Magari arriva la neve

Inizio d’anno all’insegna del bel tempo. Un po troppo bello a dire il vero. Andiamo a malapena sotto lo zero, e le giornate sembrano primaverili. In famiglia ho raccolto segnalazioni di cose insolite, tipo bulbi di tulipano già in movimento. Almeno le gemme nelle vigne paiono ferme. In montagna non va molto diversamente. Un rapido giro di immagini riprese tramite webcam spiega bene la situazione.

il corno alle scale ripreso da nord, privo di neveNiente neve sulle montagne ad est del Libro Aperto. Nemmeno a quote abbastanza elevate, almeno ieri. E per ora la situazione non sembra essere cambiata di molto. Di solito in questa stagione a dominare è il bianco; i colori che vediamo invece sono ancora quelli dell’autunno.

monte cimone in inverno, senza neveAnche il Cimone se la passa più o meno alla stessa maniera. Le piste sono state coperte di neve artificiale. C’è un po di bianco, ma gli spessori più che per gli sci parrebbero idonei per una gita in ciabatte. Possiamo sperare nelle prossime giornate, la temperatura si abbasserà; non è detto che arrivi anche neve. Nel gennaio 2014 insoliti temporali con tanto di tuoni ci regalarono una disastrosa alluvione. L’inverno passato abbiamo speso poco a scaldarci – definirlo inverno è piuttosto fantasioso. Adesso possiamo aspettare, magari un po di inverno arriverà. Ne abbiamo bisogno, anche se tendiamo a dimenticarlo facilmente.

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Bakken, North Dakota, shale oil: nodi al pettine con calma

L’epica avventura shale oil / gas prosegue negli Usa – quasi solo da quelle parti. Montagne di debiti vengono prodotte e piazzate in cambio di titoli di aziende che di utili in effetti non sembrano averne mai realizzati; gli investitori di mezzo mondo accorrono numerosi ed insistono a comprare, anche dopo le recenti ondate di fallimenti. Pardon, ristrutturazioni. Il fatto che quasi tutto il cash flow disponibile per queste aziende venisse assorbito dal pagamento di rate ed interessi sui debiti già nella seconda metà del 2015 dovrebbe in teoria bastare a chiarire la situazione. Probabilmente ad oggi le cose stanno andando più o meno nella stessa maniera: niente utili rilevanti, debiti sparsi ovunque. Ma la macchina continua a marciare, e a sputare gas e petrolio sul mercato. Qualche effetto si comincia ad intravvedere anche sul lato produzioni, i prezzi bassi delle materie prime in questi due anni qualcosa hanno cambiato. Vediamolo con il caso del Dakota del Nord, un esempio noto e didattico.

north dakota nord crude oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio per pozzoDakota del Nord, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

Sempre ottima la documentazione fornita dall’autorità governativa, la North Dakota Industrial Commission. Allo stato attuale disponiamo dei dati relativi a tutto il mese di ottobre 2016. Quello che è accaduto è semplice, almeno in prima istanza: produzione storicamente stabile da tempo immemore, cambiamento improvviso nel 2008, crescita tumultuosa fino alla metà del 2014, piattezza seguita da caduta ancora in corso. Tutto semplice però non è, visto che lo sviluppo dell’ultimo decennio ha riguardato solo certe regioni del Paese e non altre. La produzione complessiva ha superato il milione di barili al giorno nel 2014 e rimane ancora attorno a quel livello, sebbene ora la traiettoria sia discendente. Numero di pozzi in produzione a parte, a trasformare la resa del comparto è stata la produttività di ogni singolo pozzo: più o meno quadruplicata in una decina di anni. Attenzione: i pozzi forse resteranno, ma la produttività potrebbe calare sul serio. Da fine 2014 a fine 2016, la resa di ogni foro ancora operativo è calata di un quarto.

north dakota nord bakken formation crude oil shale oil production, daily oil, per well, produzione giornaliera di petrolio scisto per pozzo bacino di bakkenDakota del Nord, bacino di Bakken, produzione di petrolio. Fonte: North Dakota DMR.

A voler guardare meglio, la crescita recente è imputabile in gran parte ad una regione estrattiva che ha acquisito importanza solo in questi anni: questa è Bakken. La formazione in sé si estende anche in Canada, ma l’area più produttiva è proprio quella che sta nel Dakota del Nord. Gli idrocarburi ottenuti da quest’area erano poca roba fino al 2008: poi è iniziata la crescita tumultuosa che conosciamo. Il cambiamento vero però era già in preparazione, e lo possiamo riconoscere nella crescita della produttività dei singoli pozzi: decollava nel 2005, e nel 2009 aveva praticamente già toccato i valori massimi tecnicamente perseguibili. Quello che è successo da allora a Bakken è che non sono cambiate le caratteristiche dei pozzi, ma ne è cambiato il numero. Da meno di un migliaio a più di 10.000 in appena sei anni, e si consideri che si tratta di un bilancio dinamico che risente anche delle continue dismissioni. In pochi luoghi ed in poche epoche gli umani hanno sentito il bisogno di scavare così tanto.

Si va su e si va giù, come sempre in questa vita – e Bakken non farà eccezione. Da quelle parti già nel 2014 era iniziato un pericoloso trend discendente in tema di produttività dei singoli pozzi. Non tanto il numero totale, ma proprio la produttività spuntata dai singoli fori attivi. Il tracollo dei prezzi delle materie prime che conosciamo iniziava a manifestarsi a fine 2014, ed è oggi un dato abbastanza stabile. Se i prezzi scendono e le perforazioni languono, sarebbe logico attendersi un certo impegno da parte degli operatori per tenere in vita i pozzi esistenti – a fine vita magari anche come stripper wells. Questo non sembra avere impedito il declino che osserviamo a Bakken e nel Dakota in generale. La produttività scende inesorabilmente – e linearmente – da un paio di anni. La carenza di pozzi nuovi ha un suo peso in tutta questa faccenda: se è vero che il declino produttivo in questo caso è rapido rispetto all’usuale, la mancanza di turnover si fa sentire presto. Lasciamo chiudere l’annata con un po di scetticismo riguardo ai miracoli della tecnica; c’è sicuramente qualche dettaglio nascosto in mezzo alla massa di dati che potrà raccontarci meglio quel che accade nel mondo degli idrocarburi non convenzionali.

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Bollette elettriche 2016; domani si vedrà

Un po sottotraccia, che forse non è più di gran moda, si discute qua e la delle traversie patite da alcune centrali nucleari francesi. Il commento che ho potuto leggere più frequentemente è del tipo “bollette elettriche più care per l’Italia che importa energia dalla Francia”. Prima di far crescere le bollette italiane, le capricciose centrali francesi potrebbero anche far aumentare le bollette pagate dagli stessi francesi. Il debito atomico che contestava Giulio Tremonti forse sta presentando una cedola; i francesi ora stanno indagando su almeno 12 reattori che paiono affetti da problemi di sicurezza rilevanti. Vedremo come evolverà la situazione, ma intanto possiamo dare un’occhiata all’entità dei costi elettrici che caratterizza alcuni grandi paesi europei. Giusto per capire come ci siamo mossi fino ad oggi.

bollette elettriche casa abitazioni costo energia elettrica consumi domesticiCosti dell’energia elettrica per uso domestico. Grafica: Eurostat.

I dati ovviamente ce li fornisce Eurostat; i valori per il 2016 sono stime provvisorie. In ambito domestico i dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto cambiamenti considerevoli. Per le famiglie italiane ci sono state delle fluttuazioni, ma i costi erano alti da tempo. I tedeschi invece hanno fatto scelte drastiche e drammaticamente evidenti: ad oggi accollano alle famiglie bollette elettriche davvero stellari. All’altro estremo della scala i francesi, piuttosto generosi in tema di chilowattora domestico: almeno fino ad oggi sembrano ancora in grado di fornire qualche sussidio. Si noti bene l’appiattimento recente: gli attori principali sembrano intenzionati a non far crescere ulteriormente le bollette.

bollette elettriche industria aziende costo energia elettrica consumi industriali prezziCosti dell’energia elettrica per uso industriale. Grafica: Eurostat.

In ambito industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. I parchi tedeschi, che tanto tartassano l’utenza di casa, offrono sconti generosi alle fabbriche. Sono quasi allineati ai francesi; il gioco è sempre quello, ovvio, di sostenere l’industria con forniture scontate. Il Regno Unito si ritrova in una condizione pericolosa, con le aziende energivore che fanno le valige davanti a bollette elevatissime; è almeno in parte l’effetto di una prolungata e mal gestita carenza di gas naturale. L’Italia fa storia a sé: prezzi in rapida crescita fino al 2011 / 2012, poi un crollo. Ancora poco e ci ritroviamo a poter competere con i virtuosi ed aggressivi cugini d’oltralpe. La scelta italiana e tedesca è ad oggi piuttosto semplice: favorire le aziende e far pagare il conto ai privati cittadini. Che può avere senso, se queste aziende creeranno posti di lavoro. Sarebbe davvero interessante capire fin quando i francesi potranno sussidiare così pesantemente entrambi i fronti: dipende tutto da come evolverà la vicenda del loro particolarissimo parco centrali nucleare.

Restando all’Italia: ma che altro accade in tema di elettricità? Si parla poco di rinnovabili ultimamente, dopo l’ondata di revisioni degli incentivi che ha di fatto bloccato le nuove installazioni. E così, stando ai dati di Terna, nel triennio 2013 – 2015 eolico e fotovoltaico hanno fornito in Italia 36-38 TWh per anno; una produzione apparentemente abbastanza costante. Nel medesimo lasso di tempo, abbiamo importato in media 42-46 TWh annui dall’estero – in gran parte nucleare francese. Non deve meravigliare il comportamento delle due voci: nucleare e rinnovabili sono cugini, in senso economico; paghi quasi tutto all’inizio e poi produci a qualunque prezzo. Il fatto di avere levato incentivi ad entrambe le fonti – anche quella nucleare non vede più installazioni da tempo in Europa – non farà calare le produzioni in maniera sensibile per anni. Il problema con le centrali atomiche d’oltralpe è che invecchiano, e hanno perso l’iniziale appoggio governativo da molti, troppi anni. Quello elettrico in Italia è comunque un mercato abbastanza stabile. A fronte di una richiesta globale per il 2015 di circa 317 TWh, la termoelettricità tradizionale italiana ha fornito 192 TWh; nell’ultimo triennio poco è cambiato, eccetto le naturali oscillazioni dovute all’idroelettrico – fondamentale ma prono all’andamento meteo dell’annata. Resta il fatto che idrocarburi e carbone ci forniscono più o meno il 60% dell’elettricità che consumiamo: evidentemente le altre fonti tutte assieme qualcosa fanno.

La tesi secondo cui i costi elettrici italiani sarebbero in diminuzione a causa di un maggiore impiego di carbone non sembra molto fondata: i relativi consumi nazionali sono anzi in lieve diminuzione, stando a BP. Gli incentivi più o meno nascosti al carbone ci sono, e vengono spesso contestati; ma questo non vuol dire che stiano funzionando poi così bene. Il vero cambiamento recente è costituito semmai dalla revisione dei dannosi contratti “take or pay” sul gas naturale importato: gli sconti ottenuti ci hanno fatto risparmiare parecchio. Così abbiamo frenato la caduta dei consumi di gas, e abbiamo potuto elargire qualche benefit ad alcune nostre aziende malconce.  Sarebbe interessante capire se questi vantaggi possano durare nel tempo o meno. In queste giornate pare che i guai delle centrali francesi stiano sballottando ben bene il mercato elettrico francese, assieme a quello dell’Italia settentrionale. Prezzi elevati anche per loro, e problemi per noi che da un lato perdiamo una voce di import tradizionalmente economica, e dall’altro forziamo impianti a gas a coprire l’ammanco. Se c’è una cosa che rischiamo di pagare cara nel futuro immediato, e di cui abbiamo ora un assaggio, quella cosa sarà l’incertezza.

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Nebbia e sole

Ieri pomeriggio nebbia abbastanza fitta nelle pianure dell’Emilia. Ieri sera una coltre impenetrabile: non si vedeva niente del genere da qualche anno, almeno dalle mie parti. Quest’oggi medesimo spettacolo, ma in toni ridotti. Ovviamente la nebbia non abbandona mai l’inverno della bassa Pianura Padana, ma il discorso è differente quando consideriamo la media pianura a cavallo della Via Emilia. In queste giornate il fenomeno insisterà a presentarsi in maniera estensiva.

temperature in emilia romagna, 7 dicembre 2016, inversione termica tra montagna e pianura causa nebbiaTemperature rilevate in Emilia Romagna, 07 / 12 / 16. Grafica: Arpa ER.

C’è una cosetta curiosa che dovremmo ricordare quando pensiamo alla nebbia padana: impedisce alla luce solare di raggiungere il suolo. L’irraggiamento, in assenza di nubi, ha effetti abbastanza omogenei e può apportare calore in quantità equivalente a qualsiasi quota; le aree montane risultano un po più fredde per mero gradiente termico verticale. Non oggi però: la pianura interna si è accontentata di raggiungere appena 3/4 °C; quando le aree collinari e montane hanno sperimentato massime anche superiori ai 10 °C, in generale comunque 7/8 °C. Il fenomeno che sperimentiamo è chiamato inversione termica, visto che implica un gradiente termico verticale positivo: non è poi così frequente, ma occasionalmente si ripresenta. Questa faccenda mi ha fatto ricordare la meraviglia che ho potuto provare in tante occasioni, dirigendomi per lavoro verso la montagna, quando al crescere della quota improvvisamente potevo uscire dalla nebbia e mi ritrovavo al sole. E potevo osservare la sommità del gigante fumoso che nascondeva la pianura. Noi emiliani pensiamo sempre con malinconia al sole che non vediamo.

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Un po di acqua

In queste giornate è piovuto per bene in giro per l’Italia. In Piemonte la situazione è abbastanza disastrosa. Si sono sprecati i paragoni con l’alluvione del 1994, di cui ho ancora un vivo ricordo; ma questo parallelo non è del tutto corretto. In quel caso il Po raggiungeva livelli idrometrici elevatissimi anche nel suo basso corso, a causa delle concomitanti piene dei suoi immissari appenninici; cosa che fortunatamente in questi giorni non è accaduta. Restano i gravi danni registrati in varie aree del Piemonte. La Liguria, specie nella regione di Ponente, ha sperimentato gli effetti di analoghi eventi di precipitazione; e nel caso ligure si tende a fare anche umorismo, vista la facilità con cui le reti scolanti della regione vanno in crisi.

mappa precipitazione cumulata 24 ore liguria 24 25 novembre 2016Precipitazioni cumulate in Liguria, 24 – 25 novembre 2016. Grafica: Arpa.

Umorismo che personalmente cercherei di evitare, soprattutto dopo avere dato un’occhiata alla mappa della precipitazione cumulata fornita da Arpa Liguria. In 24 ore anche più di 250 mm di pioggia, e comunque mezza regione affetta da apporti meteorici di 100 – 150 mm. E’ tanta acqua, troppa; considerate per confronto che in molte parti della bassa Pianura Padana la precipitazione media annua può essere anche inferiore ai 700 mm. Gli eventi a cui assistiamo in Liguria però non si limitano alle sole 24 ore di osservazioni che compongono la cartina sopraesposta. Pioveva a dirotto da giorni, e possiamo farcene un’idea osservando i dati di alcune stazioni meteo del ponente ligure.

precipitazioni giornaliere montenotte inferiorePrecipitazioni 48 h, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali montenotte inferiorePrecipitazioni settimanali, Montenotte Inferiore. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere murialdoPrecipitazioni 48 h, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali murialdoPrecipitazioni settimanali, Murialdo. Grafica: Arpal.
precipitazioni giornaliere colle del melognoPrecipitazioni 48 h, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.
precipitazioni settimanali colle del melognoPrecipitazioni settimanali, Colle del Melogno. Grafica: Arpal.

Nell’intervallo di tempo compreso tra la tarda mattinata di giovedì 24 novembre e la successiva nottata, molte stazioni meteo della zona hanno rilevato piogge cumulate per 280 – 380 mm. Una quantità considerevole. Nell’arco della settimana anche peggio: la situazione aveva già preso a divenire pericolosa nella notte tra il 20 ed il 21 novembre. In poco più di 4 giornate, dal cielo del ponente ligure è scesa pioggia per un totale di 400 – 500 mm. Una pazzia, praticamente poco di meno della quantità di acqua che piove in un anno dalle mie parti. Bizzarra la situazione per il pluviometro “Colle del Melogno”: il totale cumulato su base settimanale ha sfondato la cima del grafico. Quando la rete di monitoraggio ed il sistema di gestione sono stati imbastiti, a nessuno era venuto in mente che potesse verificarsi un diluvio simile. Siamo sopra i 600 mm, grossomodo nelle stesse 4 giornate.

La conta dei danni e l’emergenza di protezione civile ora appaiono una priorità, ma come sempre l’emergenza passa in fretta; i problemi invece restano a farci compagnia a lungo. Il problema è piuttosto semplice: il clima – clima, non meteo – di questi ultimi anni è evidentemente diverso dal clima degli anni ’60 o del periodo fascista. Non è che l’apporto di precipitazione sia cambiato molto, su base annua è più o meno lo stesso di allora. Però è cambiata la distribuzione delle piogge: oggi abbiamo siccità estive più frequenti e marcate – cosa ben nota nella realtà della pianura emiliana – e per contro diluvi in piena regola in autunno e in inverno. Il progressivo ammassarsi degli apporti meteorici verso il periodo freddo è ormai inequivocabile: consiglio a tutti l’atlante idroclimatico di Arpa ER, le immagini parlano da sole. Ovviamente il fenomeno coinvolge gran parte della penisola, come i cittadini della Liguria e del Piemonte hanno potuto ben verificare.

Nel complesso il problema che stiamo vivendo non è nuovo e non è nemmeno sorprendente, visto che viene studiato da molti anni. Un anziano professore di idrogeologia ci raccontava queste cose, esattamente come ce le stiamo raccontando adesso, già quindici anni or sono. Le tendenze in atto sono sempre le stesse, solo che al passare del tempo la situazione insiste ad aggravarsi. Abbiamo reti scolanti concepite a cavallo tra la metà dell’ottocento e l’era fascista, dimensionate con criterio dai progettisti dell’epoca: che però si basavano sulle precipitazioni ragionevolmente attese nella propria epoca . Ora viviamo in un contesto diverso: tutto il nostro approccio alla sicurezza idraulica ed alla difesa del suolo deve essere ripensato. Purtroppo non sembra esserci una seria discussione pubblica riguardo a questo tema. Sediamoci quindi a guardare ed attendiamo il prossimo disastro, non dovremo attendere a lungo.

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FAO food price index: tanta agricoltura, pochi soldi

Indice dei prezzi agroalimentari: la FAO censisce e pubblica da molto tempo serie storiche riguardo ai prodotti di più largo impiego. Il FAO food price index è un buon metro delle difficoltà contingenti a cui è esposto chi produce e lavora il cibo e chi invece cerca di mangiarselo. La costruzione di un indice globale come questo è una cosa complicata: bisogna creare indici dei prezzi separati per vari gruppi di prodotti, e quindi metterli assieme valutandone il peso effettivo. A rendere più difficile l’esercizio provvedono le distorsioni temporali: variano le importanze relative dei componenti, e variano gli effetti inflazionistici. Prendiamo per buoni l’indice globale nominale e le sue componenti così come ce le calcola la FAO, senza troppo questionare. Per chi vuole, è comunque possibile approfondire le considerazioni circa gli indici dei prezzi; ovviamente anche la stessa FAO fornisce approfondimenti sui metodi di analisi.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy sugar, indice prezzi cibo FAO, oli e grassi carne cereali latticini zuccheroFAO food price index, componenti; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

Un indice dei prezzi, in questo specifico caso prezzi nominali non corretti su base inflazionistica. Il periodo di riferimento è costituito dai 36 mesi dell’intervallo gennaio 2002 – dicembre 2004. Saranno anche prezzi nominali, ma qualcosa raccontano: soprattutto se pensiamo che l’inflazione per le più importanti valute di riferimento nel complesso è stata abbastanza bassa negli ultimi vent’anni. Dopo il periodo di relativa calma degli anni ’90, i prezzi iniziano a muoversi in maniera nervosa: le terribili fiammate del 2008 e successive annate le conosciamo bene. Si noti la relativa stabilità del costo delle carni, giustificata dalla complessità della filiera produttiva e dal gran numero di componenti che assorbe; a confronto con la tremenda volatilità che affligge lo zucchero. In termini nominali, i prezzi nell’agroalimentare sono andati incontro a qualcosa di vicino ad un raddoppio; condito da forte volatilità.

FAO food price index 1990 2016, oils meat cereals dairy, indice prezzi alimentari FAO, oli e grassi carne cereali latticiniFAO food price index, oli, carne, cereali, latticini; 2002 – 2004 = 100%. Fonte: FAO.

La vicenda si legge un po meglio levando di torno per l’appunto lo zucchero, che tra l’altro in termini di spesa complessiva non è nemmeno un attore di primo piano. L’indice globale ovviamente tende a seguire i termini da cui deriva: una media ponderata delle commodities agroalimentari più importanti e diffuse. Relativa stabilità delle carni, relativa volatilità di tutto il resto. I picchi del 2008 e del 2011 sono stati discussi un po ovunque, anche come motore di proteste e rivolte nei paesi più poveri: il fenomeno è stato studiato a livello accademico. Correlare eventi politici ad indici di prezzi è suggestivo ma azzardato, vista la complessità dei passaggi coinvolti. Restano i fatti: c’è una coincidenza temporale abbastanza ovvia tra rivolte di piazza nei paesi poveri e prezzo delle derrate alimentari, e forse questa si può considerare come un’ovvietà. Teniamo a mente anche questo: i poveri mangiano poca carne e molta farina. Questo li espone in maniera terribile ai picchi di prezzo che vedete nei grafici, molto pronunciati proprio per i prodotti vegetali ed i latticini. Indiscutibilmente comunque staremmo osservando una storia di recente e discontinuo rincaro dei prezzi, con negativi effetti sociali ed economici.

Indiscutibilmente? Forse no, e per capire la situazione dobbiamo pensare a come funziona l’agricoltura. Un agricoltore vero per fare il proprio lavoro impiega mezzi – azionati dal gasolio – i cui costi sono legati essenzialmente ai prezzi alla produzione dell’industria. Che dipendono dalla quotazione degli energetici, dominati dal petrolio. Poi ci sono i trasporti, e chi lavora nei campi sa bene di che parliamo: ultimo miglio, camion, ancora gasolio, ancora costo degli automezzi. Ad un agricoltore, o ad una industria conserviera o molitoria, non interessa affatto sapere di quanto si siano spostati in su o in giù i prezzi nominali delle derrate alimentari. Nemmeno interessa sapere quali siano stati i movimenti di prezzo corretti su base inflazionistica. Quel che interessa è tutt’altro: vendendo 1000 kg di mais o di burro, quanto gasolio potrò comprare per coprire i consumi operativi della mia azienda? E’ il carburante la vera valuta di riferimento, fa capolino ovunque. Se in 24 mesi i cereali raddoppiano e il gasolio quadruplica, sono fottuto. Se negli stessi 24 mesi i cereali si deprezzano di 1/4 ed il gasolio dimezza il suo prezzo, allora posso respirare bene.

FAO food price index 1990 2016, crude oil price brent wti fuel index, indice prezzi agricoltura FAO, indice prezzi petrolio greggio carburanti gasolio, ratio, rapportoFAO food price index, prezzo del petrolio, rapporto. Fonte: FAO, IndexMundi.

E qui arrivano le note dolenti, almeno per chi lavora nei campi: il potere d’acquisto relativo spuntato dalla produzione agricola è sostanzialmente crollato al passaggio di millennio. Mettiamo a confronto l’indice dei prezzi fornito da FAO con un indice avente struttura comparabile, e che rappresenti la variazione dei prezzi nominali del petrolio in riferimento al medesimo periodo base 2002 – 2004. Il secondo indice è più rozzo del primo, ma considerata la scarsa pressione inflazionistica media e la limitata estensione nel tempo può comunque identificare i cambiamenti importanti. Riassumiamo velocemente l’accaduto: dopo il ’99 – ’00, il petrolio decollava mentre il valore attribuito alla produzione agricola scivolava in basso. Prima di questa trasformazione, il rapporto tra i due indici oscillava attorno ad un certo campo di valori; successivamente si è posizionato a livelli che sono meno della metà, e da lì non si è mosso per quasi tre lustri. Riassumiamo ancora: il grano non compra più niente, e gli agricoltori europei devono chiudere bottega.

L’evento che osserviamo nei grafici è improvviso e decisivo. Da qualche parte evidentemente origina. Tra le molte ipotesi possibili, mi permetto di propinarvene una legata all’abbattimento delle barriere commerciali in sede WTO. Nella descrizione fornita dalla medesima Organizzazione “… more than 30% of agricultural produce had faced quotas or import restrictions. The first step in “tariffication” was to replace these restrictions with tariffs that represented about the same level of protection. Then, over six years from 1995-2000, these tariffs were gradually reduced  …”. Addio dazi, e siamo stati sommersi di prodotti che provengono o da colture estensive americane o da piantagioni africane piene di schiavi. In Europa quasi nessun agricoltore dispone di campicelli lunghi 3 km; e a parte la mafia nemmeno di schiavi. A questo fenomeno si sono sovrapposte tendenze globali ben note, tra cui incrementi di produzione e scomparsa di sussidi e/o di operazioni di ritiro delle produzioni eccedenti. Per i prezzi il destino era crollare, e questo hanno fatto.

Il rovescio della medaglia però esiste: la perdita di valore relativo della produzione agricola rispetto ai prodotti energetici / industriali rappresenta a tutti gli effetti un considerevole “guadagno di efficienza”. In pratica, a livello globale, stiamo ottenendo oggi molto più cibo impiegando meno mezzi e meno carburanti – in caso contrario non avremmo certo potuto osservare simili andamenti nei rapporti tra gli indici di prezzo. Un vantaggio transitorio e pieno di effetti collaterali ben noti, di solito classificati sotto l’etichetta poco lusinghiera di “economia di rapina”, ma comunque un vantaggio rilevante. Le rivolte degli affamati? Parliamo di persone che vivono ai margini del sistema e che hanno un potere d’acquisto limitatissimo. Non c’è efficienza che possa alleviarne le sofferenze, e comunque soffrono prima il caro carburante del caro pagnotta. Negli ultimi due anni abbiamo registrato una leggera ripresa della forza relativa dei prezzi dell’agroalimentare; potrebbe anche essere l’inizio di un nuovo cambiamento importante, chissà. Nel mentre, almeno per un po, continueremo a goderci il mondo che abbiamo costruito.

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Cavalcavia crolla a Lecco: una storia di Provincia?

Foto del cavalcavia crollato a Lecco, ottobre 2016, strada statale 36 del lago di Como e dello Spluga, Provinciale 49Cavalcavia crollato a Lecco, YouReporter.

Foto via You Reporter. Cadono calcinacci, c’è un cavalcavia in cemento armato che pare perdere pezzi. Un cantoniere volenteroso comincia a telefonare ai superiori per avvisarli del pericolo. Nessuno agisce, e dopo poco tempo il manufatto si spezza al passaggio di un autotreno particolarmente pesante. Un morto, i feriti e la conta dei danni. Adesso è il momento del rimpallo delle responsabilità: l’ex ente Provincia racconta che si occupava solo di asfaltare la sovrastante strada locale, la Provinciale 49, mentre da Anas non sembrano arrivare affermazioni chiare al riguardo. Bisognerebbe capire chi dovesse effettivamente garantire la tenuta del cavalcavia. La sottostante Statale 36 ora è interrotta. Incuria a parte, l’emergenza non è stata gestita in modo adeguato. Davanti al pericolo nessuno pare avere preso decisioni: pare che i vertici di entrambe le strutture – Anas e Fu Provincia – abbiano tardato ad ispezionare la zona.

Il caso di cronaca in sé è pieno di dettagli particolari e specifici, al momento non del tutto chiariti. Bisognerebbe però provare a riflettere su quello che sta accadendo ad ampio raggio in Italia in tema di infrastrutture. I soldi sono un po meno rispetto al passato, e vengono spesi malissimo. Pensiamo ad opere faraoniche ed inutili, ma il paese è pieno di buche e di travi corrose e crepate. Forse sarebbe il caso di pensare a gestire meglio l’esistente, ripensare l’organizzazione dei controlli, chiarire le responsabilità. E magari definire un po meglio le procedure di emergenza: abbiamo piani e norme di condotta per affrontare un cestino che brucia a causa di un mozzicone, ma apparentemente non per un ponte danneggiato che minaccia una superstrada. Un discorso a parte bisognerebbe poi farlo per gli enti di governo del territorio: la soppressione delle Province non è stata una idea brillante in partenza, e in molti casi la ridistribuzione delle – numerosissime – competenze pare ancora in alto mare. Tra caos organizzativo e normativo e scomparsa delle coperture finanziare, c’è da preoccuparsi davvero per le nostre reti infrastrutturali. Forse questo disastro è un campanello di allarme che dovremmo considerare con attenzione.

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Demografia italiana: le famiglie vere spariscono?

Per il nostro ente di statistica una famiglia cos’è? La definizione ufficiale sarebbe questa: “….Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune….”. Non è un problema di numeri, né di funzionalità: stando ad Istat basta volersi un gran bene. Se parliamo di persone sole, il discorso è più malinconico; le “famiglie mononucleari” sono il vero motore della recente crescita nel numero di nuclei censiti. Un segno dei tempi. Posto che il tema si intreccia con il concetto di stato civile delle persone, si può guardare a questi dati per frasi un’idea degli andamenti in atto.

piramide demografica demografia italia età stato civile sesso 2001 2002Piramide demografica in Italia 1° gennaio 2002. Fonte: Istat, Tuttitalia.

Per non voler faticare troppo, possiamo affidarci a quelli di Tuttitalia ed alle loro restituzioni grafiche. Ad inizio 2002 potevamo osservare la presenza di una piramide demografica  già matura, caratterizzata da alcune coorti dominanti; i nati del baby boom che si avvicinano alla vecchiaia. I giovani erano pochini, e questo dato notoriamente non è cambiato. Interessante la questione relativa allo stato civile delle persone censite: pochissimi divorziati, appena visibili, ed una tendenza abbastanza spiccata a contrarre matrimonio. Dopo i trent’anni, celibi e nubili tendevano a scomparire velocemente. Per intenderci, nell’intervallo 30 – 39 anni di età celibi e nubili incidevano per il 31,4 % del totale delle rispettive coorti demografiche. Ancora significativa la presenza di persone coniugate aventi età inferiore ai trent’anni.

piramide demografica demografia italia età stato civile sesso 2015 2016Piramide demografica in Italia 1° gennaio 2016. Fonte: Istat, Tuttitalia.

Passano tre lustri, ed il mondo cambia volto. Almeno il mondo di noi italiani; dati dalla medesima fonte. L’apice delle coorti in transito nel tempo si è spostato ovviamente in avanti: i nati del baby boom devono invecchiare come chiunque altro. In tema di stato civile però e successo qualcosa di molto più interessante: pare che non ci si sposi più. Analogo intervallo di età 30 – 39 anni, ora celibi e nubili rappresentano il 48,6 % del totale. Sostanzialmente svaniti nel nulla i matrimoni che interessino anche gli under 30, fanno la loro comparsa in età un po più avanzate nutrite schiere di divorziati. Decisamente quello del matrimonio non sembra essere un istituto molto popolare oggigiorno, non in Italia almeno. Le convivenze? Speriamo bene, ma come detto dovrebbero ricoprire anche l’effetto introdotto con il diffondersi dei divorzi. Una gara dura.

Così ad occhio, ed immaginando di voler proiettare di poco in avanti le tendenze in atto viviamo in un paese nel quale metà dei trentenni resta da solo; e nel quale praticamente nessun ventenne si sposa. Un affare rischioso, se pensiamo agli effetti di lungo termine. I nostri politici reagiscono a questo problema con bizzarre campagne pubblicitarie, e almeno ci si guadagna qualcosa in buonumore. Il problema di fondo però continua a non trovare soluzione. Non è solo una questione di prospettive economiche, pure importanti: decenni di retorica relativamente ostile alla famiglia forse hanno prodotto effetti che cominciano a farsi insostenibili. Possiamo cambiare radicalmente il modo di descrivere questa vicenda, lasciar perdere le sparate arroganti, ammettere di avere usato prepotenza e stupidità contro le persone che devono garantire un futuro al paese. Basta poi poco, non occorrono sforzi incredibili. In alternativa possiamo scomparire.

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Istanbul

La Turchia è un universo, più che uno Stato. Un mosaico di culture che faticano a stare assieme. Oggigiorno la consideriamo come un popoloso e ricco paese islamico. Girovagando per Istanbul la questione appare subito più complicata: le donne velate sono in genere originarie della provincia. Quanto ai vari burqa, niqab et similia : se ne vedono dove ci sono tanti turisti, ma non tanti altrove; la Turchia decisamente non è la patria d’origine di queste correnti stilistiche. I muezzin ed i minareti comunque sono parte del paesaggio e del frastuono urbano.

istanbul interno moschea blu Sultan Ahmed Mosque La Moschea Blu. Frequentemente gli edifici di culto più maestosi vengono realizzati dopo una vittoria importante, quando le cose vanno bene. Questa moschea è stata invece concepita dal sultano Ahmet I per risollevare il morale e l’immagine dell’Impero Ottomano, in difficoltà su più fronti agli inizi del ‘600. Edilizia consolatoria, e non celebrativa; di altissima qualità tra l’altro.

Basilica di Santa Sofia, Istanbul, AyasofyaLa basilica di Santa Sofia, a due passi all’estremità dell’Ippodromo dell’imperatore Costantino I, è un edificio che basta da sé a far capire la grandezza della storia cittadina. Imponente, ferita dal tempo, deformata da terremoti ed errori progettuali, riparata e modificata a più riprese. Nasce all’epoca degli imperatori romani d’oriente, voluta nella sua struttura definitiva da Giustiniano I, in quella che era allora Costantinopoli; vive per quasi un millennio come chiesa e viene poi convertita in moschea. Oggi è un museo, piena di ponteggi e restauratori.

mosaico, museo di IstanbulUn mosaico si può preservare per decine di secoli, e ne conosciamo parecchi di epoca romana. Quelli esposti nel museo cittadino dedicato sono grandi ed interessanti: pare risalgano al V secolo. La società dell’Impero d’Oriente non era un idillio di buone maniere: in queste opere potrete osservare spesso la rappresentazione del sangue. I giochi del circo, con corollario di belve e di uomini in armi, costituiscono una frazione rilevante dei soggetti.

fregi e sarcofagi, museo archeologico, TopkapiIl museo archeologico, sul fianco del Palazzo Topkapi, racconta la storia come l’hanno scavata i primi archeologi. I livelli di Troia o la cronologia cittadina imprigionata nel suolo, certo, ma è di grande effetto anche la raccolta di fregi e sarcofagi al piano terra. Sarà la luce tenue, sarà la bontà dell’allestimento o magari la qualità dei reperti: un luogo speciale ed affascinante.

Navi in attesa di attraversare il Bosforo - Mar Nero - Mar di MarmaraIstanbul è una città di mare, deve tutta la sua grandezza ad una posizione commerciale privilegiata. La teoria di navi che attendono di attraversare il Bosforo è interminabile; la corrente dello stretto è spesso impetuosa, non è un luogo di spiagge e bagnanti. Oggi i ponti e la metropolitana uniscono Asia ed Europa in pochi minuti, ma le lente navi mercantili univano ed uniscono davvero la città a tutto il mondo. Tristemente parte delle mura cittadine è stata rovinata per far posto a strade e binari.

Museo di arte moderna, Istanbul, equazione di BernoulliAll’angolo di ingresso del Corno d’Oro, sull’acqua, il museo di arte moderna. Copre una bella moschea e si appoggia ad un quartiere sgangherato. Niente di particolare a prima vista, se non fosse per quella strana scritta sulla parete rivolta a mare. Nientemeno che una possibile espressione della equazione di Bernoulli: una Turchia moderna che celebra la conoscenza a forza di graffiti, senza imbarazzo alcuno. Il canto dei muezzin si mischia in sottofondo alle sirene delle navi ed alle chiacchiere dei turisti. Impossibile semplificare in poche parole questo luogo.

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Fiscal breakeven price: ingannarsi da soli

Avete presente il concetto di “ fiscal breakeven price ”? Si tratta di un parametro che dovrebbe, nelle intenzioni, rappresentare il prezzo – di una risorsa rilevante – che permette ad un Paese esportatore di materie prime di mantenere in equilibrio il proprio bilancio. Gli attori coinvolti sono quegli stati che dipendono pesantemente dall’export di materia prima per finanziarsi: pensate al caffè per talune nazioni africane, o alla canna da zucchero per Cuba. L’esempio più noto è il legame tra il prezzo del petrolio ed il bilancio di alcuni grandi produttori. Tolti i costi di produzione e la remunerazione concessa alle aziende che operano nel settore, è possibile imporre royalties consistenti che vanno a finanziare il bilancio pubblico; in questo differisce il conto finanziario di stati come l’Italia o la Norvegia: loro hanno il petrolio, noi lo dobbiamo comprare. Quello che per loro rappresenta una voce in attivo nel bilancio pubblico, per noi rappresenta una voce in perdita – se evitiamo di considerare il nostro coinvolgimento nell’industria estrattiva.

Questo concetto di prezzo che consente l’equilibrio fiscale è stato indagato a lungo, e da enti autorevoli; come il Fondo Monetario Internazionale. Ovviamente la vicenda desta l’interesse di un gran numero di centri di ricerca, istituzioni bancarie, investitori, commentatori e via dicendo. Prendiamo qualche articolo e/o studio, fra i tanti. Tra i blog un pezzo a caso sul tema: “… for the oil dependent nations of OPEC, cheap crude is a budget nightmare. And, as Deutsche Bank pointed out in an October analysis, oil producers like Russia, Venezuela, and Nigeria all need prices above $100 a book to balance their books. Even Saudi Arabia needs around $99 to support its spending …”. All’epoca si speculava su un probabile affondamento del Venezuela – che effettivamente ora ha ridotto le proprie pretese. Di tono similare l’analisi offerta nel 2015 da Businnes Insider: “… Russia and Saudi Arabia’s break-even prices are both around $105/barrel, and Iran’s is neary $130. Meanwhile, Brent Crude is currently trading around $56/barrel — far below what these major producers would ideally like to see …”.

Nel complesso le descrizioni del problema differiscono di poco; ed originano sostanzialmente da studi targati FMI – la grafica dell’articolo di Businness Insider ad esempio. La rielaborazione forse più nota di questi concetti è quella offerta da Deutsche Bank; è ancora scaricabile, ad esempio qui. L’idea di fondo rimane quella di partenza: abbiamo grandi esportatori di idrocarburi che usano la rendita petrolifera per finanziare il bilancio pubblico. Se il prezzo si abbassa sotto ad una certa soglia sono dolori. La guerra del prezzo del petrolio che si dipana da quasi due anni non ha solo fatto saltare per aria un gran numero di produttori americani: ha anche prodotto effetti sui grandi petro-stati che popolano il planisfero. Le difficoltà di venezuelani, libici e iracheni sono comprensibili: nazioni messe male in partenza, a cui sono stati tolti dei soldi. C’è un altro attore che dovrebbe sperimentare sofferenze terribili, almeno stando alla letteratura disponibile: la Russia. Con un equilibrio fiscale stimato sopra i 100 $/bbl, a Mosca devono divertirsi poco se il prezzo scende a meno di 40 $.

fiscal breakeven price russia federazione russa prezzo di pareggio equilibrio fiscale costi estrattivi petrolio riserve banca centraleRiserve della banca centrale russa, prezzi del greggio. Fonte: CBR, IndexMundi.

Volendo osservare i parametri misurabili, le scelte sono piuttosto facili. I russi non hanno più un debito pubblico, non significativo almeno; e non hanno sciupato la revenue petrolifera in fesserie. Hanno riserve: la loro banca centrale dispone di centinaia di miliardi di dollari tra asset finanziari e oro. Ovviamente questa riserva viene impiegata per far fronte alle difficoltà economiche contingenti: e si vede bene dalla grafica sopra. Se il prezzo del greggio sale, le riserve della banca centrale crescono; se scende, vengono spese. Grasso stagionale consumato in inverno. La stranezza risiede nelle cifre: sarà anche vero che le riserve valutarie dei russi si sono vaporizzate velocemente nel post crisi 08/09, e anche in questi due anni; ma hanno trovato comunque stabilità con quotazioni del petrolio di 35 – 40 $/bbl. In particolare il primo crollo, ormai consegnato alla storia, avrebbe potuto indurre qualche riflessione: le riserve valutarie si rimpinguavano già al di sotto dei 50 $/bbl. Tutta questa guerra economica mossa ai russi, queste sanzioni, tutto questo agitarsi non ha funzionato. Non poteva funzionare, semplicemente perché il bilancio pubblico russo non smette affatto di funzionare al di sotto dei 105 $/bbl. Abbiamo scommesso sulla disfatta di questo giocatore, senza considerare i parametri disponibili: e abbiamo perso. Un enorme errore di valutazione che ha indotto mosse sbagliate?

Bisogna essere ingenui per credere a racconti così lineari. Se qualcuno ha speso tempo per diffondere documenti che raccontano di una bancarotta russa con il petrolio al di sotto dei 100 dollari, deve avere valutato di poter ottenere vantaggio da questa mossa. E il vantaggio, grosso, c’è stato: facendo circolare quel genere di documenti, è stato possibile spaventare gli impudenti investitori che si erano permessi di avvicinarsi troppo alla Russia. Un obiettivo strategico rilevante, perseguito con efficacia: pubbliche relazioni negative a danno del nemico. Ottima mossa. Poi il tempo è passato, le contingenze sono cambiate: qualcuno ha avuto l’idea di fare guerra ai russi, in maniera più diretta. Quanto regge l’assedio il nemico? Come decidere circa la sua resistenza? Facile: basta tirare fuori dai cassetti i rapporti che ne studiavano l’equilibrio fiscale; rapporti che nel mentre, nei circoli che contano, erano stati ormai accettati come solida verità. Una vantaggiosa ed intelligente menzogna propagandata per bene ha cominciato a camminare con le proprie gambe, ha preso vita, è sfuggita di mano: scambiata per vera, ormai al di fuori d’ogni controllo, ci ha indotti ad avventurarci con baldanza in una guerra economica che non potevamo che perdere. Magari in futuro, ricordandoci di questo disastro, eviteremo qualche nuovo e pernicioso errore.

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