L’opera più grande

Secondo voi quale potrebbe essere la costruzione più grande – o forse è meglio dire più grossa – realizzata dal genere umano? Per costruzione intendo la traccia visibile: quel qualcosa che farà parlare di noi anche tra mille anni, e che lasciamo in eredità agli abitatori del futuro. Piramidi? Belle e grandi, ma molto rare. Forse il loro moderno sostituto, le megalopoli affollate di grattacieli? Sono oggetti enormi, più o meno durevoli. Forse qualcosa di più esteso, come la Grande Muraglia? O magari le reti di infrastrutture: le strade dell’Impero di Roma fanno parlare di sé dopo quindici o venti secoli; le nostre reti autostradali dureranno probabilmente un po meno, ma lasceranno comunque un segno tangibile in alcuni territori.

Per pensare alle dimensioni di quel che facciamo, dovremmo pensare anche ai materiali che usiamo: più imponente l’opera, più vasta la quantità di materiali impiegati. Le grandi miniere a cielo aperto, immense voragini profonde anche più di un chilometro, resisteranno probabilmente nei millenni a ricordo della nostra voracità: provate ad immaginare quanto tempo e quanto sedimento dovrà impiegare madre natura per colmare la miniera di Bingham Canyon, nello Utah. Chissà se se sarà realmente possibile: può darsi che simili strutture rimangano riconoscibili per tempi enormi. Ma c’è dell’altro; se c’è un materiale che impieghiamo sempre, ogniqualvolta facciamo qualcosa, quello è una entità impalpabile che permea ogni aspetto della nostra esistenza: è l’energia. Muove ogni cosa, e la differenza tra noi umani contemporanei ed i nostri antenati risiede proprio nella capacità che abbiamo di mettere al nostro servizio enormi energie. Possiamo percepire visivamente l’evoluzione storica delle nostre capacità industriali osservando l’andamento della domanda di energia primaria, ad esempio tramite la grafica reperibile via Our World In Data.

Domanda globale di energia primaria. Grafica: Our World in Data.

Per apprezzare il parametro “primary energy consumption” , consumo di energia primaria, possiamo anche rivolgerci ai dati dell’atlante statistico di BP. E’ l’energia generata alla fonte ogniqualvolta azioniamo un bruciatore o un motore; comprende le perdite così come il lavoro meccanico generato, o il calore utile recapitato all’utilizzatore. Nel 2019, a livello globale secondo BP parliamo di 583,9 exajoule. Con unità di misura meno esotiche, si tratterebbe di 5,839 x 10^20 J; o 13,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Il gigantismo della nostra presenza sul pianeta è riassunto in questa cifra, è questo ciò che ci rende diversi dagli umani del passato. Ma questa cosa, il nostro smodato consumo di energia e materiali, è effettivamente in senso dimensionale la cosa più grande che stiamo facendo? Fateci caso: la domanda di energia primaria comprende anche le perdite, il calore residuo generato da una centrale termoelettrica ad esempio. Siamo sicuri che le nostre stime comprendano effettivamente tutte le perdite e tutti gli effetti collaterali del nostro agire? Non mancherà per caso qualcosa di importante?

Variazione del contenuto di calore delle acque oceaniche. Grafica: NOAA.

Il calore che disperdiamo sotto forma di perdite – connesse alla termodinamica – lo conosciamo tutti; ma forse stiamo facendo anche altro. Stiamo scaldando il pianeta, e lo facciamo soprattutto alterando la composizione dell’atmosfera con l’effetto serra. O almeno questa è una possibilità: è difficile definire il limite tra surriscaldamento causato dai nostri gas serra e andamenti naturali preesistenti. Prendiamo una singola componente del problema: il contenuto di calore delle acque oceaniche relativo ai primi 700 metri di colonna d’acqua. L’americana NOAA fornisce sia grafici che dati grezzi. Volendo considerare solo l’intervallo 1990 – 2020, che esprime un andamento grossolanamente lineare, abbiamo incrementi di contenuto termico degli oceani per circa 17 x 10^22 J. Esprimendo il tutto in termini di variazione annuale, avremmo mediamente visto apporti di nuova energia termica pari a circa 5,7 x 10^21 [J / anno]. 5.700 exajoule ogni anno, volendo usare l’inconsueta unità di misura dell’atlante BP.

Riassunto: gli oceani si scaldano, e si scaldano soprattutto vicino alla superficie e particolarmente negli ultimi tre decenni. Non abbiamo certezza della proporzione esistente tra surriscaldamento indotto dalle attività umane e andamenti naturali sottesi: insospettisce moltissimo il fatto che nei due decenni precedenti le temperature delle acque oceaniche fossero relativamente più stabili. Volendo imputare tutto il guadagno di temperatura alla sola attività antropica, ebbene staremmo inducendo nuove immissioni di energia termica negli oceani pari a circa 5700 / 583,9 = 9,76 volte la nostra intera domanda di energia primaria, ogni anno da almeno tre decenni. E ovviamente il calore che appare nei primi 700 metri di colonna d’acqua non è la sola trasformazione in gioco. Per tornare alla domanda iniziale: qual’è la più grande – o la più grossa – costruzione umana in corso di realizzazione nella nostra epoca? Forse – e dico forse – ora lo sappiamo: stiamo realizzando la più grande bacinella di acqua tiepida di tutto il Sistema Solare. Ai posteri l’ardua sentenza.

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Covid & scuola

Le più orride centrali del contagio da covid-19 secondo buona parte dei media italiani: la scuola, le abitazioni, i treni regionali e gli autobus. Tutto il resto – centri commerciali, autostrade, stazioni di servizio, ristorazione, aerei, treni veloci, località di villeggiatura, fabbriche, uffici, sale gioco – parrebbe vittima incolpevole di questi incoscienti studenti che passano il tempo ad ammucchiarsi uno sopra l’altro in corriera, nella cameretta con gli amici e in aule che solo oggi scopriamo essere dei vergognosi pollai. Una litania che conosciamo bene. Ma oltre la litania cosa raccontano i dati? Soprattutto, esistono i dati? Per incolpare una qualsiasi categoria sociale di essere un veicolo preferenziale di contagio, occorre testare la suddetta categoria e confrontare i risultati con quelli ottenuti per un campione generale di popolazione. Se gli studenti sono gli untori, dovranno essere più facilmente contagiabili rispetto alla media.

Ma i dati quindi esistono? Sono in bella vista? O bisogna scavare per trovarli? A livello nazionale abbiamo a disposizione i formati riassuntivi messi assieme dal Ministero della Salute. Utili, ma limitati ad alcune grandi suddivisioni: forniscono i contagi per provincia, ma i morti sono indicati solo a livello regionale. Una bizzarria che impedisce, tra le altre cose, di costruire mappe di mortalità efficaci. Ovviamente non si fa menzione di categorie sociali: non abbiamo dati categorizzati per gruppi come lavoratori / pensionati o cose simili. Nessun problema: basta scavare per trovare. La Regione Emilia Romagna ha avuto l’ardire di lanciare una campagna di screening per testare in modo specifico la popolazione scolastica – studenti e docenti – assieme ai familiari conviventi degli stessi studenti interessati. Realizzando quindi un sottoinsieme di test somministrati nelle farmacie su base volontaria ad un gran numero di persone, per gran parte accomunate dal rapporto più o meno stretto con le istituzioni scolastiche ed universitarie. I dati sono pubblicati sul sito della Regione.

Dati su test e tasso di positività da coronavirus in Emilia RomagnaTest covid, tassi di positività in Emilia Romagna. Fonti: RER, Min. Salute.

E così confrontiamo in immagine il numero di test ed i tassi di positività ottenuti dai dati del Ministero per l’intera popolazione dell’Emilia Romagna, con test e tassi di positività che caratterizzano il sottoinsieme scolastico – inteso come comunità di studenti, familiari conviventi e docenti. Il dato regionale è distorto dalla presenza di una percentuale di test su base volontaria che non hanno relazione con l’universo scolastico, ma questo cambia di poco la situazione – anzi, genera il sospetto che le differenze reali siano perfino più grandi di quanto evidenziato nel grafico. Il confronto, svolto in immagine per un intervallo che comprende le ultime due settimane del 2020 e le prime nove settimane del 2021, è quantomeno imbarazzante. Tolta la parte iniziale della serie dati, nella quale il Ministero non recepiva ancora tutti i test eseguiti, abbiamo in pratica due curve pressoché parallele: la comunità prevalentemente scolastica e il campione globale. Sconvolgente scoperta: la scuola ha fatto un’ottima figura; il tasso di positività che la caratterizza è sempre di un 2,5 – 3 % più basso rispetto a quello rilevato globalmente sull’intera popolazione regionale.

Per memoria storica: abbiamo ricominciato a chiudere le scuole dai primi giorni di marzo; almeno in forma generalizzata. Lo spazio di tempo compreso tra la terza e l’ottava settimana del 2021 costituisce quindi un buon campo di confronto: studenti in aula e sui mezzi di trasporto, pienamente esposti al contagio; dati del Ministero onnicomprensivi, confrontabili con quelli della Regione. Da quel che possiamo vedere, il sistema scolastico ha fatto una figura almeno decorosa. La campagna di screening regionale centrata prevalentemente sul mondo della scuola rivela subito una tasso di positività decisamente basso rispetto al dato globale pubblicato dal Ministero. E’ possibile obiettare che la gogna mediatica a cui sono stati esposti studenti ed insegnanti abbia indotto molte più persone a farsi controllare, introducendo nella statistica molti più esiti negativi rispetto alle altre categorie sociali. Ma comunque non è proprio possibile raccontare che la scuola rappresenti una minaccia epidemiologica: questa è una posizione che non sta in piedi. Conclusione: la scuola non è la fabbrica dei contagi, gli studenti non sono untori ed i docenti non sono scellerati sciamani votati al suicidio collettivo. Buona pasqua a tutti.

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Coronavirus: tendenze a marzo 2021

Tempo di anniversari per la pandemia che ci accompagna da ormai un annetto. Non è cambiato granché in un anno: i mercati all’aperto chiudono, e nel mentre i supermercati continuano a produrre assembramenti al chiuso come nulla fosse. Le amministrazioni locali vietano di mangiare all’aperto, ma nessuno si preoccupa delle feste clandestine attuate nei retrobottega più disparati. Le autostrade restano il bizzarro porto franco che conosciamo, laddove le stazioni ferroviarie sembrano un ritrovo per militari in cerca di untori di manzoniana memoria. I pestilenziali diesel leggeri continuano – a milioni – ad appestare le nostre città e a danneggiare i nostri sfortunati polmoni, dando man forte ad una malattia respiratoria che probabilmente si comporta come qualsiasi altra malattia respiratoria. Nel mentre i residui brandelli del sistema di trasporto più sgangherato d’Europa esalano l’ultimo respiro. In Italia la situazione può essere anche grave, ma di sicuro non è mai seria.

Covid-19: attualmente positivi, ospedalizzati, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

Bando alle trite chiacchiere. Come procede l’epidemia? Benissimo, per nostra disgrazia. Abbiamo avuto una esplosione del numero di contagi in autunno, culminata grossomodo a metà di novembre 2020: al picco, 800.000 persone contemporaneamente positive in tutto il Paese. Da quel momento in avanti i numeri si sono ridimensionati, fino a meno di 400.000 attualmente positivi registrati alla metà di febbraio 2021. Ovviamente quello sui positivi ai test è un dato infido: se non fai i test, non li vedi; se ne fai troppi, contabilizzi anche parecchi falsi positivi. Una vera rogna. Per questo la prima immagine – aggiornamento di quella di fine novembre – espone anche ospedalizzati e rapporto tra attualmente positivi ed ospedalizzati totali: una persona che sviluppi sintomi gravi al punto da richiedere il ricovero è un dato oggettivo che non si può nascondere. Si badi bene al rapporto, discretamente stabile da almeno 8 mesi: è questo dato a garantire che le statistiche di cui disponiamo sono accettabili. Evidente la risalita recente dei positivi.

Covid-19: ospedalizzati, deceduti, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

E quindi i parametri forse più importanti: i decessi giornalieri e i pazienti ospedalizzati, ed il rapporto tra i due. Sono parametri importanti perché non è facile alterarli: un morto è un morto, ed i sintomi più gravi non si possono simulare, né nascondere. Le giravolte dell’inizio del 2020 sono ben note, come è nota a tutti la fase di relativa calma osservata in estate; il rapporto tra decessi giornalieri ed ospedalizzati aveva raggiunto il suo minimo a settembre. Poi la tristemente nota “seconda ondata”, che facilmente identifichiamo come un incremento nei contagi: ma che si caratterizza soprattutto per la letalità, divenuta estremamente elevata. A dicembre 2020, per ogni 1000 pazienti ospedalizzati siamo arrivati a registrare quasi 20 decessi al giorno. Ammalarsi è un conto, aggravarsi fino a morire è tutt’altra cosa.

La letalità della pandemia ha preso a scivolare verso il basso negli ultimi due mesi: ad oggi, abbiamo un sostanziale appiattimento. Avere meno morti in rapporto alle persone ricoverate, ed avere meno contagi e meno ricoveri, significa veder scendere di molto la conta delle vittime. L’incognita del momento è ancora una volta vedere dove andranno i rapporti del secondo grafico: possiamo forse aspettarci una risalita della letalità della malattia, ma fino a che punto? Gli estremi di marzo 2020 non li abbiamo più raggiunti, nemmeno a dicembre. Ora ci stiamo muovendo verso la bella stagione: una malattia affetta da una stagionalità così evidente fin quando potrà furoreggiare davanti ai primi tepori primaverili? L’enorme numero di persone contagiate e guarite dovrebbe anch’esso giocare un ruolo nell’ostacolare almeno i nuovi contagi. Le prossime settimane potrebbero – o forse dovrebbero – essere decisive.

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Coronavirus: mortalità ancora in aumento

Coronavirus: i casi di contagio registrati nelle ultime settimane sono parecchi, talora anche più di 30.000 al giorno. Tanti i morti: forse non come durante la prima ondata, ma comunque cifre considerevoli. Come sono cambiate quindi le cose? La situazione oggi è effettivamente diversa rispetto alla primavera? Ci sono i dati forniti dal Ministero della Salute, e possono servire per farsi un’idea al riguardo. Ad oggi, fine novembre 2020, pare che in Italia stiamo superando il culmine della cosiddetta “seconda ondata”.

Coronavirus: attualmente positivi, ospedalizzati totali, rapporto, andamentoCovid-19: attualmente positivi, ospedalizzati, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

Dopo l’ondata di casi della primavera, l’infezione da Covid-19 ha perso momentaneamente slancio. L’estate è passata senza troppi problemi, tra feste in discoteca e vacanze sulle spiagge. In autunno, come si conviene a qualsiasi sindrome influenzale o da raffreddamento, la pandemia è riesplosa. Meglio prestare attenzione al significato dei dati disponibili: il picco di positivi che viviamo adesso non è realmente così grande rispetto ai valori della primavera. A cambiare è stata la nostra capacità di individuarli: facciamo più test, tracciamo meglio i potenziali contatti delle persone infette. Inevitabilmente finiamo con lo scovare un maggior numero di casi.

Prestiamo attenzione anche ai rapporti. La frazione di persone ricoverate in ospedale rispetto al totale di casi rilevati era ovviamente elevatissima a primavera: anche un 70%, le punte vistose a sinistra nella prima immagine. Ovviamente si tratta di un inganno generato dalla scarsa capacità iniziale di testare i positivi. A partire da luglio il rapporto in questione cade attorno ad un modesto 5 – 6 %. E lì rimane stabilmente fino ad ora, a fine novembre. Questo è un dato davvero importante: la recente esplosione nel numero di casi, anche 800.000 positivi presenti in una singola giornata, non ha alterato il rapporto con gli ospedalizzati. Un segnale intrigante: buona o cattiva che sia, la nostra capacità di individuare le persone contagiate si è mantenuta probabilmente stabile da luglio in poi; il ché lascia supporre che le serie dati disponibili siano abbastanza coerenti.

Rapporto tra mortalità giornaliera e pazienti in ospedale per coronavirusOspedalizzati, deceduti, rapporto. Dati: Ministero della Salute.

E ora le note dolenti: la malattia non sta scomparendo, e non sta diventando più lieve. Se proviamo a considerare il rapporto tra le persone ricoverate in ospedale per covid-19 e le persone decedute giornalmente, non possiamo fare a meno di notare alcuni andamenti piuttosto ovvi. A febbraio e marzo la situazione era disastrosa: per ogni 1000 pazienti presenti in ospedale, si potevano registrare anche più di 25 decessi ogni giorno. Attenzione: gli ospedalizzati, diversamente dai positivi ai tamponi, non mentono. E’ possibile che una persona infetta e priva di sintomi passi inosservata, e non possiamo sapere quanti siano gli asintomatici totali. Una persona affetta da sintomi rilevanti invece non può nascondersi: il numero di pazienti ricoverati è inevitabilmente più attendibile del numero di positivi rilevati

Osservando ancora la seconda immagine, possiamo notare la progressiva caduta del rapporto decessi / ospedalizzati verificatasi con l’estate. Abbiamo continuato ad ammalarci, ma la gravità dei casi curati nei nosocomi italiani è diminuita: per ogni migliaio di persone in ospedale a causa del contagio siamo arrivati a registrare un minimo di 5 decessi al giorno attorno alla metà di settembre. Vi ricordate tutti quei proclami secondo i quali il virus si doveva ritenere “clinicamente morto”? Questi discorsi erano frequenti durante l’estate, e in effetti si basavano su dati reali: la malattia era meno aggressiva. Man mano che ci incamminiamo nel pieno dell’inverno, la situazione cambia: il rapporto tra decessi ed ospedalizzati cresce velocemente. Ormai siamo arrivati poco lontano dagli eccessi della primavera; e ora non si tratta certo di un problema di saturazione degli ospedali, che per ora non c’è stata. La malattia da coronavirus, come già ricordato, fa semplicemente quello che farebbe un’influenza qualsiasi: diventa aggressiva e pericolosa nella stagione fredda. La speranza che il problema si risolva per magia rischia di rimanere delusa. L’estate è ancora lontana.

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Foglie sane quest’anno, davvero strano

E così ad agosto ci rilassiamo, possibilmente all’ombra viste le temperature. Il caldo vero è arrivato in ritardo, ma alla fine è arrivato. A luglio si è fatto sentire. Andiamo all’ombra di qualche pianta, se non siamo nascosti in casa. Chiome come questa qui sotto: un bel verde intenso, un piacere quando c’è afa.

Chioma di albero, foglie in salute

Un ippocastano, con le sue foglie e i suoi rami. La notizia dov’è? I nostri campi sono ovviamente pieni di alberi. Eppure una notizia c’è, ed è abbastanza sconcertante: l’immagine è stata ripresa agli inizi del mese di agosto, e non è questo l’aspetto tipico di queste piante in piena estate. Le foglie di ippocastani ed in subordine tigli, negli ultimi vent’anni, hanno subito sempre lo stesso destino: prendevano a seccare dal bordo, e pian piano morivano completamente. Ci dovevamo godere lo spettacolo di alberi praticamente secchi già a luglio; nessuno di noi ricordava più l’aspetto di un ippocastano in salute da decenni.

Quest’anno abbiamo una notizia sorprendente: queste piante non si sono ammalate. Qualche macchia dovuta ad un parassita specifico, qualche muffa qua e la. Ma le chiome sono nel complesso abbastanza in ordine. Piuttosto belle a vedersi; se mi avessero raccontato una cosa simile sei mesi fa, non ci avrei creduto. Diamo per scontato che le foglie di questi alberi vengano distrutte ogni anno, ormai da molto tempo. Potete leggervi la descrizione del fenomeno fornita dall’Ordine degli Agronomi modenese: “… Si tratta di una problematica molto complessa, di natura prettamente fisiologica, legata alle sempre più pressanti condizioni di stress idrico, determinate in prevalenza dalla maggiore compattezza ed impermeabilità dei suoli ed alla presenza sempre più elevata. di elementi inquinanti in ambiente, soprattutto rappresentati dai gas di scarico generati da ogni tipo di combustione (autoveicoli, industrie, riscaldamento, ecc.)…”.

Posso confermare le osservazioni dell’estensore dell’articolo. L’ultima volta che mi è capitato di vedere un ippocastano in salute in estate non ero ancora maggiorenne. E’ passato più di un quarto di secolo, e comunque il problema aveva cominciato a manifestarsi già da qualche anno. I bei viali di ippocastani che adornavano alcune delle nostre periferie si sono trasformati in orride schiere di carcasse coperte di foglie secche; le sfortunate piante ancora in piedi, tentavano di rimettere qualche foglia verde in autunno. Di annate più fredde o più calde ne abbiamo avute tante, e lo stesso dicasi per la pioggia estiva, talora assente e talora copiosa – parametri importanti, ma in questo caso non sembrano decisivi. Il problema colpisce in realtà un po ovunque in Emilia, sia esemplari isolati nelle campagne sia alberature cittadine assediate dall’asfalto. Ma quest’anno qualcosa di diverso ci deve essere stato, altrimenti come spiegare un mutamento così clamoroso? Ancora una volta, lascio indovinare a chi legge di cosa si tratti.

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Aria pulita, finché stiamo fermi

Vi siete chiesti cosa sta succedendo all’atmosfera delle nostre città in queste settimane di immobilità obbligata? Siamo abituati a convivere con livelli di inquinamento sorprendenti, e in questi giorni l’aria è decisamente più pulita del solito. Non solo qui, in Italia: anche in realtà lontane quali gli USA. Alla NASA se ne sono accorti immediatamente, e offrono ai curiosi un confronto impietoso tra le concentrazioni di diossido di azoto rilevate a marzo 2020 e le concentrazioni medie rilevate nello stesso mese nelle annate precedenti.

2015 2019 NO2 marzo concentrazione USAConcentrazioni di NO2 a marzo, anni 2015 – 2019. Grafica: NASA.

La sostanza del caso appartiene alla classe degli ossidi di azoto, NOX in sigla; non fanno bene alla salute. Il nostro NO2 in particolare ha la cattiva nomea di peggiorare i problemi respiratori e di rendere i nostri polmoni più vulnerabili ad eventuali infezioni. Una storia ben nota. Fate bene caso alla distribuzione geografica dell’inquinante: è generalmente presente nelle grandi aree urbane, e questo è vero negli USA come ovunque nel mondo. Il territorio rurale ne è quasi totalmente privo.

2020 NO2 marzo concentrazione USA lockdown coronavirusConcentrazioni di NO2 a marzo, anno 2020. Grafica: NASA.

E ora facciamo un bel gioco: blocchiamo in casa tutti i cittadini per un mesetto o due e vediamo cosa succede. Stando ai dati forniti dalla NASA, succede che l’inquinamento atmosferico crolla fin quasi a livelli pre industriali. Potete confrontare le immagini, riferite alle medie usuali di concentrazione dell’inquinante nel mese di marzo per il periodo 2015 – 2019 la prima e per marzo 2020 la seconda. Un cambiamento drammatico e difficile da nascondere – e dire che parte delle attività a marzo era ancora in essere, il lockdown a New York è arrivato attorno alla metà del mese. Le due settimane circa di blocco reale delle attività sono bastate a stravolgere la mappa mensile media dell’inquinamento. Ora possiamo porci un semplice interrogativo: chi è che inquina? Da dove vengono le emissioni pestilenziali che avvelenano l’aria delle nostre città?

Stufe a pellet o caminetti a legna, o magari falò di sterpaglie nei campi: in Italia si dice che siano questi i colpevoli, e schiere di solerti amministratori locali firmano ordinanze intese a punire gli odiosi inquinatori campestri. Strano: anche in condizioni normali il territorio rurale degli USA è quasi privo di inquinanti. Il parametro NO2 non fa eccezione: disegna una bella mappa delle aree urbane maggiori. Con l’agricoltura in senso lato si va poco più in la: viene da chiedersi come facciano le emissioni prodotte dalle lavorazioni agricole ad inquinare l’area metropolitana di New York ma non gli stessi territori da cui provengono. Forse tutte queste polemiche sui barbecue e sui concimi azotati faremo meglio a metterle in secondo piano; qualcosa di male lo fanno di sicuro, ma a guardare le carte probabilmente non molto.

Le industrie? Le centrali elettriche? Questi sono candidati degni di nota. Gli impianti industriali maggiori negli USA – altiforni, cementifici, impianti termoelettrici – hanno presumibilmente ridotto l’attività a marzo. Come facciamo a verificare? Vi propongo la domanda elettrica censita dalla EIA, un buon indice. Ebbene, a marzo 2020 i consumi elettrici erano pari a circa 302 TWh; a marzo 2019 invece 314 TWh. Una perdita pari a un buon −3,82%. Praticamente consumi invariati. In sostanza, né le utenze domestiche né quelle industriali hanno realmente ridotto la propria domanda elettrica. E questo implica che ovviamente il regime di funzionamento delle centrali elettriche sia rimasto praticamente inalterato; e meno ovviamente che le industrie più energivore abbiano proseguito la propria attività, seppure con qualche rallentamento.

Eppure l’inquinamento è crollato, nella parte orientale degli USA; un fenomeno mai osservato nel recente passato. Abbiamo fabbriche che fanno qualcosa di meno del solito, centrali termoelettriche che fanno quasi esattamente quel che fanno di solito, agricoltori che fanno più o meno quel che hanno sempre fatto. Presumibilmente, a causa dell’obbligo di starsene a casa, abbiamo appassionati di grigliate che si sono dati un gran daffare, senza sortire grossi effetti. Chi è che ha improvvisamente smesso di produrre una enorme ed insopportabile massa di inquinanti nei centri urbani maggiori? Io avrei un candidato in mente, ma non è importante che sia io a parlare. Lascio a chi leggerà il compito di individuarlo, con una avvertenza: si tratta di un soggetto che si difende bene, che è capace di deflettere con abilità le proprie responsabilità, che riesce spesso a nascondersi dietro a capri espiatori disparati ed improbabili. Se siamo accorti, se riusciamo ad individuare chi inquina realmente le nostre città, possiamo almeno evitare di farci prendere in giro alla prossima tornata di pretese misure antismog varate dalle nostre amministrazioni locali.

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Pianura Padana, smog & malattie

Il circo mediatico nostrano è momentaneamente impegnato a dare risonanza alle vicende legate alla recente epidemia di Covid-19. A fare notizia è in genere ogni evento che possa attrarre l’attenzione della maggioranza delle persone: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente non è una notizia; eppure, tra dieci anni, sarà ancora considerato un evento spartiacque per la storia. Le cose che ci raccontiamo oggi invece, con molta probabilità, saranno state dimenticate. E così potremmo fare un esercizio di riflessione, tralasciando per un momento la cronaca e pensando alla storia archiviata. La storia che vi propongo è vecchia e ben nota: la Pianura Padana è uno dei territori più inquinati del pianeta, e forse l’unico territorio europeo che negli ultimi trent’anni non ha fatto nulla per migliorare la situazione. Visto che si tratta di storia e non di cronaca, possiamo provare a spulciare l’ultimo rapporto edito dalla Agenzia Europea dell’Ambiente: Air quality in Europe — 2019 report .

Inquinamento da PM10, 90,4 percentile. Grafica: EEA.

La storia è vecchia, risalendo i dati al 2017. Ma è interessante, perché si tratta di dati validati ed attendibili. La mappa pubblicata dall’agenzia – pag. 27 del rapporto – indica il percentile 90,4 / 100 della concentrazione giornaliera di PM10. In pratica, la concentrazione di particolato registrata da ogni località nel trentaseiesimo giorno più inquinato dell’anno. E’ una misura diversa dalla semplice media annua, comunque disponibile nel rapporto; ed è una misura interessante, visto che fornisce un’idea di quanti saranno gli sforamenti nelle concentrazioni di inquinanti rispetto ai valori soglia reputati accettabili in termini sanitari. Noi italiani faremmo anche una figura decorosa, se volessimo considerare la semplice media annua nazionale: quasi 30 μg/mc di PM10, laddove gran parte dei Paesi europei si colloca nella forbice 20 – 25 μg/mc.

Ma le medie sono medie: semplici ed ingannatrici. La realtà è ben altra: in Italia l’inquinamento si manifesta in inverno, e risiede sostanzialmente nella Pianura Padana; che a colpo d’occhio spicca sulla mappa come una macchia scura e minacciosa. Non mancano altre realtà problematiche, come i centri abitati dei Balcani o la Turchia. Ma si tratta di città relativamente inquinate rispetto a circondari rurali relativamente puliti. Potete farci caso osservando la stessa Turchia, che è in parte Asia ma è interessante: ai punti scuri si alternano punti chiari. La Pianura Padana, assieme alla Polonia meridionale, rappresenta una situazione totalmente diversa: abbiamo una gran quantità di sensori, sparsi anche nei centri abitati minori; tutti quanti registrano un inquinamento stellare, ed un numero elevatissimo di sforamenti. Riassumendo: di solito, puoi uscire da una città inquinata ed andare a farti un giro in campagna, dove l’aria è buona. Ma in questi due territori no: puoi andare dove vuoi, l’aria è pessima ovunque. Una micidiale combinazione di fortissime emissioni inquinanti e scarsa ventilazione invernale che non risparmia nemmeno un lembo di questi territori. Io risiedo in uno di essi.

Dove c’è fumo c’è arrosto, dicono. E così, leggendo lo stesso rapporto della Agenzia Europea dell’Ambiente, scopriamo – a pagg. 68/69 – che tutto questo inquinamento ci fa ammalare e ci fa morire prima del tempo. Prendendo ad esempio il PM2.5, particolato più fine del PM10 di cui purtroppo la Pianura Padana è ancora una volta ricchissima, scopriamo che l’Italia patisce qualcosa come 58.600 morti premature; con una perdita di più di 550.000 anni di vita totali. Si tratta di approssimazioni, e siamo in buona compagnia: il problema esiste anche in Grecia o in Germania. Comunque queste non sono scusanti: parlare di morti o anni di vita persi non rende l’idea del carico di sofferenze che devono patire le persone affette da tumori o malattie respiratorie. Il danno economico e sociale è gigantesco. Tutto questo continua ad accadere intorno a noi, un anno dopo l’altro. In tempi recenti, per cause poco chiare, alcuni nostri politici hanno preso a proporre come rimedio per le malattie respiratorie cose come la riduzione del trasporto pubblico, i drive-in e l’eliminazione dei ciclisti dalle strade. Non so voi, ma a me è venuto un dubbio: forse non risolveremo nessuno dei problemi che abbiamo.

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Coronavirus: tassi di crescita al 28 marzo

Tassi di crescita giornalieri per l'epidemia di coronavirus in europaInfezione da Covid-19, tassi di crescita giornalieri %. Fonte: vari.

A tutto il 28 marzo in Europa abbiamo circa 322.000 casi accertati di infezione da coronavirus; i dati salienti sono riassunti in enciclopedia. Italiani e spagnoli al momento paiono avere sofferto più degli altri. Ma bisogna prestare attenzione ai dati, è facile equivocare: una crescita esponenziale sfugge di mano in pochissimi passaggi. Tra i casi europei più pericolosi – per dimensione della popolazione o per numero accertato di contagiati – l’Italia manifesta da almeno 12 giornate il tasso di crescita più basso. Così procedendo, è solo questione di tempo: ad un certo punto verremo scavalcati in questa triste classifica. Forse la Spagna sta cominciando a riprendere il controllo della situazione; sicuramente gli altri attori rilevanti no, almeno stando ai dati del momento. Francesi, tedeschi ed inglesi faranno bene a prendere seriamente la vicenda: hanno a disposizione poco tempo per provare a fare qualcosa.

Pensiamo a quanto possano divergere in fretta i dati sui contagi se i tassi di crescita sono elevati. Immaginiamo di avere due Paesi alle prese con una epidemia, affetti rispettivamente da tassi di crescita giornalieri pari a 8% e 15%. La realtà che sperimenta la crescita più lenta avrà, dopo 14 giorni, un numero di casi pari a (1,08)^14 = 2,937 volte la quantità iniziale. Il secondo Paese, affetto da crescita più rapida, si ritroverà all’incirca (1,15)^14 = 7,076 contagiati per ogni caso presente all’inizio del periodo. Se anche il primo Paese avesse avuto inizialmente 1.000 malati ed il secondo ne avesse avuti 400, in 14-15 giornate la distanza tra le due realtà si sarebbe azzerata. Non conta da dove parti, ma a che velocità corri: se corri veloce puoi partire da dove vuoi, prima o poi sarai davanti a tutti.

Pensiamo male, giusto per farci un’idea di come si metterebbero le cose in caso di peggioramento: un tasso di crescita giorno su giorno del 25%. In 14 giornate, (1,25)^14 = 22,737 volte il numero di infetti iniziale. Una enormità: e dire che ad occhio +8% e +25% non è che siano così impressionanti, ed istintivamente nemmeno così distanti. Se lasciamo passare un po di tempo, la situazione diviene sostanzialmente incontrollabile. Una cosa di questo genere è accaduta negli Stati Uniti: il 14 marzo gestivano con tranquillità ed una certa spavalderia meno di 3.000 casi totali di Covid-19; dopo un paio di settimane, superati i 100.000 casi, hanno raggiunto il poco invidiabile primato di nazione più colpita nel mondo. E si ritrovano a mettere in campo misure emergenziali degne di una zona di guerra. Le crescite esponenziali sono forze irresistibili; peccato che siano così pochi gli uomini politici capaci di afferrarne la pericolosità.

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Virus, inquinamento, demagogia: l’Italia non vuol cambiare

Ultime notizie: stop a passeggiate nei parchi e gite in bicicletta, niente uscite serali, chiusura parziale delle attività di somministrazione pasti. E altre restrizioni ancora, sui trasporti, sulle attività lavorative e via dicendo. La situazione sta degenerando, siamo sopra i 5.000 morti causati dall’epidemia di covid-19; sarà pur vero che il problema ora affligge per intero Europa e Nord America, ma questo non risolve nulla qui in Italia. Noi continuiamo ad ammalarci e a morire, purtroppo. E purtroppo, anche in questo drammatico frangente, insistiamo a comportarci come sempre: quasi nessuno di noi è disposto a rinunciare a qualcuna delle proprie pessime abitudini. Ogni crisi, sanitaria, energetica, militare, ambientale o di qualsiasi altro tipo, trae origine e si aggrava proprio da questo atteggiamento: insistere a fare cose sbagliate, che non funzionano più, o che addirittura si sono rivelate dannose; per forza dell’abitudine, che è un qualcosa di potentissimo, radicato nella mente umana. Anche nella mia.

Dite di no? Vi risulta per caso che i boscaioli del nostro Appennino si siano posti il problema di tutelare le foreste? Ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’Appennino emiliano era devastato: la carenza di carbone fossile britannico aveva indotto i miei imprudenti antenati a trasformare ogni arbusto in carbonella. Le inondazioni prodotte da quella miserabile palla di fango e pietre ci perseguitarono per almeno trent’anni; e la popolazione fuggì da una terra ormai sterile ed inutile. Vi ricordate i sovietici, negli anni ’80? Era giunta l’ora di cambiare atteggiamento, di trasformare un po il sistema. Ma non ne volevano sentire, nessuno era disposto a cambiare rotta. Sappiamo bene com’è finita: un disastro di proporzioni epiche. Petrolio deprezzato che non pagava più le importazioni, industrie in panne, agricoltura incapace di funzionare. E dire che sarebbe bastato poco per mitigare il danno. Gli esseri umani, specialmente quelli che amano definirsi “classe dirigente”, non apprezzano i cambiamenti. Di solito cercano di impedirli, di posporli; venendone infine travolti.

E così, nell’Italia del coronavirus, siamo tutti – teoricamente – chiusi in casa ad attendere che qualche santo in paradiso ci liberi da questa moderna pestilenza. E possiamo leggere. Venendo a sapere – ad esempio tra gli altri tramite il pezzo di greenreport – che forse l’aria pestilenziale che respiriamo nelle città del nord Italia ha dato una grossa mano a diffondere il contagio del momento. In un certo qual modo potrebbe anche essere un’ovvietà: si parla da almeno vent’anni della baraonda di malattie respiratorie causate in inverno dall’aria inquinata, il tema è noto anche ai sassi. Il rapporto tra particolato atmosferico e malattie virali però è qualcosa di più sottile e perverso. L’articolo recente che ha indotto la discussione proviene dalla Società Italiana di Medicina Ambientale; si tratta di un position paper pubblicato dalla stessa SIMA, a cui hanno contribuito ricercatori di varie istituzioni universitarie italiane. La tesi di fondo è più articolata di quanto si possa pensare ad una prima lettura; e in realtà esiste una discreta bibliografia attorno all’argomento, centrata soprattutto attorno alle epidemie osservate in Asia negli ultimi due decenni – un argomento poco noto altrove.

relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione dell'epidemia di coronavirusInquinamento atmosferico da PM10 e contagio da Covid-19. Grafica: SIMA.

In una immagine semplice e diretta, ricavata dal rapporto SIMA, possiamo capire immediatamente quali siano i sospetti dei ricercatori. I territori più inquinati sono rappresentati, sulla sinistra, con i colori più carichi. Siamo alle solite: la Pianura Padana è ricca di particolato atmosferico in inverno. Dalle mie parti il PM10 non manca mai. Sulla destra, nei quattro riquadri più piccoli, osserviamo la diffusione della malattia da covid-19 nel periodo 3-6 marzo; diffusione intesa come progressione dei contagi accertati tramite analisi di laboratorio. C’è poco da raccontare: laddove abbiamo avuto tanto inquinamento, ci ritroviamo con tanti contagi. Volendo fare qualche critica ad una simile tesi, potremmo anche ragionare sul fatto che esistano altri parametri correlabili all’espandersi dell’epidemia. La mobilità delle persone: le aree più inquinate sono anche le più ricche; così può essere che la malattia la portino in giro aerei ed autostrade, o treni a lungo raggio. Il fatto che l’area più colpita sia allo stesso tempo la più ricca, la più dotata di mobilità e la più inquinata del Paese quindi indurrebbe un inganno interessante.

Questa critica però presenta a sua volta falle importanti: a Roma e a Napoli non abbiamo forse treni, autostrade ed aeroporti? Certo che ci sono. E hanno operato esattamente come a Bergamo o a Piacenza: hanno portato in giro persone da grandi distanze, creando le condizioni per espandere il contagio. Il fatto che il territorio circostante sia più povero non fa differenza. Se pensiamo alla sola mobilità delle persone, è totalmente privo di logica che la malattia da coronavirus abbia devastato paesini delle campagne lombarde ed emiliane ed abbia in certo qual modo risparmiato agglomerati urbani giganteschi come le città maggiori del centro e sud Italia. Non è logico, non ha alcun senso. A meno di tornare alla tesi esposta da SIMA: l’inquinamento atmosferico spiegherebbe subito le differenze registrate tra nord e centro sud dell’Italia. Quello che manca, nella grafica del rapporto, è la percezione temporale: espone una mera relazione spaziale, geografica. Questa cosa costituisce una debolezza a cui occorre rispondere.

E la risposta arriva subito, sempre dallo stesso testo: “…Considerando il tempo di latenza con cui viene diagnosticata l’infezione da COVID-19 mediamente di 14 giorni, allora significa che la fase virulenta del virus, che stiamo monitorando dal 24 febbraio …. al 15 Marzo, si può posizionare intorno al periodo tra il 6 febbraio e il 25 febbraio…”. E ancora: “… Le curve di espansione dell’infezione nelle regioni presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici, tipici di una trasmissione persona – persona, per le regioni del sud Italia mentre mostrano accelerazioni anomale proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da carrier ovvero da un veicolante….”. Come dire: la coincidenza nello spazio tra aree inquinate ed aree affette da epidemia era chiara da subito, ma abbiamo anche la coincidenza temporale. Sono stati rilevati, in Lombardia, almeno tre episodi di grave inquinamento atmosferico che si situano a due settimane esatte di distanze da altrettanti episodi di crescita incontrollata del numero di contagiati. Forse non ci sono altri misteri da svelare in questa vicenda; i curiosi possono andare a rileggersi il rapporto originale, tenendo a mente la bibliografia pregressa centrata sulle epidemie in Asia.

Posto che il particolato atmosferico – i vari PM10, PM2,5 – pare non essere una buona cosa se tentiamo di contenere una epidemia come quella attuale, forse dobbiamo pensare ad alcuni provvedimenti per ridurre i rischi. Voi cosa fareste? A me viene in mente, ad esempio, un blocco severo della circolazione automobilistica e un chiaro incentivo alla bicicletta. In fondo anche il trasporto pubblico locale potrebbe avere significato, a patto di caricare poco i mezzi e di obbligare i passeggeri a coprirsi il volto. Viaggi a lungo raggio ed ingorghi di autovetture no, quelli bisogna farli sparire subito. I nostri amministratori locali hanno fatto il contrario: hanno dimezzato il tpl – tanto per accrescere i rischi. Hanno fatto sparire un po di treni regionali, grande novità. Hanno varato norme sorprendenti contro i ciclisti, colpevoli di cosa non si sa. Solo in queste ore si sono posti il problema di contenere i viaggi a lungo raggio; ma unicamente quelli degli emigranti che vogliono rientrare a casa. Nessuno ha fatto nulla per fermare le stufe a petrolio con le ruote, non si ha notizia di alcun intervento specifico. La situazione è banale: i nostri amministratori stanno facendo quello che hanno sempre fatto, e come molti di noi non hanno nessuna intenzione di cambiare rotta. O la va o la spacca: se siamo fortunati, la malattia scomparirà; in caso contrario, avremo risolto il problema del sovraffollamento. Quando si dice il buon governo.

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Coronavirus: dati 19 marzo

Coronavirus in Europa 19 marzo, numero casiCovid-19, totale dei casi in alcuni Paesi europei dal 21/2/2020. Fonti: varie.

Siamo sopra i 41.000 casi in Italia, o meglio: questa era la situazione alle 18:00 circa. Stante l’andamento, attorno alla mezzanotte è probabile che siano almeno 1.300 in più; giusto per afferrare l’estensione del fenomeno. La vera novità rispetto a qualche giorno fa è quel che sta succedendo al di fuori dell’Italia. Gli spagnoli sono nei guai, con quasi 18.000 positivi totali dichiarati. Facciamo 20.000, se pensiamo alla mezzanotte a pochi minuti da ora. Proiettando esponenzialmente gli ultimi 9 dati giornalieri, potrebbero superarci in appena 7 – 8 giorni; ma in una settimana potrebbe anche cambiare la situazione, chi può dirlo? I tedeschi hanno affiancato i francesi, entrambi sono entrati nel poco ambito club dei Paesi con almeno 10.000 infetti accertati. Checché ne dicano al telegiornale, per il momento continua l’espansione incontrollata del contagio. Pare non esistere in Europa un porto sicuro: è solo questione di tempo, purtroppo.

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