Nebbia e sole

Ieri pomeriggio nebbia abbastanza fitta nelle pianure dell’Emilia. Ieri sera una coltre impenetrabile: non si vedeva niente del genere da qualche anno, almeno dalle mie parti. Quest’oggi medesimo spettacolo, ma in toni ridotti. Ovviamente la nebbia non abbandona mai l’inverno della bassa Pianura Padana, ma il discorso è differente quando consideriamo la media pianura a cavallo della Via Emilia. In queste giornate il fenomeno insisterà a presentarsi in maniera estensiva.

temperature in emilia romagna, 7 dicembre 2016, inversione termica tra montagna e pianura causa nebbiaTemperature rilevate in Emilia Romagna, 07 / 12 / 16. Grafica: Arpa ER.

C’è una cosetta curiosa che dovremmo ricordare quando pensiamo alla nebbia padana: impedisce alla luce solare di raggiungere il suolo. L’irraggiamento, in assenza di nubi, ha effetti abbastanza omogenei e può apportare calore in quantità equivalente a qualsiasi quota; le aree montane risultano un po più fredde per mero gradiente termico verticale. Non oggi però: la pianura interna si è accontentata di raggiungere appena 3/4 °C; quando le aree collinari e montane hanno sperimentato massime anche superiori ai 10 °C, in generale comunque 7/8 °C. Il fenomeno che sperimentiamo è chiamato inversione termica, visto che implica un gradiente termico verticale positivo: non è poi così frequente, ma occasionalmente si ripresenta. Questa faccenda mi ha fatto ricordare la meraviglia che ho potuto provare in tante occasioni, dirigendomi per lavoro verso la montagna, quando al crescere della quota improvvisamente potevo uscire dalla nebbia e mi ritrovavo al sole. E potevo osservare la sommità del gigante fumoso che nascondeva la pianura. Noi emiliani pensiamo sempre con malinconia al sole che non vediamo.

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Un po di acqua

In queste giornate è piovuto per bene in giro per l’Italia. In Piemonte la situazione è abbastanza disastrosa. Si sono sprecati i paragoni con l’alluvione del 1994, di cui ho ancora un vivo ricordo; ma questo parallelo non è del tutto corretto. In quel caso il Po raggiungeva livelli idrometrici elevatissimi anche nel suo basso corso, a causa delle concomitanti piene dei suoi immissari appenninici; cosa che fortunatamente in questi giorni non è accaduta. Restano i gravi danni registrati in varie aree del Piemonte. La Liguria, specie nella regione di Ponente, ha sperimentato gli effetti di analoghi eventi di precipitazione; e nel caso ligure si tende a fare anche umorismo, vista la facilità con cui le reti scolanti della regione vanno in crisi.

mappa precipitazione cumulata 24 ore liguria 24 25 novembre 2016Precipitazioni cumulate in Liguria, 24 – 25 novembre 2016. Grafica: Arpa.

Umorismo che personalmente cercherei di evitare, soprattutto dopo avere dato un’occhiata alla mappa della precipitazione cumulata fornita da Arpa Liguria. In 24 ore anche più di 250 mm di pioggia, e comunque mezza regione affetta da apporti meteorici di 100 – 150 mm. E’ tanta acqua, troppa; considerate per confronto che in molte parti della bassa Pianura Padana la precipitazione media annua può essere anche inferiore ai 700 mm. Gli eventi a cui assistiamo in Liguria però non si limitano alle sole 24 ore di osservazioni che compongono la cartina sopraesposta. Pioveva a dirotto da giorni, e possiamo farcene un’idea osservando i dati di alcune stazioni meteo del ponente ligure.

precipitazioni giornaliere montenotte inferiorePrecipitazioni 48 h, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali montenotte inferiorePrecipitazioni settimanali, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere murialdoPrecipitazioni 48 h, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali murialdoPrecipitazioni settimanali, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere colle del melognoPrecipitazioni 48 h, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali colle del melognoPrecipitazioni settimanali, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.

Nell’intervallo di tempo compreso tra la tarda mattinata di giovedì 24 novembre e la successiva nottata, molte stazioni meteo della zona hanno rilevato piogge cumulate per 280 – 380 mm. Una quantità considerevole. Nell’arco della settimana anche peggio: la situazione aveva già preso a divenire pericolosa nella notte tra il 20 ed il 21 novembre. In poco più di 4 giornate, dal cielo del ponente ligure è scesa pioggia per un totale di 400 – 500 mm. Una pazzia, praticamente poco di meno della quantità di acqua che piove in un anno dalle mie parti. Bizzarra la situazione per il pluviometro “Colle del Melogno”: il totale cumulato su base settimanale ha sfondato la cima del grafico. Quando la rete di monitoraggio ed il sistema di gestione sono stati imbastiti, a nessuno era venuto in mente che potesse verificarsi un diluvio simile. Siamo sopra i 600 mm, grossomodo nelle stesse 4 giornate.

La conta dei danni e l’emergenza di protezione civile ora appaiono una priorità, ma come sempre l’emergenza passa in fretta; i problemi invece restano a farci compagnia a lungo. Il problema è piuttosto semplice: il clima – clima, non meteo – di questi ultimi anni è evidentemente diverso dal clima degli anni ’60 o del periodo fascista. Non è che l’apporto di precipitazione sia cambiato molto, su base annua è più o meno lo stesso di allora. Però è cambiata la distribuzione delle piogge: oggi abbiamo siccità estive più frequenti e marcate – cosa ben nota nella realtà della pianura emiliana – e per contro diluvi in piena regola in autunno e in inverno. Il progressivo ammassarsi degli apporti meteorici verso il periodo freddo è ormai inequivocabile: consiglio a tutti l’atlante idroclimatico di Arpa ER, le immagini parlano da sole. Ovviamente il fenomeno coinvolge gran parte della penisola, come i cittadini della Liguria e del Piemonte hanno potuto ben verificare.

Nel complesso il problema che stiamo vivendo non è nuovo e non è nemmeno sorprendente, visto che viene studiato da molti anni. Un anziano professore di idrogeologia ci raccontava queste cose, esattamente come ce le stiamo raccontando adesso, già quindici anni or sono. Le tendenze in atto sono sempre le stesse, solo che al passare del tempo la situazione insiste ad aggravarsi. Abbiamo reti scolanti concepite a cavallo tra la metà dell’ottocento e l’era fascista, dimensionate con criterio dai progettisti dell’epoca: che però si basavano sulle precipitazioni ragionevolmente attese nella propria epoca . Ora viviamo in un contesto diverso: tutto il nostro approccio alla sicurezza idraulica ed alla difesa del suolo deve essere ripensato. Purtroppo non sembra esserci una seria discussione pubblica riguardo a questo tema. Sediamoci quindi a guardare ed attendiamo il prossimo disastro, non dovremo attendere a lungo.

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FAO food price index: tanta agricoltura, pochi soldi

Indice dei prezzi agroalimentari: la FAO censisce e pubblica da molto tempo serie storiche riguardo ai prodotti di più largo impiego. Il FAO food price index è un buon metro delle difficoltà contingenti a cui è esposto chi produce e lavora il cibo e chi invece cerca di mangiarselo. La costruzione di un indice globale come questo è una cosa complicata: bisogna creare indici dei prezzi separati per vari gruppi di prodotti, e quindi metterli assieme valutandone il peso effettivo. A rendere più difficile l’esercizio provvedono le distorsioni temporali: variano le importanze relative dei componenti, e variano gli effetti inflazionistici. Prendiamo per buoni l’indice globale nominale e le sue componenti così come ce le calcola la FAO, senza troppo questionare. Per chi vuole, è comunque possibile approfondire le considerazioni circa gli indici dei prezzi; ovviamente anche la stessa FAO fornisce approfondimenti sui metodi di analisi.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy sugar, indice prezzi cibo FAO, oli e grassi carne cereali latticini zuccheroFAO food price index, componenti; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

Un indice dei prezzi, in questo specifico caso prezzi nominali non corretti su base inflazionistica. Il periodo di riferimento è costituito dai 36 mesi dell’intervallo gennaio 2002 – dicembre 2004. Saranno anche prezzi nominali, ma qualcosa raccontano: soprattutto se pensiamo che l’inflazione per le più importanti valute di riferimento nel complesso è stata abbastanza bassa negli ultimi vent’anni. Dopo il periodo di relativa calma degli anni ’90, i prezzi iniziano a muoversi in maniera nervosa: le terribili fiammate del 2008 e successive annate le conosciamo bene. Si noti la relativa stabilità del costo delle carni, giustificata dalla complessità della filiera produttiva e dal gran numero di componenti che assorbe; a confronto con la tremenda volatilità che affligge lo zucchero. In termini nominali, i prezzi nell’agroalimentare sono andati incontro a qualcosa di vicino ad un raddoppio; condito da forte volatilità.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy, indice prezzi alimentari FAO, oli e grassi carne cereali latticiniFAO food price index, oli, carne, cereali, latticini; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

La vicenda si legge un po meglio levando di torno per l’appunto lo zucchero, che tra l’altro in termini di spesa complessiva non è nemmeno un attore di primo piano. L’indice globale ovviamente tende a seguire i termini da cui deriva: una media ponderata delle commodities agroalimentari più importanti e diffuse. Relativa stabilità delle carni, relativa volatilità di tutto il resto. I picchi del 2008 e del 2011 sono stati discussi un po ovunque, anche come motore di proteste e rivolte nei paesi più poveri: il fenomeno è stato studiato a livello accademico. Correlare eventi politici ad indici di prezzi è suggestivo ma azzardato, vista la complessità dei passaggi coinvolti. Restano i fatti: c’è una coincidenza temporale abbastanza ovvia tra rivolte di piazza nei paesi poveri e prezzo delle derrate alimentari, e forse questa si può considerare come un’ovvietà. Teniamo a mente anche questo: i poveri mangiano poca carne e molta farina. Questo li espone in maniera terribile ai picchi di prezzo che vedete nei grafici, molto pronunciati proprio per i prodotti vegetali ed i latticini. Indiscutibilmente comunque staremmo osservando una storia di recente e discontinuo rincaro dei prezzi, con negativi effetti sociali ed economici.

Indiscutibilmente? Forse no, e per capire la situazione dobbiamo pensare a come funziona l’agricoltura. Un agricoltore vero per fare il proprio lavoro impiega mezzi – azionati dal gasolio – i cui costi sono legati essenzialmente ai prezzi alla produzione dell’industria. Che dipendono dalla quotazione degli energetici, dominati dal petrolio. Poi ci sono i trasporti, e chi lavora nei campi sa bene di che parliamo: ultimo miglio, camion, ancora gasolio, ancora costo degli automezzi. Ad un agricoltore, o ad una industria conserviera o molitoria, non interessa affatto sapere di quanto si siano spostati in su o in giù i prezzi nominali delle derrate alimentari. Nemmeno interessa sapere quali siano stati i movimenti di prezzo corretti su base inflazionistica. Quel che interessa è tutt’altro: vendendo 1000 kg di mais o di burro, quanto gasolio potrò comprare per coprire i consumi operativi della mia azienda? E’ il carburante la vera valuta di riferimento, fa capolino ovunque. Se in 24 mesi i cereali raddoppiano e il gasolio quadruplica, sono fottuto. Se negli stessi 24 mesi i cereali si deprezzano di 1/4 ed il gasolio dimezza il suo prezzo, allora posso respirare bene.

FAO food price index 1990 2016, crude oil price brent wti fuel index, indice prezzi agricoltura FAO, indice prezzi petrolio greggio carburanti gasolio, ratio, rapportoFAO food price index, prezzo del petrolio, rapporto. Fonte: FAO, IndexMundi.

E qui arrivano le note dolenti, almeno per chi lavora nei campi: il potere d’acquisto relativo spuntato dalla produzione agricola è sostanzialmente crollato al passaggio di millennio. Mettiamo a confronto l’indice dei prezzi fornito da FAO con un indice avente struttura comparabile, e che rappresenti la variazione dei prezzi nominali del petrolio in riferimento al medesimo periodo base 2002 – 2004. Il secondo indice è più rozzo del primo, ma considerata la scarsa pressione inflazionistica media e la limitata estensione nel tempo può comunque identificare i cambiamenti importanti. Riassumiamo velocemente l’accaduto: dopo il ’99 – ’00, il petrolio decollava mentre il valore attribuito alla produzione agricola scivolava in basso. Prima di questa trasformazione, il rapporto tra i due indici oscillava attorno ad un certo campo di valori; successivamente si è posizionato a livelli che sono meno della metà, e da lì non si è mosso per quasi tre lustri. Riassumiamo ancora: il grano non compra più niente, e gli agricoltori europei devono chiudere bottega.

L’evento che osserviamo nei grafici è improvviso e decisivo. Da qualche parte evidentemente origina. Tra le molte ipotesi possibili, mi permetto di propinarvene una legata all’abbattimento delle barriere commerciali in sede WTO. Nella descrizione fornita dalla medesima Organizzazione “… more than 30% of agricultural produce had faced quotas or import restrictions. The first step in “tariffication” was to replace these restrictions with tariffs that represented about the same level of protection. Then, over six years from 1995-2000, these tariffs were gradually reduced  …”. Addio dazi, e siamo stati sommersi di prodotti che provengono o da colture estensive americane o da piantagioni africane piene di schiavi. In Europa quasi nessun agricoltore dispone di campicelli lunghi 3 km; e a parte la mafia nemmeno di schiavi. A questo fenomeno si sono sovrapposte tendenze globali ben note, tra cui incrementi di produzione e scomparsa di sussidi e/o di operazioni di ritiro delle produzioni eccedenti. Per i prezzi il destino era crollare, e questo hanno fatto.

Il rovescio della medaglia però esiste: la perdita di valore relativo della produzione agricola rispetto ai prodotti energetici / industriali rappresenta a tutti gli effetti un considerevole “guadagno di efficienza”. In pratica, a livello globale, stiamo ottenendo oggi molto più cibo impiegando meno mezzi e meno carburanti – in caso contrario non avremmo certo potuto osservare simili andamenti nei rapporti tra gli indici di prezzo. Un vantaggio transitorio e pieno di effetti collaterali ben noti, di solito classificati sotto l’etichetta poco lusinghiera di “economia di rapina”, ma comunque un vantaggio rilevante. Le rivolte degli affamati? Parliamo di persone che vivono ai margini del sistema e che hanno un potere d’acquisto limitatissimo. Non c’è efficienza che possa alleviarne le sofferenze, e comunque soffrono prima il caro carburante del caro pagnotta. Negli ultimi due anni abbiamo registrato una leggera ripresa della forza relativa dei prezzi dell’agroalimentare; potrebbe anche essere l’inizio di un nuovo cambiamento importante, chissà. Nel mentre, almeno per un po, continueremo a goderci il mondo che abbiamo costruito.

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Cavalcavia crolla a Lecco: una storia di Provincia?

Foto del cavalcavia crollato a Lecco, ottobre 2016, strada statale 36 del lago di Como e dello Spluga, Provinciale 49Cavalcavia crollato a Lecco, YouReporter.

Foto via You Reporter. Cadono calcinacci, c’è un cavalcavia in cemento armato che pare perdere pezzi. Un cantoniere volenteroso comincia a telefonare ai superiori per avvisarli del pericolo. Nessuno agisce, e dopo poco tempo il manufatto si spezza al passaggio di un autotreno particolarmente pesante. Un morto, i feriti e la conta dei danni. Adesso è il momento del rimpallo delle responsabilità: l’ex ente Provincia racconta che si occupava solo di asfaltare la sovrastante strada locale, la Provinciale 49, mentre da Anas non sembrano arrivare affermazioni chiare al riguardo. Bisognerebbe capire chi dovesse effettivamente garantire la tenuta del cavalcavia. La sottostante Statale 36 ora è interrotta. Incuria a parte, l’emergenza non è stata gestita in modo adeguato. Davanti al pericolo nessuno pare avere preso decisioni: pare che i vertici di entrambe le strutture – Anas e Fu Provincia – abbiano tardato ad ispezionare la zona.

Il caso di cronaca in sé è pieno di dettagli particolari e specifici, al momento non del tutto chiariti. Bisognerebbe però provare a riflettere su quello che sta accadendo ad ampio raggio in Italia in tema di infrastrutture. I soldi sono un po meno rispetto al passato, e vengono spesi malissimo. Pensiamo ad opere faraoniche ed inutili, ma il paese è pieno di buche e di travi corrose e crepate. Forse sarebbe il caso di pensare a gestire meglio l’esistente, ripensare l’organizzazione dei controlli, chiarire le responsabilità. E magari definire un po meglio le procedure di emergenza: abbiamo piani e norme di condotta per affrontare un cestino che brucia a causa di un mozzicone, ma apparentemente non per un ponte danneggiato che minaccia una superstrada. Un discorso a parte bisognerebbe poi farlo per gli enti di governo del territorio: la soppressione delle Province non è stata una idea brillante in partenza, e in molti casi la ridistribuzione delle – numerosissime – competenze pare ancora in alto mare. Tra caos organizzativo e normativo e scomparsa delle coperture finanziare, c’è da preoccuparsi davvero per le nostre reti infrastrutturali. Forse questo disastro è un campanello di allarme che dovremmo considerare con attenzione.

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Demografia italiana: le famiglie vere spariscono?

Per il nostro ente di statistica una famiglia cos’è? La definizione ufficiale sarebbe questa: “….Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune….”. Non è un problema di numeri, né di funzionalità: stando ad Istat basta volersi un gran bene. Se parliamo di persone sole, il discorso è più malinconico; le “famiglie mononucleari” sono il vero motore della recente crescita nel numero di nuclei censiti. Un segno dei tempi. Posto che il tema si intreccia con il concetto di stato civile delle persone, si può guardare a questi dati per frasi un’idea degli andamenti in atto.

piramide demografica demografia italia età stato civile sesso 2001 2002Piramide demografica in Italia 1° gennaio 2002. Fonte: Istat, Tuttitalia.

Per non voler faticare troppo, possiamo affidarci a quelli di Tuttitalia ed alle loro restituzioni grafiche. Ad inizio 2002 potevamo osservare la presenza di una piramide demografica  già matura, caratterizzata da alcune coorti dominanti; i nati del baby boom che si avvicinano alla vecchiaia. I giovani erano pochini, e questo dato notoriamente non è cambiato. Interessante la questione relativa allo stato civile delle persone censite: pochissimi divorziati, appena visibili, ed una tendenza abbastanza spiccata a contrarre matrimonio. Dopo i trent’anni, celibi e nubili tendevano a scomparire velocemente. Per intenderci, nell’intervallo 30 – 39 anni di età celibi e nubili incidevano per il 31,4 % del totale delle rispettive coorti demografiche. Ancora significativa la presenza di persone coniugate aventi età inferiore ai trent’anni.

piramide demografica demografia italia età stato civile sesso 2015 2016Piramide demografica in Italia 1° gennaio 2016. Fonte: Istat, Tuttitalia.

Passano tre lustri, ed il mondo cambia volto. Almeno il mondo di noi italiani; dati dalla medesima fonte. L’apice delle coorti in transito nel tempo si è spostato ovviamente in avanti: i nati del baby boom devono invecchiare come chiunque altro. In tema di stato civile però e successo qualcosa di molto più interessante: pare che non ci si sposi più. Analogo intervallo di età 30 – 39 anni, ora celibi e nubili rappresentano il 48,6 % del totale. Sostanzialmente svaniti nel nulla i matrimoni che interessino anche gli under 30, fanno la loro comparsa in età un po più avanzate nutrite schiere di divorziati. Decisamente quello del matrimonio non sembra essere un istituto molto popolare oggigiorno, non in Italia almeno. Le convivenze? Speriamo bene, ma come detto dovrebbero ricoprire anche l’effetto introdotto con il diffondersi dei divorzi. Una gara dura.

Così ad occhio, ed immaginando di voler proiettare di poco in avanti le tendenze in atto viviamo in un paese nel quale metà dei trentenni resta da solo; e nel quale praticamente nessun ventenne si sposa. Un affare rischioso, se pensiamo agli effetti di lungo termine. I nostri politici reagiscono a questo problema con bizzarre campagne pubblicitarie, e almeno ci si guadagna qualcosa in buonumore. Il problema di fondo però continua a non trovare soluzione. Non è solo una questione di prospettive economiche, pure importanti: decenni di retorica relativamente ostile alla famiglia forse hanno prodotto effetti che cominciano a farsi insostenibili. Possiamo cambiare radicalmente il modo di descrivere questa vicenda, lasciar perdere le sparate arroganti, ammettere di avere usato prepotenza e stupidità contro le persone che devono garantire un futuro al paese. Basta poi poco, non occorrono sforzi incredibili. In alternativa possiamo scomparire.

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Istanbul

La Turchia è un universo, più che uno Stato. Un mosaico di culture che faticano a stare assieme. Oggigiorno la consideriamo come un popoloso e ricco paese islamico. Girovagando per Istanbul la questione appare subito più complicata: le donne velate sono in genere originarie della provincia. Quanto ai vari burqa, niqab et similia : se ne vedono dove ci sono tanti turisti, ma non tanti altrove; la Turchia decisamente non è la patria d’origine di queste correnti stilistiche. I muezzin ed i minareti comunque sono parte del paesaggio e del frastuono urbano.

istanbul interno moschea blu Sultan Ahmed Mosque La Moschea Blu. Frequentemente gli edifici di culto più maestosi vengono realizzati dopo una vittoria importante, quando le cose vanno bene. Questa moschea è stata invece concepita dal sultano Ahmet I per risollevare il morale e l’immagine dell’Impero Ottomano, in difficoltà su più fronti agli inizi del ‘600. Edilizia consolatoria, e non celebrativa; di altissima qualità tra l’altro.

Basilica di Santa Sofia, Istanbul, AyasofyaLa basilica di Santa Sofia, a due passi all’estremità dell’Ippodromo dell’imperatore Costantino I, è un edificio che basta da sé a far capire la grandezza della storia cittadina. Imponente, ferita dal tempo, deformata da terremoti ed errori progettuali, riparata e modificata a più riprese. Nasce all’epoca degli imperatori romani d’oriente, voluta nella sua struttura definitiva da Giustiniano I, in quella che era allora Costantinopoli; vive per quasi un millennio come chiesa e viene poi convertita in moschea. Oggi è un museo, piena di ponteggi e restauratori.

mosaico, museo di IstanbulUn mosaico si può preservare per decine di secoli, e ne conosciamo parecchi di epoca romana. Quelli esposti nel museo cittadino dedicato sono grandi ed interessanti: pare risalgano al V secolo. La società dell’Impero d’Oriente non era un idillio di buone maniere: in queste opere potrete osservare spesso la rappresentazione del sangue. I giochi del circo, con corollario di belve e di uomini in armi, costituiscono una frazione rilevante dei soggetti.

fregi e sarcofagi, museo archeologico, TopkapiIl museo archeologico, sul fianco del Palazzo Topkapi, racconta la storia come l’hanno scavata i primi archeologi. I livelli di Troia o la cronologia cittadina imprigionata nel suolo, certo, ma è di grande effetto anche la raccolta di fregi e sarcofagi al piano terra. Sarà la luce tenue, sarà la bontà dell’allestimento o magari la qualità dei reperti: un luogo speciale ed affascinante.

Navi in attesa di attraversare il Bosforo - Mar Nero - Mar di MarmaraIstanbul è una città di mare, deve tutta la sua grandezza ad una posizione commerciale privilegiata. La teoria di navi che attendono di attraversare il Bosforo è interminabile; la corrente dello stretto è spesso impetuosa, non è un luogo di spiagge e bagnanti. Oggi i ponti e la metropolitana uniscono Asia ed Europa in pochi minuti, ma le lente navi mercantili univano ed uniscono davvero la città a tutto il mondo. Tristemente parte delle mura cittadine è stata rovinata per far posto a strade e binari.

Museo di arte moderna, Istanbul, equazione di BernoulliAll’angolo di ingresso del Corno d’Oro, sull’acqua, il museo di arte moderna. Copre una bella moschea e si appoggia ad un quartiere sgangherato. Niente di particolare a prima vista, se non fosse per quella strana scritta sulla parete rivolta a mare. Nientemeno che una possibile espressione della equazione di Bernoulli: una Turchia moderna che celebra la conoscenza a forza di graffiti, senza imbarazzo alcuno. Il canto dei muezzin si mischia in sottofondo alle sirene delle navi ed alle chiacchiere dei turisti. Impossibile semplificare in poche parole questo luogo.

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Fiscal breakeven price: ingannarsi da soli

Avete presente il concetto di “ fiscal breakeven price ”? Si tratta di un parametro che dovrebbe, nelle intenzioni, rappresentare il prezzo – di una risorsa rilevante – che permette ad un Paese esportatore di materie prime di mantenere in equilibrio il proprio bilancio. Gli attori coinvolti sono quegli stati che dipendono pesantemente dall’export di materia prima per finanziarsi: pensate al caffè per talune nazioni africane, o alla canna da zucchero per Cuba. L’esempio più noto è il legame tra il prezzo del petrolio ed il bilancio di alcuni grandi produttori. Tolti i costi di produzione e la remunerazione concessa alle aziende che operano nel settore, è possibile imporre royalties consistenti che vanno a finanziare il bilancio pubblico; in questo differisce il conto finanziario di stati come l’Italia o la Norvegia: loro hanno il petrolio, noi lo dobbiamo comprare. Quello che per loro rappresenta una voce in attivo nel bilancio pubblico, per noi rappresenta una voce in perdita – se evitiamo di considerare il nostro coinvolgimento nell’industria estrattiva.

Questo concetto di prezzo che consente l’equilibrio fiscale è stato indagato a lungo, e da enti autorevoli; come il Fondo Monetario Internazionale. Ovviamente la vicenda desta l’interesse di un gran numero di centri di ricerca, istituzioni bancarie, investitori, commentatori e via dicendo. Prendiamo qualche articolo e/o studio, fra i tanti. Tra i blog un pezzo a caso sul tema: “… for the oil dependent nations of OPEC, cheap crude is a budget nightmare. And, as Deutsche Bank pointed out in an October analysis, oil producers like Russia, Venezuela, and Nigeria all need prices above $100 a book to balance their books. Even Saudi Arabia needs around $99 to support its spending …”. All’epoca si speculava su un probabile affondamento del Venezuela – che effettivamente ora ha ridotto le proprie pretese. Di tono similare l’analisi offerta nel 2015 da Businnes Insider: “… Russia and Saudi Arabia’s break-even prices are both around $105/barrel, and Iran’s is neary $130. Meanwhile, Brent Crude is currently trading around $56/barrel — far below what these major producers would ideally like to see …”.

Nel complesso le descrizioni del problema differiscono di poco; ed originano sostanzialmente da studi targati FMI – la grafica dell’articolo di Businness Insider ad esempio. La rielaborazione forse più nota di questi concetti è quella offerta da Deutsche Bank; è ancora scaricabile, ad esempio qui. L’idea di fondo rimane quella di partenza: abbiamo grandi esportatori di idrocarburi che usano la rendita petrolifera per finanziare il bilancio pubblico. Se il prezzo si abbassa sotto ad una certa soglia sono dolori. La guerra del prezzo del petrolio che si dipana da quasi due anni non ha solo fatto saltare per aria un gran numero di produttori americani: ha anche prodotto effetti sui grandi petro-stati che popolano il planisfero. Le difficoltà di venezuelani, libici e iracheni sono comprensibili: nazioni messe male in partenza, a cui sono stati tolti dei soldi. C’è un altro attore che dovrebbe sperimentare sofferenze terribili, almeno stando alla letteratura disponibile: la Russia. Con un equilibrio fiscale stimato sopra i 100 $/bbl, a Mosca devono divertirsi poco se il prezzo scende a meno di 40 $.

fiscal breakeven price russia federazione russa prezzo di pareggio equilibrio fiscale costi estrattivi petrolio riserve banca centraleRiserve della banca centrale russa, prezzi del greggio. Fonte: CBR, IndexMundi.

Volendo osservare i parametri misurabili, le scelte sono piuttosto facili. I russi non hanno più un debito pubblico, non significativo almeno; e non hanno sciupato la revenue petrolifera in fesserie. Hanno riserve: la loro banca centrale dispone di centinaia di miliardi di dollari tra asset finanziari e oro. Ovviamente questa riserva viene impiegata per far fronte alle difficoltà economiche contingenti: e si vede bene dalla grafica sopra. Se il prezzo del greggio sale, le riserve della banca centrale crescono; se scende, vengono spese. Grasso stagionale consumato in inverno. La stranezza risiede nelle cifre: sarà anche vero che le riserve valutarie dei russi si sono vaporizzate velocemente nel post crisi 08/09, e anche in questi due anni; ma hanno trovato comunque stabilità con quotazioni del petrolio di 35 – 40 $/bbl. In particolare il primo crollo, ormai consegnato alla storia, avrebbe potuto indurre qualche riflessione: le riserve valutarie si rimpinguavano già al di sotto dei 50 $/bbl. Tutta questa guerra economica mossa ai russi, queste sanzioni, tutto questo agitarsi non ha funzionato. Non poteva funzionare, semplicemente perché il bilancio pubblico russo non smette affatto di funzionare al di sotto dei 105 $/bbl. Abbiamo scommesso sulla disfatta di questo giocatore, senza considerare i parametri disponibili: e abbiamo perso. Un enorme errore di valutazione che ha indotto mosse sbagliate?

Bisogna essere ingenui per credere a racconti così lineari. Se qualcuno ha speso tempo per diffondere documenti che raccontano di una bancarotta russa con il petrolio al di sotto dei 100 dollari, deve avere valutato di poter ottenere vantaggio da questa mossa. E il vantaggio, grosso, c’è stato: facendo circolare quel genere di documenti, è stato possibile spaventare gli impudenti investitori che si erano permessi di avvicinarsi troppo alla Russia. Un obiettivo strategico rilevante, perseguito con efficacia: pubbliche relazioni negative a danno del nemico. Ottima mossa. Poi il tempo è passato, le contingenze sono cambiate: qualcuno ha avuto l’idea di fare guerra ai russi, in maniera più diretta. Quanto regge l’assedio il nemico? Come decidere circa la sua resistenza? Facile: basta tirare fuori dai cassetti i rapporti che ne studiavano l’equilibrio fiscale; rapporti che nel mentre, nei circoli che contano, erano stati ormai accettati come solida verità. Una vantaggiosa ed intelligente menzogna propagandata per bene ha cominciato a camminare con le proprie gambe, ha preso vita, è sfuggita di mano: scambiata per vera, ormai al di fuori d’ogni controllo, ci ha indotti ad avventurarci con baldanza in una guerra economica che non potevamo che perdere. Magari in futuro, ricordandoci di questo disastro, eviteremo qualche nuovo e pernicioso errore.

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Il Sindaco di Firenze: TAV opera inspiegabile. Siamo sicuri?

Sentite un po cosa dice Dario Nardella, sindaco di Firenze, circa la vicenda della nuova linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe passare sotto al capoluogo toscano: “… Il progetto dell’Alta Velocità che Ferrovie ha voluto fare in tutti i modi, oggi ancor più di ieri, appare inspiegabile: è un grande spreco di denaro pubblico, perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro per risparmiare due minuti sulla tratta Roma-Bologna-Milano … […] … Un progetto – ha spiegato Nardella chiamato a rispondere sull’annosa questione del tunnel AV – che appare inspiegabile sotto più punti di vista. Il primo è che si realizza un’altra stazione, non a dieci chilometri (da Santa Maria Novella, ndr), ma a due chilometri…”. Il sindaco propone in maniera esplicita anche qualche soluzione praticabile ai problemi che ha sollevato: “… è un progetto nato male e che sta andando ancora peggio. Io ho intenzione insieme al Presidente Rossi (Governatore della Regione Toscana, ndr) di proporre al Governo e a Ferrovie dello Stato una modifica, non per bloccare tutto, ma per fare un’opera meno impattante, meno costosa e più utile ai cittadini … […] … Scavare in quel modo sotto Firenze rischia di essere inutile. Utilizzando dunque la stazione di Santa Maria Novella che può continuare ad essere il cuore, visto che abbiamo la stazione di Campo di Marte che può essere riqualificata per essere di servizio per molti treni della Alta Velocità …”.

Un’opera inspiegabile, dice il nostro. Dice che ci sono alternative economiche e nettamente più funzionali, già disponibili: si può utilizzare la grossa cintura ferroviaria esistente attorno a Firenze. I binari ci sono, le stazioni si possono migliorare o costruire: basta far circolare dei treni. Tutto abbastanza ovvio. Sulla scia della medesima scuola di pensiero, ma senza volersi esprimere in maniera altrettanto esplicita, in questi giorni il ministro Delrio ha reso pubblica l’intenzione di sforbiciare qualche altro cantiere. Pare ad esempio che la discussa Torino Lione verrà un po ridimensionata: “… modifiche sono state annunciate dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, che ha spiegato che sono state elaborate in un anno di lavoro dall’Osservatorio Tecnico Torino-Lione, una commissione istituita nel 2006 dal governo italiano. La modifica riguarda il tratto di ferrovia fra Buttigliera e Torino: il tunnel previsto dal progetto da Buttigliera e Orbassano verrà ridotto da 20,5 a 14 chilometri, mentre nel tratto successivo invece che costruire un nuovo tunnel sotto a diversi quartieri di Torino verranno ammodernate le linee ferroviarie già esistenti …”. Diverso linguaggio, stesso copione: avevamo progetti per affiancare linee di superficie esistenti con costosi percorsi interrati; ora sembra tornare di moda l’idea di viaggiare in superficie ove possibile, risparmiando soldi per opere che forse non sono poi così utili.

Opera inspiegabile, diceva Nardella. Come dire: ha aperto i progetti esistenti, li ha studiati, ha concluso che non hanno alcun senso sotto nessun punto di vista. E ha deciso di metterli in discussione. Tutto chiaro, no? Niente affatto. Non esistono mai, in nessun luogo ed in nessuna epoca, opere pubbliche totalmente inspiegabili. Ogni opera pubblica ha una genesi, coinvolge dei ragionamenti, mette a confronto un enorme numero di persone. Un individuo che osservasse il risultato di un siffatto processo e che lo ritenesse privo di qualsiasi ratio starebbe peccando di ingenuità. Prendiamo quindi il passante ferroviario di Firenze: interrato laddove questo non serve, porta lontano dal centro passeggeri che potrebbero arrivare direttamente in centro e produce un doppione di tracciati già esistenti che potrebbero facilmente coprire le necessità del futuro remoto. La funzionalità non c’è, non per i contribuenti ed i passeggeri. I costi sarebbero altissimi, gli effetti collaterali forse nemmeno gestibili: mi riferisco soprattutto agli scavi eseguiti in mezzo alla città, con inevitabile corollario di edifici dissestati. Il caso bolognese è lì a ricordarcelo.

Eppure questo apparente nonsenso per qualcuno ha senso: se ci sono spese da pagare, qualcuno paga; ma qualcun altro guadagna. I soldi sono così: se escono da un portafoglio finiscono invariabilmente con l’entrare in un altro portafoglio, non si perdono mai per strada. Stiamo parlando dell’industria nazionale delle costruzioni. L’edilizia è in crisi da un decennio, e gli italiani non intendono lasciarla morire. E così, ecco gli aiuti di stato mascherati: opere pubbliche faraoniche e totalmente insensate a livello di rapporto costi / benefici. Il tunnel costa troppo? Facciamone uno più lungo. Scavare in campagna è dispendioso? Scaviamo in mezzo alla città, così i costi diventano incalcolabili. Il tracciato superficiale richiede adeguamenti? Costruiamo un altro tracciato, possibilmente laddove è pressoché irrealizzabile. Gli esorbitanti preventivi finiscono col quadruplicare in corso d’opera; i venditori di cemento ringraziano contenti. Con buona pace di Nardella, che ha capito bene a cosa non serve il suo passante; ma non sembra aver capito a cosa serve davvero. O forse semplicemente non può dirlo in pubblico; aderendo apparentemente a quella corrente di pensiero che ritiene utile risolvere i problemi prima di averli compresi e spiegati al pubblico.

Se c’è un delitto, c’è un movente: tutti i film gialli che ho visto funzionano così. Se vuoi l’assassino devi scoprirlo, il movente. E se scopri un assassino ma non il movente, allora patirai altri delitti: per farli finire devi trovare il movente. Questa vicenda di opere faraoniche ed inutili, di preventivi taroccati, di costi esorbitanti, di ferrovie nuove percorse da treni vecchi o da nessun treno non la possiamo capire se non capiamo chi e perché ha agito ed in quale direzione. In Italia abbiamo un comparto delle costruzioni che è un filo sovradimensionato: e non è difficile dimostrarlo, basta osservare qualche parametro. La produzione di cemento portland è un buon indice, e per pigrizia mi cito: “… Nel 2007 la coppia Italia – Spagna totalizzava 95 milioni di t di cemento portland venduto; le altre sei nazioni del grafico sopra nel 2009 ne mettevano assieme si e no 76 milioni di t …”. La nostra sconvolgente sovrapproduzione di leganti non rappresenta certo un’eccellenza: in gran parte è roba da terzo mondo. Con una bolla immobiliare ormai scoppiata, e senza prospettive di recupero, le possibilità erano due: lasciar morire serenamente l’industria più inutile e dannosa che avevamo, oppure sostenerla con i soldi dei cittadini; sappiamo quale sia stata la scelta, e vediamo con quali danni. Le curiose opere pubbliche che ci vengono proposte ora non appaiono poi così inspiegabili; sembrano semmai una scelta del tutto logica.

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Brexit o combustibili fossili?

Piaciuto lo scherzo degli inglesi? Sono stati oggetto di una quantità di messaggi ostili, da parte di enti e personalità contrari ad un allontanamento dall’UE. Ad un certo punto i toni sono diventati apertamente minacciosi: tra chi preconizzava un Pil al tramonto e chi raccontava di future corse agli sportelli. Se c’è una cosa che ho imparato durante le risse alla scuola dell’obbligo è questa: mai mettersi a minacciare un astante arrabbiato. Peggiora la situazione, quasi sempre il soggetto si decide a passare alle via di fatto. E così, dopo tanto minacciare e denigrare, ecco qua il colpo di testa: gli inglesi hanno risposto. Senza nulla togliere alle sciocchezze che hanno combinato; vivono dentro ad un paradiso fiscale che ha gonfiato una bolla immobiliare rasente il ridicolo. Però la dinamica del voto resta quel che è: molti sostenitori dell’Unione avrebbero reso ad essa miglior servigio tacendo. Stendiamo un velo pietoso – un velo bello largo, visto che le campagne denigratorie paiono intensificarsi – e parliamo di una cosetta che, forse, sarà importante per gli inglesi; e che, forse, ha inciso anche sulla vicenda del referendum.

Brexit energia nel Regno Unito Inghilterra Energy in the UK United Kingdom England Milioni di tonnellate Mt, milioni di tonnellate equivalenti di petrolio Mtep, Million tonnes Mt, million tonnes oil equivalent Mtoe, produzione consumo production consumption, combustibili fossili fossil fuels, carbone coal, petrolio petroleum crude oil, gas naturale natural gas picco petrolio peakoilEnergia da combustibili fossili nel Regno Unito. Fonte: BP.

La storia pregressa dell’Inghilterra e dei suoi satelliti è la storia di una superpotenza energetica ed industriale al tramonto. Nella prima metà del ‘900, le miniere britanniche fornivano 200 – 250 milioni di t di carbone ogni anno. Ormai invece si parla di importazioni dall’estero, una cosa che alcuni decenni or sono sarebbe parsa impossibile. Lo sviluppo del Regno Unito seguì nel dopoguerra un percorso analogo a quello sperimentato da altre nazioni: il petrolio era l’energia della nuova era. Questa scelta venne messa a dura prova durante gli anni ’70, e l’esito fu per certi versi sorprendente: gli inglesi svilupparono in proprio una industria estrattiva, nel Mare del Nord, divenendo in breve esportatori di greggio. Le cose hanno smesso di funzionare bene più o meno 15 anni fa, e le produzioni di idrocarburi britanniche scemano inesorabilmente da allora. A parte un recentissimo rimbalzo – tutto da verificare – stiamo di nuovo osservando un produttore al tramonto che si è ridotto a dover in parte comprare all’estero ciò che prima poteva vendere agli altri.

Tralasciando il carbone, ormai defunto, possiamo supporre che rimangano quantità significative di gas e petrolio nel bacino del Mare del Nord. Questa regione mineraria è stata importantissima negli anni ’80 e ’90, ed è stata in grado di mantenere bassi i prezzi del greggio con effetti di portata globale; ha ovviamente dato un qualche contributo a far affondare l’impero sovietico, che tanto dipendeva dalla revenue delle esportazioni di idrocarburi. La storia oggi però è meno entusiasmante: il Mare del Nord è al capolinea, e questo è vero anche per i norvegesi o i danesi. Dal lato inglese, le riserve residue di petrolio sarebbero dichiarate in 370 milioni di tonnellate. Una decina di anni o poco meno, al ritmo odierno. Il gas metano pare destinato a seguirne le sorti: 200 miliardi di metri cubi di riserve, e una produzione recente di 36 – 40 miliardi di mc / anno. In mancanza di revisioni al rialzo, con il gas gli inglesi rischiano problemi seri. La cosa è chiara al punto che hanno cominciato ad importarne occasionalmente perfino dai russi, ma senza pubblicizzarlo troppo.

A pensare male si fa peccato, ma capita di fare centro. Se c’è un problema grosso per il Regno Unito ora è proprio l’assetto industriale ed energetico: le magie della finanza londinese potrebbero non bastare più, e questo rischia di obbligare gli inglesi a darsi da fare per altre vie. Posto che al momento l’UE non sembra favorevole all’espansione dell’impiego di certe reti infrastrutturali – ricordiamo il defunto South Stream – può darsi che simili operazioni siano più facili da negoziare al di fuori di essa anziché all’interno. Naturalmente questo è solo un pensiero maligno. Altro pensiero malevolo: la Scozia che vuole andarsene per i fatti suoi. La cosa piace poco a Londra, perché il petrolio ed il gas britannici sono in massima parte localizzati davanti alle coste degli scozzesi: i quali vorrebbero portarsi via le risorse e tenersele. Ma attenzione: il tempo stringe, e le riserve si esauriscono velocemente, le piattaforme arrugginiscono. Se gli scozzesi vogliono gestire qualcosa in proprio devono affrettarsi, altrimenti rischiano di andarsene con un pugno di mosche. Ci saranno tempi difficili per le isole britanniche?

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S&P 500: la scala temporale cambia il racconto

Indici di borsa pubblicati da anni o decenni, sono oggetti davvero interessanti. Ci raccontano un sacco di storie attorno alle peripezie del circo della finanza – ormai definitivamente finanza globale. Immagino che conoscerete le cattive prestazioni dell’indice di casa nostra, il FTSE MIB : scendeva dal 2007, e si era piazzato a livelli abbastanza stabili di circa 15.000 punti; effettivamente poco in confronto ai picchi di 40.000 e più registrarti pochi anni prima. Ha avuto una leggera ripresa nell’ultimo triennio, fino a superare i 20.000 punti; adesso è di nuovo a livelli di 16.000 / 18.000. La fiammata è durata poco, e le prospettive di medio termine destano scarsi entusiasmi. L’Italia è forse piccola e malconcia? Possiamo dare un’occhiata al giardino altrui, con un indice come Standard & Poor’s 500 : la capitalizzazione delle 500 più importanti aziende quotate in borsa negli Usa. I motori di ricerca oggigiorno riportano anche il racconto degli andamenti per via grafica.

Indice S&P 500, andamento quotazioni ad 1 mese.

Indice S&P 500, andamento ad 1 mese. Fonte: Yahoo Finance, Google.

La storia di questo indice di quotazione, osservando all’indietro per un mese, è fatta di pochi movimenti. Viaggiava leggermente in basso, poi si è ripreso in maniera significativa. In queste giornate è caduto più o meno ai valori di 15 – 20 giorni fa. Forse risente anch’esso delle noie politiche europee.

Indice S&P 500, andamento quotazioni a 3 mesi.

Indice S&P 500, andamento a 3 mesi. Fonte: Yahoo Finance, Google.

A tre mesi la storia cambia un po: nel complesso osserviamo una leggerissima salita, interrotta da cadute più o meno facilmente recuperabili. La banda di variazione è del genere 2020 – 2120 punti, come dire circa 2070 +/- 2,42%. Oscillazioni interessanti ma non terribili: in questo intervallo di tempo, se avete messo soldi su tanti titoli diversi, il valore del vostro portafoglio probabilmente non è cambiato molto. Rimane un andamento leggermente ballerino, ma niente di più.

Indice S&P 500, andamento quotazioni ad 1 anno.

Indice S&P 500, andamento ad 1 anno. Fonte: Yahoo Finance, Google.

Ad un anno visione ancora diversa: quello che pareva un blando movimento al rialzo, ora è solo il recupero di una caduta avvenuta ad inizio anno. E nell’annata appena trascorsa ne avevamo vista un’altra di cadute, rapidissima, nell’intervallo 18 – 25 agosto 2015: – 230 punti in una settimana, poi recuperati. Nel complesso, le quotazioni ad 1 anno sono piatte ed instabili: non si va molto oltre i 2100 punti, ma è possibile cadere precipitosamente a 1850 – 1900. E’ una cosa che genera una sensazione poco rassicurante.

Indice S&P 500, andamento quotazioni a 5 anni.

Indice S&P 500, andamento a 5 anni. Fonte: Yahoo Finance, Google.

A 5 anni la situazione è ancora diversa: crescita regolare, con instabilità tutto sommato modeste, seguita da un appiattimento recente. Partire da circa 1100 punti e salire fin sopra i 2100 non è cosa da poco: chi ha fatto le scommesse giuste ha guadagnato bene, in termini di capitalizzazione. Anche chi si è limitato ad affidarsi ad una prudente diversificazione però deve essersela passata bene: in media quasi un raddoppio dei valori concesso praticamente a tutti. Una bella storia con poche ombre.

Indice S&P 500, andamento storico quotazioni a 40 anni.

Indice S&P 500, andamento a 40 anni. Fonte: Yahoo Finance, Google.

Estendere lo sguardo all’indietro, ed evitare di farsi ingannare dalla nebbia del presente, è cosa sempre utilissima. Quello che appare solido a breve, non sembra più tale quando allarghiamo lo sguardo: e il discorso vale anche per un indice azionario. In 4 decenni di storia – la parte più vicina a noi – questo S&P 500 ha tanto da raccontarci: ha vissuto a lungo delle prestazioni delle aziende che rappresenta, ne ha seguito i destini. Poi qualcosa, giusto vent’anni fa, si è spezzato: abbiamo in archivio due crescite tumultuose seguite da crolli distruttivi. Ora ci troviamo in alto, molto in alto: a quote mai raggiunte prima. Ognuno pensi a cosa abbiamo fatto, come lo abbiamo fatto, perché lo abbiamo fatto. E ognuno provi a farsi un’idea di cosa ci riserva il futuro, tenendo bene a mente che il futuro di solito assomiglia un po al passato.

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