HMS Queen Elizabeth: il gregge è immune, vero?

In Lombardia dicono che stanno per raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”. Si tratterebbe del numero di persone immunizzate contro una malattia che è sufficiente a rendere marginale la trasmissione della malattia stessa; proteggendo anche i soggetti eventualmente non immunizzati. E così abbiamo gli “scrocconi” che se la spassano a sbafo scaricando sulle spalle degli “eroi” i rischi connessi alla eventuale e salvifica campagna vaccinale del caso – questo almeno stando alla retorica televisiva del momento. Per chi apprezza un bel misto di informazione e chiacchiere sul tema, consiglio Wikipedia. L’articolo in enciclopedia individua una possibile soglia di “immunità di gregge” per un assortimento di una decina di malattie. Una di esse è notoriamente affetta dalla capacità di divenire più contagiosa nei “vaccinati”; una seconda in lista invece è non vaccinabile in toto, causa potenziamento anticorpo dipendente, e la cosa è risaputa da anni. Lascio ai lettori il bel gioco di scovare i due casi problematici. Consiglio: usare Google Scholar, le informazioni ci sono già.

Noi aderenti alla vecchia scuola abbiamo il vizio di affidarci al metodo sperimentale: eseguo un esperimento e vedo quali siano i risultati. Sulla base di detti risultati, decido se un certo assunto teorico sia accettabile oppure no. Facciamo un bel gioco: prendiamo una grossa portaerei a propulsione convenzionale, e ci mettiamo sopra circa 1,600 tra marinai, ufficiali e personale civile ausiliario. Vacciniamo tutti quanti con due dosi di un dato vaccino, ed attendiamo che il vaccino sia pienamente efficace. Quindi mandiamo la nave a farsi un giro per il mondo. Infine attracchiamo nel porto di un’isola per qualche giorno, e lasciamo che alcuni membri dell’equipaggio scendano a terra per rifornire la nave. Risultato: ci troviamo a bordo un bel focolaio della malattia che intendevamo respingere con la campagna di vaccinazione, con più di 100 contagi accertati, in un lasso di tempo che potrebbe essere appena una settimana.

Questa divertente situazione non è immaginaria: è reale. La nave è la HMS Queen Elizabeth, l’isola è Cipro e la malattia è al solito Covid19. Copertura qui, qui e qui. Il personale a bordo non era solo vaccinato per bene: applicava anche rigidi protocolli tra distanziamento, mascherine ed altri DPI, sistemi di tracciamento, disinfezione e via dicendo. Mica come al bar a Milano, tutti a volto scoperto a ridere e scherzare: su una nave da guerra in missione in condizioni di allerta sanitaria è bene non fare i furbi, lo sappiamo tutti. La portaerei sarebbe rimasta a Cipro per rifornimenti tra il 30  giugno ed il 5 luglio. I primi casi a bordo sono stati rilevati il 4 luglio; gli articoli che forniscono copertura della notizia sono stati pubblicati grossomodo a partire dal 14 luglio. E’ ragionevole supporre che i 10 giorni di distanza siano uno spazio di tempo più ampio di quello in cui si è materialmente diffuso il contagio; la notizia è certamente giunta in ritardo ai giornalisti. Una settimana, più o meno, è un lasso di tempo ragionevole.

La marina britannica ha fatto parecchio per tenere a bada Covid: “… All personnel deployed have received both doses of the Covid vaccine, and there are a number of mitigation measures onboard, including masks, social distancing, and a track and trace system …” , riferiscono i francesi di France24. Il risultato di tutto questo sforzo comunque sarebbe la produzione di qualcosa come (100 / 1.600) x 100.000 x 2 = 12.500 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. All’incirca. Tanto per chiarire a tutti cosa significhi, in Italia a metà novembre 2020 siamo arrivati a produrre anche 40.900 nuovi casi al giorno. Più o meno (40.900 / 60.400.000) x 100.000 x 14 = 948 nuovi casi ogni 100,000 residenti ogni due settimane. Immaginando di proiettare su due settimane la peggior giornata di sempre. La prestazione fornita dalla portaerei britannica è certamente irraggiungibile, quale che sia l’artificio contabile che utilizziamo per cercare di sottostimarla. Per dirla con i dissidenti anglofoni, “… But what about 100% vaccination rate? [….] 1 in 16 (= higher case rate than any country!) turns out to be infected …. “. Una garanzia.

Ed ora eccoci di nuovo in Lombardia: prendiamo 10 milioni di residenti, ne vacciniamo il 70% e ci raccontiamo di avere raggiunto la “immunità di gregge” contro Covid19. Casomai qualcosa dovesse andare storto – se ad esempio accadesse quel che è capitato a bordo della HMS Queen Elizabeth – prepariamoci a produrre la bellezza di, che so, (12.500 / 100.000) x 7.000.000 = 875.000 nuovi casi totali ogni due settimane. Fantasioso, vero? Ma certo, sono solo filastrocche per la sera a tavola.  Speriamo. Nel frattempo in Germania, stando a Spiegel, la speranza di liberarsi della pandemia – o almeno della sua percezione – pare affievolirsi. Il concetto di “immunità di gregge” potrebbe anche essere una chimera in sé, stando ad uno dei creatori di Astra Zeneca – riferisce El Pais. Possiamo raccontarci la storia di Covid19 in mille modi; ma non scordiamoci quella portaerei britannica attraccata a Cipro.

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Mortalità Covid in Europa: la frode che non c’era

Sapete cosa si intende nel mondo anglosassone con le espressioni ”doctored” o “data doctoring”? Si tratta di locuzioni per certi versi dispregiative, che originano dal verbo “to doctor”. Stando ai dizionari on line che ho consultato, questi si potrebbe definire come “the action of changing the content or appearance of a document or picture in order to deceive” o ancora come “to change something in order to trick somebody”. Concettualmente, è l’operazione con cui andiamo a distorcere alcuni dati ed informazioni al fine di fornire una immagine ingannevole di una notizia o di un fenomeno. Così noi italiani potremmo tradurre di getto “data doctoring” come la falsificazione o contraffazione dei dati; non è del tutto corretto, visto che in genere non si parla di informazioni integralmente fasulle. Si tratta essenzialmente di interpretazioni ingannevoli spinte tramite una lettura faziosa di dati che in sé stessi sono sostanzialmente corretti. Falsificare un dato è una cosa, forzare una lettura fuorviante dello stesso è un’altra cosa. La secondo pratica è enormemente più efficace, e ben più difficile da smascherare.

Volete un esempio chiacchierato e famoso? Avete presente le statistiche circa gli effetti della pandemia da Covid-19? Nella prima metà del 2020 a tenere banco era stato il caso della Germania: con gli aeroporti aperti, avevano spedito in gran copia in Italia le persone infette provenienti dall’oriente che poi causarono l’avvio della prima, disastrosa ondata nostrana – o almeno questo ci siamo raccontati noi italiani. I morti di marzo ed aprile 2020 però li abbiamo visti in Italia, Francia, Spagna: non in Germania. Questa faccenda ha causato polemiche virulente, al punto di spingere molti commentatori ad accusare le autorità sanitarie tedesche di avere distorto i dati. Se i disastri lombardi prendono le mosse dagli aeroporti tedeschi, come farebbero i tedeschi a non infettarsi e a non morire? La spiegazione che andava di moda l’anno scorso faceva leva sulle definizioni formali: in Germania le persone decedute venivano dichiarate vittima di Covid solo se quella era l’unica o la prevalente causa identificabile di morte – così ci si raccontava al bar ed in TV. Et voilà: spariti cumuli di morti dalle statistiche, semplicemente adottando una definizione più restrittiva per decidere chi sia morto a causa della recente pandemia e chi invece no.

Ma questa storiella che riguarda il numero apparentemente troppo basso di vittime di Covid-19 registrato in Germania è davvero un grottesco esempio di “data doctoring”? I tedeschi hanno davvero taroccato i numeri? Come facciamo a dirlo? Facciamo un bel gioco: anziché affidarci ad un parametro che è possibile alterare con facilità, ci affidiamo ad un parametro che non si può proprio alterare. I morti di Covid possiamo farli scomparire dalle statistiche, semplicemente non eseguendo i test del caso – come capitava spesso proprio qui in Italia – oppure adottando definizioni restrittive – come sarebbe accaduto in Germania secondo qualcuno. Possiamo anche farli apparire come per magia, per esempio utilizzando test che producono tanti falsi positivi. Ma i morti sono morti: non puoi decidere di non morire. Quando muori, muori e basta: e gli ufficiali d’anagrafe, al fine di non incorrere in un bel procedimento penale, si danno un gran daffare per trasmettere alle autorità centrali la tua esatta data di morte. La mortalità totale su base settimanale è un parametro inoppugnabile. Proviamo a guardare quella, e vediamo cosa ci raccontano questi sospettabili tedeschi. La banca dati di scelta è quella di Eurostat, liberamente consultabile e fonte diretta di tutte le grafiche a seguire. Le varie nazioni sono divise in gruppi aventi caratteristiche affini.

Mortalità settimanale, gruppo I. Grafica: Eurostat.

Partiamo dai soggetti che hanno prodotto le ondate iniziali più clamorose. Si tratta nell’ordine di Italia, Spagna, Francia, Regno Unito. In questi Paesi la prima ondata Covid si è materializzata a partire da fine febbraio / metà marzo 2020. C’è sempre un gran questionare circa il fatto che la pandemia in corso abbia avuto o meno un qualche reale effetto sulla mortalità: è vero che ogni inverno l’influenza causa tanti morti, ma comunque è ben visibile per questi Paesi un chiaro incremento di mortalità. Per cronaca, si tratta di una mortalità effettivamente superiore a quella che di norma si registra con l’arrivo dell’influenza stagionale – si veda il sunto sulla mortalità in eccesso dello stesso Eurostat, ed il documento equivalente di Istat. Gli olandesi hanno subito destino analogo ai primi quattro Paesi in classifica nel primo grafico, mentre i portoghesi la prima ondata non l’hanno nemmeno vista – perlomeno non in termini di incremento della mortalità totale.

Mortalità settimanale, gruppo II. Grafica: Eurostat.

E ora qualche nazione più piccola. Prima ondata inequivocabile anche in Belgio, Svezia e Svizzera: il repentino incremento nella mortalità settimanale totale la rende subito evidente, che ci sia o meno la volontà di testare i casi sospetti. Come sempre, i morti totali si vedono; e non si prestano ad alchimie contabili. Oscillazione al rialzo modesta per l’Irlanda. Per Finlandia e Norvegia nessun effetto: non si apprezza alcuna prima ondata, e se per questo nemmeno le successive. In questo caso è ragionevole supporre che la mortalità indotta da Covid, in qualche modo rilevata dalle autorità preposte, sia essenzialmente sostitutiva: si tratta di persone che sarebbero decedute in tutti i casi, con un’altra infezione, e che invece sono inciampate proprio in questa malattia. In alternativa, volendo credere alle statistiche ufficiali, possiamo ammettere che in questi Paesi i decessi Covid siano stati semplicemente rarissimi. Le ragioni di questa situazione saranno oggetto di molte discussioni nei prossimi anni.

Mortalità settimanale, gruppo III. Grafica: Eurostat.

Adesso passiamo agli imputati: Germania, Polonia, Romania. Per polacchi e romeni calma piatta per gran parte del 2020, e mortalità in rialzo solo dalla fine di settembre. I tedeschi hanno sperimentato un numero di decessi settimanali leggermente alto ad inizio 2020, ma si tratta di una oscillazione a malapena percepibile. Anche per loro l’appuntamento con gli effetti più drammatici della pandemia è rinviato all’autunno. In questi Paesi la prima ondata non c’è stata; se è stata in qualche modo rilevata testando persone positive e quindi decedute, si tratta probabilmente di un grossolano equivoco. Non corrisponde ad alcun significativo incremento della mortalità totale, e questo è un parametro inoppugnabile: vale la pena ribadire ancora una volta che i morti totali nessuno può farli sparire, né apparire, dalle statistiche pubbliche.

Mortalità settimanale, gruppo IV. Grafica: Eurostat.

Per chiudere, la mortalità rilevata in un ulteriore gruppo di Paesi meno popolosi. Lituania e Slovacchia non hanno sperimentato nessuna prima ondata. Austria e Repubblica Ceca hanno vissuto una situazione paragonabile a quella osservata in Germania: la mortalità totale ad inizio 2020 è solo lievemente superiore alla norma, ma non produce incrementi vistosi. La Bulgaria mostra un picco lievissimo di mortalità nelle prime settimane del 2020. Probabilmente ha poco da spartire con Covid. Nel complesso, anche per questi Paesi l’appuntamento con la pandemia è stato sostanzialmente rimandato all’autunno del 2020.

Tiriamo qualche conclusione. Il continente europeo è abbastanza chiaramente diviso: da una parte i Paesi disposti ad occidente, dall’altra quelli centro – orientali. La prima ondata della pandemia da Covid-19 è evidente per gli inglesi, gli italiani, gli spagnoli, i francesi e qualche realtà più piccola come Olanda, Belgio, Svezia. I tedeschi non hanno barato: fanno parte di un gruppo di Paesi che ha sperimentato andamenti diversi. L’area germanica, l’Europa orientale ed in buona misura i Balcani la prima ondata non l’hanno vista neanche da lontano: in questi Paesi non ha prodotto effetti degni di nota. Ovviamente sono inciampati nelle ondate successive. L’idea secondo cui solo alcuni Paesi europei avessero cercato di ritoccare le statistiche – idea a cui avevo creduto anch’io – è probabilmente priva di ogni fondamento. Semplicemente esistono delle differenze geografiche reali che dividono l’Europa. Le cause di questo fenomeno saranno oggetto di discussioni in futuro, ma almeno riconosciamo la natura del fenomeno per quel che è: decisamente non si tratta di “data doctoring”.

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Inflazione, cibo & rivolte

Diamo un’occhiata ad un tema che non sembrava essere poi di gran moda fino a sei mesi fa: la cara buona vecchia inflazione. Come dire: tante persone cercano di spendere banconote per comprare qualcosa, ed i prezzi di quel qualcosa prendono a salire. Sembra facile, ma è una cosetta complicata: non basta stampare quattrini e metterli in giro per fare inflazione. Bisogna anche che vengano spesi – e non accantonati. Se concedo mutui agevolati a speculatori che comprano appartamenti di lusso a Londra, l’immobiliare londinese in effetti vede crescere i prezzi; ma il pane non cambia affatto di prezzo. Se invece comincio a far girare sussidi ed incentivi nelle mani di tutti, la musica è diversa assai: chi non ha niente corre a spendere, e ci vuol poco a capire su quali beni e con quali effetti.

Indici dei prezzi per energetici, metalli, agroalimentare. Fonte: IndexMundi.

E così ecco un po di serie storica via IndexMundi / FMI sugli indici dei prezzi di energetici, metalli, e cibo. Si tratta di medie pesate che considerano l’incidenza reale di ogni singola commodity sul relativo paniere di beni. Se ricordo bene i valori 2005 sono assunti come valore 100% – ma qualsiasi annata può fare da riferimento. In pratica la grafica risultante è un sunto di vent’anni di storia del mondo contemporaneo, almeno in senso economico. Ci possiamo riconoscere una moltitudine di eventi: la crescita dei prezzi al passaggio di millennio, l’estate rovente del 2008, il tonfo successivo. In particolare il mercato dell’energia, dominato dal petrolio, ha rappresentato forse la preoccupazione più grande almeno fino al 2014: da lì in poi, la situazione è cambiata parecchio. Perfino la crescita recente delle quotazioni non ha restituito agli energetici il ruolo di principale fonte di problemi nel campo dell’inflazione: adesso a tenere banco sono metalli e cibo.

E se i prezzi salgono, e stanno salendo davvero da almeno un anno, allora è lecito domandarsi quali saranno le conseguenze. Nel mondo dei ricchi sono cose come l’allargamento della pletora dei poveri, magari sporadiche proteste e qualche mutamento politico. Nel mondo dei poveri, quelli che si sognano 3 o 5 dollari al giorno per vivere, avremo invece fame, sommosse, colpi di stato, guerre civili ed altre simili piacevolezze. La relazione tra prezzo del cibo – il carovita, come dicevamo noi italiani qualche anno fa – ed instabilità sociale è intuibile per chiunque, ma si può anche quantificare in modo leggermente più preciso. Per avere qualche idea sul tema, vi propongo il lavoro vecchiotto intitolato “The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middle East“, disponibile via Cornell University. Uno studio di 10 anni fa, che comunque fotografa abbastanza bene la natura del problema.

Indice dei prezzi degli alimentari, instabilità sociale. Grafica: Lagi, Bertrand & Bar-Yam.

La seconda immagine è presa a prestito dall’articolo originale – ed è una immagine che ha goduto di una qualche notorietà alcuni anni or sono. E’ costruita mettendo assieme il parametro Food Price Index edito dalla FAO e le varie proteste e sommosse registrate in Nord Africa e Medio Oriente prima del 2012 – con tanto di conta delle vittime accertate. Quel che c’è da vedere è abbastanza prevedibile: fai crescere il prezzo del cibo, e in breve tempo otterrai un’ondata di rabbia popolare. Che è poi possibile cavalcare per fini politici eventualmente assai deplorevoli: conosciamo tutti il significato delle “primavere arabe”, e la scia di distruzione che ne è seguita. Il Food Price Index proposto nella seconda immagine è un indice di quotazioni “di giornata”: non è corretto per l’inflazione. Adottando la seconda soluzione, semplicemente i valori di apice dei prezzi del 2008 e del 2011 finirebbero con l’essere equivalenti. Il ché non cambia di molto la visione della situazione dell’epoca.

E ora il presente: negli ultimi mesi abbiamo avuto una feroce impennata dei prezzi. A livello globale, il risveglio si è visto prima di tutto negli energetici: i vari lockdown avevano depresso la domanda di carburanti; appena le riaperture si sono fatte sentire, i prezzi sono tornati in alto. Però ci sono altri problemi in gioco: abbiamo un rapido incremento di costi anche per metalli ed alimentari. Catene logistiche in difficoltà, fabbriche a passo ridotto, scorte insufficienti oppure momentaneamente bloccate. Faremo a meno di qualche lastra di alluminio, ma mangiare dobbiamo mangiare: e per quel che concerne il cibo, secondo FMI siamo ormai ai prezzi roventi del 2011. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire, prima di tutto nelle contrade più povere del pianeta. Vedremo poi fin quando i banchieri centrali vorranno continuare a spingere l’inflazione con politiche monetarie così accomodanti; passata la prima ondata di rivolte, un problema dei più poveri, ben altre potrebbero essere le vittime di questo nuovo disordine monetario ed economico.

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L’opera più grande

Secondo voi quale potrebbe essere la costruzione più grande – o forse è meglio dire più grossa – realizzata dal genere umano? Per costruzione intendo la traccia visibile: quel qualcosa che farà parlare di noi anche tra mille anni, e che lasciamo in eredità agli abitatori del futuro. Piramidi? Belle e grandi, ma molto rare. Forse il loro moderno sostituto, le megalopoli affollate di grattacieli? Sono oggetti enormi, più o meno durevoli. Forse qualcosa di più esteso, come la Grande Muraglia? O magari le reti di infrastrutture: le strade dell’Impero di Roma fanno parlare di sé dopo quindici o venti secoli; le nostre reti autostradali dureranno probabilmente un po meno, ma lasceranno comunque un segno tangibile in alcuni territori.

Per pensare alle dimensioni di quel che facciamo, dovremmo pensare anche ai materiali che usiamo: più imponente l’opera, più vasta la quantità di materiali impiegati. Le grandi miniere a cielo aperto, immense voragini profonde anche più di un chilometro, resisteranno probabilmente nei millenni a ricordo della nostra voracità: provate ad immaginare quanto tempo e quanto sedimento dovrà impiegare madre natura per colmare la miniera di Bingham Canyon, nello Utah. Chissà se se sarà realmente possibile: può darsi che simili strutture rimangano riconoscibili per tempi enormi. Ma c’è dell’altro; se c’è un materiale che impieghiamo sempre, ogniqualvolta facciamo qualcosa, quello è una entità impalpabile che permea ogni aspetto della nostra esistenza: è l’energia. Muove ogni cosa, e la differenza tra noi umani contemporanei ed i nostri antenati risiede proprio nella capacità che abbiamo di mettere al nostro servizio enormi energie. Possiamo percepire visivamente l’evoluzione storica delle nostre capacità industriali osservando l’andamento della domanda di energia primaria, ad esempio tramite la grafica reperibile via Our World In Data.

Domanda globale di energia primaria. Grafica: Our World in Data.

Per apprezzare il parametro “primary energy consumption” , consumo di energia primaria, possiamo anche rivolgerci ai dati dell’atlante statistico di BP. E’ l’energia generata alla fonte ogniqualvolta azioniamo un bruciatore o un motore; comprende le perdite così come il lavoro meccanico generato, o il calore utile recapitato all’utilizzatore. Nel 2019, a livello globale secondo BP parliamo di 583,9 exajoule. Con unità di misura meno esotiche, si tratterebbe di 5,839 x 10^20 J; o 13,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Il gigantismo della nostra presenza sul pianeta è riassunto in questa cifra, è questo ciò che ci rende diversi dagli umani del passato. Ma questa cosa, il nostro smodato consumo di energia e materiali, è effettivamente in senso dimensionale la cosa più grande che stiamo facendo? Fateci caso: la domanda di energia primaria comprende anche le perdite, il calore residuo generato da una centrale termoelettrica ad esempio. Siamo sicuri che le nostre stime comprendano effettivamente tutte le perdite e tutti gli effetti collaterali del nostro agire? Non mancherà per caso qualcosa di importante?

Variazione del contenuto di calore delle acque oceaniche. Grafica: NOAA.

Il calore che disperdiamo sotto forma di perdite – connesse alla termodinamica – lo conosciamo tutti; ma forse stiamo facendo anche altro. Stiamo scaldando il pianeta, e lo facciamo soprattutto alterando la composizione dell’atmosfera con l’effetto serra. O almeno questa è una possibilità: è difficile definire il limite tra surriscaldamento causato dai nostri gas serra e andamenti naturali preesistenti. Prendiamo una singola componente del problema: il contenuto di calore delle acque oceaniche relativo ai primi 700 metri di colonna d’acqua. L’americana NOAA fornisce sia grafici che dati grezzi. Volendo considerare solo l’intervallo 1990 – 2020, che esprime un andamento grossolanamente lineare, abbiamo incrementi di contenuto termico degli oceani per circa 17 x 10^22 J. Esprimendo il tutto in termini di variazione annuale, avremmo mediamente visto apporti di nuova energia termica pari a circa 5,7 x 10^21 [J / anno]. 5.700 exajoule ogni anno, volendo usare l’inconsueta unità di misura dell’atlante BP.

Riassunto: gli oceani si scaldano, e si scaldano soprattutto vicino alla superficie e particolarmente negli ultimi tre decenni. Non abbiamo certezza della proporzione esistente tra surriscaldamento indotto dalle attività umane e andamenti naturali sottesi: insospettisce moltissimo il fatto che nei due decenni precedenti le temperature delle acque oceaniche fossero relativamente più stabili. Volendo imputare tutto il guadagno di temperatura alla sola attività antropica, ebbene staremmo inducendo nuove immissioni di energia termica negli oceani pari a circa 5700 / 583,9 = 9,76 volte la nostra intera domanda di energia primaria, ogni anno da almeno tre decenni. E ovviamente il calore che appare nei primi 700 metri di colonna d’acqua non è la sola trasformazione in gioco. Per tornare alla domanda iniziale: qual’è la più grande – o la più grossa – costruzione umana in corso di realizzazione nella nostra epoca? Forse – e dico forse – ora lo sappiamo: stiamo realizzando la più grande bacinella di acqua tiepida di tutto il Sistema Solare. Ai posteri l’ardua sentenza.

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Covid & scuola

Le più orride centrali del contagio da covid-19 secondo buona parte dei media italiani: la scuola, le abitazioni, i treni regionali e gli autobus. Tutto il resto – centri commerciali, autostrade, stazioni di servizio, ristorazione, aerei, treni veloci, località di villeggiatura, fabbriche, uffici, sale gioco – parrebbe vittima incolpevole di questi incoscienti studenti che passano il tempo ad ammucchiarsi uno sopra l’altro in corriera, nella cameretta con gli amici e in aule che solo oggi scopriamo essere dei vergognosi pollai. Una litania che conosciamo bene. Ma oltre la litania cosa raccontano i dati? Soprattutto, esistono i dati? Per incolpare una qualsiasi categoria sociale di essere un veicolo preferenziale di contagio, occorre testare la suddetta categoria e confrontare i risultati con quelli ottenuti per un campione generale di popolazione. Se gli studenti sono gli untori, dovranno essere più facilmente contagiabili rispetto alla media.

Ma i dati quindi esistono? Sono in bella vista? O bisogna scavare per trovarli? A livello nazionale abbiamo a disposizione i formati riassuntivi messi assieme dal Ministero della Salute. Utili, ma limitati ad alcune grandi suddivisioni: forniscono i contagi per provincia, ma i morti sono indicati solo a livello regionale. Una bizzarria che impedisce, tra le altre cose, di costruire mappe di mortalità efficaci. Ovviamente non si fa menzione di categorie sociali: non abbiamo dati categorizzati per gruppi come lavoratori / pensionati o cose simili. Nessun problema: basta scavare per trovare. La Regione Emilia Romagna ha avuto l’ardire di lanciare una campagna di screening per testare in modo specifico la popolazione scolastica – studenti e docenti – assieme ai familiari conviventi degli stessi studenti interessati. Realizzando quindi un sottoinsieme di test somministrati nelle farmacie su base volontaria ad un gran numero di persone, per gran parte accomunate dal rapporto più o meno stretto con le istituzioni scolastiche ed universitarie. I dati sono pubblicati sul sito della Regione.

Dati su test e tasso di positività da coronavirus in Emilia RomagnaTest covid, tassi di positività in Emilia Romagna. Fonti: RER, Min. Salute.

E così confrontiamo in immagine il numero di test ed i tassi di positività ottenuti dai dati del Ministero per l’intera popolazione dell’Emilia Romagna, con test e tassi di positività che caratterizzano il sottoinsieme scolastico – inteso come comunità di studenti, familiari conviventi e docenti. Il dato regionale è distorto dalla presenza di una percentuale di test su base volontaria che non hanno relazione con l’universo scolastico, ma questo cambia di poco la situazione – anzi, genera il sospetto che le differenze reali siano perfino più grandi di quanto evidenziato nel grafico. Il confronto, svolto in immagine per un intervallo che comprende le ultime due settimane del 2020 e le prime nove settimane del 2021, è quantomeno imbarazzante. Tolta la parte iniziale della serie dati, nella quale il Ministero non recepiva ancora tutti i test eseguiti, abbiamo in pratica due curve pressoché parallele: la comunità prevalentemente scolastica e il campione globale. Sconvolgente scoperta: la scuola ha fatto un’ottima figura; il tasso di positività che la caratterizza è sempre di un 2,5 – 3 % più basso rispetto a quello rilevato globalmente sull’intera popolazione regionale.

Per memoria storica: abbiamo ricominciato a chiudere le scuole dai primi giorni di marzo; almeno in forma generalizzata. Lo spazio di tempo compreso tra la terza e l’ottava settimana del 2021 costituisce quindi un buon campo di confronto: studenti in aula e sui mezzi di trasporto, pienamente esposti al contagio; dati del Ministero onnicomprensivi, confrontabili con quelli della Regione. Da quel che possiamo vedere, il sistema scolastico ha fatto una figura almeno decorosa. La campagna di screening regionale centrata prevalentemente sul mondo della scuola rivela subito una tasso di positività decisamente basso rispetto al dato globale pubblicato dal Ministero. E’ possibile obiettare che la gogna mediatica a cui sono stati esposti studenti ed insegnanti abbia indotto molte più persone a farsi controllare, introducendo nella statistica molti più esiti negativi rispetto alle altre categorie sociali. Ma comunque non è proprio possibile raccontare che la scuola rappresenti una minaccia epidemiologica: questa è una posizione che non sta in piedi. Conclusione: la scuola non è la fabbrica dei contagi, gli studenti non sono untori ed i docenti non sono scellerati sciamani votati al suicidio collettivo. Buona pasqua a tutti.

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Coronavirus: tendenze a marzo 2021

Tempo di anniversari per la pandemia che ci accompagna da ormai un annetto. Non è cambiato granché in un anno: i mercati all’aperto chiudono, e nel mentre i supermercati continuano a produrre assembramenti al chiuso come nulla fosse. Le amministrazioni locali vietano di mangiare all’aperto, ma nessuno si preoccupa delle feste clandestine attuate nei retrobottega più disparati. Le autostrade restano il bizzarro porto franco che conosciamo, laddove le stazioni ferroviarie sembrano un ritrovo per militari in cerca di untori di manzoniana memoria. I pestilenziali diesel leggeri continuano – a milioni – ad appestare le nostre città e a danneggiare i nostri sfortunati polmoni, dando man forte ad una malattia respiratoria che probabilmente si comporta come qualsiasi altra malattia respiratoria. Nel mentre i residui brandelli del sistema di trasporto più sgangherato d’Europa esalano l’ultimo respiro. In Italia la situazione può essere anche grave, ma di sicuro non è mai seria.

Covid-19: attualmente positivi, ospedalizzati, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

Bando alle trite chiacchiere. Come procede l’epidemia? Benissimo, per nostra disgrazia. Abbiamo avuto una esplosione del numero di contagi in autunno, culminata grossomodo a metà di novembre 2020: al picco, 800.000 persone contemporaneamente positive in tutto il Paese. Da quel momento in avanti i numeri si sono ridimensionati, fino a meno di 400.000 attualmente positivi registrati alla metà di febbraio 2021. Ovviamente quello sui positivi ai test è un dato infido: se non fai i test, non li vedi; se ne fai troppi, contabilizzi anche parecchi falsi positivi. Una vera rogna. Per questo la prima immagine – aggiornamento di quella di fine novembre – espone anche ospedalizzati e rapporto tra attualmente positivi ed ospedalizzati totali: una persona che sviluppi sintomi gravi al punto da richiedere il ricovero è un dato oggettivo che non si può nascondere. Si badi bene al rapporto, discretamente stabile da almeno 8 mesi: è questo dato a garantire che le statistiche di cui disponiamo sono accettabili. Evidente la risalita recente dei positivi.

Covid-19: ospedalizzati, deceduti, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

E quindi i parametri forse più importanti: i decessi giornalieri e i pazienti ospedalizzati, ed il rapporto tra i due. Sono parametri importanti perché non è facile alterarli: un morto è un morto, ed i sintomi più gravi non si possono simulare, né nascondere. Le giravolte dell’inizio del 2020 sono ben note, come è nota a tutti la fase di relativa calma osservata in estate; il rapporto tra decessi giornalieri ed ospedalizzati aveva raggiunto il suo minimo a settembre. Poi la tristemente nota “seconda ondata”, che facilmente identifichiamo come un incremento nei contagi: ma che si caratterizza soprattutto per la letalità, divenuta estremamente elevata. A dicembre 2020, per ogni 1000 pazienti ospedalizzati siamo arrivati a registrare quasi 20 decessi al giorno. Ammalarsi è un conto, aggravarsi fino a morire è tutt’altra cosa.

La letalità della pandemia ha preso a scivolare verso il basso negli ultimi due mesi: ad oggi, abbiamo un sostanziale appiattimento. Avere meno morti in rapporto alle persone ricoverate, ed avere meno contagi e meno ricoveri, significa veder scendere di molto la conta delle vittime. L’incognita del momento è ancora una volta vedere dove andranno i rapporti del secondo grafico: possiamo forse aspettarci una risalita della letalità della malattia, ma fino a che punto? Gli estremi di marzo 2020 non li abbiamo più raggiunti, nemmeno a dicembre. Ora ci stiamo muovendo verso la bella stagione: una malattia affetta da una stagionalità così evidente fin quando potrà furoreggiare davanti ai primi tepori primaverili? L’enorme numero di persone contagiate e guarite dovrebbe anch’esso giocare un ruolo nell’ostacolare almeno i nuovi contagi. Le prossime settimane potrebbero – o forse dovrebbero – essere decisive.

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Coronavirus: mortalità ancora in aumento

Coronavirus: i casi di contagio registrati nelle ultime settimane sono parecchi, talora anche più di 30.000 al giorno. Tanti i morti: forse non come durante la prima ondata, ma comunque cifre considerevoli. Come sono cambiate quindi le cose? La situazione oggi è effettivamente diversa rispetto alla primavera? Ci sono i dati forniti dal Ministero della Salute, e possono servire per farsi un’idea al riguardo. Ad oggi, fine novembre 2020, pare che in Italia stiamo superando il culmine della cosiddetta “seconda ondata”.

Coronavirus: attualmente positivi, ospedalizzati totali, rapporto, andamentoCovid-19: attualmente positivi, ospedalizzati, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

Dopo l’ondata di casi della primavera, l’infezione da Covid-19 ha perso momentaneamente slancio. L’estate è passata senza troppi problemi, tra feste in discoteca e vacanze sulle spiagge. In autunno, come si conviene a qualsiasi sindrome influenzale o da raffreddamento, la pandemia è riesplosa. Meglio prestare attenzione al significato dei dati disponibili: il picco di positivi che viviamo adesso non è realmente così grande rispetto ai valori della primavera. A cambiare è stata la nostra capacità di individuarli: facciamo più test, tracciamo meglio i potenziali contatti delle persone infette. Inevitabilmente finiamo con lo scovare un maggior numero di casi.

Prestiamo attenzione anche ai rapporti. La frazione di persone ricoverate in ospedale rispetto al totale di casi rilevati era ovviamente elevatissima a primavera: anche un 70%, le punte vistose a sinistra nella prima immagine. Ovviamente si tratta di un inganno generato dalla scarsa capacità iniziale di testare i positivi. A partire da luglio il rapporto in questione cade attorno ad un modesto 5 – 6 %. E lì rimane stabilmente fino ad ora, a fine novembre. Questo è un dato davvero importante: la recente esplosione nel numero di casi, anche 800.000 positivi presenti in una singola giornata, non ha alterato il rapporto con gli ospedalizzati. Un segnale intrigante: buona o cattiva che sia, la nostra capacità di individuare le persone contagiate si è mantenuta probabilmente stabile da luglio in poi; il ché lascia supporre che le serie dati disponibili siano abbastanza coerenti.

Rapporto tra mortalità giornaliera e pazienti in ospedale per coronavirusOspedalizzati, deceduti, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

E ora le note dolenti: la malattia non sta scomparendo, e non sta diventando più lieve. Se proviamo a considerare il rapporto tra le persone ricoverate in ospedale per covid-19 e le persone decedute giornalmente, non possiamo fare a meno di notare alcuni andamenti piuttosto ovvi. A febbraio e marzo la situazione era disastrosa: per ogni 1000 pazienti presenti in ospedale, si potevano registrare anche più di 25 decessi ogni giorno. Attenzione: gli ospedalizzati, diversamente dai positivi ai tamponi, non mentono. E’ possibile che una persona infetta e priva di sintomi passi inosservata, e non possiamo sapere quanti siano gli asintomatici totali. Una persona affetta da sintomi rilevanti invece non può nascondersi: il numero di pazienti ricoverati è inevitabilmente più attendibile del numero di positivi rilevati

Osservando ancora la seconda immagine, possiamo notare la progressiva caduta del rapporto decessi / ospedalizzati verificatasi con l’estate. Abbiamo continuato ad ammalarci, ma la gravità dei casi curati nei nosocomi italiani è diminuita: per ogni migliaio di persone in ospedale a causa del contagio siamo arrivati a registrare un minimo di 5 decessi al giorno attorno alla metà di settembre. Vi ricordate tutti quei proclami secondo i quali il virus si doveva ritenere “clinicamente morto”? Questi discorsi erano frequenti durante l’estate, e in effetti si basavano su dati reali: la malattia era meno aggressiva. Man mano che ci incamminiamo nel pieno dell’inverno, la situazione cambia: il rapporto tra decessi ed ospedalizzati cresce velocemente. Ormai siamo arrivati poco lontano dagli eccessi della primavera; e ora non si tratta certo di un problema di saturazione degli ospedali, che per ora non c’è stata. La malattia da coronavirus, come già ricordato, fa semplicemente quello che farebbe un’influenza qualsiasi: diventa aggressiva e pericolosa nella stagione fredda. La speranza che il problema si risolva per magia rischia di rimanere delusa. L’estate è ancora lontana.

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Foglie sane quest’anno, davvero strano

E così ad agosto ci rilassiamo, possibilmente all’ombra viste le temperature. Il caldo vero è arrivato in ritardo, ma alla fine è arrivato. A luglio si è fatto sentire. Andiamo all’ombra di qualche pianta, se non siamo nascosti in casa. Chiome come questa qui sotto: un bel verde intenso, un piacere quando c’è afa.

Chioma di albero, foglie in salute

Un ippocastano, con le sue foglie e i suoi rami. La notizia dov’è? I nostri campi sono ovviamente pieni di alberi. Eppure una notizia c’è, ed è abbastanza sconcertante: l’immagine è stata ripresa agli inizi del mese di agosto, e non è questo l’aspetto tipico di queste piante in piena estate. Le foglie di ippocastani ed in subordine tigli, negli ultimi vent’anni, hanno subito sempre lo stesso destino: prendevano a seccare dal bordo, e pian piano morivano completamente. Ci dovevamo godere lo spettacolo di alberi praticamente secchi già a luglio; nessuno di noi ricordava più l’aspetto di un ippocastano in salute da decenni.

Quest’anno abbiamo una notizia sorprendente: queste piante non si sono ammalate. Qualche macchia dovuta ad un parassita specifico, qualche muffa qua e la. Ma le chiome sono nel complesso abbastanza in ordine. Piuttosto belle a vedersi; se mi avessero raccontato una cosa simile sei mesi fa, non ci avrei creduto. Diamo per scontato che le foglie di questi alberi vengano distrutte ogni anno, ormai da molto tempo. Potete leggervi la descrizione del fenomeno fornita dall’Ordine degli Agronomi modenese: “… Si tratta di una problematica molto complessa, di natura prettamente fisiologica, legata alle sempre più pressanti condizioni di stress idrico, determinate in prevalenza dalla maggiore compattezza ed impermeabilità dei suoli ed alla presenza sempre più elevata. di elementi inquinanti in ambiente, soprattutto rappresentati dai gas di scarico generati da ogni tipo di combustione (autoveicoli, industrie, riscaldamento, ecc.)…”.

Posso confermare le osservazioni dell’estensore dell’articolo. L’ultima volta che mi è capitato di vedere un ippocastano in salute in estate non ero ancora maggiorenne. E’ passato più di un quarto di secolo, e comunque il problema aveva cominciato a manifestarsi già da qualche anno. I bei viali di ippocastani che adornavano alcune delle nostre periferie si sono trasformati in orride schiere di carcasse coperte di foglie secche; le sfortunate piante ancora in piedi, tentavano di rimettere qualche foglia verde in autunno. Di annate più fredde o più calde ne abbiamo avute tante, e lo stesso dicasi per la pioggia estiva, talora assente e talora copiosa – parametri importanti, ma in questo caso non sembrano decisivi. Il problema colpisce in realtà un po ovunque in Emilia, sia esemplari isolati nelle campagne sia alberature cittadine assediate dall’asfalto. Ma quest’anno qualcosa di diverso ci deve essere stato, altrimenti come spiegare un mutamento così clamoroso? Ancora una volta, lascio indovinare a chi legge di cosa si tratti.

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Aria pulita, finché stiamo fermi

Vi siete chiesti cosa sta succedendo all’atmosfera delle nostre città in queste settimane di immobilità obbligata? Siamo abituati a convivere con livelli di inquinamento sorprendenti, e in questi giorni l’aria è decisamente più pulita del solito. Non solo qui, in Italia: anche in realtà lontane quali gli USA. Alla NASA se ne sono accorti immediatamente, e offrono ai curiosi un confronto impietoso tra le concentrazioni di diossido di azoto rilevate a marzo 2020 e le concentrazioni medie rilevate nello stesso mese nelle annate precedenti.

2015 2019 NO2 marzo concentrazione USAConcentrazioni di NO2 a marzo, anni 2015 – 2019. Grafica: NASA.

La sostanza del caso appartiene alla classe degli ossidi di azoto, NOX in sigla; non fanno bene alla salute. Il nostro NO2 in particolare ha la cattiva nomea di peggiorare i problemi respiratori e di rendere i nostri polmoni più vulnerabili ad eventuali infezioni. Una storia ben nota. Fate bene caso alla distribuzione geografica dell’inquinante: è generalmente presente nelle grandi aree urbane, e questo è vero negli USA come ovunque nel mondo. Il territorio rurale ne è quasi totalmente privo.

2020 NO2 marzo concentrazione USA lockdown coronavirusConcentrazioni di NO2 a marzo, anno 2020. Grafica: NASA.

E ora facciamo un bel gioco: blocchiamo in casa tutti i cittadini per un mesetto o due e vediamo cosa succede. Stando ai dati forniti dalla NASA, succede che l’inquinamento atmosferico crolla fin quasi a livelli pre industriali. Potete confrontare le immagini, riferite alle medie usuali di concentrazione dell’inquinante nel mese di marzo per il periodo 2015 – 2019 la prima e per marzo 2020 la seconda. Un cambiamento drammatico e difficile da nascondere – e dire che parte delle attività a marzo era ancora in essere, il lockdown a New York è arrivato attorno alla metà del mese. Le due settimane circa di blocco reale delle attività sono bastate a stravolgere la mappa mensile media dell’inquinamento. Ora possiamo porci un semplice interrogativo: chi è che inquina? Da dove vengono le emissioni pestilenziali che avvelenano l’aria delle nostre città?

Stufe a pellet o caminetti a legna, o magari falò di sterpaglie nei campi: in Italia si dice che siano questi i colpevoli, e schiere di solerti amministratori locali firmano ordinanze intese a punire gli odiosi inquinatori campestri. Strano: anche in condizioni normali il territorio rurale degli USA è quasi privo di inquinanti. Il parametro NO2 non fa eccezione: disegna una bella mappa delle aree urbane maggiori. Con l’agricoltura in senso lato si va poco più in la: viene da chiedersi come facciano le emissioni prodotte dalle lavorazioni agricole ad inquinare l’area metropolitana di New York ma non gli stessi territori da cui provengono. Forse tutte queste polemiche sui barbecue e sui concimi azotati faremo meglio a metterle in secondo piano; qualcosa di male lo fanno di sicuro, ma a guardare le carte probabilmente non molto.

Le industrie? Le centrali elettriche? Questi sono candidati degni di nota. Gli impianti industriali maggiori negli USA – altiforni, cementifici, impianti termoelettrici – hanno presumibilmente ridotto l’attività a marzo. Come facciamo a verificare? Vi propongo la domanda elettrica censita dalla EIA, un buon indice. Ebbene, a marzo 2020 i consumi elettrici erano pari a circa 302 TWh; a marzo 2019 invece 314 TWh. Una perdita pari a un buon −3,82%. Praticamente consumi invariati. In sostanza, né le utenze domestiche né quelle industriali hanno realmente ridotto la propria domanda elettrica. E questo implica che ovviamente il regime di funzionamento delle centrali elettriche sia rimasto praticamente inalterato; e meno ovviamente che le industrie più energivore abbiano proseguito la propria attività, seppure con qualche rallentamento.

Eppure l’inquinamento è crollato, nella parte orientale degli USA; un fenomeno mai osservato nel recente passato. Abbiamo fabbriche che fanno qualcosa di meno del solito, centrali termoelettriche che fanno quasi esattamente quel che fanno di solito, agricoltori che fanno più o meno quel che hanno sempre fatto. Presumibilmente, a causa dell’obbligo di starsene a casa, abbiamo appassionati di grigliate che si sono dati un gran daffare, senza sortire grossi effetti. Chi è che ha improvvisamente smesso di produrre una enorme ed insopportabile massa di inquinanti nei centri urbani maggiori? Io avrei un candidato in mente, ma non è importante che sia io a parlare. Lascio a chi leggerà il compito di individuarlo, con una avvertenza: si tratta di un soggetto che si difende bene, che è capace di deflettere con abilità le proprie responsabilità, che riesce spesso a nascondersi dietro a capri espiatori disparati ed improbabili. Se siamo accorti, se riusciamo ad individuare chi inquina realmente le nostre città, possiamo almeno evitare di farci prendere in giro alla prossima tornata di pretese misure antismog varate dalle nostre amministrazioni locali.

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Pianura Padana, smog & malattie

Il circo mediatico nostrano è momentaneamente impegnato a dare risonanza alle vicende legate alla recente epidemia di Covid-19. A fare notizia è in genere ogni evento che possa attrarre l’attenzione della maggioranza delle persone: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente non è una notizia; eppure, tra dieci anni, sarà ancora considerato un evento spartiacque per la storia. Le cose che ci raccontiamo oggi invece, con molta probabilità, saranno state dimenticate. E così potremmo fare un esercizio di riflessione, tralasciando per un momento la cronaca e pensando alla storia archiviata. La storia che vi propongo è vecchia e ben nota: la Pianura Padana è uno dei territori più inquinati del pianeta, e forse l’unico territorio europeo che negli ultimi trent’anni non ha fatto nulla per migliorare la situazione. Visto che si tratta di storia e non di cronaca, possiamo provare a spulciare l’ultimo rapporto edito dalla Agenzia Europea dell’Ambiente: Air quality in Europe — 2019 report .

Inquinamento da PM10, 90,4 percentile. Grafica: EEA.

La storia è vecchia, risalendo i dati al 2017. Ma è interessante, perché si tratta di dati validati ed attendibili. La mappa pubblicata dall’agenzia – pag. 27 del rapporto – indica il percentile 90,4 / 100 della concentrazione giornaliera di PM10. In pratica, la concentrazione di particolato registrata da ogni località nel trentaseiesimo giorno più inquinato dell’anno. E’ una misura diversa dalla semplice media annua, comunque disponibile nel rapporto; ed è una misura interessante, visto che fornisce un’idea di quanti saranno gli sforamenti nelle concentrazioni di inquinanti rispetto ai valori soglia reputati accettabili in termini sanitari. Noi italiani faremmo anche una figura decorosa, se volessimo considerare la semplice media annua nazionale: quasi 30 μg/mc di PM10, laddove gran parte dei Paesi europei si colloca nella forbice 20 – 25 μg/mc.

Ma le medie sono medie: semplici ed ingannatrici. La realtà è ben altra: in Italia l’inquinamento si manifesta in inverno, e risiede sostanzialmente nella Pianura Padana; che a colpo d’occhio spicca sulla mappa come una macchia scura e minacciosa. Non mancano altre realtà problematiche, come i centri abitati dei Balcani o la Turchia. Ma si tratta di città relativamente inquinate rispetto a circondari rurali relativamente puliti. Potete farci caso osservando la stessa Turchia, che è in parte Asia ma è interessante: ai punti scuri si alternano punti chiari. La Pianura Padana, assieme alla Polonia meridionale, rappresenta una situazione totalmente diversa: abbiamo una gran quantità di sensori, sparsi anche nei centri abitati minori; tutti quanti registrano un inquinamento stellare, ed un numero elevatissimo di sforamenti. Riassumendo: di solito, puoi uscire da una città inquinata ed andare a farti un giro in campagna, dove l’aria è buona. Ma in questi due territori no: puoi andare dove vuoi, l’aria è pessima ovunque. Una micidiale combinazione di fortissime emissioni inquinanti e scarsa ventilazione invernale che non risparmia nemmeno un lembo di questi territori. Io risiedo in uno di essi.

Dove c’è fumo c’è arrosto, dicono. E così, leggendo lo stesso rapporto della Agenzia Europea dell’Ambiente, scopriamo – a pagg. 68/69 – che tutto questo inquinamento ci fa ammalare e ci fa morire prima del tempo. Prendendo ad esempio il PM2.5, particolato più fine del PM10 di cui purtroppo la Pianura Padana è ancora una volta ricchissima, scopriamo che l’Italia patisce qualcosa come 58.600 morti premature; con una perdita di più di 550.000 anni di vita totali. Si tratta di approssimazioni, e siamo in buona compagnia: il problema esiste anche in Grecia o in Germania. Comunque queste non sono scusanti: parlare di morti o anni di vita persi non rende l’idea del carico di sofferenze che devono patire le persone affette da tumori o malattie respiratorie. Il danno economico e sociale è gigantesco. Tutto questo continua ad accadere intorno a noi, un anno dopo l’altro. In tempi recenti, per cause poco chiare, alcuni nostri politici hanno preso a proporre come rimedio per le malattie respiratorie cose come la riduzione del trasporto pubblico, i drive-in e l’eliminazione dei ciclisti dalle strade. Non so voi, ma a me è venuto un dubbio: forse non risolveremo nessuno dei problemi che abbiamo.

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