Istanbul

La Turchia è un universo, più che uno Stato. Un mosaico di culture che faticano a stare assieme. Oggigiorno la consideriamo come un popoloso e ricco paese islamico. Girovagando per Istanbul la questione appare subito più complicata: le donne velate sono in genere originarie della provincia. Quanto ai vari burqa, niqab et similia : se ne vedono dove ci sono tanti turisti, ma non tanti altrove; la Turchia decisamente non è la patria d’origine di queste correnti stilistiche. I muezzin ed i minareti comunque sono parte del paesaggio e del frastuono urbano.

istanbul interno moschea blu Sultan Ahmed Mosque La Moschea Blu. Frequentemente gli edifici di culto più maestosi vengono realizzati dopo una vittoria importante, quando le cose vanno bene. Questa moschea è stata invece concepita dal sultano Ahmet I per risollevare il morale e l’immagine dell’Impero Ottomano, in difficoltà su più fronti agli inizi del ‘600. Edilizia consolatoria, e non celebrativa; di altissima qualità tra l’altro.

Basilica di Santa Sofia, Istanbul, AyasofyaLa basilica di Santa Sofia, a due passi all’estremità dell’Ippodromo dell’imperatore Costantino I, è un edificio che basta da sé a far capire la grandezza della storia cittadina. Imponente, ferita dal tempo, deformata da terremoti ed errori progettuali, riparata e modificata a più riprese. Nasce all’epoca degli imperatori romani d’oriente, voluta nella sua struttura definitiva da Giustiniano I, in quella che era allora Costantinopoli; vive per quasi un millennio come chiesa e viene poi convertita in moschea. Oggi è un museo, piena di ponteggi e restauratori.

mosaico, museo di IstanbulUn mosaico si può preservare per decine di secoli, e ne conosciamo parecchi di epoca romana. Quelli esposti nel museo cittadino dedicato sono grandi ed interessanti: pare risalgano al V secolo. La società dell’Impero d’Oriente non era un idillio di buone maniere: in queste opere potrete osservare spesso la rappresentazione del sangue. I giochi del circo, con corollario di belve e di uomini in armi, costituiscono una frazione rilevante dei soggetti.

fregi e sarcofagi, museo archeologico, TopkapiIl museo archeologico, sul fianco del Palazzo Topkapi, racconta la storia come l’hanno scavata i primi archeologi. I livelli di Troia o la cronologia cittadina imprigionata nel suolo, certo, ma è di grande effetto anche la raccolta di fregi e sarcofagi al piano terra. Sarà la luce tenue, sarà la bontà dell’allestimento o magari la qualità dei reperti: un luogo speciale ed affascinante.

Navi in attesa di attraversare il Bosforo - Mar Nero - Mar di MarmaraIstanbul è una città di mare, deve tutta la sua grandezza ad una posizione commerciale privilegiata. La teoria di navi che attendono di attraversare il Bosforo è interminabile; la corrente dello stretto è spesso impetuosa, non è un luogo di spiagge e bagnanti. Oggi i ponti e la metropolitana uniscono Asia ed Europa in pochi minuti, ma le lente navi mercantili univano ed uniscono davvero la città a tutto il mondo. Tristemente parte delle mura cittadine è stata rovinata per far posto a strade e binari.

Museo di arte moderna, Istanbul, equazione di BernoulliAll’angolo di ingresso del Corno d’Oro, sull’acqua, il museo di arte moderna. Copre una bella moschea e si appoggia ad un quartiere sgangherato. Niente di particolare a prima vista, se non fosse per quella strana scritta sulla parete rivolta a mare. Nientemeno che una possibile espressione della equazione di Bernoulli: una Turchia moderna che celebra la conoscenza a forza di graffiti, senza imbarazzo alcuno. Il canto dei muezzin si mischia in sottofondo alle sirene delle navi ed alle chiacchiere dei turisti. Impossibile semplificare in poche parole questo luogo.

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Fiscal breakeven price: ingannarsi da soli

Avete presente il concetto di “ fiscal breakeven price ”? Si tratta di un parametro che dovrebbe, nelle intenzioni, rappresentare il prezzo – di una risorsa rilevante – che permette ad un Paese esportatore di materie prime di mantenere in equilibrio il proprio bilancio. Gli attori coinvolti sono quegli stati che dipendono pesantemente dall’export di materia prima per finanziarsi: pensate al caffè per talune nazioni africane, o alla canna da zucchero per Cuba. L’esempio più noto è il legame tra il prezzo del petrolio ed il bilancio di alcuni grandi produttori. Tolti i costi di produzione e la remunerazione concessa alle aziende che operano nel settore, è possibile imporre royalties consistenti che vanno a finanziare il bilancio pubblico; in questo differisce il conto finanziario di stati come l’Italia o la Norvegia: loro hanno il petrolio, noi lo dobbiamo comprare. Quello che per loro rappresenta una voce in attivo nel bilancio pubblico, per noi rappresenta una voce in perdita – se evitiamo di considerare il nostro coinvolgimento nell’industria estrattiva.

Questo concetto di prezzo che consente l’equilibrio fiscale è stato indagato a lungo, e da enti autorevoli; come il Fondo Monetario Internazionale. Ovviamente la vicenda desta l’interesse di un gran numero di centri di ricerca, istituzioni bancarie, investitori, commentatori e via dicendo. Prendiamo qualche articolo e/o studio, fra i tanti. Tra i blog un pezzo a caso sul tema: “… for the oil dependent nations of OPEC, cheap crude is a budget nightmare. And, as Deutsche Bank pointed out in an October analysis, oil producers like Russia, Venezuela, and Nigeria all need prices above $100 a book to balance their books. Even Saudi Arabia needs around $99 to support its spending …”. All’epoca si speculava su un probabile affondamento del Venezuela – che effettivamente ora ha ridotto le proprie pretese. Di tono similare l’analisi offerta nel 2015 da Businnes Insider: “… Russia and Saudi Arabia’s break-even prices are both around $105/barrel, and Iran’s is neary $130. Meanwhile, Brent Crude is currently trading around $56/barrel — far below what these major producers would ideally like to see …”.

Nel complesso le descrizioni del problema differiscono di poco; ed originano sostanzialmente da studi targati FMI – la grafica dell’articolo di Businness Insider ad esempio. La rielaborazione forse più nota di questi concetti è quella offerta da Deutsche Bank; è ancora scaricabile, ad esempio qui. L’idea di fondo rimane quella di partenza: abbiamo grandi esportatori di idrocarburi che usano la rendita petrolifera per finanziare il bilancio pubblico. Se il prezzo si abbassa sotto ad una certa soglia sono dolori. La guerra del prezzo del petrolio che si dipana da quasi due anni non ha solo fatto saltare per aria un gran numero di produttori americani: ha anche prodotto effetti sui grandi petro-stati che popolano il planisfero. Le difficoltà di venezuelani, libici e iracheni sono comprensibili: nazioni messe male in partenza, a cui sono stati tolti dei soldi. C’è un altro attore che dovrebbe sperimentare sofferenze terribili, almeno stando alla letteratura disponibile: la Russia. Con un equilibrio fiscale stimato sopra i 100 $/bbl, a Mosca devono divertirsi poco se il prezzo scende a meno di 40 $.

fiscal breakeven price russia federazione russa prezzo di pareggio equilibrio fiscale costi estrattivi petrolio riserve banca centraleRiserve della banca centrale russa, prezzi del greggio. Fonte: CBR, IndexMundi.

Volendo osservare i parametri misurabili, le scelte sono piuttosto facili. I russi non hanno più un debito pubblico, non significativo almeno; e non hanno sciupato la revenue petrolifera in fesserie. Hanno riserve: la loro banca centrale dispone di centinaia di miliardi di dollari tra asset finanziari e oro. Ovviamente questa riserva viene impiegata per far fronte alle difficoltà economiche contingenti: e si vede bene dalla grafica sopra. Se il prezzo del greggio sale, le riserve della banca centrale crescono; se scende, vengono spese. Grasso stagionale consumato in inverno. La stranezza risiede nelle cifre: sarà anche vero che le riserve valutarie dei russi si sono vaporizzate velocemente nel post crisi 08/09, e anche in questi due anni; ma hanno trovato comunque stabilità con quotazioni del petrolio di 35 – 40 $/bbl. In particolare il primo crollo, ormai consegnato alla storia, avrebbe potuto indurre qualche riflessione: le riserve valutarie si rimpinguavano già al di sotto dei 50 $/bbl. Tutta questa guerra economica mossa ai russi, queste sanzioni, tutto questo agitarsi non ha funzionato. Non poteva funzionare, semplicemente perché il bilancio pubblico russo non smette affatto di funzionare al di sotto dei 105 $/bbl. Abbiamo scommesso sulla disfatta di questo giocatore, senza considerare i parametri disponibili: e abbiamo perso. Un enorme errore di valutazione che ha indotto mosse sbagliate?

Bisogna essere ingenui per credere a racconti così lineari. Se qualcuno ha speso tempo per diffondere documenti che raccontano di una bancarotta russa con il petrolio al di sotto dei 100 dollari, deve avere valutato di poter ottenere vantaggio da questa mossa. E il vantaggio, grosso, c’è stato: facendo circolare quel genere di documenti, è stato possibile spaventare gli impudenti investitori che si erano permessi di avvicinarsi troppo alla Russia. Un obiettivo strategico rilevante, perseguito con efficacia: pubbliche relazioni negative a danno del nemico. Ottima mossa. Poi il tempo è passato, le contingenze sono cambiate: qualcuno ha avuto l’idea di fare guerra ai russi, in maniera più diretta. Quanto regge l’assedio il nemico? Come decidere circa la sua resistenza? Facile: basta tirare fuori dai cassetti i rapporti che ne studiavano l’equilibrio fiscale; rapporti che nel mentre, nei circoli che contano, erano stati ormai accettati come solida verità. Una vantaggiosa ed intelligente menzogna propagandata per bene ha cominciato a camminare con le proprie gambe, ha preso vita, è sfuggita di mano: scambiata per vera, ormai al di fuori d’ogni controllo, ci ha indotti ad avventurarci con baldanza in una guerra economica che non potevamo che perdere. Magari in futuro, ricordandoci di questo disastro, eviteremo qualche nuovo e pernicioso errore.

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Il Sindaco di Firenze: TAV opera inspiegabile. Siamo sicuri?

Sentite un po cosa dice Dario Nardella, sindaco di Firenze, circa la vicenda della nuova linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe passare sotto al capoluogo toscano: “… Il progetto dell’Alta Velocità che Ferrovie ha voluto fare in tutti i modi, oggi ancor più di ieri, appare inspiegabile: è un grande spreco di denaro pubblico, perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro per risparmiare due minuti sulla tratta Roma-Bologna-Milano … […] … Un progetto – ha spiegato Nardella chiamato a rispondere sull’annosa questione del tunnel AV – che appare inspiegabile sotto più punti di vista. Il primo è che si realizza un’altra stazione, non a dieci chilometri (da Santa Maria Novella, ndr), ma a due chilometri…”. Il sindaco propone in maniera esplicita anche qualche soluzione praticabile ai problemi che ha sollevato: “… è un progetto nato male e che sta andando ancora peggio. Io ho intenzione insieme al Presidente Rossi (Governatore della Regione Toscana, ndr) di proporre al Governo e a Ferrovie dello Stato una modifica, non per bloccare tutto, ma per fare un’opera meno impattante, meno costosa e più utile ai cittadini … […] … Scavare in quel modo sotto Firenze rischia di essere inutile. Utilizzando dunque la stazione di Santa Maria Novella che può continuare ad essere il cuore, visto che abbiamo la stazione di Campo di Marte che può essere riqualificata per essere di servizio per molti treni della Alta Velocità …”.

Un’opera inspiegabile, dice il nostro. Dice che ci sono alternative economiche e nettamente più funzionali, già disponibili: si può utilizzare la grossa cintura ferroviaria esistente attorno a Firenze. I binari ci sono, le stazioni si possono migliorare o costruire: basta far circolare dei treni. Tutto abbastanza ovvio. Sulla scia della medesima scuola di pensiero, ma senza volersi esprimere in maniera altrettanto esplicita, in questi giorni il ministro Delrio ha reso pubblica l’intenzione di sforbiciare qualche altro cantiere. Pare ad esempio che la discussa Torino Lione verrà un po ridimensionata: “… modifiche sono state annunciate dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, che ha spiegato che sono state elaborate in un anno di lavoro dall’Osservatorio Tecnico Torino-Lione, una commissione istituita nel 2006 dal governo italiano. La modifica riguarda il tratto di ferrovia fra Buttigliera e Torino: il tunnel previsto dal progetto da Buttigliera e Orbassano verrà ridotto da 20,5 a 14 chilometri, mentre nel tratto successivo invece che costruire un nuovo tunnel sotto a diversi quartieri di Torino verranno ammodernate le linee ferroviarie già esistenti …”. Diverso linguaggio, stesso copione: avevamo progetti per affiancare linee di superficie esistenti con costosi percorsi interrati; ora sembra tornare di moda l’idea di viaggiare in superficie ove possibile, risparmiando soldi per opere che forse non sono poi così utili.

Opera inspiegabile, diceva Nardella. Come dire: ha aperto i progetti esistenti, li ha studiati, ha concluso che non hanno alcun senso sotto nessun punto di vista. E ha deciso di metterli in discussione. Tutto chiaro, no? Niente affatto. Non esistono mai, in nessun luogo ed in nessuna epoca, opere pubbliche totalmente inspiegabili. Ogni opera pubblica ha una genesi, coinvolge dei ragionamenti, mette a confronto un enorme numero di persone. Un individuo che osservasse il risultato di un siffatto processo e che lo ritenesse privo di qualsiasi ratio starebbe peccando di ingenuità. Prendiamo quindi il passante ferroviario di Firenze: interrato laddove questo non serve, porta lontano dal centro passeggeri che potrebbero arrivare direttamente in centro e produce un doppione di tracciati già esistenti che potrebbero facilmente coprire le necessità del futuro remoto. La funzionalità non c’è, non per i contribuenti ed i passeggeri. I costi sarebbero altissimi, gli effetti collaterali forse nemmeno gestibili: mi riferisco soprattutto agli scavi eseguiti in mezzo alla città, con inevitabile corollario di edifici dissestati. Il caso bolognese è lì a ricordarcelo.

Eppure questo apparente nonsenso per qualcuno ha senso: se ci sono spese da pagare, qualcuno paga; ma qualcun altro guadagna. I soldi sono così: se escono da un portafoglio finiscono invariabilmente con l’entrare in un altro portafoglio, non si perdono mai per strada. Stiamo parlando dell’industria nazionale delle costruzioni. L’edilizia è in crisi da un decennio, e gli italiani non intendono lasciarla morire. E così, ecco gli aiuti di stato mascherati: opere pubbliche faraoniche e totalmente insensate a livello di rapporto costi / benefici. Il tunnel costa troppo? Facciamone uno più lungo. Scavare in campagna è dispendioso? Scaviamo in mezzo alla città, così i costi diventano incalcolabili. Il tracciato superficiale richiede adeguamenti? Costruiamo un altro tracciato, possibilmente laddove è pressoché irrealizzabile. Gli esorbitanti preventivi finiscono col quadruplicare in corso d’opera; i venditori di cemento ringraziano contenti. Con buona pace di Nardella, che ha capito bene a cosa non serve il suo passante; ma non sembra aver capito a cosa serve davvero. O forse semplicemente non può dirlo in pubblico; aderendo apparentemente a quella corrente di pensiero che ritiene utile risolvere i problemi prima di averli compresi e spiegati al pubblico.

Se c’è un delitto, c’è un movente: tutti i film gialli che ho visto funzionano così. Se vuoi l’assassino devi scoprirlo, il movente. E se scopri un assassino ma non il movente, allora patirai altri delitti: per farli finire devi trovare il movente. Questa vicenda di opere faraoniche ed inutili, di preventivi taroccati, di costi esorbitanti, di ferrovie nuove percorse da treni vecchi o da nessun treno non la possiamo capire se non capiamo chi e perché ha agito ed in quale direzione. In Italia abbiamo un comparto delle costruzioni che è un filo sovradimensionato: e non è difficile dimostrarlo, basta osservare qualche parametro. La produzione di cemento portland è un buon indice, e per pigrizia mi cito: “… Nel 2007 la coppia Italia – Spagna totalizzava 95 milioni di t di cemento portland venduto; le altre sei nazioni del grafico sopra nel 2009 ne mettevano assieme si e no 76 milioni di t …”. La nostra sconvolgente sovrapproduzione di leganti non rappresenta certo un’eccellenza: in gran parte è roba da terzo mondo. Con una bolla immobiliare ormai scoppiata, e senza prospettive di recupero, le possibilità erano due: lasciar morire serenamente l’industria più inutile e dannosa che avevamo, oppure sostenerla con i soldi dei cittadini; sappiamo quale sia stata la scelta, e vediamo con quali danni. Le curiose opere pubbliche che ci vengono proposte ora non appaiono poi così inspiegabili; sembrano semmai una scelta del tutto logica.

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Brexit o combustibili fossili?

Piaciuto lo scherzo degli inglesi? Sono stati oggetto di una quantità di messaggi ostili, da parte di enti e personalità contrari ad un allontanamento dall’UE. Ad un certo punto i toni sono diventati apertamente minacciosi: tra chi preconizzava un Pil al tramonto e chi raccontava di future corse agli sportelli. Se c’è una cosa che ho imparato durante le risse alla scuola dell’obbligo è questa: mai mettersi a minacciare un astante arrabbiato. Peggiora la situazione, quasi sempre il soggetto si decide a passare alle via di fatto. E così, dopo tanto minacciare e denigrare, ecco qua il colpo di testa: gli inglesi hanno risposto. Senza nulla togliere alle sciocchezze che hanno combinato; vivono dentro ad un paradiso fiscale che ha gonfiato una bolla immobiliare rasente il ridicolo. Però la dinamica del voto resta quel che è: molti sostenitori dell’Unione avrebbero reso ad essa miglior servigio tacendo. Stendiamo un velo pietoso – un velo bello largo, visto che le campagne denigratorie paiono intensificarsi – e parliamo di una cosetta che, forse, sarà importante per gli inglesi; e che, forse, ha inciso anche sulla vicenda del referendum.

Brexit energia nel Regno Unito Inghilterra Energy in the UK United Kingdom England Milioni di tonnellate Mt, milioni di tonnellate equivalenti di petrolio Mtep, Million tonnes Mt, million tonnes oil equivalent Mtoe, produzione consumo production consumption, combustibili fossili fossil fuels, carbone coal, petrolio petroleum crude oil, gas naturale natural gas picco petrolio peakoilEnergia da combustibili fossili nel Regno Unito. Fonte: BP.

La storia pregressa dell’Inghilterra e dei suoi satelliti è la storia di una superpotenza energetica ed industriale al tramonto. Nella prima metà del ‘900, le miniere britanniche fornivano 200 – 250 milioni di t di carbone ogni anno. Ormai invece si parla di importazioni dall’estero, una cosa che alcuni decenni or sono sarebbe parsa impossibile. Lo sviluppo del Regno Unito seguì nel dopoguerra un percorso analogo a quello sperimentato da altre nazioni: il petrolio era l’energia della nuova era. Questa scelta venne messa a dura prova durante gli anni ’70, e l’esito fu per certi versi sorprendente: gli inglesi svilupparono in proprio una industria estrattiva, nel Mare del Nord, divenendo in breve esportatori di greggio. Le cose hanno smesso di funzionare bene più o meno 15 anni fa, e le produzioni di idrocarburi britanniche scemano inesorabilmente da allora. A parte un recentissimo rimbalzo – tutto da verificare – stiamo di nuovo osservando un produttore al tramonto che si è ridotto a dover in parte comprare all’estero ciò che prima poteva vendere agli altri.

Tralasciando il carbone, ormai defunto, possiamo supporre che rimangano quantità significative di gas e petrolio nel bacino del Mare del Nord. Questa regione mineraria è stata importantissima negli anni ’80 e ’90, ed è stata in grado di mantenere bassi i prezzi del greggio con effetti di portata globale; ha ovviamente dato un qualche contributo a far affondare l’impero sovietico, che tanto dipendeva dalla revenue delle esportazioni di idrocarburi. La storia oggi però è meno entusiasmante: il Mare del Nord è al capolinea, e questo è vero anche per i norvegesi o i danesi. Dal lato inglese, le riserve residue di petrolio sarebbero dichiarate in 370 milioni di tonnellate. Una decina di anni o poco meno, al ritmo odierno. Il gas metano pare destinato a seguirne le sorti: 200 miliardi di metri cubi di riserve, e una produzione recente di 36 – 40 miliardi di mc / anno. In mancanza di revisioni al rialzo, con il gas gli inglesi rischiano problemi seri. La cosa è chiara al punto che hanno cominciato ad importarne occasionalmente perfino dai russi, ma senza pubblicizzarlo troppo.

A pensare male si fa peccato, ma capita di fare centro. Se c’è un problema grosso per il Regno Unito ora è proprio l’assetto industriale ed energetico: le magie della finanza londinese potrebbero non bastare più, e questo rischia di obbligare gli inglesi a darsi da fare per altre vie. Posto che al momento l’UE non sembra favorevole all’espansione dell’impiego di certe reti infrastrutturali – ricordiamo il defunto South Stream – può darsi che simili operazioni siano più facili da negoziare al di fuori di essa anziché all’interno. Naturalmente questo è solo un pensiero maligno. Altro pensiero malevolo: la Scozia che vuole andarsene per i fatti suoi. La cosa piace poco a Londra, perché il petrolio ed il gas britannici sono in massima parte localizzati davanti alle coste degli scozzesi: i quali vorrebbero portarsi via le risorse e tenersele. Ma attenzione: il tempo stringe, e le riserve si esauriscono velocemente, le piattaforme arrugginiscono. Se gli scozzesi vogliono gestire qualcosa in proprio devono affrettarsi, altrimenti rischiano di andarsene con un pugno di mosche. Ci saranno tempi difficili per le isole britanniche?

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S&P 500: la scala temporale cambia il racconto

Indici di borsa pubblicati da anni o decenni, sono oggetti davvero interessanti. Ci raccontano un sacco di storie attorno alle peripezie del circo della finanza – ormai definitivamente finanza globale. Immagino che conoscerete le cattive prestazioni dell’indice di casa nostra, il FTSE MIB : scendeva dal 2007, e si era piazzato a livelli abbastanza stabili di circa 15.000 punti; effettivamente poco in confronto ai picchi di 40.000 e più registrarti pochi anni prima. Ha avuto una leggera ripresa nell’ultimo triennio, fino a superare i 20.000 punti; adesso è di nuovo a livelli di 16.000 / 18.000. La fiammata è durata poco, e le prospettive di medio termine destano scarsi entusiasmi. L’Italia è forse piccola e malconcia? Possiamo dare un’occhiata al giardino altrui, con un indice come Standard & Poor’s 500 : la capitalizzazione delle 500 più importanti aziende quotate in borsa negli Usa. I motori di ricerca oggigiorno riportano anche il racconto degli andamenti per via grafica.

Indice S&P 500, andamento quotazioni ad 1 mese.

Indice S&P 500, andamento ad 1 mese. Fonte: Yahoo Finance, Google.

La storia di questo indice di quotazione, osservando all’indietro per un mese, è fatta di pochi movimenti. Viaggiava leggermente in basso, poi si è ripreso in maniera significativa. In queste giornate è caduto più o meno ai valori di 15 – 20 giorni fa. Forse risente anch’esso delle noie politiche europee.

Indice S&P 500, andamento quotazioni a 3 mesi.

Indice S&P 500, andamento a 3 mesi. Fonte: Yahoo Finance, Google.

A tre mesi la storia cambia un po: nel complesso osserviamo una leggerissima salita, interrotta da cadute più o meno facilmente recuperabili. La banda di variazione è del genere 2020 – 2120 punti, come dire circa 2070 +/- 2,42%. Oscillazioni interessanti ma non terribili: in questo intervallo di tempo, se avete messo soldi su tanti titoli diversi, il valore del vostro portafoglio probabilmente non è cambiato molto. Rimane un andamento leggermente ballerino, ma niente di più.

Indice S&P 500, andamento quotazioni ad 1 anno.

Indice S&P 500, andamento ad 1 anno. Fonte: Yahoo Finance, Google.

Ad un anno visione ancora diversa: quello che pareva un blando movimento al rialzo, ora è solo il recupero di una caduta avvenuta ad inizio anno. E nell’annata appena trascorsa ne avevamo vista un’altra di cadute, rapidissima, nell’intervallo 18 – 25 agosto 2015: – 230 punti in una settimana, poi recuperati. Nel complesso, le quotazioni ad 1 anno sono piatte ed instabili: non si va molto oltre i 2100 punti, ma è possibile cadere precipitosamente a 1850 – 1900. E’ una cosa che genera una sensazione poco rassicurante.

Indice S&P 500, andamento quotazioni a 5 anni.

Indice S&P 500, andamento a 5 anni. Fonte: Yahoo Finance, Google.

A 5 anni la situazione è ancora diversa: crescita regolare, con instabilità tutto sommato modeste, seguita da un appiattimento recente. Partire da circa 1100 punti e salire fin sopra i 2100 non è cosa da poco: chi ha fatto le scommesse giuste ha guadagnato bene, in termini di capitalizzazione. Anche chi si è limitato ad affidarsi ad una prudente diversificazione però deve essersela passata bene: in media quasi un raddoppio dei valori concesso praticamente a tutti. Una bella storia con poche ombre.

Indice S&P 500, andamento storico quotazioni a 40 anni.

Indice S&P 500, andamento a 40 anni. Fonte: Yahoo Finance, Google.

Estendere lo sguardo all’indietro, ed evitare di farsi ingannare dalla nebbia del presente, è cosa sempre utilissima. Quello che appare solido a breve, non sembra più tale quando allarghiamo lo sguardo: e il discorso vale anche per un indice azionario. In 4 decenni di storia – la parte più vicina a noi – questo S&P 500 ha tanto da raccontarci: ha vissuto a lungo delle prestazioni delle aziende che rappresenta, ne ha seguito i destini. Poi qualcosa, giusto vent’anni fa, si è spezzato: abbiamo in archivio due crescite tumultuose seguite da crolli distruttivi. Ora ci troviamo in alto, molto in alto: a quote mai raggiunte prima. Ognuno pensi a cosa abbiamo fatto, come lo abbiamo fatto, perché lo abbiamo fatto. E ognuno provi a farsi un’idea di cosa ci riserva il futuro, tenendo bene a mente che il futuro di solito assomiglia un po al passato.

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Bolla immobiliare: gli appartamenti senza famiglie

Tornata elettorale a Bologna: ci si diverte parecchio sotto le due torri, alla ricerca di un nuovo sindaco. In campagna elettorale le si spara sempre grosse, ma qualche discussione sensata magari ne può anche venire fuori. Per dire, pare che ci sia una “emergenza casa” in città. E’ un concetto che potrebbe apparirvi strano: considerate che Bologna perde residenti da molti anni, almeno una quarantina. Nel 1971 la città contava 491.000 abitanti, mentre nel 2011 a malapena 371.000: a fronte della scomparsa di circa un quarto dei cittadini, e tenendo a mente la furia edificatoria di questi ultimi vent’anni, come fanno a non bastare le case? Probabilmente dovremmo considerare che i residenti sono sì calati, ma i nuclei familiari sono cresciuti rapidamente di numero. Su base nazionale nel medesimo intervallo temporale segnano un +54% : questo ingrediente deve avere deciso parecchio anche a Bologna.

Una uscita pubblica interessante sul tema delle abitazioni per i più poveri è venuta nientemeno che dalla curia bolognese: con il vescovo Zuppi che afferma di voler mettere in campo il patrimonio immobiliare ecclesiastico per far fronte ai problemi del momento. Una scelta interessante, da confrontare con l’atteggiamento di quanti pretendono di gettare in strada vecchi e bambini alla prima bolletta non pagata. Esistono correnti di pensiero un po diverse, e credo sia il caso di tenerle d’occhio. Tra tutti vi segnalo tal Lorenzoni, candidato sindaco per una sigla che ancora si dichiara comunista – una vera rarità in Italia. Il nostro personaggio propone con chiarezza tra le altre cose nientemeno che “… la requisizione delle case sfitte di proprietà delle società immobiliari e l’esproprio degli edifici ecclesiastici (tranne i luoghi di culto), per utilizzarli come edilizia residenziale pubblica …”. Il termine requisizione è ormai ignoto ai più; andava di moda nell’immediato dopoguerra.

Forse prima di schierarsi sarebbe utile capire le dimensioni del problema. Per l’appunto, ma quante abitazioni abbiamo sparse in giro per l’Italia? Tra chi pretende sfratti come se piovesse e chi pretende di occupare stabili inutilizzati, potremo pure farci un’idea in quantità del fenomeno casa intorno a noi. Già, perché in effetti non è detto che le soluzioni proposte da politici, pensatori e prelati possano risolvere i problemi del caso. E sopra ogni cosa: non è detto che i problemi di cui si discute esistano realmente; risolvere problemi che non esistono è un’impresa davvero impossibile. Per la contabilità ci affidiamo al sempreverde Catasto, oggi inglobato nella Agenzia delle Entrate. Vedere le ultime Statistiche Catastali pubblicate, al momento riferite a tutto il 2014. Grossomodo a livello nazionale disponiamo di 63,9 milioni di unità immobiliari fatte e finite – escluse quindi le classi F – di vario genere, dall’appartamento al capannone alla stazione ferroviaria.

Numero di immobili unità immobiliari per gruppi di categoria categorie catastale catastali catasto e per tipologia di intestatari e variazione annuaUnità immobiliari per gruppi di categorie catastali e per tipologia di intestatari. Fonte: OMI.

La classe A escluso A10 raccoglie le abitazioni – dall’appartamento al trullo al castello; questa categoria di immobili è quella che più interessa quando si parla di famiglie e di emergenza abitativa. Lo stock disponibile è ovviamente grosso: 34,7 milioni di unità ufficialmente dichiarate. C’è dell’altro: la classe F della pubblicazione raccoglie le strutture che “non producono reddito”. Lastrici, ruderi, cantieri, generiche aree urbane, opere in attesa di classificazione o di completamento. In mezzo ad esse, troviamo circa 864.000 unità in costruzione o in attesa di definizione. Di che si tratta? Avete presente quelle schiere di scheletri di cemento armato che punteggiano la provincia e le periferie cittadine? A quante unità abitative corrispondono? Sono per metà capannoni e per metà abitazioni? Può darsi, ma attenzione: ogni struttura civile in corso di completamento può contenere più di un appartamento; stiamo parlando di moltissima roba, ben più di quel che si tende a credere.

In un paese nel quale, contando anche le persone sole, disponiamo di circa 25,8 milioni di nuclei familiari la presenza di 34,7 milioni di abitazioni pronte all’uso è certamente una notizia rilevante. Volendo stringere il conteggio alle sole unità immediatamente utilizzabili, ne risultano quasi 9 milioni di abitazioni di troppo. Questo però è un discorso fantasioso: avete idea di come siano fatte le 689.000 abitazioni rurali italiane? Ne avete mai vista una? Contano per una unità, ma facilmente arrivano ad avere superfici di 400 o 500 metri quadrati. I già citati “cantieri”, palazzine incomplete imboscate al fisco dai nostri palazzinari, le 441.000 “unità collabenti”, altri ruderi privati del tetto – qualche volta per nasconderli agli esattori. Le case abusive. Quante saranno le unità abitative costruite senza permessi? Sapete che forse dobbiamo arrotondare? Di quanto? Facciamo così: diciamo che in Italia possiamo disporre in tempi rapidi e senza grosse noie di 10 milioni di unità abitative in eccesso rispetto al numero delle nostre famiglie. Con la quasi certezza di avere sparato basso.

Per capire l’impatto di questa cifra, immaginiamo che arrivi una ondata di profughi dalle nostre parti, dove li mettiamo? Per strada? O magari dentro a qualcuno di quei milioni di appartamenti vuoti che infestano le nostre periferie? Con quel che abbiamo, e a 2,4 persone per unità, possiamo dare rapida ospitalità a 24 milioni di rifugiati. Metti caso che capiti un disastro naturale che rende inabitabile l’intera Australia(!), qual’è il problema? Prendiamo gli australiani e li facciamo venire qui, in Italia: c’è una camera da letto per tutti, e forse ne avanzano pure. Fantasioso? Insomma, non così tanto: avete presente cosa sta accadendo da un paio di anni in tema di accoglienza ai rifugiati? Ci sono state alcune prefetture italiane che hanno requisito con le maniere cattive appartamenti sfitti per ospitarli in via temporanea. E’ successo in poche realtà locali, ma molte persone si sono spaventate. Ora alcuni conoscenti bene informati mi sussurrano che c’è un gran movimento di finti contratti di affitto tra amici e parenti. Bisogna correre ai ripari, far apparire occupate unità abitative in effetti vuote: altrimenti alla prima emergenza si rischia grosso, e il preavviso forse lo abbiamo già avuto.

I candidati alle elezioni amministrative, i nostri liberi pensatori, i prelati buoni e volenterosi dicono di voler affrontare questa “emergenza abitativa” che ci attanaglia. Ma l’emergenza in cosa consiste? Siamo imbottiti di case sfitte, le famiglie non si formano più o si disintegrano, i figli neanche esistono, inutili montagne di catrame e cemento insistono a colare ovunque. Non è che per caso abbiamo per le mani una banale “emergenza speculativa”? Forse il problema, più che nel numero di abitazioni, risiede nella possibilità che hanno le persone di abitarvi? E quale valore assegneremo agli immobili, se sono presenti in enorme numero e non dispongono di acquirenti? Se vendi e vuoi fare tu il prezzo, devi avere un mercato che non riesce a soddisfare le richieste: in assenza di acquirenti il prezzo, ahimè, lo fa il compratore. Le tattiche attendiste di un tempo, in un mondo nel quale la tassazione sulle proprietà è ormai rilevante, non sono più una scappatoia efficace.

Giochino conclusivo: sappiamo che la crescita nel numero delle famiglie ha parzialmente giustificato l’enorme incremento nel numero degli immobili residenziali. Nel periodo 2001 – 2014 abbiamo creato 4 milioni di nuovi nuclei aggiuntivi, circa 308.000 all’anno. Ora sapete, la situazione non è buona: gli stipendi languono, il lavoro non si trova, le spese fisse schiacciano un po tutti. Mettiamo che succeda l’impensabile: la tendenza si inverte e le famiglie tornano ad una numerosità normale. Tipo anni ’90, e con una velocità equivalente a quella di disfacimento oggi nota. Meno 308.000 nuclei familiari per anno. Sapete che cosa vuol dire? Vuol dire, nella fase di partenza, perdere ogni anno un buon 1,194% dei nuclei esistenti. Volendo assegnare mezzi economici invariati ad ogni famiglia, i casi sarebbero due: o le abitazioni iniziano a sparire o si deprezzano. Bisogna sequestrarle, demolirle, privarle del tetto – qualsiasi cosa va bene, purché calino di numero. Ne dovrebbero svanire – solo per mantenere inalterati i rapporti con il numero di potenziali famiglie acquirenti – qualcosa come 410.000 – 420.000 ogni anno, praticamente l’intero volume annuale di compravendita odierno. Niente paura: questo era solo un gioco.

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Popolazione, famiglie: dove va la Repubblica Italiana

Così per passarsi il tempo in amene chiacchiere, o forse non esattamente: il numero di abitanti ed il numero di famiglie in Italia dal dopoguerra ad oggi. Per la base dati possiamo affidarci ai censimenti decennali, ultimo quello del 2011. Istat riassume i risultati con le sue serie storiche, almeno per numeri non recentissimi. Per completare il quadro con qualche punto più recente, abbiamo rapporti quali Italia in Cifre e strumenti come il sempre pratico GeoDemo.

Popolazione Italia italiana numero abitanti residenti famiglie componenti nuclei familiari censimenti indici anniPopolazione, famiglie, variazioni percentuali in Italia. Fonte: Istat.

Crescita vorticosa, ma non tutta uguale. C’è chi cammina e chi corre. Che il numero di residenti in Italia sia cresciuto lo sappiamo tutti, ma ci sono state trasformazioni profonde lungo il cammino. Tra il 1951 ed il 1981 siamo passati da 47,3 a 56,5 milioni di abitanti. Poi c’è stata una lunghissima stasi, durata più o meno vent’anni: solo dopo il passaggio di millennio abbiamo ripreso a crescere. Curiosamente, la caduta della cortina di ferro non fece molta differenza lungo il percorso. Immigrazione, invecchiamento, mutamenti economici guidano la recente evoluzione demografica italiana. A tutto il 2014 possiamo mettere in conto un +28,5% di abitanti rispetto al ’51.

Le famiglie sono una partita diversa: crescono di numero perché sono sempre meno numerose. Non hanno mai smesso di disintegrarsi per tutta la durata della storia della Repubblica, e paiono ancora insistere sulla medesima traiettoria: nell’intervallo 1951 – 2014, sono passate da 11,8 a 25,8 milioni; più che raddoppiate in numero. Se all’inizio del percorso la famiglia italiana media contava 4 componenti, oggi siamo ad appena 2,4: trovare una coppia di italiani con due figli ormai è un’impresa considerevole. I nuclei familiari comprendenti 4 persone o più erano allora il 52% del totale; oggi a malapena il 21%. In compenso in giro per il paese disponiamo di ben 7,6 – 7,7 milioni di persone sole; fino al 1971 non riuscivano a superare i 2 milioni di unità. Accetto scommesse sulle evoluzioni del futuro prossimo, ma mi permetto di scommettere anch’io su una cosa: il futuro sarà diverso dal presente.

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Bolla immobiliare: prezzi e stipendi ancora distanti

Avete presente cosa è successo in Italia negli ultimi quindici anni in tema di mercato immobiliare: una enorme, devastante bolla speculativa. Bilocali in sottotetti venduti al costo di regge patrizie, pezzi di terra smerciati come fossero lastricati d’oro, catapecchie diroccate spacciate per ville e via discorrendo. In assenza della compianta crescita, il banchiere centrale ha creato una bolla del credito; con l’esito inevitabile di gonfiare speculazioni ignoranti e distruttive. L’aspetto forse più peculiare del caso italiano è però la tempistica degli eventi: a casa degli altri c’è stato un tracollo epico – vedi Usa, Irlanda, Spagna et similia – mentre dalle nostre parti la bolla si è sgonfiata lentamente. Il fenomeno, dopo quasi un decennio, pare non essersi ancora concluso. Evidentemente siamo tipi riflessivi, noi italiani: per farci cambiare idea su una faccenda importante occorrono alcuni lustri, non alcuni mesi.

Per schiarirsi le idee a livello quantitativo, è possibile consultare varie e diverse banche dati. Al momento merita un’occhiata il Rapporto Immobiliare 2016 pubblicato dall’Agenzia delle Entrate. Volendo riassumere in estrema sintesi i concetti esposti, abbiamo vissuto una sorta di dimezzamento a tutto campo del settore dell’edilizia. Dimezzate le compravendite, evaporate le costruzioni, dimezzato il credito e via dicendo. Tutto dimezzato o semplicemente crollato e scomparso – tutto meno che i prezzi. Se date un’occhiata in giro, noterete che c’è ancora chi propone appartamenti scalcinati a cifre sorprendentemente elevate; e c’è pure chi – trionfo di immaginazione – cerca di smerciare lotti edificabili grandi come tavolini al prezzo di case intere fatte e finite. I prezzi non sono come le transazioni o come le nuove costruzioni: non hanno ancora recepito fino in fondo i cambiamenti dell’ambiente circostante. E ovviamente tardano ad adeguarsi perché nessuno mai è disposto ad ammettere di avere speculato in perdita.

prezzi delle abitazioni, reddito delle famiglie, variazioni, indiciPrezzi delle abitazioni e reddito disponibile, indici. Grafica: Agenzia delle Entrate.

Sorvoliamo sul fatto che la grafica dell’Agenzia non vada più indietro del 2004; è comunque degna di interesse. La colossale bolla generatasi nelle quotazioni degli immobili residenziali è ben evidente: l’indice dei prezzi va su, ristagna e quindi scende. I redditi delle famiglie italiane invece restano al palo, al massimo ondeggiano leggermente. La storia però non è finita: perché in realtà i due indici non si sono riallineati, non ancora almeno. A tutto il secondo semestre 2015 le abitazioni restano nettamente sopravvalutate se poste a confronto con i redditi degli italiani. Il ritorno a condizioni di “quasi normalità” lo potremo vedere solo quando la linea rossa del grafico tornerà a toccare quella azzurra, non prima. E si tratta comunque di un assunto discutibile: la bolla speculativa di cui parliamo si sviluppava dal 2000/2001, non dal 2004. A voler essere severi, una eventuale normalizzazione del rapporto tra i due indici proposti dall’Agenzia dovrebbe spingere le quotazioni delle abitazioni ancora più in basso.

Annualità di reddito stipendio richieste per acquisto comprare casa abitazione appartamento
Annualità di reddito per comprare un’abitazione. Grafica: Agenzia delle Entrate.

Se ragioniamo in termini di anni di tempo spesi da una famiglia qualsiasi per pagarsi la casa, la seconda grafica ricavata dal rapporto riassume la vicenda in una sola linea. Ancora una volta partendo dal 2004, abbiamo a consuntivo una enorme bolla che ha allontanato il traguardo; a partire dal 2010 inizia la caduta, che non ci ha ancora riportati a livelli di normalità. Un bel +30% in sei anni appena; volendo estendere lo sguardo all’indietro fino al 2000, forse anche un +40/50%. Pretese un po forti per appartamenti concepiti come se vivessimo ancora negli anni ’80, in un paese nel quali gli stipendi scompaiono e le famiglie non si formano più. L’appiattimento registrato nelle annualità richieste nel 2015 fa il paio con quello registrato dal mero indice di quotazione del primo grafico: evidentemente c’è qualcuno che spera di non scendere dal pero, e ce la sta mettendo tutta per rimanere dov’è. Comprensibile come desiderio, ma è davvero possibile riuscirci?

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Trivelle & referendum: canoni, royalties

A cose fatte, e senza la confusione del circo dei media, resta ancora qualche domanda da fare attorno al comparto della ricerca ed estrazione di idrocarburi in Italia. Come è d’uso in tutto il mondo, anche qui le aziende che vogliono fare buchi per terra ed estrarre qualcosa devono farsi autorizzare dallo Stato: ottenuta una concessione per la ricerca, se trovano ad esempio idrocarburi dovranno poi farsi autorizzare lo sfruttamento dell’ipotetico giacimento. Si paga qualcosa per entrambe le operazioni. I dati – in forma minimale – sono ancora una volta pubblicati dal Mise; pessimo server, bisogna ricaricare insistentemente le pagine. In ordine, per prima cosa occorre considerare i canoni applicati alle attività di prospezione e ricerca; sono pagamenti dovuti allo Stato e calcolati in proporzione alle estensioni dei territori oggetto delle operazioni. I successivi canoni di coltivazione sono concepiti allo stesso modo, in relazione alle superfici, ma vengono pagati solo qualora ci sia effettivamente qualcosa da estrarre.

canoni di concessione, petrolio e gas naturale, permessi di prospezione e ricerca, concessioni di coltivazione, € km2 euro kmqCanoni e concessioni per la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas. Fonte: Mise.

C’è stata una revisione con rivalutazione che fa data ad inizio 2015, ma gli importi richiesti a chi cerca ed estrae idrocarburi in Italia restano piuttosto bassi. Quelli indicati dal ministero sono canoni annuali, così come lo erano quelli definiti in lire dalla norma preesistente. Avete voglia di fare ricerca e prospezione in tutta l’Emilia Romagna? Benissimo, con 22.451 · (3,59 + 7,18) = 241.797 €/anno potete divertirvi. Avete trovato qualcosa? Petrolio? Gas? Lo potete tirare fuori, ma dovete anzitutto pagare un canone di concessione che prescinde dalle quantità in gioco. Se il lotto che operate è, per ipotesi, una struttura che si estende su un migliaio di chilometri quadrati di superficie la cifra che dovete corrispondere ogni anno – con la prima concessione trentennale – è pari a 57.470 euro. Volendo immaginare di consegnare l’intera superficie emersa italiana in prima concessione ad un unico operatore che ne estragga idrocarburi, il noleggio del nostro intero paese verrebbe a costare – per la sola concessione di coltivazione – più o meno 301.340 · 57,47 = 17.318.009 €/anno. Avete letto bene: noleggiare il territorio nazionale italiano per poco più di 17 milioni di euro l’anno. Voi privati cittadini non potete, ma a qualcuno è permesso.

Divertente ma incompleto, posto che le aziende che estraggono idrocarburi in Italia devono poi pagare anche altri balzelli. Alcuni sono aggirabili – non crederete davvero che una multinazionale paghi cose come l’Iva? – altri invece no. I canoni appena discussi sono fissi, non li puoi schivare; e sono molto modesti. Per ottenere qualche soldo dalle compagnie petrolifere ci sono le royalties: sono importi dovuti in ragione delle risorse estratte. Si tratta di un meccanismo fiscale che ha avuto popolarità in passato, ma che in Europa ormai non è più così diffuso. In Italia ancor oggi ci affidiamo a queste royalties per raccogliere qualche soldo con le risorse minerarie nazionali. Ufficialmente, nel nostro paese le aliquote dovute alle pubbliche amministrazioni viaggiano attorno al 7 – 10 % del valore della materia prima estratta, con variazioni connesse al tipo di risorsa ed al contesto di lavoro. Esistono anche delle franchigie: al di sotto di un certo livello di produzione non si paga niente. Potete anche verificare le scelte operate da altri paesi europei con l’analisi comparativa del ministero; tendenzialmente sul continente la tassazione è contenuta, seppure variabile.

Cos’ha fruttato questa attività alle casse dell’erario italiano? I dati per tutte le somme versate relativamente al 2014 sono già noti: nel complesso circa 344,5 milioni di euro totali, sia per il gas che per il petrolio. Tenete a mente che nella stessa annata abbiamo estratto circa 44 milioni di barili di greggio. Solo per il petrolio, un valore non inferiore a 3,2 – 3,3 miliardi di dollari, almeno volendo prendere per buone le stime di BP / IndexMundi. Immaginando di assegnare alle risorse nazionali i prezzi del brent, per il petrolio, e delle forniture russe per il gas, sempre nel 2014 gli idrocarburi italiani tutti assieme avrebbero generato un controvalore di circa 5 – 5,2 miliardi di euro. Capite quindi la modesta rilevanza della pressione fiscale che l’Italia applica alle compagnie petrolifere operanti sul suolo nazionale: un 6-7% del valore globale delle produzioni; sostanzialmente in linea con quanto registrato nelle annate precedenti.

Ancora una volta, abbiamo davanti un comparto industriale davvero poco decisivo per le sorti d’Italia. Anche volendo rapinare per intero il valore delle produzioni in essere, cosa ne potremmo ricavare? La nostra spesa pubblica nel 2014 viaggiava attorno ad 835 miliardi di euro, tutto compreso. Che differenza avrebbe fatto un extra gettito pari allo 0,599 – 0,623 % del totale delle spese delle pubbliche amministrazioni? Probabilmente nessuna. Il gettito fiscale ottenuto oggi da queste attività è minuscolo, certo, ma resterebbe insignificante anche in caso di nazionalizzazione del settore: perché i combustibili fossili in Italia proprio non ci sono, se non poche briciole, e ne consumiamo una montagna importandoli dall’estero. I petrolieri che non pagano le tasse però non sono una nostra esclusiva: come notato anche dallo studio comparativo del Ministero, la fiscalità è vantaggiosa in tutta l’unione europea per le compagnie petrolifere. Poche o niente tasse, canoni irrisori per decenni, e tuttavia produzioni ormai anemiche: stiamo finendo di tirare fuori quel che avevamo sotto i piedi. Il futuro dovremo cercarlo da qualche altra parte.

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Trivelle & referendum: le anziane piattaforme italiane

Va bene le produzioni di gas e petrolio, e sono interessanti i discorsi circa le riserve. Ma questa consultazione referendaria non si occupa direttamente di queste cose: si occupa essenzialmente di concessioni per impianti ubicati in mare. Impianti già pienamente operativi, o comunque autorizzati da tempo ed in via di completamento, per i quali esistono chiari termini di concessione: di solito all’avvio a trenta anni, poi rinnovabili per periodi più brevi. La norma contestata, originariamente pensata nel 2006 e sostanzialmente confermata dai vari governi succedutisi, aveva come obiettivo quello di estendere sine die la durata delle concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, con particolare riferimento alle superfici marine ubicate a meno di 12 miglia nautiche dalla costa o dalle aree protette. I 30 – 45 anni normalmente disponibili evidentemente non erano stati ritenuti sufficienti da alcuni operatori ben ammanicati.

Per capire il significato di questa contesa, dobbiamo capire le caratteristiche degli attori coinvolti: e questi sono piattaforme e pozzi ubicati in mare. Il Mise si occupa di censire gli impianti e di raggrupparli per tipologia ed ubicazione con una discreta banca dati. Se vi divertite ad ordinare in varia maniera le caratteristiche dichiarate di queste opere potrete dedurre alcune cosette interessanti. Il numero: 92 strutture totali entro il limite delle 12 miglia, di cui 5 teste di pozzo sottomarine. Le piattaforme vere e proprie sarebbero quindi 87. Di queste, 13 sono collegate ad altre piattaforme vicine e 10 sono invece letteralmente unite in strutture uniche assieme ad altre piattaforme attigue. Almeno una piattaforma è adibita a stazione di compressione. Due piattaforme risultano “non operative” in quanto ricadenti in area soggetta a rischi di subsidenza; sono in corso studi per sdoganarle, ma non si sa come andrà a finire. Altre due sono chiuse o in attesa di chiusura e abbastanza certamente destinate al decommissioning; si tratta di impianti risalenti agli anni 1982 – 1984. L’età in particolare è un parametro rilevante: quanto sono vecchi questi impianti?

numero di piattaforme per petrolio e gas costruite per annata in acque territoriali, 12 miglia, età, anni

Piattaforme realizzate in acque territoriali per anno di costruzione. Fonte: Mise.

A prestare fede al nostro Mise, di ruggine ce ne deve essere in giro per il mare. Il campione trattato è costituito per il 46% da impianti con più di trent’anni di servizio. Chi di voi ha mai avuto a che fare con strutture metalliche esposte all’acqua di mare, capirà subito che non è semplice gestire e manutenere piattaforme che operano da più di tre decenni. Non è che non si possa fare, si può certamente; il problema è che con il passare del tempo i costi aumentano, ed aumentano anche i rischi di incidente. Vi invito ad osservare un altro dettaglio: la seconda metà circa degli impianti sotto costa è stata realizzata nel periodo 1986 – 2000. Al passaggio di millennio, l’attività è divenuta sporadica: negli ultimi tre lustri, appena 8 piattaforme in più. E badate bene: nessuna dopo il 2010. Questo dettaglio dovrebbe chiarire abbastanza bene una cosa: le aree estrattive per idrocarburi di cui disponiamo nel mare antistante la costa sono ormai al capolinea, e non hanno suscitato rinnovato interesse nemmeno con l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas registrata in questi anni. Sono stati perforati nuovi pozzi, certo, ma comunque utilizzando gli impianti già in loco. Brevemente: tante piattaforme vecchie o vecchissime, pochi o nessun nuovo impianto.

E i pozzi? Costruire un pontile sull’acqua è una cosa, cavarne petrolio e gas è un’altra cosa. Allo stato attuale, delle 92 strutture considerate 8 non sono collegate a nessun pozzo; se osserviamo bene la banca dati Mise, noteremo che – tolti i rari casi di smantellamento incipiente – di tratta di piattaforme di servizio collegate ad altre effettivamente dotate di pozzi. Una parte consistente delle strutture, circa 50 unità, opera tre pozzi o meno; solo 25 ne gestiscono dieci o più, e probabilmente si tratta delle strutture più moderne. Volendo fare una rozza suddivisione, le piattaforme vere e proprie effettivamente classificate come “eroganti” sono 48; 5 quelle di supporto, aventi funzioni ausiliarie diverse come comprimere gas o alloggiare attrezzature e personale. Le categorie “non operative e “non eroganti” sono rappresentate rispettivamente da 8 e 31 strutture. Volendo semplificare molto, abbiamo un 100·(31 + 8)/92 = 42,4% di strutture sotto costa che non hanno alcuna apparente funzione.

Le semplificazioni uccidono. Tra le 31 piattaforme “non eroganti”, solo una è stata installata nell’ultimo decennio. Si tratta di impianti che venivano ancora realizzati in un certo numero negli anni ’90, e che in genere sono allacciati ad un grande quantitativo di “pozzi produttivi non eroganti”. Stanno li ad aspettare, ma aspettare cosa di preciso? Nuove tecnologie? Prezzi più alti? Se pensiamo ai prezzi, teniamo bene a mente che si sono disposti a livelli stellari sia per il petrolio che per il gas nell’ultimo decennio, almeno in Europa. Chi aveva idrocarburi da cavare doveva farli venire fuori e basta, posto che non c’era modo di guadagnarci di più lasciandoli dov’erano. Come mai in questi anni – così favorevoli – questi pozzi non sono riusciti a produrre nulla? Forse lo hanno fatto, e sono giunti a fine vita? Questa cosa non viene raccontata in maniera esplicita, ma qualche dubbio possiamo nutrirlo. Teniamo a mente un dettaglio: l’aggiornamento dei dati non è istantaneo, e la recentissima caduta dei prezzi, con i suoi effetti, di sicuro ancora non la possiamo vedere agire sulla banca dati del Mise. Come dire: i pozzi dormienti segnalati erano probabilmente tali anche due o tre anni fa, con il petrolio Brent a 100 dollari. Un dettaglio assai sinistro.

Il quadro che abbiamo davanti è pieno di ombre. Nella nostre acque territoriali disponiamo di un numero di piattaforme considerevole, ma parecchie di esse in effetti non stanno svolgendo alcuna funzione. Molti dei pozzi perforati negli anni passati vengono definiti produttivi, ma stranamente non producono alcunché; una cosa bizzarra, se pensiamo alla formidabile spinta alla estrazione fornita dai prezzi elevati che abbiamo sperimentato. L’età media degli impianti è elevata, e molti di essi sopportano l’azione del mare da più di tre decenni: una cosa che sicuramente viene considerata con attenzione anche dagli enti di controllo. Le recenti regalie normative, che ora sono contestate dai comitati referendari, paiono non aver sortito grandi effetti: non c’è stata nessuna corsa alle nuove installazioni; le perforazioni invece insistono a languire in generale, a terra come in mare. Forse anche gli impianti ci raccontano la stessa storia raccontata dalle produzioni? Forse stiamo guardando un comparto industriale carico di storia e con un futuro modesto? Non sarà per caso che le furberie normative ideate in questi anni dovevano semplicemente servire a rinviare lo smantellamento – molto oneroso – di alcune strutture ormai superate?

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