Grandi opere, adeguate intelligenze

A quanto pare siamo arrivati al dunque, viene lentamente ammessa la verità riguardo ad alcune celeberrime “grandi opere” italiane. La BreBeMi, per fare un esempio, in questi giorni è sotto i riflettori a causa della cattiva performance finanziaria dell’ente gestore. Racconta il Fatto che “…. La direttissima Milano-Brescia ha registrato nel 2014 un rosso di 35,4 milioni di euro. Mentre il numero medio di veicoli transitati ha superato di poco i 14 mila al giorno, molti meno dei 60 mila previsti …. dal bilancio approvato a inizio marzo dal cda salta fuori che i costi operativi, più di 14,2 milioni di euro, hanno superato i ricavi da pedaggio (11,7 milioni) …. Brebemi non solo non paga il debito mostruoso con le banche, ma nemmeno il costo di gestione. Significa che tenerla aperta costa più che tenerla chiusa ….”. Un  brutto guaio al quale si tentava di far fronte già da mesi, praticamente fin dall’inaugurazione dell’opera; con iniezioni di denari pubblici in forma di agevolazioni e sgravi fiscali. Per ora si parla di regalie da parte del governo per 300 milioni di euro, più 60 milioni dalla regione. Poi si vedrà, ce ne vorranno altri di soldi.

Per chi frequenta questa piccola area per le chiacchiere il fenomeno non è nuovo né imprevisto. E’ solo la naturale conseguenza del tramonto di un modello di mobilità che è oggi insostenibile sotto tutti i punti di vista. La disponibilità di carburante per noi italiani declina senza sosta da un decennio, inutile nasconderselo; e declina anche la capacità di famiglie ed imprese di acquistare e mantenere i mezzi. Tentare di realizzare nuove strade in una simile situazione non è semplicemente inutile: è dannoso. Dannoso per gli automobilisti, e per gli autotrasportatori. Le opere che realizziamo dobbiamo alla fine pagarle, con dei pedaggi, delle accise, o con altre imposte e gabelle. Ma se spendiamo centinaia di miliardi in nastri di catrame, quei miliardi dobbiamo alla fine farli pagare a qualcuno. E quel qualcuno è sempre e comunque il cittadino in qualità di contribuente, autista, lavoratore – un fatto ovvio. Quali modelli logici possiamo immaginare di attuare per tentare di sostenere il coacervo di viadotti, gallerie, ingorghi e nubi di gas di scarico a cui eravamo abituati? Con che effetti?

Sovvenzionare i carburanti per qualcuno. Lo abbiamo fatto spesso, in particolare per il trasporto merci su gomma. Come saprà chi di voi vive sul pianeta Terra, in Italia fin dall’ultimo governo Prodi – affondato a maggio 2008 – sono stati elargiti sgravi significativi ai camionisti in tema di tassazione sui carburanti. In generale, l’Italia ha sempre concesso una fiscalità vantaggiosa al movimento merci stradale. Pareva una idea brillante: leviamo soldi da tutte le parti, li giriamo nei serbatoi e i camion corrono. Purtroppo non funzionò, perché i nostri camionisti hanno per clienti soprattutto gli italiani come me e voi. I danni economici combinati dovuti all’inflazione sulle risorse essenziali, alle imposte ed alla perdita di posti di lavoro hanno presto ridotto la domanda di beni. E così l’autotrasporto è andato in crisi nera – per mancanza di commesse – nonostante gli sgravi sul gasolio: perché se nessuno compra, nessuno trasporta, tema già discusso. Ora abbiamo l’annuario statistico 2014 a disposizione, e scopriamo che lo schianto è ancora più violento: se nel 2005 in ambito nazionale muovevamo su gomma 211,8 miliardi di t·km, nel 2012 siamo scesi a 124. Un – 41,5 % che parla da solo, e non voglio pensare al dato corrente.

Sovvenzionare opere stradali di vario genere. Questa tattica è arcinota a noi italiani, ma oggigiorno è difficile iscrivere a bilancio cumuli di debiti per nuove opere. E così ci siamo dati alla finanza di progetto: facciamo passare per privato un debito che in futuro diverrà pubblico, gonfiando nel mentre il costo delle opere e gli interessi versati alle banche che gestiscono il gioco. Per dire, le ferrovie veloci funzionano così. Anche la chiacchierata autostrada, la BreBeMi, funziona in questo modo. E’ costata 2,4 miliardi di euro presi a prestito da enti quali Banca europea degli investimenti, Cassa depositi e prestiti, Intesa Sanpaolo e via discorrendo. E li deve recuperare con il pedaggio, essendo in teoria opera privata. Però c’è un problema: una economia in contrazione che perde rapidamente accesso ai carburanti liquidi vede anche scemare il trasporto stradale; con ciò facendo sparire la premessa alla base di questo celebre progetto, e cioè gli ingorghi. Senza insopportabili colonne di mezzi fermi, nessun autista sarà disposto a spendere di più per un pedaggio quando può utilizzare a minor costo la esistente A4. Il pedaggio pesante imposto per pagare l’opera obbliga le persone a fare risparmi, e c’è una cosa facilissima da tagliare: le percorrenze. Basta viaggiare meno. Ma questo condanna l’ultimo, costoso ramo stradale a soffrire gravemente, specie se c’è una alternativa economica a disposizione. Pian piano, ci scommetto, questi costi affondati finiranno a carico della fiscalità generale: e questo non risolverà niente. Spalmeremo solo su un numero più ampio di contribuenti il danno economico.

Sabotare qualsiasi alternativa. Già, c’è anche questo. Abbiamo fatto la guerra a tutto ciò che non era un’auto o un camion, a partire dalle biciclette. I tagli al trasporto ferroviario regionale ormai non sono fattibili, essendo stato tagliato tutto il possibile molti anni fa. Interessanti gli spezzatini delle tratte che potrebbero fare concorrenza agli equivalenti AV – vedasi il caso Bo – Fi. Così ci godiamo una rete che offre treni veloci che non fermano da nessuna parte, o regionali che stanno quasi fermi ovunque. Naturalmente le poche stazioni servite dai primi si possono raggiungere in mezzo ai nostri impraticabili centri storici dopo qualche decina di km in auto: e questo colpo di genio ci ha permesso di creare l’unica rete ferroviaria al mondo che incentiva la percorrenza autostradale. Gli esiti sono noti a tutti, ma vale la pena ricordarne uno particolarmente curioso: mentre lanciavamo un intero sistema di ferrovie veloci a lunga percorrenza, la percorrenza media dei passeggeri scendeva rovinosamente. Nel ’91 quasi 105 km per viaggio, nel 2010 a malapena 70. Un esito poco felice.

E così è arrivato Graziano Delrio al ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questo reggiano dalla discendenza sorprendentemente numerosa si è presentato al lavoro in bici, ostentando un’andatura sicura anche senza mani; un habitué del pedale. Pare – e dico pare – che voglia fare un po di spending review, quella vera. Secondo indiscrezioni del Sole 24 Ore è in arrivo una drastica sforbiciata ai progetti faraonici che tanto debito hanno generato: da 400 a 49, e con beneficio del dubbio. Trattandosi di anticipazioni è lecito attendersi delle sorprese, magari qualche smentita, ma il fatto stesso che si discuta della cosa in questi termini è un segnale interessante. Vuoi vedere che qualcuno a Roma ha deciso che non c’è ragione di mandare in bancarotta l’intera nazione? Buona Pasqua, e speriamo di cavarcela.

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Calorie fossili nel cibo che mangiamo, a decine

Antefatto: ogni tanto riemerge dal mare della rete l’idea secondo cui ciò che mangiamo viene prodotto impiegando grandi quantità di energia, essenzialmente derivata dai combustibili fossili. Un autore americano ha riassunto molti anni or sono il problema affermando che “la moderna agricoltura industriale trasforma i combustibili fossili in cibo servendosi della terra e delle piante”; più o meno suonava così, anche se non sono sicuro delle parole esatte. E in effetti chiunque di voi abbia mai partecipato ad operazioni di concimazione o di motoaratura ha presente che c’è del vero in questa tesi. Utilizziamo mezzi ingordi di carburante, sistemi di trasporto a scala globale altrettanto energivori; la refrigerazione e la preparazione di fertilizzanti azotati sono anch’essi processi avidi di energia. Per gran parte ottenuta da combustibili fossili, ovviamente.

Finché si discute di qualità e concetti non possono emergere grossi problemi: la situazione diventa difficile quando si parla di quantità. Quantificare gli importi di energia in circolazione nel sistema agroalimentare, e suddividerli per origine, non è una operazione semplice e non si presta a sovra semplificazioni. La forma più frequente e colloquiale nella quale i concetti di cui sopra ci vengono esposti è forse quella proposta originariamente da Giampietro & Pimentel, e ripresa nel tempo da una messe di autori ed osservatori. Se ne ritrova l’eco un po ovunque: vari e disparati siti del mondo anglosassone, ma anche testi di autori italiani. Potete trovare riproposti questi dibattiti tra vegani, associazioni culturali e stimati professori. Interessante discorso che seguo da anni. Si spazia da affermazioni come “…per produrre ogni singola caloria di cibo … occorrono in media da una a dieci calorie di combustibili fossili…” a posizioni più drastiche del tipo “…la moderna industria della produzione alimentare, con un agricoltore che siede su un trattore John Deere con l’aria condizionata che è guidato dalla localizzazione satellitare, consuma incredibilmente 10 calorie di energia per ogni caloria di energia (cibo) consegnata al mercato…”. Non incredibilmente, a prevalere nelle discussioni sul web è la tesi più pessimistica: un “per 10″ da applicare alle calorie alimentari, a generare un grosso impatto sull’ambiente e sulle risorse energetiche e non.

Per dare un limite, un raggio d’azione, al nostro “fattore 10” dobbiamo provare a capire come si rapporti alla dimensione complessiva dei flussi di energia messi in opera da noi umani. Quanto consuma una persona? In termini di kcal / giorno intendo, ciascuno di noi mangia cibo e produce calore e lavoro meccanico. Per queste stime esiste una tabellina Fao che riassume le conoscenze accertate riguardo alle disponibilità caloriche degli esseri umani: al 2015 si stima che in media ogni umano consumi mangiando cibi capaci di fornire giornalmente energia per 2940 kcal. Ricordo che la caloria o piccola caloria [cal] viene comunemente definita come l’energia necessaria per innalzare da 14,5 a 15,5 ° C la temperatura di 1 g di acqua distillata posta a livello del mare; l’unità di misura kilocaloria [kcal] – detta anche grande caloria – ne è il multiplo a tre zeri. La stima operata dalla Fao è un valore attendibile, derivato da una revisione critica su moltissimi studi di provenienza disparata. La dispersione dei valori rispecchia la diversità riscontrabile nelle varie aree geografiche: si va da un minimo di 2360 nell’Africa Sub Sahariana, a picchi di 3440 kcal / gg per persona nelle nazioni industrializzate. Estremi entrambi nefasti, anche se per ragioni opposte.

La disponibilità calorica media giornaliera dunque: 2940 kcal, stima Fao. Sono parecchie, ma si tratta di una disponibilità accertata e non di un fabbisogno: in media ci farebbe bene mangiare meno, e infatti il mondo in cui viviamo è affetto da una vera e propria epidemia di obesità. Nell’arco di un anno, un essere umano ingoierà, digerirà e brucerà qualcosa come 2.940 · 365 = 1.073.100 kcal. Posto che al momento la popolazione globale veleggia attorno a 7,3 miliardi di individui, ne possiamo dedurre che nell’arco dell’anno noi umani consumeremo mangiando 1.073.100 · 7.300.000.000 = 7,83363 · 10 15 kcal. Una discreta quantità di cibo convertita in energia. Facciamo intervenire adesso il nostro “fattore 10”, propagandato da tempo per rappresentare l’apporto di combustibili fossili nascosto nei consumi alimentari, e ci ritroviamo per le mani un apporto annuo di energia fossile di 7,8336 · 10 16 kcal. Poco o molto che sia, ci possiamo ragionare su.

Occorre qualche termine di paragone: quanta parte dei nostri consumi globali di energia da fonte fossile è richiesta per coprire una simile spesa? Il primo candidato al raffronto è ovviamente il petrolio; nel 2013 stando a BP abbiamo consumato 4185,1 milioni di t di combustibili liquidi di varia natura. Prendendo per buona la resa indicata nell’atlante di circa 10 7 kcal / tep, la produzione energetica totale annua per i liquidi risulta di circa 4,1851 · 10 16 kcal. La domanda di energia ipotizzata per la filiera agroalimentare, nell’ipotesi di applicazione del “fattore 10” in esame, eccede di parecchio questa quantità: 7,8336 / 4,1851 = 1,872. In pratica occorrerebbe impiegare tutti i liquidi disponibili, ed aggiungerne anche un + 87,2 % solo per riuscire a mangiare. Decisamente non è questo il caso, e d’altronde l’agricoltura non vive di solo petrolio.

Un termine di confronto alternativo potrebbe essere costituito dal consumo globale di energia primaria – sempre nelle rilevazioni dell’atlante BP: 12730,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio in forma di combustibili, rinnovabili, nucleare etc. Questo enorme flusso annuale di energia può equivalere grossomodo a 1,27304 · 10 17 kcal consumate. In questo caso, l’ipotizzata incidenza dei consumi energetici per l’agroalimentare risulterebbe pari a 7,8336 / (1,2730 · 10) = 0,615. Il 61,5% dei consumi globali di energia, per mangiare. La spesa libera per vestirsi, viaggiare, cementificare, fare guerra, curarsi – per tutto il resto insomma – non è ovviamente il 38,5 % rimanente: dobbiamo ricordare che l’industria energetica consuma a sua volta un frazione crescente dell’energia che movimenta solo per tenere in vita sé stessa. Forse potremmo concedere ai consumi liberi diversi dal cibo un residuo che orbita attorno ad un 25 – 30 % del totale in energia disponibile.

E così, eccoci a confrontarci con un modello di domanda energetica per l’alimentazione che ci lascia disponibilità residue in energia che potrebbero essere quelle di una società preindustriale; partendo da premesse apparentemente logiche e propagandate in buona fede da molti autori e commentatori. Cosa è andato storto? Il miglior candidato è il “fattore 10” dato per scontato. Non è così scontato, anzi: probabilmente ha scarsa attinenza con i valori medi reali. Nei numerosi passaggi occorsi a questa discussione è successa una cosa piuttosto semplice: si è preso un caso limite relativo ad una realtà circoscritta e lo si è assunto a paradigma avente validità generale. Le merendine in confezione di plastica fabbricate in Messico con ingredienti sudamericani e vendute alla frontiera del Canada hanno sicuramente una elevatissima impronta energetica ed ambientale, forse perfino oltre il nostro “fattore 10″ in combustibili fossili incorporati nel ciclo produttivo. Però non costituiscono affatto la dieta ordinaria di nessuna persona, e comunque le differenze si ampliano percorrendo diverse aree geografiche.

E’ oggettivamente facile – e mi è capitato di vederlo fare – prendersela con pedoni e ciclisti raccontando loro che consumano più combustibili di un automobilista per percorrere un km di strada, fidando sul celebre “fattore 10″ tanto discusso. Purtroppo, essendo fasullo l’assunto di partenza queste discussioni risultano inconcludenti: non casualmente laddove quattrini ed energia scarseggiano la bici spadroneggia, evidenza empirica sufficiente a farci capire dove stia la migliore efficienza energetica. Ridicolo il caso italiano, nel quale una delle più grosse e moderne agricolture del mondo consuma più o meno quanti i frigoriferi domestici esistenti nelle case dei residenti. La verità è che i numeri tondi tondi sono estremamente attraenti: tendiamo a sceglierli in maniera istintiva, e se c’è una cosa succulenta sono gli zeri. Dire “5” fa un certo effetto, cinque volte tanto; ma dire “10” è un’altra cosa. E’ un ordine di grandezza, e noi contiamo gli zeri prima di tutto. Così è estremamente facile scegliere valori ad effetto, e dieci è di sicuro effetto. Anche se magari non è vero. Impariamo ad ascoltare chi ci dice ” 0,77 – 1,15 “, o magari chi ci dice ” 3,4 +/- 0,81 “. E’ fastidioso, ma è meglio farsi infastidire da cifre realistiche che da decisioni errate basate su cifre imprecise. Le seconde ne ammazzano più della spada.

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Lavoro, disoccupazione, popolazione: vent’anni son passati

LAVORO, DISOCCUPAZIONE, POPOLAZIONE: ITALIA 1994 2004 2014 Istat Condizione lavorativa Età della popolazione 0 14 15 64 65 + anni Under 15 Occupati 15 – 24 anni Occupati 25 anni e più In cerca di occupazione Non forze di lavoro Disoccupati Inoccupati Inattivi attività Tasso di occupazione % Tasso di disoccupazione % 15 24 anni 15 64 anni 25 64 anni totaleDisoccupati, occupati, inattivi in Italia. Fonte: Istat.

Negli ultimi vent’anni le cose sono un po cambiate nel mercato del lavoro italiano. Possiamo dare un’occhiata grazie ai dati provvisori Istat per il 2014, assieme alle serie storiche consolidate. In termini assoluti, i posti di lavoro disponibili – quelli in regola – non sono cambiati di molto in due decenni; e non è che sia cambiata tanto nemmeno l’incidenza percentuale degli occupati sul totale della popolazione. I lavoratori “visibili” erano il 36,8% della popolazione residente nel ’94 e sono il 36,7% nel 2014; con un picco a metà strada. Il mutamento riguarda soprattutto le età delle persone coinvolte: si sono sostanzialmente estinti gli occupati più giovani, con meno di 25 anni di età. Svaniti nel nulla. Il lavoro in Italia è roba per vecchi, o almeno non per giovanissimi. Altra partita è l’invecchiamento della popolazione: chi ha 65 anni o più oggi incide per più di un quinto del totale; nel ’94 per meno di un sesto.

Più frenetiche le oscillazioni della disoccupazione, che rappresenta il numero di persone che un lavoro lo vorrebbero, lo cercano tramite canali legali e tracciabili, ma non lo trovano. Con 3,2 milioni di disoccupati in circolazione, il 2014 si può considerare a tutti gli effetti un anno da record. A decollare ancora una volta non è tanto la disoccupazione totale, quanto quella giovanile: ad oggi stabilmente sopra il 40% da almeno 19 mesi. I miracoli dei vari blocchi turn over, fornero e compagnia cantante, di cui ora raccogliamo i frutti. C’è ovviamente anche una componente di precariato nel gioco: è facile scaricare un cococo, e costoro sono tendenzialmente giovani. La crisi li ha visti sacrificare per tutelare i lavoratori più attempati: in tutta questa vicenda del mercato del lavoro, pare che l’Italia si disinteressi dei propri figli. Si naviga tranquilli verso il buio.

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Grandi opere, scarsa manutenzione, dolci e fresche acque

sottopassaggio allagato dopo forti piogge, anas, strada, manutenzioneCosa succede quando spendi i soldi per costruire infrastrutture eccedenti le tue necessità e/o capacità? Succede quello che rappresenta la fotografia: qualche grosso guaio. Un sottopassaggio allagato da un buon mesetto impedisce gli spostamenti su una strada secondaria vicino a casa. Reti scolanti semidistrutte, in parte tagliate in malo modo da una recente opera viaria; e poi scelte progettuali sbagliate per l’attraversamento, manutenzione onerosa ed inefficace. Tanta buona volontà, ci hanno provato a risolvere: ma se hai un fossato di scarico inadeguato quando tenti di vuotare il sottopasso finisci con l’allagare i cortili intorno; e ti vedi tornare indietro al punto di partenza una parte dell’acqua. Che tra l’altro in parte non è pioggia, ma proprio la falda: lo sfortunato manufatto è stato piantato in mezzo allo spessore di un paleoalveo. Una fonte inesauribile. Con il vento l’acqua fa anche le onde: chissà se ci sono già i pesci.

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Pastasciutta in Giappone per Pizzarotti: qui si fa l’Italia, forse

Sentita la notizia? Grancassa a discreto volume per l’ultima impresa del sindaco di Parma: trasferta giapponese nella prefettura di Kagawa a metà dicembre 2014. Sul Fatto Quotidiano qualche dettaglio: “….Insieme al sindaco, alla missione di cinque giorni avevano partecipato l’assessore al Commercio Cristiano Casa e due funzionari comunali, accompagnati da alcuni imprenditori del parmense tra cui un dirigente di Barilla. Obiettivo era quello di instaurare rapporti di collaborazione in campo agroalimentare…”. E le spese relative: “…le spese della trasferta, un totale di 10.700 euro comprensivo in questo caso di trasferimento, trasporto merci e allestimento fiera…”. Pioggia di articoli sulla stampa locale, li troverete facilmente.

Discutibile. No, non i costi: l’operazione in sé. In pratica il sindaco è volato in Giappone a fare promozione dei prodotti del suo territorio in un ambito sostanzialmente fieristico. Probabilmente le spese dichiarate erano quelle relative alla parte pubblica, di 4 persone totali: tra una cosa e l’altra, 2675 euro a cranio compresi organizzazione, trasporti, alloggi ed il trasferimento di un campionario. Potevano farlo oppure no: di solito queste cose vengono fatte e basta. Se sei la persona giusta, ovviamente: altrimenti farai meglio a lasciar perdere. Negli ultimi anni in Italia i tagli hanno colpito a pioggia, ma in particolare le spese di rappresentanza sono sempre state al centro del mirino. Non posso obiettare più di tanto, posto che in effetti si può sicuramente fare meno rappresentanza: ma questo non autorizza a montare polemiche acritiche per questioni di burocrazia spicciola. E nemmeno si può raccontare che l’unico errore procedurale rilevato in Italia nel 2014 si sia verificato a Parma; questo è credere alle favole.

Rilevante? Non rilevante? Ci vuole un termine di confronto, altrimenti è aria fritta – prodotta anche dal sottoscritto. Vediamo qualcosa di grosso: avete presente Roma? Il comune della capitale conta 2,753 milioni di residenti; il bilancio di previsione per il 2015 ci informa di qualche cifra: “….Il bilancio previsionale 2015 prevede una manovra da 3,8 miliardi di euro. La diminuzione di entrate correnti è di 450 milioni di euro mentre ci sarà una spending review da 200 milioni di euro. L’amministrazione prevede un’accelerazione dell’efficientamento previsto dal piano rientro: dai fitti passivi -previsti 40 milioni di euro in meno- all’informatica, dall’illuminazione al consumo energetico fino alle spese per i residence per l’emergenza abitativa dove con il passaggio al Bonus Casa permetterà di passare da una spesa di 43 milioni l’anno a 27….”. Sono 3,8 miliardi a preventivo, come dire 1380 euro di tasse a testa movimentate dalla amministrazione comunale romana.

Non sarebbe rilevante, visto che un grosso comune ha sicuramente un grosso bilancio; a meno di non voler abbandonare la città al degrado. Il problema è nelle procedure: sono in apparenza poco trasparenti. L’amministrazione romana in carica non sembra amare le normali procedure di gara: ne abbiamo notizia da varie fonti. Le cooperative assegnatarie di incarichi per dire: “…Su 1040 gare, meno di venti sono state effettuate attraverso una procedura pubblica e aperta a tutte le altre cooperative….”. In generale, non sembra esserci molta trasparenza nelle procedure amministrative. Rileva Il Tempo che “…Tra le criticità rilevate quella degli affidamenti diretti dei lavori pubblici. I Revisori parlano di una gestione «non trasparente degli appalti che crea enormi criticità e squilibri nella gestione delle opere pubbliche, oltre oneri aggiuntivi non conformi. L’Organismo – si legge nella relazione arrivata sul tavolo dei membri della commissione Bilancio – prendendo in considerazione l’elevata numerosità delle pratiche di riconoscimento di debiti fuori bilancio e dei lavori di somma urgenza, ha potuto verificare in tutti i casi il pedissequo mancato rispetto della normativa di gara e/o evidenza pubblica, in materia di lavori e opere pubbliche e assegnazione di servizi in generale….”. Eccetera. Il problema affligge la maggioranza – ma non la totalità – dei comuni italiani, senza riguardo per le dimensioni o per il colore politico delle amministrazioni. Pizzarotti può mangiarsi ancora qualche piatto di maccheroni, a patto che si ricordi di far mettere le firme in calce alle autorizzazioni: da lui vorremmo probabilmente sapere ben altre cose riguardo alle procedure seguite nell’amministrazione di Parma. E questo discorso non vale solo per Parma.

Se vuoi propagandare una tesi discutibile, non diffondere mai notizie chiaramente false. Non funziona, ti beccano subito. La cosa migliore che puoi fare è raccontare delle mezze verità: fai passare notizie vere, ma ne elimini alcune. E metti l’accento su quelle notizie – vere, ricordiamolo – che non ti danneggiano. Sommergi il pubblico incrementando il peso relativo di ciò che ti fa comodo: le notizie rilevanti e scomode verranno seppellite sotto una montagna di notizie poco rilevanti ed estremamente confortevoli. Il quadro realizzato è distorto e trae in inganno l’uditorio. Nella pratica, mentre spariscono miliardi di euro come fossero fili d’erba – appalti taroccati, affidamenti diretti ed opachi, ndrangheta emiliana che cola ovunque e via dicendo – puoi raccontare che manca una firmetta su una procedura di migliaia di euro. E magari puoi rimpallare la vicenda sui giornali e sui TG locali per qualche giorno; puoi fare qualche esposto per chiedere doverose indagini. Molti osservatori, anche competenti, abboccheranno in assoluta buona fede: è perfettamente lecito riportare e leggere infinite volte una notizia che risponde al vero. Stai raccontando solo cose realmente accadute, ma l’effetto è miracoloso: i cittadini crederanno qualcosa di sostanzialmente inventato. La propaganda di buona qualità non si improvvisa.

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North Dakota, shale gas: la rivoluzione brucia in torcia

C’è questo posto negli Sates che ha una bassissima disoccupazione ed un bilancio pubblico invidiabile. Il Dakota del Nord gode di salute eccellente grazie agli idrocarburi non convenzionali: con la rivoluzione targata fraking ha potuto beneficiare di enormi investimenti. In perdita, ma meglio dirlo piano. Oggi come oggi, visti i prezzi bassi che spunta sul mercato del Nord America, il gas naturale non entusiasma più di tanto: però è l’elemento fondamentale delle vicende energetiche recenti negli Usa. Il caso Dakota è esemplare per molti versi: piattezza decennale delle produzioni, e poi una enorme sovra produzione versata per ogni dove. In immagine gli andamenti delle produzioni parlano da soli; dati della North Dakota Industrial Commission.

GAS NATURALE NEL DAKOTA DEL NORD / NORTH DAKOTA NATURAL GAS Fonti / Data source: North Dakota Industrial Commission Formazione di Bakken / Bakken formation Altri giacimenti / Other natural gas fields Produzioni mensili, milioni di metri cubi / Monthly production, million cubic meters Shale Gas venduto / Natural gas sold Gas bruciato in torcia / Natural gas flared Perdite / Losses Destinazione delle produzioni / Destination of the productions 2000 2008 2014 MCF Fracking

Gas metano nel Dakota del Nord: produzioni, impieghi, perdite.

E così, più o meno a partire dal 2000 le cose cominciano a cambiare: inizia anche da queste parti la rivoluzione dello shale gas. Dapprima in sordina, quasi impercettibile, poi sempre più rapidamente: la produzione di metano – piatta da decenni – si accresce rovinosamente. Soprattutto dopo lo scossone del 2008 / 2009. In realtà nel caso del Dakota del Nord l’interesse per il gas naturale è sempre relativo: il focus è chiaramente sul petrolio. Più remunerativo, facile da spostare, qualitativamente buono: lo muovi anche in treno se proprio non ci sono oleodotti. Con il gas è più difficile: operi piccole produzioni che diminuiscono in fretta, e questo non giustifica la costruzione di gasdotti. Così, gran parte del gas è finita bruciata in torcia in mezzo ai campi: buttata via. L’alternativa era buttare via i soldi. Nonostante i proclami di rapidi cambiamenti, a tutto il 2014 il flaring continua a dominare il panorama di questo pezzo del nord degli Usa.

Ormai il gioco del gas non convenzionale è cambiato: nessuna autonomia o quasi, frequentemente parliamo di un sottoprodotto del petrolio. Più importante di esso per certi versi, ma meno considerato. E sarà anche vero che la conta dei rig operanti negli Usa crolla a velocità mai vista, ma è utile ripetere l’avviso già circolato: non è scontato che le produzioni di shale gas crollino a breve. Bastano limitati flussi di denaro nelle casse delle compagnie per puntellare una attività che ricerca continuamente miglioramenti di efficienza. Intanto, il Dakota fa uscire dal sottosuolo miliardi di metri cubi di gas; quale che sia il destino della risorsa. Chiosa sulle unità di misura che mi hanno fatto dannare: la Eia fornisce un promemoria con simboli di significato insospettabile. Beati loro che ci capiscono qualcosa.

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La baronia del cemento tramonta: addio colata Idice

Alla fine è saltata per aria: niente più mega colata di cemento e catrame a San Lazzaro di Savena. Parliamo di un progetto che ha tenuto banco per qualche mese pure in televisione: l’idea era di prendere un pezzo di campagna bolognese e ricoprirlo con 582 appartamenti, più opere annesse. E’ una idea nata molti anni fa. In pratica, stando alla cronaca fornita da Il Fatto “….compravendita dell’area destinata alla new town, da parte di alcune cooperative, tra le quali la Cesi di Imola e la bolognese Coop costruzioni. La transazione, è scritto nella denuncia, è datata dicembre 2007, circa cinque mesi prima della delibera del consiglio comunale che trasformerà i terreni da agricoli a edificabili. Ed è sul prezzo di vendita che Bertuzzi registra delle incongruenze. La cifra versata, circa 235 mila euro per ettaro, è cinque volte superiore a quella prevista dal mercato per le aree rurali, corrispondente invece a 38 mila euro per ettaro….”. Doveroso dirlo, ma sbagliato indignarsi: la rendita immobiliare funziona così. Significa accaparrarsi beni di prima necessità per poi rivenderli a strozzo ai cittadini. In tempi lontani si faceva con la farina, dieci anni fa era il turno dei bilocali.

Cosa è successo allora? Il sindaco del momento ha messo ai voti la faccenda e ha ritirato la concessione edilizia. I costruttori ineffabili. I signori della betoniera. Gli aviti catramatori dell’Emilia e della Romagna. Sconfitti da questa ribelle del PD che si è pure permessa di farsi votare una mozione dai seguaci di Grillo – quale onta. Sarà. Ma forse no, vero? Forse non è andata proprio così. Guardate le date: le transazioni relative alla compravendita e le variazioni di destinazione d’uso risalgono al 2007 / 2008. In sei anni di tempo, e con le carte in regola per partire, questi signori sapete cosa hanno fatto? Niente. Non hanno fatto un bel niente. Non hanno posato nemmeno un marciapiede. E dire che in tutti questi anni avrebbero potuto tirare su almeno un paio di palazzine: invece non si è mossa una foglia.

La storia è sempre un po diversa dalla narrazione di fantasia, gli umani hanno la cattiva abitudine di sopravvalutarsi un po. Per carità, il sindaco di San Lazzaro è in gamba; ha sopportato minacce ed insulti e merita la nostra stima almeno per questo. Ma comunque questa non è una storia di bravi amministratori che fermano la colata di cemento. Questa è la storia di una colata di cemento che si è fermata da sola. In Italia i dati relativi all’attività edilizia sono stati estremamente frammentari fino a pochi anni or sono; nebbia statistica ideale per nascondere scelte sbagliate e raggiri in piena regola ai danni dei cittadini. Ancor oggi l’ente erede del Catasto combatte per vincere la sua storica battaglia: e cioè contare quanti appartamenti ci siano in questa nazione. Qualche parametro però ce l’abbiamo anche noi per raccontare, si veda qui. In soldoni: permessi a costruire e compravendite collassano a partire dal 2006 / 2007, in maniera pressoché sincrona a livello regionale. L’ampiezza della bolla nel numero di transazioni è disuniforme, è un fenomeno zonale; presumo che sia andata così anche per le quotazioni, ma è difficile dirlo. La caduta però è all’unisono: si scende tutti insieme, e già nel 2007 era abbastanza chiaro agli operatori che buona parte comparto costruzioni sarebbe scomparsa. Gli eccessi dei primi anni duemila presentavano un conto salatissimo.

Ora, dopo più di un lustro, abbiamo cittadini ed amministratori che reclamano la chiusura di cantieri che non hanno mai aperto i battenti; e che la ottengono abbastanza facilmente. Il rifiuto delle banche di finanziare nuove imprese in perdita aveva in realtà già risolto il problema: fu l’improvvisa evaporazione del credito alle imprese edili a fermare la macchina, questo almeno sul fronte delle opere private. Con le opere pubbliche il discorso è sempre un po diverso, non c’è un controllo di utilità o di fattibilità in gioco: la questione è solo convincere i politici deputati a mettere le firme. Non casualmente negli anni successivi allo scoppio della bolla immobiliare abbiamo visto fioccare proposte stranissime: gallerie di base volte a collegare regioni spopolate, doppioni di ferrovie già prive di treni, autostrade vuote e via discorrendo. Le opere pubbliche in Italia non sono altro che aiuti di stato mascherati, ma li mangia solo qualcuno.

Adesso sento raccontare, sottovoce ma non più tanto, che è ora di “affrontare con lo stesso coraggio il dossier Passante Nord”. Sai te che fegato. Se per coraggio si intende attendere che un sistema affaristico fallisca per esaurimento dei quattrini, allora siamo buoni tutti. La questione interessante è forse un’altra: ma i soldi per i nuovi nastri di catrame non è che per caso sono già finiti? Non lo possiamo sapere con sicurezza, ma si parla sostanzialmente di “finanza di progetto”: ammissione di debolezza? Staremo a vedere; intanto la colata Idice possiamo archiviarla tra le bizzarrie della storia. Laggiù resteranno i campi ed i prati.

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North Dakota, rivoluzione shale oil: stato dei fatti

La rivoluzione shale oil / shale gas nel Dakota del Nord. Quel posto dove coltivano la formazione Bakken, tra le altre. La produzione di greggio era stagnante da decenni, ed il cambiamento è arrivato più o meno nel 2008 – proprio quando nel resto degli Usa il gas non convenzionale sperimentava la prima grossa crisi. La banca dati del caso è fornita dalla North Dakota Industrial Commission. Per intenderci, questo stato è il quarto maggior produttore Usa di greggio; ad oggi fornisce più di un milione di barili giornalieri di roba nera. Poco meno del consumo dell’Italia, e le relative royalties vengono spartite tra 700.000 abitanti appena.

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Proprio nel momento in cui il comparto shale gas entra in crisi, si lancia in grande stile l’avventura dello shale oil che ancora tiene banco. Questa seconda vita gli idrocarburi non convenzionali la ottengono grazie ad uno spettacolare guadagno in efficienza: in soldoni, meno perforazioni e più petrolio e gas ottenuti da ogni pozzo. L’accresciuta efficienza del comparto si fa sentire anche nel Dakota del Nord; in un lustro si passa da meno di 1000 a più di 2500 barili / mese prodotti per singolo pozzo. Il guadagno di efficienza però non è illimitato: ad oggi le produttività individuali sono stabili da quasi tre anni. I casi sono sostanzialmente due: o prosegue senza sosta l’espansione del numero degli impianti, oppure la produzione di petrolio finirà col risentire della congiuntura. Nemmeno Bakken dura in eterno.

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Notiziole sul petrolio a stelle e strisce

Greggio atterrato a quota 48 – 50 $/bbl, o per meglio dire 43 – 45 €/bbl. Vedere Info Mine. Un sacco di risparmi, se non fosse che in realtà noialtri paghiamo soprattutto tasse ed accise; e se non fosse che i costi di raffinazione più o meno son rimasti dov’erano. Gasolio e benzina veleggiano al distributore a cavallo di 1,4 – 1,5 €/l; il relativo vantaggio dovrà essere messo in prospettiva assieme ai nuovi disoccupati in arrivo, ai nuovi fallimenti in arrivo – vedasi il vicino caso Mercatone Uno. Insomma, per noi italiani della strada magari cambierà poco – che potrebbe essere già una buona notizia.

Per qualcuno però sta già cambiando qualcosa. Il petrolio non è mica tutto uguale: i vari giacimenti hanno costi di estrazione diversi tra loro. Una piattaforma in mezzo al mare costa tanto, mentre un tubo piantato in mezzo al deserto saudita costa poco: i Saud hanno buon gioco a spiazzare i concorrenti, che non riescono a recuperare le spese in investimenti con un prezzo di vendita troppo basso. Russia? Troppe riserve e greggio troppo economico. Iraniani? Certo, hanno dei problemi; ma vivono in guerra da quando sono nato io. Un anno in più o in meno che cosa cambia? Venezuelani? Può darsi, bisogna vedere chi emergerà vincitore dal prossimo golpe. E’ tutta una gara a trattenere il respiro, aspettare: ogni attore attende, sperando che a crollare per primo sia qualcun altro. Ah, ovviamente la Libia continua ad affondare tra le fiamme, e la Nigeria è devastata dalla guerra; ma non è più di moda parlarne.

La nazione Shale fa parte della lista, è un petrostato come tutti gli altri. E’ l’unica grossa ed innovativa addizione recente dal lato delle produzioni, e non è esente da problemi – tipo i mucchi di debiti in cui si rotola. Evoluzione recente segnalata da Bloomberg: “…oil rig count has fallen by 209 since Dec. 5, the steepest six-week decline since Baker Hughes Inc. (BHI) began tracking the data in July 1987. The count was down 55 this week to 1,366. Horizontal rigs used in U.S. shale formations that account for virtually all of the nation’s oil production growth fell by 48, the biggest single-week drop….”. Piattaforme in attività che si fermano, e in gran numero: la diminuzione segna il record di caduta dall’inizio delle serie storiche proposte da Baker Huges. Meno 209, ad oggi ne restano in attività poco più di 1600. C’è anche il record relativo alla peggior settimana di sempre, meno 48 rig in sette giorni. Una gran quantità di record per i cercatori di petrolio americani. Probabilmente la caduta rovinosa nelle quotazioni del greggio ha convinto gli operatori a rallentare l’attività.

Quand’è che un problema si può ritenere grosso e visibile? Tra le varie opzioni propongo le notizie in italiano. Quando la notizia arriva sui media italiani, allora vuol dire che è qualcosa di evidente. Il Sole 24 Ore discute preoccupato della vicenda: “…Le “obbligazioni spazzatura”, maggiore fonte di finanziamento per le società dello shale oil, sono sempre più rischiose: negli Usa il rendimento dei junk bond del settore energia, che a giugno era sotto il 5%, si è impennato fino a superare il 10% e almeno un terzo delle emissioni ricade ormai nella categoria “distressed”, che implica un’alta possibilità di rivelarsi insolventi….”. Che io e voi lo sapessimo da subito non è importante: il problema è vedere quando e come se lo sentirà dire mia zia accendendo la televisione. E’ quello il momento della verità, e forse non è così lontano visto che la stampa specializzata comincia a fra filtrare qualche dettaglio non allineato con la vulgata propagandistica.

Cosa vi aspettate di vedere quando una impresa industriale operata in perdita ed oberata di debiti inizia ad incepparsi? Fallimenti? Libri contabili in tribunale? Macchinari che si fermano? In effetti dovrebbe essere così. E infatti è proprio così: a partire da WBH Energy, una piccola compagnia texana. Anche la pionieristica canadese GasFrac Energy Services ha dovuto portare i libri contabili in tribunale, a corto di credito ed in grave difficoltà. Sono piccoli operatori, e ne stanno fallendo altri anche più piccoli qua e là. Stante il contesto non è un segnale da sottovalutare: la carenza di credito comincia a farsi sentire, e non è casuale che le compagnie di servizi soffrano per prime. I petrolieri indipendenti cercano si tutelarsi come qualsiasi imprenditore, e scaricano velocemente tutto quel che possono: operai ed appaltatori sono le prime scelte di sempre. Quello che guardiamo è banale: un cumulo di neve instabile e bagnata disposta lungo un pendio ripido, e dei piccoli movimenti appena percepibili alla sommità del versante. Forse non succederà niente di grave. Forse.

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Povertà energetica sulla soglia di casa, come sempre

La guerra è un passatempo sempre di moda, e di questo si discute in questi giorni. Ma la violenza e la cospirazione non riempiono gli stomaci e non sono certo il centro della vita di noi umani comuni. Ci occupiamo di cose più spartane, noialtri. Tipo difenderci dal freddo. Ci pensavo guardando la pubblicità che gira sulla Rai, quella che tesse le lodi dell’unione europea. Quando si parla di energia, reti, riserve, tubi, si finisce col discutere delle contese tra russi ed ucraini sul gas naturale, e la campagna pubblicitaria targata euro non poteva fare eccezione. Scendendo dall’empireo, noialtri italiani consumiamo ogni giorno metano che viene dall’Africa, dalla Russia, dal Medio Oriente: e facciamo fatica a pagarcelo, con i chiari di luna recenti. Però per ora funziona, seppur in maniera precaria.

Com’è un mondo nel quale l’energia per le necessità quotidiane scarseggia? Come si vive? Pensate forse alla povertà ottocentesca o fascista, quando andavamo ad abbattere tutti i nostri boschi per farne carbone di legna? Abbiamo esempi più recenti e pertinenti. Il collasso sovietico che ancora si trascinava alla fine degli anni ’90, regalava all’estremo oriente della Siberia uno degli ultimi grandi colpi di teatro dei temibili oligarchi russi: il territorio circostante la città di Primorye si ritrovava a corto di riscaldamento. La cronaca dell’epoca: “…“There is supposed to be 6,000 tons of coal here,” he said, staring contemptuously into a broad, shallow pit beside a rail spur, barren but for a thick coat of snow. “We need 6,000. We got 123.” Yudin may be the most unpopular man in Razdolnoye, a desolate town of 13,000 in the Primorye region, about an hour’s drive from the Pacific coast. The bankruptcy administrator of the building materials factory, he is responsible not just for making bricks, the town’s raison d’etre, but also for supplying the radiators of 2,000 residents with hot water pumped from the factory’s boiler. This winter, he has done neither. Primorye’s sputtering power plants have too little coal to generate more than a trickle of electricity, and Yudin’s factory gets less than a third of what it needs to stay open. The region-wide shortage has disrupted the lives of hundreds of thousands of people, brought unspeakable misery for tens of thousands and killed scores. And not for the first time: In a nation that boasts the largest coal reserves on earth, Primorye has run short of fuel for four straight winters, this time desperately so….”. Manifatture e centrali integrate – per ricerca di efficienza – agli impianti per il teleriscaldamento. Si spende meno, ma al primo problema si ferma tutto: che il problema fosse la disonestà di qualcuno fa poca differenza, anche la banale incompetenza è più che sufficiente a causare simili danni. I residenti di Primorye hanno sopportato anni di freddo e miseria, e ne sono usciti solo perché in definitiva vivono in una nazione che di risorse ne possiede davvero. Beh, anche perché sono russi fino al midollo, ovviamente.

Gli oligarchi dell’era sovietica hanno passato dei guai presso la casa madre. Sapete bene quale sia l’orientamento politico odierno dei russi nei loro riguardi: prima le randellate, poi le offerte di accordo. Così la firma è più rapida. Esiste però un paese nel quale questi signori controllano ancora tutto: è l’Ucraina. Non storcete il naso, quella degli ucraini è una storia di miseria, sfacelo, ruberie, disonestà, disgrazie. Ovviamente questa non è una ramanzina, un italiano non si può permettere di fare umorismo su questi temi. Gli ucraini sono stati derubati d’ogni cosa, soprattutto del futuro. Nel presente, devono barcamenarsi tra lampadine che traballano e termosifoni che non scaldano granché; questo almeno laddove le granate non abbiano raso al suolo le case. Il loro tracollo energetico più celebre è ovviamente quello connesso alla dissoluzione dell’URSS: vedere qui i disegnini. Addio petrolio, si tira avanti con carbone nazionale, gas d’importazione e nucleare. Adesso però la guerra nell’est ha tagliato fuori una metà delle miniere di carbone ucraine, e ha reso traballanti sia le importazioni di gas che le centrali nucleari esistenti.

Si mette male: freddo e buio, con tagli alle forniture elettriche per le industrie – anche nella capitale. Il problema viene facilmente scaricato addosso alle periferie ribelli: tipo la Crimea al buio – e ovviamente senz’acqua. Così si risparmia e si fa assedio agli odiati nemici. Ovviamente delle province orientali inutile discutere: buio e freddo per chi è rimasto, per gli altri una tenda da deportati. Il governo di Kiev cerca di rimediare ai restanti problemi in vari modi, per esempio scommettendo sul gas non convenzionale; pare non stia funzionando molto bene, posto che gli operatori maggiori abbandonano il campo. Non è un problema dell’ultimo minuto, la fuga si sviluppa in sordina da tempo. Ipotesi: forse troppo azoto nel gas trovato, inutile come quello polacco già abbandonato da tempo. E’ solo una ipotesi. Resta il carbone, che si trasporta bene e costa poco: importazioni sostitutive sono state operate dal Sud Africa. Detto fatto, arriva il carbone e l’inchiesta prova che era un giro di tangenti. Che velocità, quasi quasi battono noi italiani. Conclusione: si compra il carbone dai nemici russi, 70.000 t in 10 giornate, e le centrali elettriche annaspano ma vivono. Nel mentre la vita quotidiana si fa difficile: qualche riassunto partigiano qui, qui e qui. Bollette al raddoppio, forniture discontinue, stipendi che svaniscono, fabbriche che operano a singhiozzo.

Sono eventi lontani, nello spazio e nel tempo: tutta roba da Unione Sovietica, o da nazione ex sovietica fallita. Noi italiani siamo abituati a non farci caso, non sono questi i problemi di cui discutiamo a tavola la sera. Eppure non sono così lontani. Per dire, ad Andria le scuole sono piuttosto fresche. Medesimo problema più a nord, ad Imperia: istituti tecnici al fresco dopo reiterati guasti. A Parma, più lucidamente, l’amministrazione si è arresa prima di andare a sbattere: chiusure programmate da subito visto che sarebbe stato impossibile eseguire eventuali riparazioni. Ovviamente c’è dietro anche il discorso sulle bollette, ma hanno preferito non dirlo. Inutile annoiarvi, basta cercare in rete: c’è pieno di notizie simili, riportate sui media solo in piccola parte, e tenete bene a mente che questo è un inverno davvero mite.

Le scuole italiane fanno tendenzialmente capo alle province per la gestione degli immobili: devastate le province, è abbastanza ovvio che l’edilizia scolastica comincerà a cascare a pezzi. La manutenzione prima e la gestione ordinaria poi assorbiranno la perdita di mezzi economici – pardon, energetici ed industriali. La manutenzione non esiste più da molti anni, posto che gli enti locali sono sotto finanziati da almeno un lustro; ora ovviamente si presentano anche problemi relativi alla gestione ordinaria, tipo la scelta tra bollette e stipendi. Una chicca per chiudere: a Modena si rompe un tubo vecchio di 40 anni e un quartiere resta al fresco. Un duro monito per il futuro delle reti più complesse, di cui forse dobbiamo cominciare a diffidare fin d’ora. Per non finire come i cittadini di Primorye. Forse bisognerebbe spiegare agli studenti delle scuole italiane di ogni ordine e grado cosa sta succedendo, perché, e soprattutto per quale motivo dovranno abituarcisi. Magari non è un fatto così negativo: almeno sapranno di quali problemi dovranno occuparsi in futuro, e saperlo è già metà della soluzione. Altro che guerre imperiali: di termosifoni rotti e pareti di cartapesta si dovranno preoccupare gli italiani di domani.

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