle lande gelate della Siberia non sarebbe capace di coprire il centinaio di chilometri che separano i sobborghi di Charkiv da Poltava. Roba da non credere. E probabilmente non è vero.

Proviamo a spegnere la TV e ad accendere il cervello. I russi hanno cinto d’assedio il territorio ucraino a nord, est, e sud. Si sono spinti in avanti per 100 – 150 km, davvero poco, e quindi si sono fermati. Essendo dislocati ovunque su un perimetro di almeno 1.300 km, non esiste per loro alcun ostacolo geografico: si trovano su ambo i lati di qualsiasi fiume, e hanno accesso a qualsiasi infrastruttura. Ovunque decidano di muovere, possono farlo agilmente; ma insistono a tenere questa posizione da almeno una decina di giorni, e stanno fermi. Immaginiamo che questo non sia un fatto accidentale, ma che invece sia proprio il loro piano: circondare la frontiera ucraina, ed attendere. Attendere cosa? Fateci caso: la strada tra il fronte est e l’ovest del Paese è sempre stata libera. Così pure il corridoio che esiste a nord di Odessa, sempre aperto. Idem a Kiev, o a Charkiv: il percorso a sud è praticabile. Sono stati anche proposti a più riprese ulteriori corridoi di evacuazione, offerti esplicitamente sia ai civili che ai militari. Per ogni grosso concentramento di forze ucraino, esiste una vistosa via di uscita sostanzialmente praticabile.

Se c’è una cosa che in guerra non vuoi assolutamente che accada, è che il tuo nemico riesca a capire dove hai dislocato le tue truppe. E qui viene il bello: le tante cartine che circolano e che mostrano la disposizione delle forze russe in Ucraina si sono rivelate sostanzialmente attendibili. Le versioni fornite dalle autorità dei Paesi NATO sono poco diverse. Fonti terze come Al Jazeera raccontano cose simili. Da quando in qua un qualsiasi stato maggiore si mette a pubblicare per tutti mappe attendibili delle proprie operazioni in tempo quasi reale? Assurdo, vero? E se questo fosse stato il piano fin da subito? Torniamo a guardare quei grossi corridoi, aperti, in mezzo all’Ucraina: non vi sembrano gigantesche vie di fuga? Se vuoi distruggere il nemico, cerchi di circondarlo; così non può ricevere rifornimenti. Il grosso – si dice forse i 3/4 – dell’esercito ucraino si trova a ridosso della “linea di contatto” nel Donbass. Per aggirarlo alle spalle basta coprire circa 200 km: come mai questa semplice manovra non è stata messa in atto? Non bastavano due settimane per percorrere 100 km in mezzo ai campi? Possibile che siano estensioni così insormontabili?

Ancora una volta: e se il piano fosse proprio questo? Lasciare aperti ampi corridoi di fuga, premere con insistenza sulle unità dell’esercito rivale, fare in modo che tutti – ma proprio tutti, anche i soldati semplici – siano al corrente della possibilità di smobilitare verso ovest. Questo non è un assalto terrestre: questa è una evacuazione forzata. A che pro? Che senso ha spingere le varie unità militari ucraine ad ovest? Non sarebbe forse meglio tentare di catturarle, o distruggerle, o una via di mezzo? E qui bisogna capire quale sia davvero il piano di Mosca. La mia ipotesi, per quel che vale, è questa: a Mosca scommettono sui giovani, demotivati coscritti che compongono il grosso dell’esercito di Kiev. Se le varie unità di cui sono parte cominciano a smobilitare verso ovest, finiranno semplicemente col dissolversi. Immaginate di esserci voi, al fronte in Donbass, a sparare ai vostri concittadini senza capire perché. Avreste piacere di farlo? Vorreste morire per questo? Forse non è difficile da capire: a Mosca fanno leva sul morale della truppa nemica. Hanno messo le vie di fuga in bella mostra, ed aspettano. La guerra i russi la fanno a modo loro, ed è tutt’altra cosa rispetto a quello che noi occidentali crediamo di vedere.

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Mortalità in Italia – Atto II

E così, con sommo ritardo, riprendiamo il filo del discorso circa la mortalità complessiva in Italia. I morti, come noto, sono morti: non li possiamo nascondere, e neanche possiamo farli apparire con qualche trucco. Statisticamente parlando, si tratta di una categoria affidabile come poche altre. In Italia abbiamo una pandemia, e abbiamo ovviamente le relative vittime: nella puntata precedente abbiamo potuto osservare da un lato l’effettiva risalita della mortalità in corrispondenza alle ondate pandemiche, e dall’altro la presenza ricorrente delle malattie stagionali; capaci di fare vittime in qualsiasi annata, e non solo negli ultimi due anni. Il bilancio finale per il 2020 è in ogni caso pesante: la mortalità complessiva è salita in modo innegabile. Forse il numero di decessi per settimana non è stato così clamoroso, neanche a marzo / aprile 2020; ma la persistenza temporale del fenomeno, in specie a partire dall’autunno, ha comunque causato un danno grave. Vediamo la contabilità finale come risulta dai dati ISTAT.

Mortalità totale annua in Italia, 1920 – 2020. Fonte: ISTAT.

Per la mortalità annua le banche dati di riferimento sono le usuali serie storiche ISTAT; dal 2002 in avanti le tavole degli indicatori demografici. Che dire? I cambiamenti importanti in Italia si sono visti nella prima metà del ‘900. Nel periodo compreso tra la fine della Prima Guerra e gli anni ‘50, si è avuta una progressiva riduzione della mortalità, intesa come numero di decessi annui per migliaio di abitanti. La Seconda Guerra ha rappresentato una interruzione momentanea per un andamento di diminuzione lineare ed apparentemente inesorabile. Dal 1948 in poi, si scende definitivamente al di sotto degli 11 decessi annui per mille abitanti. Fino ai giorni nostri, i valori tipici sono stati contenuti nell’intervallo 9 – 11 decessi annui. Questo almeno fino al 2020, e all’arrivo di Covid19: con 12,6 decessi per mille abitanti, è l’anno peggiore dal 1945. Si noti che nel periodo 2015 – 2019 il dato tipico orbitava attorno a 10,6; un incremento di 2 decessi annui per mille abitanti, o 120.000 di troppo. Ma questi decessi come si possono suddividere? Come si distribuiscono per causa? Come si relazionano alla restante mortalità?

Mortalità settimanale Covid19 & altre cause. Fonte: Eurostat, Ministero Salute.

Esercizio interessante: distinguere i morti Covid da tutti gli altri. Non è così complicato: basta sottrarre al totale – fornito da Eurostat – i decessi segnalati dal Ministero della Salute ed attribuiti alla pandemia. Ricordando ovviamente che per “decessi Covid” intendiamo i deceduti positivi ai test – senza stare qui a domandarci se sia questa la causa di morte fondamentale, cosa che dovrà essere ridiscussa a parte. La seconda immagine riassume l’operazione, dividendo i decessi per settimana. Non è poi così diversa né dalla mera proiezione della mortalità totale, né delle serie dati sui morti attribuiti nominalmente a Covid19. Vi si riconoscono tutti i picchi di mortalità già discussi. Se osserviamo bene la situazione di marzo / aprile 2020, notiamo che la mortalità in eccesso rispetto alle medie usuali è costituita da due componenti: i decessi “causati da Covid”, in alto, ed una ulteriore frazione di decessi per altre cause che sporge nettamente rispetto alla norma. Stranamente, questo medesimo andamento si ripropone anche in autunno e durante l’inverno; ad ogni ondata identificata come pandemia, abbiamo una ondata di altri decessi. I rapporti sono variabili, e non sembra sussistere una relazione temporale precisa: a primavera 2020, prima sopraggiunge l’apice della mortalità complessiva e successivamente i decessi Covid divengono frazione rilevante del totale; nelle prime settimane del 2021 accade il contrario.

Domandiamoci ora: quanti sono questi decessi “non Covid” che compongono buona parte della mortalità in eccesso visibile nei grafici? Possiamo prendere un valore di mortalità settimanale tipico per la bella stagione, diciamo nell’intervallo 2016 – 2019; l’intervallo costituito dalle settimane 21 – 40 è apparentemente adatto allo scopo. Nel quadriennio osservato, in media abbiamo 10.999 – 11.469 decessi totali per settimana; come detto, in relativa assenza di malattie stagionali. Volendo fare le differenze, è facile dedurre il numero di decessi “non Covid” che compongono le varie ondate pandemiche: per banale sottrazione della mortalità tipica di base, e quindi somma dei risultati positivi che ricadano ragionevolmente all’interno di tali ondate così come rilevate dai dati del Ministero. Nell’intero anno 2020, le settimane che potremmo considerare sono comprese negli intervalli 9 – 17 e 41 – 53. Risultato: possiamo stimare un intervallo di 58.352 – 68.692 decessi “non Covid” che contribuiscono ad ampliare la mortalità in eccesso durante le varie ondate della pandemia. Nell’intero 2020, sono stati censiti ufficialmente 74.000 – 75.000 decessi Covid, a seconda di voler stimare al 31/12 oppure comprendere la settimana 53 per intero. I morti Covid, a voler essere onesti, costituirebbero quindi grossomodo il 52 – 56 % della ipotetica mortalità “da pandemia”, o “in eccesso”, nel 2020.

E’ lecito ora domandarsi da cosa siano causati i decessi “non Covid” che costituiscono questa rilevante frazione dell’incremento di mortalità visibile durante le varie ondate della pandemia. La prima risposta banale è che si tratti di persone decedute per Covid, ma non rilevate dalle statistiche. Questa è una idea poco credibile: il morto non è il contagiato. Ci sono in gioco sintomi rilevanti, e molti decessi sono stati attribuiti a Covid in seconda battuta, riesaminando i singoli casi ed eseguendo dei test. Oltretutto il rapporto tra le due categorie di cause pare raggiungere valori di punta non così differenti durante le varie e successive ondate. Possibile che l’accuratezza diagnostica ad aprile 2021 fosse scadente come a marzo 2020? Possibile, ma non così ovvio: forse è pericoloso scommettere su una simile ipotesi. Oltretutto il clima di “caccia al positivo” che ha caratterizzato il 2020, e buona parte del 2021, dovrebbe indurre alla prudenza. Ben difficilmente i solerti “cacciatori di casi positivi” si saranno fatti sfuggire qualche deceduto positivo ai test. Ricordiamo bene questo dettaglio, prima di sospingere tesi avventate.

Abbiamo anche altri candidati per spiegare il fenomeno: Covid19 non è l’unica malattia stagionale. Banalmente, dovremmo quindi avere una marea di decessi Covid impostati sopra ad una marea di decessi in eccesso che sono dovuti ad altre malattie stagionali. La somma può spiegare facilmente il risultato, terribile. Qualcuno ha notizie dell’influenza? Di solito in inverno c’è quel genere di malattia, assieme ad un ampio spettro di para influenze, raffreddori ed infezioni associate. Problema: ci stiamo raccontando da un anno e mezzo che l’influenza non si vede più da nessuna parte almeno da marzo 2020. Stentate a crederci, vero? Eppure si tratta di un discorso popolare, lo potete notare usando una ricerca sul web. Tra i tanti articoli, possiamo scegliere quello targato Scientific American. Propone più o meno il discorso che già conosciamo: l’influenza è stata messa all’angolo a causa delle misure prese contro il più celebre Covid19. Se è vero, allora sappiamo che i morti “non Covid” semplicemente non sono morti a causa di malattie stagionali non rilevate. Se è falso, allora abbiamo mischiato i morti di influenza dentro al calderone dei morti Covid, a causa della somiglianza dei sintomi e della imprecisione dei test. Il risultato è il medesimo: questi morti “non Covid” in eccesso rimangono un mistero, ma è ragionevole supporre che non siano stati causati né da Covid19 né dalle altre tipiche malattie respiratorie stagionali.

Vi propongo una lettura alternativa, estremamente sgradevole, per giustificare questo curioso fenomeno. Avete presente cosa abbiamo fatto al presentarsi della pandemia? Abbiamo fatto, o raccontato, tante cose diverse. Ma ce n’è una che non ci siamo mai fatti mancare: i lockdown, serrate medioevali che avrebbero dovuto impedire la trasmissione del contagio. Tralascio i discorsi circa l’efficacia, forse non eccelsa, di questi provvedimenti in tema di contenimento dei contagi; ci troviamo davanti ad un circo equestre di “esperti” che da un lato raccontano di sfortunate influenze mandate in estinzione da queste misure, e dall’altro di una malattia respiratoria, detta Covid19, che continua a circolare placidamente alla faccia delle medesime misure. Fa ridere, vero? Soprassediamo. Ragioniamo semmai su un problema pratico: se chiudo in casa le persone, impedisco l’accesso ad ambulatori, ospedali e pronto soccorso, cosa mi aspetto di ottenere? I servizi in questione servono a curare i malati. Se non possono utilizzarli, saranno guai. Intuibile l’effetto: vedrò incrementare la mortalità per molte e diverse cause.

Vi sembra lunare come idea? Ma certo, stravagante ed innovativa. Così innovativa che era già discussa in pubblico un anno fa. Un testo a caso, via International Affairs: “… There has been a remarkable lack of observed statistical difference in the rates of death for countries, and for US states, that have and have not locked down …”. Bonariamente, le serrate fanno poca differenza. Ma ci sarebbero anche punti di vista diversi, tra i tanti quello rappresentato da un articolo via British Medical Journal di maggio 2020: “… At a briefing hosted by the Science Media Centre on 12 May he explained that, over the past five weeks, care homes and other community settings had had to deal with a “staggering burden” of 30 000 more deaths than would normally be expected, as patients were moved out of hospitals that were anticipating high demand for beds. Of those 30 000, only 10 000 have had covid-19 specified on the death certificate …”. Articolo vecchiotto, vero? Ma è proprio questo il dramma: il problema gestionale era chiaro a maggio 2020. E chiare erano le conseguenze. Un’ondata di mortalità in eccesso, probabilmente evitabile, perlopiù non dovuta al celebre Covid19.

Ricapitoliamo. Nel corso del 2020, abbiamo una pandemia importante ed un innegabile incremento della mortalità complessiva. Ad ogni ondata pandemica, corrisponde sì un incremento di “decessi Covid”, intesi come deceduti positivi ai test, ma anche un balzo nei decessi inequivocabilmente dovuti ad altre cause. Le spiegazioni che possiamo individuare fanno acqua: non si tratta di decessi da Covid19 sfuggiti alle statistiche, ed in generale non sono dovuti alle malattie respiratorie stagionali in senso lato. E’ lecito sospettare che si tratti degli effetti – negativi – dei lockdown che ci sono stati imposti. Il pericolo era già stato evidenziato, dati alla mano, nell’estate del 2020. I sostenitori dei vari lockdown vanno raccontando che, in assenza di provvedimenti, la situazione sarebbe stata peggiore. Dimenticano forse di spiegarci come mai in Svezia la pensino diversamente, ed anche di spiegarci quale sia il beneficio sanitario di prescrivere cose come la “vigile attesa” a persone che necessitano di cure mediche. Nel mentre, la defunta influenza sembra essere ricomparsa – almeno in TV; forse le misure di contrasto alla pandemia non la avevano fatta estinguere, forse. La questione circa le cause della eccessiva mortalità rilevata nel 2020 rimane assai fumosa: nel dubbio, mi terrò parecchi dubbi.

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Mortalità in Italia – Atto I

Riprendendo il filo del discorso iniziato con la carrellata di grafici confronto per le mortalità settimanali registrate in giro per l’Europa, possiamo provare a chiederci cosa è successo qui in Italia. Ci stiamo raccontando che la pandemia da Covid-19 uccide tante persone: eseguiamo dei test, individuiamo dei positivi, analizziamo dei sintomi; e se i conti tornano, abbiamo persone morte di Covid-19. Però ci sono alcuni problemi, già evidenziati in altri Paesi europei: falsi positivi, falsi negativi, malati oncologici spacciati per vittime del raffreddore, persone annegate risultate positive al tampone, anch’esse definite come “morti covid” – una litania infinita di inesattezze statistiche ed acrobazie contabili. Vale la solita regola: i morti sono morti, e nessuno può farli apparire o sparire per magia. Se andiamo a leggere il dato di mortalità settimanale o mensile totale, e se c’è una pandemia, allora dovremo vedere i cumuli di morti. Impossibile sbagliare. Affidiamoci in primis al nostro Istituto Superiore di Sanità, che pubblica il rapporto titolato “Impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente – anno 2020”.

Decessi mensili nel periodo gennaio-dicembre 2020 per l’Italia ed alcuni Stati Europei.
Incremento percentuale rispetto alla media 2016-2019. Grafica: ISS.

Dalla prima immagine, fornita direttamente da ISS, una considerazione ovvia: la pandemia recente ha prodotto un incremento della mortalità. Il dato di mortalità mensile 2020, confrontato con i valori medi tipici per il periodo 2016 – 2019, mostra incrementi percentuali considerevoli. A marzo e a novembre 2020, anche un +50% rispetto alle medie tipiche del mese. Il fatto che spagnoli, polacchi, belgi ed olandesi siano riusciti a far peggio non cancella certo il nostro problema. Però sapete, c’era un tizio che diceva che ci sono tre tipi di bugie: “Lies, damned lies, and statistics”; come dire bugie, dannate bugie e statistiche. E’ un problema che affligge anche me: posso benissimo imporre una visione di comodo, basata su dati corretti, ed ingannare me stesso e gli altri. Succede di frequente. L’immagine proposta da ISS confronta valori di mortalità del 2020 con una media dei valori mensili registrati nei 4 anni precedenti. Un valore mensile è una cosa, una media mensile su base pluriennale è un’altra cosa. Forse c’è un problema: proviamo ad affidarci al mero dato grezzo, senza cercare di mescolare parte delle cifre in valori medi. Una media non è una menzogna, ma è comunque una media: potrebbe essere scorretto confrontarla con un singolo valore puntuale.

Mortalità settimanale totale in Italia, 2016 – 2021. Fonte: Eurostat.

E quindi nella seconda grafica, basata sulla banca dati Eurostat, possiamo dare un’occhiata all’andamento della mortalità settimanale per il periodo compreso tra l’inizio del 2016 e la 21° settimana del 2021. Il quadro che emerge da questi dati grezzi è un po più complesso di quel che ci raccontano i telegiornali. Primo: ad ogni inverno abbiamo una pandemia prodotta da malattie stagionali – influenze, para influenze, raffreddori – che produce inevitabilmente un incremento della mortalità totale. Secondo: ogni ondata epidemica stagionale si situa in modo diverso nel tempo, e produce effetti diversi. Terzo: mescolare i dati inerenti ad annate diverse appiattisce gli andamenti, e cancella i valori estremi – che però sono per l’appunto i valori che identificano ogni stagione influenzale. E così abbiamo si troppi morti a marzo aprile 2020, e tanti morti nell’inverno 2020 – 2021. Ma a gennaio 2017 abbiamo avuto una mortalità di punta di 19.000 decessi a settimana; simile ai valori massimi registrati a fine novembre 2020. Qualcuno di voi si ricorda il lockdown di gennaio – febbraio 2017? No? In effetti nemmeno io. Come mai? Eravamo forse distratti?

A gennaio 2017, e se per questo anche nei due inverni successivi, a nessuno è saltato in mente di rinchiuderci in casa. Naturalmente i morti di Covid-19 sarebbero stati molti di più in assenza di misure restrittive: il fatto che la mortalità settimanale in tempo di pandemia sia rimasta relativamente sotto controllo è merito delle misure prese. Ma siamo sicuri che sia andata così? Tra le misure introdotte vorrei ricordarne almeno una di cui si è parlato poco: abbandonare i malati e rifiutarsi di curarli. Perché è questo che abbiamo fatto: abbiamo spedito migliaia di malati a spasso tra le varie RSA, abbiamo praticato oculati interventi di “vigile attesa”, abbiamo sostanzialmente negato o comunque ritardato molto le visite domiciliari. Chi mi garantisce che questo atteggiamento non abbia esacerbato il problema? E chi può dimostrarmi che nel complesso le misure prese abbiano avuto un impatto vantaggioso in termini di mortalità? Come la mettiamo con tutti gli altri malati, cosiddetti non covid, che sono stati obbligati a posporre esami e trattamenti? Che è stato di loro? Il dubbio esiste, e per ora mi terrò il dubbio.

Una ulteriore chiosa: il numero di morti a settimana può anche essere alto, ma se si tratta di un valore isolato l’effetto finale è modesto. Bisogna vedere per quanto tempo la mortalità in eccesso può agire sulla nostra popolazione. Le due medie mobili della seconda grafica permettono di apprezzare il fenomeno: il valore di punta registrato a fine marzo 2020 sembra irraggiungibile, ma una media mobile a 7 settimane lo fa apparire molto meno importante. Probabilmente abbiamo patito più danno nell’inverno 2020 – 2021, almeno a giudicare dalle superfici sottese alle curve. Le stagioni influenzali delle annate precedenti restano rispettabili: evidentemente non si muore solo nell’era Covid. Di malattie stagionali si muore ogni anno, che il telegiornale voglia riconoscerlo oppure no. Ora proviamo a vedere in dettaglio cosa è successo a partire da gennaio 2020, sempre con la banca dati Eurostat – che poi è un mero derivato dei dati ISS / Istat.

Mortalità settimanale totale in Italia, 2020 – 2021. Fonte: Eurostat.

In condizioni di normalità, al di fuori delle epidemie stagionali, ogni settimana in Italia registriamo 10.500 – 12.500 decessi circa. Nelle prime 8 – 9 settimane del 2020 quasi 14.000 a settimana; successivamente si è avuta l’esplosione di Covid19, con l’imposizione di misure restrittive generalizzate. Nei primi giorni di maggio del 2020 la mortalità totale era già rientrata a 13.000 decessi per settimana. Stranamente, le misure di emergenza non sono state tolte: come mai i 14.000 morti a settimana dell’inizio dell’anno erano stati giudicati totalmente irrilevanti? E perché abbiamo ritenuto invece di essere ancora nel mezzo di una pandemia con 13.000 morti a settimana? Avevamo i reparti ospedalieri intasati di persone affette da polmonite, questo era il problema. Domanda: qualcuno di voi ha visto la serie storica di occupazione dei posti per pneumologia e terapie intensive per gli ultimi dieci anni? No, vero? Ogni inverno i giornali si riempiono di articoli allarmati per gli ospedali “presi d’assalto” a causa dell’aria tossica e dei relativi effetti sui nostri polmoni – un tema già trattato anche qui. In assenza di serie dati trasparenti, possiamo solo supporre che la situazione sia stata molto più grave del solito. Supporre non è garantire: nel dubbio mi terrò il dubbio.

Osservando meglio il successivo inverno, scopriamo che c’è stato un incremento meno marcato della mortalità totale: circa 19.000 decessi a settimana negli ultimi giorni di novembre. A fare danno, come detto, è l’insistenza temporale del fenomeno: la mortalità è rimasta abbastanza elevata fino alla metà di aprile 2021. Le conseguenze sono note: chiusure a singhiozzo, un relativo accanimento contro la scuola, gravi danni economici. Però ci possiamo consolare con un dettaglio gustoso: nei primi giorni di maggio 2021, i morti a settimana rientravano sotto i 12.500. Praticamente mortalità nella norma, ed in rapida discesa. Ovviamente le misure restrittive imposte a livello centrale sono ….. rimaste dov’erano. Precisamente il copione di maggio 2020. E non c’è ratio in una cosa del genere: anche un bambino avrebbe potuto capire che l’avvicinarsi dell’estate avrebbe risolto il problema – in alternativa avremmo potuto semplicemente accettare i numeri del momento per quel che erano. Per questo lasso di tempo, è assai probabile che le chiusure non abbiano potuto né diminuire né incrementare i decessi. In compenso, hanno aggravato la situazione economica di molte famiglie. Ancora una volta, rimane un dubbio: ma a che scopo stavamo tenendo chiuso il Paese a maggio? Un mistero misterioso che terrà impegnati gli storici di domani.

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Per scherzare, che fa bene quando i tempi sono bui

Una conversazione a cui ho potuto assistere di recente.

Alle volte meglio ridere che piangere. Aiuta a vivere un po meglio, anche se forse non più a lungo. Ci aspettano tempi che definire tristi è un eufemismo. Suppongo che sarà difficile lavorare, curarsi, uscire di casa. Per tutti, non solo per qualcuno – come qualche ingenuo ancora crede. Voglio sperare che almeno riusciremo a portare il pane in tavola. Certe cose le vediamo solo alla TV, noialtri; ma ormai i tempi sono cambiati: il reportage lo faremo aprendo la finestra e guardando in strada. Spero che avremo ancora la capacità di sorridere, per non rinunciare a vivere.

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Afghanistan: quanto costa sparare ai miserabili

Avete sentito l’ultima notizia? Gli elicotteri portano via il personale dagli edifici che ospitano gli occidentali a Kabul. Il viaggio prosegue in aereo, per chi può, verso casa. Ma un conto è prendere un taxi per andare all’aeroporto, tutt’altro discorso è trovarsi circondati dai nemici e doversi aggrappare ad un elicottero, magari dal tetto di un edificio assediato; sono due situazioni piuttosto diverse. Quel che viviamo ora è ovviamente una eco di quel che accadde a Saigon, in Vietnam, alla fine di aprile del 1975. Questa è la guerra del cinema: rotte improvvise ed impreviste, fughe rocambolesche, eroi da copertina che si battono contro cattivoni da operetta, viscidi collaborazionisti che scappano dove possono. E’ proprio quello che vorreste vedere in un bel film hollywoodiano: la ritirata precipitosa in elicottero dai tetti è un tòpos letterario, consacrato tra gli altri da Romero nella pellicola Zombi – Dawn of the Dead . Immagino che nel 1978 il ricordo delle fughe in elicottero da Saigon fosse ancora fresco.

Spegniamo il televisore e torniamo con i pedi per terra. La guerra, quella vera, non è fatta di colpi di scena o di improbabili atti di eroismo. E’ fatta di mezzi, munizioni, rifornimenti. La guerra è una questione di logistica: chi riesce a recapitare sul terreno la più grande quantità di mezzi, forniture e persone alla fine vince. I generali vincono le battaglie, le economie vincono le guerre. Ed eccoci a far la guerra in Afghanistan: si tratta di tirare bombe in testa a pastori e contadini, male armati e privi di organizzazione. Per un esercito moderno ed organizzato non è particolarmente difficile. Le difficoltà imposte dal terreno obbligano ovviamente a rinunciare alla pretesa di un dominio totale: pazienza se le montagne ed il territorio rurale rimangono relativamente fuori controllo, le città basteranno. In linea di principio, e ragionando da un ufficio, non è una operazione così difficile. Sarebbe come giocare con i droni in qualche paesucolo africano, uno sforzo modesto. Questa la pensata alla base dell’intervento: costa poco, non impone grossi rischi.

Proviamo ad aprire la carta geografica: l’Afghanistan dove sta? Sta in mezzo all’Asia. Non ha accesso al mare, se non attraverso le strade del Pakistan. Sono 500 km almeno, oppure più di 1000 km se vogliamo raggiungere la capitale Kabul. Non ci sono ferrovie, nel senso che non esiste una vera rete ferroviaria. Esistono tronconi che collegano alcune località alle reti del Turkmenistan, dell’Iran o dell’Uzbekistan. I collegamenti a sud con il Pakistan sono proposti sulla carta, ma in pratica si viaggia per strada attraverso valichi difficili, in un territorio davvero pericoloso. Politicamente non possiamo pensare di affidare la logistica ai valichi con Iran e Cina, ovviamente ostili. Il Pakistan è un alleato teorico, ma non offre sicurezza e deve convivere con le frange estremiste dell’etnia Pashtun. A nord qualcosa si può fare, e si è fatto, con i vari Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan. Ma stanno nel mezzo dell’Asia: raggiungerli è una ennesima fatica di Sisifo. Se vuoi rifornire e far funzionare grandi contingenti militari in Afghanistan, e se questa è la situazione, allora devi affidarti a pericolose e costose operazioni di trasporto combinato via terra da sud, o magari attraverso Caucaso e Caspio. O più probabilmente a costosissimi ponti aerei. Poi sul terreno la situazione peggiora: le infrastrutture non esistono, e spesso l’ultimo miglio è una pazzia da svolgere in elicottero.

E allora i costi finali dell’operazione a quanto ammontano? Se spendo tanto, il conto alla fine si vede. Per avere una idea generale di quanto abbiano speso gli USA nelle guerre post 11 settembre, possiamo spulciare il progetto Costs of War. Nel medio termine, in tutto 6.400 miliardi dollari. Per la sola campagna in Afghanistan, secondo quelli di Military Times, staremmo ben al di sopra dei 2.000 miliardi di dollari: “… most of the money came out of $933 billion in DoD overseas contingency funding. The rest includes: $443 billion in DoD base budget increases to support the war; $296 billion to care for veterans; $59 billion in State overseas contingency funds; and $530 to cover the interest on the money borrowed to fund 20 years of deployments …” . La spesa diretta da parte del Ministero della Difesa USA, preminente sul totale, pare situarsi ad almeno 1.400 – 1.500 miliardi di dollari più gli interessi. Una campagna militare ventennale, di enormi dimensioni, in un territorio impossibile, gestita tramite una catena logistica che potremmo definire come la più inefficiente, pericolosa e costosa di tutta la storia militare. Il consuntivo alla fin fine non poteva che essere astronomico.

Sapete, l’Afghanistan è spesso definito come “la tomba degli imperi”. A turno, svariate presunte o auto nominate potenze imperiali hanno cercato di sottometterlo. Di solito l’impresa si conclude in malo modo: interessante il caso degli imperi britannico e sovietico. Anche nell’antichità questo territorio ha sempre rappresentato un bersaglio ostico e poco conveniente. In anni recenti, è venuto di moda spiegare il problema in termini di propensione a combattere: i miliziani del sud, fanatici e motivati, sarebbero un ostacolo insormontabile. Questa spiegazione non spiega come mai questo territorio abbia rappresentato una spina nel fianco anche per Persiani e Macedoni, ben prima della nascita dell’Islam radicale. Riapriamo la carta geografica e torniamo a guardarla: montagne inaccessibili, infrastrutture inesistenti, distanze considerevoli, scarsa densità di popolazione, impossibilità di accesso al trasporto marittimo. Da almeno 25 secoli, questa parte di mondo è forse uno dei luoghi peggiori nei quali spedire un grosso esercito a far la guerra. Le religioni, le culture e le ideologie si avvicendano, ma la catena logistica rimane impossibile. Immaginare una grossa operazione militare in Afghanistan come se fosse un gioco di tiro al bersaglio in Somalia o in Yemen è un errore clamoroso e per certi versi infantile. Quando ci decideremo ad insegnare un po di geografia ai nostri pianificatori politici e militari?

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Vaccini: pensano che siamo scemi

Vi propino una bella notiziola via AdnKronos: “… Sono quasi 4.000 i contagi da coronavirus in Israele oggi, 3 agosto 2021, secondo i dati del bollettino con i numeri delle ultime 24 ore …”. Che in Israele ci fosse qualche problema lo sapevamo già, e non sono i soli a passare dei guai. Avevano sperimentato medie di 8.000 – 9.000 casi al giorno a gennaio 2021; al momento in valor medio a 7 giorni hanno superato i 3.000 casi giornalieri. Butta abbastanza male. Dallo stesso lancio di agenzia apprendiamo anche che “… I pazienti in condizioni definite gravi sono 221, nove in più rispetto a ieri, 66 in più – sottolinea ancora il giornale – rispetto a martedì scorso. Secondo i dati del ministero della Salute, aggiunge Haaretz, il 42% dei pazienti in condizioni gravi non è vaccinato contro il coronavirus …”. Non sono numeri grossi, ma crescono senza sosta. E naturalmente l’estensore ci ricorda – suppongo riportando un comunicato del Governo israeliano – che ben il 42% dei malati gravi non è vaccinato. Tanto per ribadire il ben noto concetto, casomai qualcuno non avesse capito bene.

Problema: avete mai provato l’ebbrezza di una bella sottrazione? Alla scuola elementare la maestra ci obbligava a provare. Facciamo, che so, 100 – 42. Se ricordo bene fa 58 – per sicurezza ho controllato con la calcolatrice. La velina delle autorità sanitarie di Tel Aviv forse non esponeva esplicitamente una informazione importante: al momento ben il 58% dei casi gravi ricoverati per Covid in Israele è costituito da vaccinati. Descrivono una fetta del problema, omettendone una più grossa. E non ci ricordano, ovviamente, che in Israele al 3 agosto circa il 64% della popolazione ha ricevuto un qualche vaccino. Basta poco per capire quale sia l’efficacia relativa dei vaccini in uso per quel che attiene la gravità dei sintomi; lascio il calcolo ai lettori. Israele è avanti a noi di quasi tre mesi in tema di vaccinazioni; da cui l’importanza di osservare quel che accade laggiù: è lo specchio del futuro prossimo. Quanto al modo di riportare la notizia da parte dei media e delle autorità: pensano che siamo scemi. Potrebbero anche avere qualche ragione.

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HMS Queen Elizabeth: il gregge è immune, vero?

In Lombardia dicono che stanno per raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”. Si tratterebbe del numero di persone immunizzate contro una malattia che è sufficiente a rendere marginale la trasmissione della malattia stessa; proteggendo anche i soggetti eventualmente non immunizzati. E così abbiamo gli “scrocconi” che se la spassano a sbafo scaricando sulle spalle degli “eroi” i rischi connessi alla eventuale e salvifica campagna vaccinale del caso – questo almeno stando alla retorica televisiva del momento. Per chi apprezza un bel misto di informazione e chiacchiere sul tema, consiglio Wikipedia. L’articolo in enciclopedia individua una possibile soglia di “immunità di gregge” per un assortimento di una decina di malattie. Una di esse è notoriamente affetta dalla capacità di divenire più contagiosa nei “vaccinati”; una seconda in lista invece è non vaccinabile in toto, causa potenziamento anticorpo dipendente, e la cosa è risaputa da anni. Lascio ai lettori il bel gioco di scovare i due casi problematici. Consiglio: usare Google Scholar, le informazioni ci sono già.

Noi aderenti alla vecchia scuola abbiamo il vizio di affidarci al metodo sperimentale: eseguo un esperimento e vedo quali siano i risultati. Sulla base di detti risultati, decido se un certo assunto teorico sia accettabile oppure no. Facciamo un bel gioco: prendiamo una grossa portaerei a propulsione convenzionale, e ci mettiamo sopra circa 1,600 tra marinai, ufficiali e personale civile ausiliario. Vacciniamo tutti quanti con due dosi di un dato vaccino, ed attendiamo che il vaccino sia pienamente efficace. Quindi mandiamo la nave a farsi un giro per il mondo. Infine attracchiamo nel porto di un’isola per qualche giorno, e lasciamo che alcuni membri dell’equipaggio scendano a terra per rifornire la nave. Risultato: ci troviamo a bordo un bel focolaio della malattia che intendevamo respingere con la campagna di vaccinazione, con più di 100 contagi accertati, in un lasso di tempo che potrebbe essere appena una settimana.

Questa divertente situazione non è immaginaria: è reale. La nave è la HMS Queen Elizabeth, l’isola è Cipro e la malattia è al solito Covid19. Copertura qui, qui e qui. Il personale a bordo non era solo vaccinato per bene: applicava anche rigidi protocolli tra distanziamento, mascherine ed altri DPI, sistemi di tracciamento, disinfezione e via dicendo. Mica come al bar a Milano, tutti a volto scoperto a ridere e scherzare: su una nave da guerra in missione in condizioni di allerta sanitaria è bene non fare i furbi, lo sappiamo tutti. La portaerei sarebbe rimasta a Cipro per rifornimenti tra il 30  giugno ed il 5 luglio. I primi casi a bordo sono stati rilevati il 4 luglio; gli articoli che forniscono copertura della notizia sono stati pubblicati grossomodo a partire dal 14 luglio. E’ ragionevole supporre che i 10 giorni di distanza siano uno spazio di tempo più ampio di quello in cui si è materialmente diffuso il contagio; la notizia è certamente giunta in ritardo ai giornalisti. Una settimana, più o meno, è un lasso di tempo ragionevole.

La marina britannica ha fatto parecchio per tenere a bada Covid: “… All personnel deployed have received both doses of the Covid vaccine, and there are a number of mitigation measures onboard, including masks, social distancing, and a track and trace system …” , riferiscono i francesi di France24. Il risultato di tutto questo sforzo comunque sarebbe la produzione di qualcosa come (100 / 1.600) x 100.000 x 2 = 12.500 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. All’incirca. Tanto per chiarire a tutti cosa significhi, in Italia a metà novembre 2020 siamo arrivati a produrre anche 40.900 nuovi casi al giorno. Più o meno (40.900 / 60.400.000) x 100.000 x 14 = 948 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. Immaginando di proiettare su due settimane la peggior giornata di sempre. La prestazione fornita dalla portaerei britannica è certamente irraggiungibile, quale che sia l’artificio contabile che utilizziamo per cercare di sottostimarla. Per dirla con i dissidenti anglofoni, “… But what about 100% vaccination rate? [….] 1 in 16 (= higher case rate than any country!) turns out to be infected …. “. Una garanzia.

Ed ora eccoci di nuovo in Lombardia: prendiamo 10 milioni di residenti, ne vacciniamo il 70% e ci raccontiamo di avere raggiunto la “immunità di gregge” contro Covid19. Casomai qualcosa dovesse andare storto – se ad esempio accadesse quel che è capitato a bordo della HMS Queen Elizabeth – prepariamoci a produrre la bellezza di, che so, (12.500 / 100.000) x 7.000.000 = 875.000 nuovi casi totali ogni due settimane. Fantasioso, vero? Ma certo, sono solo filastrocche per la sera a tavola.  Speriamo. Nel frattempo in Germania, stando a Spiegel, la speranza di liberarsi della pandemia – o almeno della sua percezione – pare affievolirsi. Il concetto di “immunità di gregge” potrebbe anche essere una chimera in sé, stando ad uno dei creatori di Astra Zeneca – riferisce El Pais. Possiamo raccontarci la storia di Covid19 in mille modi; ma non scordiamoci quella portaerei britannica attraccata a Cipro.

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Mortalità Covid in Europa: la frode che non c’era

Sapete cosa si intende nel mondo anglosassone con le espressioni ”doctored” o “data doctoring”? Si tratta di locuzioni per certi versi dispregiative, che originano dal verbo “to doctor”. Stando ai dizionari on line che ho consultato, questi si potrebbe definire come “the action of changing the content or appearance of a document or picture in order to deceive” o ancora come “to change something in order to trick somebody”. Concettualmente, è l’operazione con cui andiamo a distorcere alcuni dati ed informazioni al fine di fornire una immagine ingannevole di una notizia o di un fenomeno. Così noi italiani potremmo tradurre di getto “data doctoring” come la falsificazione o contraffazione dei dati; non è del tutto corretto, visto che in genere non si parla di informazioni integralmente fasulle. Si tratta essenzialmente di interpretazioni ingannevoli spinte tramite una lettura faziosa di dati che in sé stessi sono sostanzialmente corretti. Falsificare un dato è una cosa, forzare una lettura fuorviante dello stesso è un’altra cosa. La secondo pratica è enormemente più efficace, e ben più difficile da smascherare.

Volete un esempio chiacchierato e famoso? Avete presente le statistiche circa gli effetti della pandemia da Covid-19? Nella prima metà del 2020 a tenere banco era stato il caso della Germania: con gli aeroporti aperti, avevano spedito in gran copia in Italia le persone infette provenienti dall’oriente che poi causarono l’avvio della prima, disastrosa ondata nostrana – o almeno questo ci siamo raccontati noi italiani. I morti di marzo ed aprile 2020 però li abbiamo visti in Italia, Francia, Spagna: non in Germania. Questa faccenda ha causato polemiche virulente, al punto di spingere molti commentatori ad accusare le autorità sanitarie tedesche di avere distorto i dati. Se i disastri lombardi prendono le mosse dagli aeroporti tedeschi, come farebbero i tedeschi a non infettarsi e a non morire? La spiegazione che andava di moda l’anno scorso faceva leva sulle definizioni formali: in Germania le persone decedute venivano dichiarate vittima di Covid solo se quella era l’unica o la prevalente causa identificabile di morte – così ci si raccontava al bar ed in TV. Et voilà: spariti cumuli di morti dalle statistiche, semplicemente adottando una definizione più restrittiva per decidere chi sia morto a causa della recente pandemia e chi invece no.

Ma questa storiella che riguarda il numero apparentemente troppo basso di vittime di Covid-19 registrato in Germania è davvero un grottesco esempio di “data doctoring”? I tedeschi hanno davvero taroccato i numeri? Come facciamo a dirlo? Facciamo un bel gioco: anziché affidarci ad un parametro che è possibile alterare con facilità, ci affidiamo ad un parametro che non si può proprio alterare. I morti di Covid possiamo farli scomparire dalle statistiche, semplicemente non eseguendo i test del caso – come capitava spesso proprio qui in Italia – oppure adottando definizioni restrittive – come sarebbe accaduto in Germania secondo qualcuno. Possiamo anche farli apparire come per magia, per esempio utilizzando test che producono tanti falsi positivi. Ma i morti sono morti: non puoi decidere di non morire. Quando muori, muori e basta: e gli ufficiali d’anagrafe, al fine di non incorrere in un bel procedimento penale, si danno un gran daffare per trasmettere alle autorità centrali la tua esatta data di morte. La mortalità totale su base settimanale è un parametro inoppugnabile. Proviamo a guardare quella, e vediamo cosa ci raccontano questi sospettabili tedeschi. La banca dati di scelta è quella di Eurostat, liberamente consultabile e fonte diretta di tutte le grafiche a seguire. Le varie nazioni sono divise in gruppi aventi caratteristiche affini.

Mortalità settimanale, gruppo I. Grafica: Eurostat.

Partiamo dai soggetti che hanno prodotto le ondate iniziali più clamorose. Si tratta nell’ordine di Italia, Spagna, Francia, Regno Unito. In questi Paesi la prima ondata Covid si è materializzata a partire da fine febbraio / metà marzo 2020. C’è sempre un gran questionare circa il fatto che la pandemia in corso abbia avuto o meno un qualche reale effetto sulla mortalità: è vero che ogni inverno l’influenza causa tanti morti, ma comunque è ben visibile per questi Paesi un chiaro incremento di mortalità. Per cronaca, si tratta di una mortalità effettivamente superiore a quella che di norma si registra con l’arrivo dell’influenza stagionale – si veda il sunto sulla mortalità in eccesso dello stesso Eurostat, ed il documento equivalente di Istat. Gli olandesi hanno subito destino analogo ai primi quattro Paesi in classifica nel primo grafico, mentre i portoghesi la prima ondata non l’hanno nemmeno vista – perlomeno non in termini di incremento della mortalità totale.

Mortalità settimanale, gruppo II. Grafica: Eurostat.

E ora qualche nazione più piccola. Prima ondata inequivocabile anche in Belgio, Svezia e Svizzera: il repentino incremento nella mortalità settimanale totale la rende subito evidente, che ci sia o meno la volontà di testare i casi sospetti. Come sempre, i morti totali si vedono; e non si prestano ad alchimie contabili. Oscillazione al rialzo modesta per l’Irlanda. Per Finlandia e Norvegia nessun effetto: non si apprezza alcuna prima ondata, e se per questo nemmeno le successive. In questo caso è ragionevole supporre che la mortalità indotta da Covid, in qualche modo rilevata dalle autorità preposte, sia essenzialmente sostitutiva: si tratta di persone che sarebbero decedute in tutti i casi, con un’altra infezione, e che invece sono inciampate proprio in questa malattia. In alternativa, volendo credere alle statistiche ufficiali, possiamo ammettere che in questi Paesi i decessi Covid siano stati semplicemente rarissimi. Le ragioni di questa situazione saranno oggetto di molte discussioni nei prossimi anni.

Mortalità settimanale, gruppo III. Grafica: Eurostat.

Adesso passiamo agli imputati: Germania, Polonia, Romania. Per polacchi e romeni calma piatta per gran parte del 2020, e mortalità in rialzo solo dalla fine di settembre. I tedeschi hanno sperimentato un numero di decessi settimanali leggermente alto ad inizio 2020, ma si tratta di una oscillazione a malapena percepibile. Anche per loro l’appuntamento con gli effetti più drammatici della pandemia è rinviato all’autunno. In questi Paesi la prima ondata non c’è stata; se è stata in qualche modo rilevata testando persone positive e quindi decedute, si tratta probabilmente di un grossolano equivoco. Non corrisponde ad alcun significativo incremento della mortalità totale, e questo è un parametro inoppugnabile: vale la pena ribadire ancora una volta che i morti totali nessuno può farli sparire, né apparire, dalle statistiche pubbliche.

Mortalità settimanale, gruppo IV. Grafica: Eurostat.

Per chiudere, la mortalità rilevata in un ulteriore gruppo di Paesi meno popolosi. Lituania e Slovacchia non hanno sperimentato nessuna prima ondata. Austria e Repubblica Ceca hanno vissuto una situazione paragonabile a quella osservata in Germania: la mortalità totale ad inizio 2020 è solo lievemente superiore alla norma, ma non produce incrementi vistosi. La Bulgaria mostra un picco lievissimo di mortalità nelle prime settimane del 2020. Probabilmente ha poco da spartire con Covid. Nel complesso, anche per questi Paesi l’appuntamento con la pandemia è stato sostanzialmente rimandato all’autunno del 2020.

Tiriamo qualche conclusione. Il continente europeo è abbastanza chiaramente diviso: da una parte i Paesi disposti ad occidente, dall’altra quelli centro – orientali. La prima ondata della pandemia da Covid-19 è evidente per gli inglesi, gli italiani, gli spagnoli, i francesi e qualche realtà più piccola come Olanda, Belgio, Svezia. I tedeschi non hanno barato: fanno parte di un gruppo di Paesi che ha sperimentato andamenti diversi. L’area germanica, l’Europa orientale ed in buona misura i Balcani la prima ondata non l’hanno vista neanche da lontano: in questi Paesi non ha prodotto effetti degni di nota. Ovviamente sono inciampati nelle ondate successive. L’idea secondo cui solo alcuni Paesi europei avessero cercato di ritoccare le statistiche – idea a cui avevo creduto anch’io – è probabilmente priva di ogni fondamento. Semplicemente esistono delle differenze geografiche reali che dividono l’Europa. Le cause di questo fenomeno saranno oggetto di discussioni in futuro, ma almeno riconosciamo la natura del fenomeno per quel che è: decisamente non si tratta di “data doctoring”.

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