North Dakota, shale gas: la rivoluzione brucia in torcia

C’è questo posto negli Sates che ha una bassissima disoccupazione ed un bilancio pubblico invidiabile. Il Dakota del Nord gode di salute eccellente grazie agli idrocarburi non convenzionali: con la rivoluzione targata fraking ha potuto beneficiare di enormi investimenti. In perdita, ma meglio dirlo piano. Oggi come oggi, visti i prezzi bassi che spunta sul mercato del Nord America, il gas naturale non entusiasma più di tanto: però è l’elemento fondamentale delle vicende energetiche recenti negli Usa. Il caso Dakota è esemplare per molti versi: piattezza decennale delle produzioni, e poi una enorme sovra produzione versata per ogni dove. In immagine gli andamenti delle produzioni parlano da soli; dati della North Dakota Industrial Commission.

GAS NATURALE NEL DAKOTA DEL NORD / NORTH DAKOTA NATURAL GAS Fonti / Data source: North Dakota Industrial Commission Formazione di Bakken / Bakken formation Altri giacimenti / Other natural gas fields Produzioni mensili, milioni di metri cubi / Monthly production, million cubic meters Shale Gas venduto / Natural gas sold Gas bruciato in torcia / Natural gas flared Perdite / Losses Destinazione delle produzioni / Destination of the productions 2000 2008 2014 MCF Fracking

Gas metano nel Dakota del Nord: produzioni, impieghi, perdite.

E così, più o meno a partire dal 2000 le cose cominciano a cambiare: inizia anche da queste parti la rivoluzione dello shale gas. Dapprima in sordina, quasi impercettibile, poi sempre più rapidamente: la produzione di metano – piatta da decenni – si accresce rovinosamente. Soprattutto dopo lo scossone del 2008 / 2009. In realtà nel caso del Dakota del Nord l’interesse per il gas naturale è sempre relativo: il focus è chiaramente sul petrolio. Più remunerativo, facile da spostare, qualitativamente buono: lo muovi anche in treno se proprio non ci sono oleodotti. Con il gas è più difficile: operi piccole produzioni che diminuiscono in fretta, e questo non giustifica la costruzione di gasdotti. Così, gran parte del gas è finita bruciata in torcia in mezzo ai campi: buttata via. L’alternativa era buttare via i soldi. Nonostante i proclami di rapidi cambiamenti, a tutto il 2014 il flaring continua a dominare il panorama di questo pezzo del nord degli Usa.

Ormai il gioco del gas non convenzionale è cambiato: nessuna autonomia o quasi, frequentemente parliamo di un sottoprodotto del petrolio. Più importante di esso per certi versi, ma meno considerato. E sarà anche vero che la conta dei rig operanti negli Usa crolla a velocità mai vista, ma è utile ripetere l’avviso già circolato: non è scontato che le produzioni di shale gas crollino a breve. Bastano limitati flussi di denaro nelle casse delle compagnie per puntellare una attività che ricerca continuamente miglioramenti di efficienza. Intanto, il Dakota fa uscire dal sottosuolo miliardi di metri cubi di gas; quale che sia il destino della risorsa. Chiosa sulle unità di misura che mi hanno fatto dannare: la Eia fornisce un promemoria con simboli di significato insospettabile. Beati loro che ci capiscono qualcosa.

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La baronia del cemento tramonta: addio colata Idice

Alla fine è saltata per aria: niente più mega colata di cemento e catrame a San Lazzaro di Savena. Parliamo di un progetto che ha tenuto banco per qualche mese pure in televisione: l’idea era di prendere un pezzo di campagna bolognese e ricoprirlo con 582 appartamenti, più opere annesse. E’ una idea nata molti anni fa. In pratica, stando alla cronaca fornita da Il Fatto “….compravendita dell’area destinata alla new town, da parte di alcune cooperative, tra le quali la Cesi di Imola e la bolognese Coop costruzioni. La transazione, è scritto nella denuncia, è datata dicembre 2007, circa cinque mesi prima della delibera del consiglio comunale che trasformerà i terreni da agricoli a edificabili. Ed è sul prezzo di vendita che Bertuzzi registra delle incongruenze. La cifra versata, circa 235 mila euro per ettaro, è cinque volte superiore a quella prevista dal mercato per le aree rurali, corrispondente invece a 38 mila euro per ettaro….”. Doveroso dirlo, ma sbagliato indignarsi: la rendita immobiliare funziona così. Significa accaparrarsi beni di prima necessità per poi rivenderli a strozzo ai cittadini. In tempi lontani si faceva con la farina, dieci anni fa era il turno dei bilocali.

Cosa è successo allora? Il sindaco del momento ha messo ai voti la faccenda e ha ritirato la concessione edilizia. I costruttori ineffabili. I signori della betoniera. Gli aviti catramatori dell’Emilia e della Romagna. Sconfitti da questa ribelle del PD che si è pure permessa di farsi votare una mozione dai seguaci di Grillo – quale onta. Sarà. Ma forse no, vero? Forse non è andata proprio così. Guardate le date: le transazioni relative alla compravendita e le variazioni di destinazione d’uso risalgono al 2007 / 2008. In sei anni di tempo, e con le carte in regola per partire, questi signori sapete cosa hanno fatto? Niente. Non hanno fatto un bel niente. Non hanno posato nemmeno un marciapiede. E dire che in tutti questi anni avrebbero potuto tirare su almeno un paio di palazzine: invece non si è mossa una foglia.

La storia è sempre un po diversa dalla narrazione di fantasia, gli umani hanno la cattiva abitudine di sopravvalutarsi un po. Per carità, il sindaco di San Lazzaro è in gamba; ha sopportato minacce ed insulti e merita la nostra stima almeno per questo. Ma comunque questa non è una storia di bravi amministratori che fermano la colata di cemento. Questa è la storia di una colata di cemento che si è fermata da sola. In Italia i dati relativi all’attività edilizia sono stati estremamente frammentari fino a pochi anni or sono; nebbia statistica ideale per nascondere scelte sbagliate e raggiri in piena regola ai danni dei cittadini. Ancor oggi l’ente erede del Catasto combatte per vincere la sua storica battaglia: e cioè contare quanti appartamenti ci siano in questa nazione. Qualche parametro però ce l’abbiamo anche noi per raccontare, si veda qui. In soldoni: permessi a costruire e compravendite collassano a partire dal 2006 / 2007, in maniera pressoché sincrona a livello regionale. L’ampiezza della bolla nel numero di transazioni è disuniforme, è un fenomeno zonale; presumo che sia andata così anche per le quotazioni, ma è difficile dirlo. La caduta però è all’unisono: si scende tutti insieme, e già nel 2007 era abbastanza chiaro agli operatori che buona parte comparto costruzioni sarebbe scomparsa. Gli eccessi dei primi anni duemila presentavano un conto salatissimo.

Ora, dopo più di un lustro, abbiamo cittadini ed amministratori che reclamano la chiusura di cantieri che non hanno mai aperto i battenti; e che la ottengono abbastanza facilmente. Il rifiuto delle banche di finanziare nuove imprese in perdita aveva in realtà già risolto il problema: fu l’improvvisa evaporazione del credito alle imprese edili a fermare la macchina, questo almeno sul fronte delle opere private. Con le opere pubbliche il discorso è sempre un po diverso, non c’è un controllo di utilità o di fattibilità in gioco: la questione è solo convincere i politici deputati a mettere le firme. Non casualmente negli anni successivi allo scoppio della bolla immobiliare abbiamo visto fioccare proposte stranissime: gallerie di base volte a collegare regioni spopolate, doppioni di ferrovie già prive di treni, autostrade vuote e via discorrendo. Le opere pubbliche in Italia non sono altro che aiuti di stato mascherati, ma li mangia solo qualcuno.

Adesso sento raccontare, sottovoce ma non più tanto, che è ora di “affrontare con lo stesso coraggio il dossier Passante Nord”. Sai te che fegato. Se per coraggio si intende attendere che un sistema affaristico fallisca per esaurimento dei quattrini, allora siamo buoni tutti. La questione interessante è forse un’altra: ma i soldi per i nuovi nastri di catrame non è che per caso sono già finiti? Non lo possiamo sapere con sicurezza, ma si parla sostanzialmente di “finanza di progetto”: ammissione di debolezza? Staremo a vedere; intanto la colata Idice possiamo archiviarla tra le bizzarrie della storia. Laggiù resteranno i campi ed i prati.

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North Dakota, rivoluzione shale oil: stato dei fatti

La rivoluzione shale oil / shale gas nel Dakota del Nord. Quel posto dove coltivano la formazione Bakken, tra le altre. La produzione di greggio era stagnante da decenni, ed il cambiamento è arrivato più o meno nel 2008 – proprio quando nel resto degli Usa il gas non convenzionale sperimentava la prima grossa crisi. La banca dati del caso è fornita dalla North Dakota Industrial Commission. Per intenderci, questo stato è il quarto maggior produttore Usa di greggio; ad oggi fornisce più di un milione di barili giornalieri di roba nera. Poco meno del consumo dell’Italia, e le relative royalties vengono spartite tra 700.000 abitanti appena.

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Proprio nel momento in cui il comparto shale gas entra in crisi, si lancia in grande stile l’avventura dello shale oil che ancora tiene banco. Questa seconda vita gli idrocarburi non convenzionali la ottengono grazie ad uno spettacolare guadagno in efficienza: in soldoni, meno perforazioni e più petrolio e gas ottenuti da ogni pozzo. L’accresciuta efficienza del comparto si fa sentire anche nel Dakota del Nord; in un lustro si passa da meno di 1000 a più di 2500 barili / mese prodotti per singolo pozzo. Il guadagno di efficienza però non è illimitato: ad oggi le produttività individuali sono stabili da quasi tre anni. I casi sono sostanzialmente due: o prosegue senza sosta l’espansione del numero degli impianti, oppure la produzione di petrolio finirà col risentire della congiuntura. Nemmeno Bakken dura in eterno.

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Notiziole sul petrolio a stelle e strisce

Greggio atterrato a quota 48 – 50 $/bbl, o per meglio dire 43 – 45 €/bbl. Vedere Info Mine. Un sacco di risparmi, se non fosse che in realtà noialtri paghiamo soprattutto tasse ed accise; e se non fosse che i costi di raffinazione più o meno son rimasti dov’erano. Gasolio e benzina veleggiano al distributore a cavallo di 1,4 – 1,5 €/l; il relativo vantaggio dovrà essere messo in prospettiva assieme ai nuovi disoccupati in arrivo, ai nuovi fallimenti in arrivo – vedasi il vicino caso Mercatone Uno. Insomma, per noi italiani della strada magari cambierà poco – che potrebbe essere già una buona notizia.

Per qualcuno però sta già cambiando qualcosa. Il petrolio non è mica tutto uguale: i vari giacimenti hanno costi di estrazione diversi tra loro. Una piattaforma in mezzo al mare costa tanto, mentre un tubo piantato in mezzo al deserto saudita costa poco: i Saud hanno buon gioco a spiazzare i concorrenti, che non riescono a recuperare le spese in investimenti con un prezzo di vendita troppo basso. Russia? Troppe riserve e greggio troppo economico. Iraniani? Certo, hanno dei problemi; ma vivono in guerra da quando sono nato io. Un anno in più o in meno che cosa cambia? Venezuelani? Può darsi, bisogna vedere chi emergerà vincitore dal prossimo golpe. E’ tutta una gara a trattenere il respiro, aspettare: ogni attore attende, sperando che a crollare per primo sia qualcun altro. Ah, ovviamente la Libia continua ad affondare tra le fiamme, e la Nigeria è devastata dalla guerra; ma non è più di moda parlarne.

La nazione Shale fa parte della lista, è un petrostato come tutti gli altri. E’ l’unica grossa ed innovativa addizione recente dal lato delle produzioni, e non è esente da problemi – tipo i mucchi di debiti in cui si rotola. Evoluzione recente segnalata da Bloomberg: “…oil rig count has fallen by 209 since Dec. 5, the steepest six-week decline since Baker Hughes Inc. (BHI) began tracking the data in July 1987. The count was down 55 this week to 1,366. Horizontal rigs used in U.S. shale formations that account for virtually all of the nation’s oil production growth fell by 48, the biggest single-week drop….”. Piattaforme in attività che si fermano, e in gran numero: la diminuzione segna il record di caduta dall’inizio delle serie storiche proposte da Baker Huges. Meno 209, ad oggi ne restano in attività poco più di 1600. C’è anche il record relativo alla peggior settimana di sempre, meno 48 rig in sette giorni. Una gran quantità di record per i cercatori di petrolio americani. Probabilmente la caduta rovinosa nelle quotazioni del greggio ha convinto gli operatori a rallentare l’attività.

Quand’è che un problema si può ritenere grosso e visibile? Tra le varie opzioni propongo le notizie in italiano. Quando la notizia arriva sui media italiani, allora vuol dire che è qualcosa di evidente. Il Sole 24 Ore discute preoccupato della vicenda: “…Le “obbligazioni spazzatura”, maggiore fonte di finanziamento per le società dello shale oil, sono sempre più rischiose: negli Usa il rendimento dei junk bond del settore energia, che a giugno era sotto il 5%, si è impennato fino a superare il 10% e almeno un terzo delle emissioni ricade ormai nella categoria “distressed”, che implica un’alta possibilità di rivelarsi insolventi….”. Che io e voi lo sapessimo da subito non è importante: il problema è vedere quando e come se lo sentirà dire mia zia accendendo la televisione. E’ quello il momento della verità, e forse non è così lontano visto che la stampa specializzata comincia a fra filtrare qualche dettaglio non allineato con la vulgata propagandistica.

Cosa vi aspettate di vedere quando una impresa industriale operata in perdita ed oberata di debiti inizia ad incepparsi? Fallimenti? Libri contabili in tribunale? Macchinari che si fermano? In effetti dovrebbe essere così. E infatti è proprio così: a partire da WBH Energy, una piccola compagnia texana. Anche la pionieristica canadese GasFrac Energy Services ha dovuto portare i libri contabili in tribunale, a corto di credito ed in grave difficoltà. Sono piccoli operatori, e ne stanno fallendo altri anche più piccoli qua e là. Stante il contesto non è un segnale da sottovalutare: la carenza di credito comincia a farsi sentire, e non è casuale che le compagnie di servizi soffrano per prime. I petrolieri indipendenti cercano si tutelarsi come qualsiasi imprenditore, e scaricano velocemente tutto quel che possono: operai ed appaltatori sono le prime scelte di sempre. Quello che guardiamo è banale: un cumulo di neve instabile e bagnata disposta lungo un pendio ripido, e dei piccoli movimenti appena percepibili alla sommità del versante. Forse non succederà niente di grave. Forse.

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Povertà energetica sulla soglia di casa, come sempre

La guerra è un passatempo sempre di moda, e di questo si discute in questi giorni. Ma la violenza e la cospirazione non riempiono gli stomaci e non sono certo il centro della vita di noi umani comuni. Ci occupiamo di cose più spartane, noialtri. Tipo difenderci dal freddo. Ci pensavo guardando la pubblicità che gira sulla Rai, quella che tesse le lodi dell’unione europea. Quando si parla di energia, reti, riserve, tubi, si finisce col discutere delle contese tra russi ed ucraini sul gas naturale, e la campagna pubblicitaria targata euro non poteva fare eccezione. Scendendo dall’empireo, noialtri italiani consumiamo ogni giorno metano che viene dall’Africa, dalla Russia, dal Medio Oriente: e facciamo fatica a pagarcelo, con i chiari di luna recenti. Però per ora funziona, seppur in maniera precaria.

Com’è un mondo nel quale l’energia per le necessità quotidiane scarseggia? Come si vive? Pensate forse alla povertà ottocentesca o fascista, quando andavamo ad abbattere tutti i nostri boschi per farne carbone di legna? Abbiamo esempi più recenti e pertinenti. Il collasso sovietico che ancora si trascinava alla fine degli anni ’90, regalava all’estremo oriente della Siberia uno degli ultimi grandi colpi di teatro dei temibili oligarchi russi: il territorio circostante la città di Primorye si ritrovava a corto di riscaldamento. La cronaca dell’epoca: “…“There is supposed to be 6,000 tons of coal here,” he said, staring contemptuously into a broad, shallow pit beside a rail spur, barren but for a thick coat of snow. “We need 6,000. We got 123.” Yudin may be the most unpopular man in Razdolnoye, a desolate town of 13,000 in the Primorye region, about an hour’s drive from the Pacific coast. The bankruptcy administrator of the building materials factory, he is responsible not just for making bricks, the town’s raison d’etre, but also for supplying the radiators of 2,000 residents with hot water pumped from the factory’s boiler. This winter, he has done neither. Primorye’s sputtering power plants have too little coal to generate more than a trickle of electricity, and Yudin’s factory gets less than a third of what it needs to stay open. The region-wide shortage has disrupted the lives of hundreds of thousands of people, brought unspeakable misery for tens of thousands and killed scores. And not for the first time: In a nation that boasts the largest coal reserves on earth, Primorye has run short of fuel for four straight winters, this time desperately so….”. Manifatture e centrali integrate – per ricerca di efficienza – agli impianti per il teleriscaldamento. Si spende meno, ma al primo problema si ferma tutto: che il problema fosse la disonestà di qualcuno fa poca differenza, anche la banale incompetenza è più che sufficiente a causare simili danni. I residenti di Primorye hanno sopportato anni di freddo e miseria, e ne sono usciti solo perché in definitiva vivono in una nazione che di risorse ne possiede davvero. Beh, anche perché sono russi fino al midollo, ovviamente.

Gli oligarchi dell’era sovietica hanno passato dei guai presso la casa madre. Sapete bene quale sia l’orientamento politico odierno dei russi nei loro riguardi: prima le randellate, poi le offerte di accordo. Così la firma è più rapida. Esiste però un paese nel quale questi signori controllano ancora tutto: è l’Ucraina. Non storcete il naso, quella degli ucraini è una storia di miseria, sfacelo, ruberie, disonestà, disgrazie. Ovviamente questa non è una ramanzina, un italiano non si può permettere di fare umorismo su questi temi. Gli ucraini sono stati derubati d’ogni cosa, soprattutto del futuro. Nel presente, devono barcamenarsi tra lampadine che traballano e termosifoni che non scaldano granché; questo almeno laddove le granate non abbiano raso al suolo le case. Il loro tracollo energetico più celebre è ovviamente quello connesso alla dissoluzione dell’URSS: vedere qui i disegnini. Addio petrolio, si tira avanti con carbone nazionale, gas d’importazione e nucleare. Adesso però la guerra nell’est ha tagliato fuori una metà delle miniere di carbone ucraine, e ha reso traballanti sia le importazioni di gas che le centrali nucleari esistenti.

Si mette male: freddo e buio, con tagli alle forniture elettriche per le industrie – anche nella capitale. Il problema viene facilmente scaricato addosso alle periferie ribelli: tipo la Crimea al buio – e ovviamente senz’acqua. Così si risparmia e si fa assedio agli odiati nemici. Ovviamente delle province orientali inutile discutere: buio e freddo per chi è rimasto, per gli altri una tenda da deportati. Il governo di Kiev cerca di rimediare ai restanti problemi in vari modi, per esempio scommettendo sul gas non convenzionale; pare non stia funzionando molto bene, posto che gli operatori maggiori abbandonano il campo. Non è un problema dell’ultimo minuto, la fuga si sviluppa in sordina da tempo. Ipotesi: forse troppo azoto nel gas trovato, inutile come quello polacco già abbandonato da tempo. E’ solo una ipotesi. Resta il carbone, che si trasporta bene e costa poco: importazioni sostitutive sono state operate dal Sud Africa. Detto fatto, arriva il carbone e l’inchiesta prova che era un giro di tangenti. Che velocità, quasi quasi battono noi italiani. Conclusione: si compra il carbone dai nemici russi, 70.000 t in 10 giornate, e le centrali elettriche annaspano ma vivono. Nel mentre la vita quotidiana si fa difficile: qualche riassunto partigiano qui, qui e qui. Bollette al raddoppio, forniture discontinue, stipendi che svaniscono, fabbriche che operano a singhiozzo.

Sono eventi lontani, nello spazio e nel tempo: tutta roba da Unione Sovietica, o da nazione ex sovietica fallita. Noi italiani siamo abituati a non farci caso, non sono questi i problemi di cui discutiamo a tavola la sera. Eppure non sono così lontani. Per dire, ad Andria le scuole sono piuttosto fresche. Medesimo problema più a nord, ad Imperia: istituti tecnici al fresco dopo reiterati guasti. A Parma, più lucidamente, l’amministrazione si è arresa prima di andare a sbattere: chiusure programmate da subito visto che sarebbe stato impossibile eseguire eventuali riparazioni. Ovviamente c’è dietro anche il discorso sulle bollette, ma hanno preferito non dirlo. Inutile annoiarvi, basta cercare in rete: c’è pieno di notizie simili, riportate sui media solo in piccola parte, e tenete bene a mente che questo è un inverno davvero mite.

Le scuole italiane fanno tendenzialmente capo alle province per la gestione degli immobili: devastate le province, è abbastanza ovvio che l’edilizia scolastica comincerà a cascare a pezzi. La manutenzione prima e la gestione ordinaria poi assorbiranno la perdita di mezzi economici – pardon, energetici ed industriali. La manutenzione non esiste più da molti anni, posto che gli enti locali sono sotto finanziati da almeno un lustro; ora ovviamente si presentano anche problemi relativi alla gestione ordinaria, tipo la scelta tra bollette e stipendi. Una chicca per chiudere: a Modena si rompe un tubo vecchio di 40 anni e un quartiere resta al fresco. Un duro monito per il futuro delle reti più complesse, di cui forse dobbiamo cominciare a diffidare fin d’ora. Per non finire come i cittadini di Primorye. Forse bisognerebbe spiegare agli studenti delle scuole italiane di ogni ordine e grado cosa sta succedendo, perché, e soprattutto per quale motivo dovranno abituarcisi. Magari non è un fatto così negativo: almeno sapranno di quali problemi dovranno occuparsi in futuro, e saperlo è già metà della soluzione. Altro che guerre imperiali: di termosifoni rotti e pareti di cartapesta si dovranno preoccupare gli italiani di domani.

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Vigili urbani, ministri, dirigenti: una storia italiana

La polemica sulle assenze dei vigili urbani a Roma, bella storiella vero? Ne avete certamente sentito parlare. Sulle prime ovviamente le notizie filtrate riportavano solo l’effetto globale del fenomeno: 83 – 84% di assenti a capodanno. Assenteismo aggregato un tanto al chilo. E’ talmente grossa che se ne sono accorti anche all’estero: titoloni dai media russi, da quelli inglesi e da quelli americani. Impossibile non vedere, e in effetti hanno visto tutti. La reazione italiana la conoscete già, ed è stata riportata anche dalle testate giornalistiche straniere: vigili lavativi, ministri che alzano la voce per minacciare ritorsioni, politici che annunciano “riforme”. Fin qui la storia è abbastanza lineare, un déjà vu che ci accompagna da anni in quest’epoca di insulti e demonizzazioni del pubblico impiego.

Com’è andata davvero? Non è andata così, lo avete già intuito da soli immagino. Tutta questa favola brillante di vigili assenteisti e di bravi e capaci dirigenti traditi l’avete sentita raccontare tante volte immagino. Molti di voi probabilmente non se la bevono più. Avete ragione: infatti è una favola. Per avere una visione alternativa, possiamo considerare le dichiarazioni dei vertici Uil riportate da ArticoloTre: “….Secondo il sindacato, infatti, “A distanza di 24 ore dal polverone mediatico, la stessa amministrazione diffonde dati che corrispondono al 5% dei numeri messi in circolo nella giornata di ieri. Passare da più di 800 vigili a 44 ‘ipotetici lavativi’ è un capitombolo …”. Non male: la questione si riduce a decine di persone – da sottoporre a verifica – anziché migliaia. Per proseguire il carosello delle voci difformi, possiamo dare un’occhiata a Lettera43, o a Jobsnews. Il succo del discorso non cambia molto: i dati man mano pubblicati smentiscono le sparate propagandistiche della prima ora. In particolare si fa notare che “…secondo i dati elaborati dal sindacato il 50% dei vigili assenti era in ferie obbligatorie, da smaltire quindi entro la fine dell’anno 2014…”. Ferie obbligatorie. Vuol dire che stiamo parlando di lavoratori ai quali si è impedito di fruire delle ferie, e che ne hanno ammucchiate troppe. Ad un certo punto bisogna mandarli a casa.

Antefatto: come è stato gestito il personale della polizia municipale di Roma? E da chi? Sindaci? Assessori? Questa è fantasia, costoro non possono più decidere nulla da molti anni. Dall’epoca dei “tagli lineari” dell’ultimo Tremonti, appioppati alle amministrazioni locali ed affiancati alla geniale idea del blocco turn over, è abbastanza chiaro che nei palazzi del potere centrale si pretende di fare risparmio facendo sparire le risorse di comuni e province. Si appioppano tagli, assieme allo strumento per applicarli: il taglio del personale, ritenuto uno strumento brillante per il riequilibrio dei conti pubblici. Qui le elementari ragioni aritmetiche per cui non può sortire alcun effetto – ma è un’altra storia. Tornando ai vigili romani: cosa è stato fatto davvero? Un riassunto interessante su Tiscali Notizie: “… La verità, secondo David, è un’altra: “Non vi raccontano – accusa – che i vigili sono in agitazione, insieme agli altri comunali, da un mese. Non vi raccontano che Marino, mostrando insofferenza e un po’ di schifo verso la categoria, non si è mai presentato agli incontri con i sindacati. Non vi raccontano che dal primo gennaio è entrato in vigore un nuovo contratto, imposto unilateralmente che prevede riduzioni di stipendio per tutti, su un contratto fermo già da 8 anni …”. Insofferenza nei confronti dei sottoposti? Ancora su Il Tempo: “…Il Comando sapeva da giorni che nessun agente, per protesta, aveva aderito al “modulo di Capodanno”, l’elenco che assegnava 700 posti volontari al turno di straordinario durante la notte di San Silvestro…”. Pura disorganizzazione, con tentativo di rimedio in extremis andato a vuoto.

Sullo sfondo dei ridicoli eventi della fine dell’anno a Roma, si agita ovviamente lo spettro della pianta organica del corpo di polizia municipale. Quanti sono i vigili? Quanti erano? Se ne è parlato ovviamente, un promemoria da Linkiesta: “…Siamo 5900 in ragione di una pianta organica che dovrebbe essere di 9400 persone e nel 2015 non sono previste assunzioni…”. Immagino che il “dovrebbe essere” sia riferito alla usuale pianta organica del corpo; il dato odierno è il frutto dei furbi tagli recenti. La vicenda ha ormai perduto il suo velo di mistero misterioso e scandaloso: ora è solo una storiella di tagli inutili ed inappropriati promossi da uomini di governo poco abili, con corollario di gravi e prevedibili disservizi. Tutto qui.

In soldoni: iniziano i tagli, ben sostenuti dal blocco turn over. Gli amministratori locali si adeguano, ma al calare del personale ovviamente non ridimensionano i servizi. Anzi, li accrescono: perché in realtà esistono problemi anche in seno a polizia di stato e carabinieri, e questo aggiunge pressione sulla polizia municipale. E poi nessun sindaco ha piacere di presentarsi dicendo che elimina un comando o limita gli orari, specie in una metropoli. La soluzione per superare lo scoglio è banale: trattenere in servizio gli agenti rimasti. Ferie differite, straordinari e via dicendo, una broda che ho già visto in prima persona. Ad un certo punto, il cumulo di ferie e ore di servizio diventa grosso e la legge impone di mandare a casa un gran numero di vigili per smaltire queste eccedenze; il termine è ovviamente al 31 dicembre. La dirigenza tenta di ricorrere agli straordinari su base volontaria – più economici del personale reperibile – ma il gioco stavolta non funziona: la contesa su contratti ed assunzioni avvelena il clima e le adesioni sono pochissime. Un tentativo in extremis di risolvere il problema – con le reperibilità – fallisce perché il preavviso è ormai nullo. Risultato: un disastro, ma comico. Abituiamoci, che di cose simili ne vedremo ancora.

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Rublo: guerra sospesa, per ora

La guerra valutaria contro i russi pare essere giunta ad una battuta di arresto. Non se ne parla più un granché, ma la situazione continua ad evolvere. In sintesi: il rublo si deprezzava lentamente da luglio 2014, vedere il cambio col dollaro Usa. In pratica, da 35 a 45 per US$. Le cose cambiano alla fine di novembre: inizia una caduta che pare inarrestabile. Nel momento peggiore, il 16 dicembre scorso, occorrevano quasi 75 rubli per comprare un dollaro; problema analogo nel rapporto con l’euro, quotato fino a quasi 94 rubli. Un disastro sul quale si sono versati fiumi di parole: almeno in parte una guerra valutaria gestita tramite oligarchi infedeli che, nel trasportare all’estero i propri capitali, hanno fatto deprezzare la valuta nazionale. Una punizione brillantemente inflitta dalle potenze occidentali ad una nazione ribelle che farebbe meglio a stare al proprio posto. O almeno questo racconta il telegiornale.

Ci avete fatto caso? Sarà che è Natale, sarà che i saldi prossimi venturi sono più interessanti, sarà che Renzi parla davvero bene. Non si sente quasi più parlare di rublo. Anche gli aggregatori di notizie si sono svuotati, riportano pochi titoletti di testate secondarie; oppure roba vecchia di almeno una decina di giorni. La propaganda non è fatta di falsità sperticate: è fatta di silenzi, di omissioni. Si fa tacendo, e non raccontando fandonie. Ebbene, cosa è successo? E’ successo che a partire dal 17 dicembre la divisa russa si è apprezzata in maniera spettacolare sulle altre. Un salto equivalente a quello precedente, ma di segno opposto. Ora come ora, il cambio è a quota 53 / 54 sul dollaro. Che il telegiornale non lo racconti non vuol dire che non sia accaduto.

tasso di cambio tra rublo e dollaro Usa, dicembre 2014

Quando qualcosa accade, la prima domanda è sempre la stessa: perché? Sapevamo della presenza di mosse aggressive nei confronti dei russi, una sorta di attacco speculativo che ricorda quelli subiti dalla lira negli anni ’90; seppure con le dovute differenze. Domandarsi perché il rublo perda valore è facile, e la rete trabocca di risposte: sanzioni, fuga di capitali, perdita di fiducia, perdita di rendita petrolifera….et cetera. Ma ora domandiamoci: come ha fatto il rublo a guadagnare valore sul dollaro nella misura di un 20% circa in una sola giornata? E come ha fatto a mantenersi successivamente stabile ed in rafforzamento? Come ha fatto a svanire tutta quella volatilità? Perché questo lato della vicenda non è stato altrettanto pubblicizzato. Il crollo di una valuta non è un evento così raro, ne abbiamo visti tanti; la sua ripresa istantanea di valore è qualcosa di ben più sorprendente.

La risposta alla domanda è complicata, ma almeno in due sue parti essenziali è accessibile anche agli ignoranti come me. La prima azione intrapresa dai russi per difendere la moneta nazionale è la più ovvia: sbaraccare riserve in valuta estera e ricomprare rubli. Lo hanno fatto in maniera continua negli ultimi mesi, al punto di avere intaccato parte delle loro sontuose riserve: qui i dati della Banca Centrale Russa. In pratica hanno rivenduto un buon centinaio di miliardi di dollari in valuta e titoli, attutendo i movimenti del tasso di cambio. Questo non ha invertito il lento trend discendente registrato fino a novembre – che a loro fa anche comodo per certi versi – ma sicuramente ha inciso sulla pendenza degli andamenti.

Il gioco dei russi però non è fatto solo di riserve della banca centrale: c’è dell’altro, roba ben più grossa di mezzo trilione di dollari in un forziere. Roba enorme. Leggete un po la spiegazione dell’accaduto fornita da RT: “…ruble has seen a full week of recovery after its drastic 20 percent drop on December 16 dubbed as ‘Black Tuesaday.’ This was triggered by the call from the Russian government for businessmen to sell currency earnings…”. Il governo – cioè lui – ha ordinato alle aziende di rivendere i guadagni in valuta straniera e convertirli in rubli. Ancora: “…To balance the market, the Russian government ordered the introduction Thursday of a 15 percent plus €7.5 export duty on wheat from February 1, 2015. The duty was calculated so the price is no less than €35 per ton …”. Una tassa di esportazione sui cereali. Tanto per far evaporare l’inflazione nazionale in campo alimentare, mettendola nelle tasche degli importatori. E per non sbagliare nemmeno un colpo: “…On December 23 the government urged the five largest state-owned exporting companies including Rosneft and Gazprom to bring the amount of their net foreign currency assets to an amount not exceeding the level of October 1, 2014…”. Niente riserve valutarie eccedenti la media usuale per gli esportatori di energetici. Ovviamente RT fa propaganda, ma facendola in inglese possiamo verificare cosa raccontano. E in questo caso i fatti sono comunque espliciti anche da soli, c’è poco da nascondere.

Il gioco della vendita delle riserve valutarie statali non funziona quasi mai bene da solo. Ne sappiamo qualcosa noi italiani, che nel ’92 le abbiamo bruciate senza grande esito. I tassi di interesse sono un altro strumento, ma possono non bastare anch’essi. I russi però hanno un ulteriore strumento: le risorse. Quelle vere. Vuoi farti un giro in auto? Benissimo, allora o accetti il petrolio russo oppure vai a piedi – indipendentemente dal prezzo di giornata. E loro te lo vendono, e ti vendono anche il frumento se ti serve. Così puoi andare in aereo e riempirti la pancia, che non è male vero? Però devi rispettare le loro regole: in pratica, ti devi presentare a fare acquisti con in mano dei rubli. I dollari e gli euro non vanno più bene, visto l’ordine di limitazione delle riserve aziendali in moneta estera. Hai i rubli? Allora bene, compra pure. Non li hai? Benissimo, vai pure. Il mondo è grande.

Quello che sta accadendo nella fumosa guerra valutaria che coinvolge oggi mezzo mondo e che ha il suo campo di battaglia a Mosca è semplice e sorprendente: l’attore decisivo è entrato in gioco. Parliamo di risorse fisiche: la “roba”, quella roba che non contava niente qualche anno fa. Oggi come oggi funziona tutto diversamente: chi ha quella roba decide, e non c’è giochino di borsa che possa bastare a ridurlo a miti consigli. Siamo andati a litigare con il padrone del pollaio, e lui ci ha detto che se vogliamo fare il brodo ci dobbiamo presentare con i fogli di carta che dice lui. Una bella figura abbiamo fatto: siamo andati a fare la guerra, ed abbiamo scelto per il duello un’arma che in realtà non abbiamo più, e della quale l’avversario è maledettamente fornito. Proprio una bella figura.

Ora resta almeno un’altra domanda sul tavolo: perché adesso? I governanti russi hanno aspettato, hanno lasciato impazzire i cambi, poi sono intervenuti – immagino nell’immediatezza con le riserve – e una volta superato lo scoglio immediato hanno cambiato la legislazione sopprimendo il problema di fondo. Hanno creato, nel giro di alcune giornate, un sistema nel quale la fame altrui di risorse fisiche mantiene e manterrà alta la domanda della loro valuta nazionale. Ma potevano farlo anche tre mesi fa. Perché adesso? E perché tutta questa commedia? Nella tempesta, pur breve, sono successe varie cose: oligarchi in fuga, movimenti di capitali, terremoti aziendali, blocco di sportelli. Probabilmente la messinscena era lo scopo: non possiamo saperlo con sicurezza, ma è lecito sospettare. Nei prossimi mesi, con la conta definitiva dei danni, scopriremo chi era il bersaglio di questi maneggi; e scopriremo anche chi non lo era. Una cosa è chiara: le regole della partita sono cambiate, sono cambiate per cause di forza maggiore. E questo cambiamento, seppure temporaneo, potrebbe accompagnarci per un lasso di tempo non troppo piccolo. Sarà bene tenerlo a mente.

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Terremoti in Toscana: niente ferie per le faglie

Sciame sismico in Toscana, 15 – 20 km a sud di Firenze. Si comincia a traballare nella notte tra giovedì e venerdì, e poi avanti senza sosta. Anche in questo momento si avvertono leggere scosse di Mw 1 – 2. Poca roba in confronto all’evento di maggiore energia, Mw 4.0 secondo Ingv, verificatosi nella mattinata di venerdì 19 dicembre.

Sciame sismico in Toscana, dicembre 2014Sciame sismico in Toscana, dicembre 2014. Fonte: Iside Ingv.

In questo momento la rete sismografica registra quasi 330 eventi con Mw > 1.0 nella zona. Ovviamente se ne aggiungeranno altri – si spera via via più lievi. La sismicità nell’area fiorentina non è una cosa nuova, al punto che il capoluogo ed i comuni circostanti si ritrovano tutti assieme in zona 3; vedere le mappe pubblicate dalla Regione Toscana in tema di classificazione sismica. Per chi non lo ricordasse, la classificazione sismica vigente oggigiorno suddivide il territorio italiano in 4 classi, con la 1 intesa avere pericolosità maggiore. Il parametro operativo fornito a chi progetta edifici ed opere è la “accelerazione con probabilità di superamento pari al 10% in 50 anni (ag) “: se sei in zona 3, ha il 10% di probabilità di dover sopportare un superamento dell’accelerazione di riferimento in mezzo secolo. Nel caso, 0,05 < ag ≤ 0,15, intendendo accelerazioni come frazioni di g. La definizione probabilistica è antipatica ma inevitabile, posto che le condizioni locali – risonanza, suolo liquefacibile, effetti di cresta – possono amplificare le onde sismiche in modo non precisamente prevedibile.

I terremoti del passato? Conoscerli è utile per cercare di avere una idea di quel che potrebbe capitarci in futuro, e comunque la classificazione in essere deriva in parte proprio dalla conoscenza del dato storico. Il CPTI è una risposta interessante, con il suo censimento degli eventi storici a partire più o meno dall’anno mille. Per Firenze abbiamo eventi rilevanti nel 1148, Mw 5,14, e nel 1453, Mw 5,30. Ovviamente si tratta di stime con un certo margine di approssimazione. Nei dintorni, Impruneta anno 1697, Mw 4,72; e poco più ad ovest nel 1887, Mw 4,54. Forse l’evento più interessante è però quello del 1895 – ieri l’altro in termini di tettonica – con Mw 5,43: davvero poco distante dall’area in cui si registra lo sciame sismico di questi giorni. Il messaggio trasmessoci dalle notizie di sismicità storica e dalle zone sismiche odierne è piuttosto chiaro: l’area fiorentina è una delle tante aree italiane considerate a rischio sismico. I terremoti accompagneranno i residenti per tutta la loro vita, ed esisteranno quando Firenze non ci sarà nemmeno più.

Non crediamo alle sciocchezze di chi racconta che la scia di eventi di queste ore “scarica energia”: non scarica un bel niente, sono troppo modesti. Potete farvi i confronti numerici anche da soli, ricordando che la scala di magnitudo del momento sismico è logaritmica: due valori di scala, tre zeri di differenza in energia liberata. La probabilità di vedere arrivare un evento maggiore, magari di Mw 5,5 o di più, resta più o meno la stessa. Se qualcuno dovesse raccontarci che dobbiamo rientrare in casa perché “c’è ragione di ritenere che ora il rischio sia minore” evitiamo di crederci: il rischio è sempre lo stesso. E’ quello indicato nella mappa edita dalla Regione, o meglio: quella mappa rappresenta le nostre migliori conoscenze al riguardo. Ricordiamoci bene che gli apprendisti stregoni non sono solo quelli che dicono di poter prevedere precisamente località e data dei terremoti: sono anche quelli che dicono di poter prevedere che in una data area e in certo intervallo temporale il rischio sismico è più basso del solito. Mentono entrambi, ma mentre i primi vanno subito tutti quanti alla berlina, i secondi in genere riescono a cavarsela a buon mercato. Ogni mattina a Firenze e dintorni può essere la volta buona, da qui all’eternità. L’unica cosa che possiamo fare è domandarci come rendere più sicure le nostre case, come evitare di dover correre in strada pregando di fare in tempo ad abbandonare la trappola in cui viviamo: il resto è chiacchiera da bar.

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Modena in cerca di che cosa?

La città in cui lavoro, Modena, è governata oggi da un ex bancario con lunghi trascorsi di amministratore locale. E’ un uomo di un certo spessore, ce lo ha dimostrato appena eletto sindaco appendendo dei memorabili manifesti di ringraziamento. I più maliziosi potrebbero avere notato in quei cartelloni un messaggio di scuse alla città per una brutta gaffe in campagna elettorale – l’uomo affermava di ritenere il compenso al ruolo di sindaco un po scarso, e gli elettori non hanno gradito. Ma è solo malizia di bassa lega, tipica di noi campagnoli. Insomma, onestamente credo che non ci sia andata male: in questo momento vedo peggiori situazioni in Regione. Accontentiamoci e pensiamo che un giorno o l’altro ci toccheranno amministratori ben più scadenti.

I trascorsi del personaggio: si tratterebbe in pratica del referente politico di una certa serie di attività – ovviamente del tutto legali – centrate attorno all’edilizia. Come riportato anche da quelli de Il Fatto, il nostro ha apparentemente operato per mantenere piuttosto basse le royalties applicate ai cavatori. Giusto per dare una mano a chi probabilmente avrà finanziato alcune sue passate campagne elettorali; ma su questa affermazione della testata giornalistica – e degli oppositori – non ho elementi di prova. In generale, questo atteggiamento nei confronti dei gestori delle attività estrattive è ritenuto abbastanza evidente e generalizzato, bene al di là del singolo caso; con strascichi di polemica poco utili a livello pratico, ma interessanti come curiosità. Per dire, ne parla la Gazzetta; qualche altro dettaglio dai locali comitati No Cave. Non paiono grossi misteri, e ad ogni modo voglio vedervi a trovare un politico importante privo di sponsor più o meno espliciti.

Basta chiacchiere: il sindaco non ha aperto miniere a cielo aperto in Piazza Grande, e questo fa parziale giustizia delle illazioni sui suoi trascorsi. Le proposte recenti per rilanciare la città – o per farla affondare più o meno lentamente, a seconda dei punti di vista – sono ormai pubblicamente note. Nel resoconto di Bologna 2000: “…Accanto agli investimenti del Comune per la qualità della città, il sindaco ha anche ricordato l’importanza di realizzare interventi infrastrutturali come lo scalo merci e la bretella autostradale, oltre alla prospettiva di creare un collegamento per la mobilità dolce sfruttando il percorso della ferrovia storica…”. Non ci sono solo parcheggi e rotatorie nei piani dell’amministrazione, e comunque il sindaco oggi gestisce anche la provincia; alla cui guida noi cittadini non abbiamo avuto l’onore di nominarlo. Non stupisce la visione di insieme offerta in questi propositi, ovviamente espressi pensando anche al territorio circostante il capoluogo.

Lo scalo merci e la bretella autostradale – la Campogalliano Sassuolo – sono vicende già note. L’idea sarebbe quella di obbligare le aziende ceramiche a spedire via camion materie prime e piastrelle dalle parti della via Emilia, per imbarcarle su ferrovia a Marzaglia. Una cosa poco logica, visto che dispongono già del ben più vicino scalo di Dinazzano; servito da strade sulle quali non si pagano ovviamente pedaggi. O forse è logica la cosa, ma di una logica particolare che noi cittadini fatichiamo ad afferrare. Sapete, quella strada è simile alle altre: un rilevato fatto di terra e ghiaia, ed eventualmente qualche innocuo carico di rifiuti, ricoperto di una spalmata di catrame. Il tutto nel bel mezzo dell’area adiacente il Secchia. Un affarone da almeno mezzo miliardo di euro, immagino un buon miliardo con gli adeguamenti tipici della realtà italiana: forse le vecchie abitudini non sono ancora tramontate. Nel complesso, l’idea che emerge è quella di una città che spera di rinverdire i fasti del passato; ignorando il fatto che la disponibilità di carburante per noi italiani cade senza sosta da almeno un decennio. Come pensino i modenesi di sfuggire ai cambiamenti che investono l’intera nazione non è stato spiegato.

L’affermazione circa il supposto “collegamento per la mobilità dolce” è più interessante. Recentemente la linea ferroviaria in direzione Milano è stata dirottata, non occupa più la sua sede storica: il nuovo tracciato scorre più a nord, in parte in trincea coperta, in un’area meno edificata e a maggior rischio di esondazione. Il tronco di linea rimasto inutilizzato – vedere qui in carta – taglia la parte occidentale della città. Sarebbe abbastanza facile reimpiegarlo per un tram urbano, e fornirebbe un bell’abbozzo di rete assieme al tracciato per Sassuolo e per Carpi. Ma l’amministrazione ha idee diverse: mobilità dolce appunto. Ci faranno una ciclabile, presumibilmente interrotta da semafori, rotatorie et similia; qualcuna di queste opere è già stata annunciata. Devo ammettere che forse il sindaco ha ragione: i servizi in Italia non funzionano. Non c’è modo di farli funzionare: i treni sono scassati, oppure costano come l’oro. Non parliamo del trasporto urbano, siamo maestri nel guastarlo; ogni pendolare italiano sa di cosa parlo. Forse una ciclabile, anche piena di buche, è una scelta ragionevole: su un percorso di 2-4 km in direzione del centro cittadino la bici potrebbe funzionare. E non ci sarà un metodo semplice per costringere i ciclisti a fermarsi: niente tagli alle corse, ritardi, guasti. Forse Muzzarelli ha ragione: facciamoci una ciclabile, sulla vecchia ferrovia cittadina. Oggettivamente non siamo capaci di fare di meglio: i tram a cavalli non sono alla nostra portata.

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Il petrolio che cala

Recente discesa delle quotazioni per l’oro nero: l’Opec che non taglia, la domanda che ristagna, le teorie di complotto. Si grida alla cospirazione contro i russi, o contro l’Iran, o contro il Venezuela. Qualcuno si preoccupa dello shale oil, e qualcun altro della roba di acque profonde. C’è chi ha perfino inarcato le sopracciglia pensando alle sabbie bituminose o ai biocarburanti. Beccatevi l’andamento dei prezzi via Info Mine.

quotazione petrolio in dollari per barileQuotazioni del petrolio, US $ / bbl. Fonte: InfoMine.

Considerati gli andamenti, la grafica proposta è relativa alla qualità di greggio Brent; il Wti si è posizionato un po più in basso e comunque non è sostanzialmente più rappresentativo per il mercato nel suo complesso. In pratica il prezzo pagato in dollari si è ridotto di quasi il 40%. Per una visione alternativa della faccenda, stessa materia prima ma prezzo in euro. Ovviamente con questo incorporiamo le vicissitudini del tasso di cambio tra area euro ed Usa.

qutazioni del greggio in euro per barile Quotazioni del petrolio, Euro / bbl. Fonte: InfoMine.

Andamenti simili ma non uguali: la valuta europea perde colpi rispetto al dollaro già da mesi. In pratica, dai massimi registrati tra marzo e maggio 2014 l’euro è oggi sceso ad un controvalore di circa 1,23 dollari. Un deprezzamento di circa un 10%, realizzatosi per gran parte negli ultimi 6 mesi: non è ben chiaro se questo andamento discendente nei tassi di cambio possa interrompersi a breve. La valuta statunitense si rafforza e permette ai cittadini di ricavare qualche risparmio in più in termini di bolletta energetica. Sulla sponda europea probabilmente non potremo vedere comunque grandi benefici al distributore; questo a prescindere dai costi della materia prima, vista la fiscalità in essere. Verificheremo più in là nel tempo se questa interessante svalutazione ci possa anche aiutare in tema di export. Non è scontato.

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