Reddito: arrabattarsi all’italiana, e guai ai giovani

Spulciamo l’ultimo rapporto della Banca d’Italia “Indagine sui bilanci delle famiglie italiane”, giusto per fare il punto sulle condizioni economiche di noi formiche. I temi trattati sono vari, ma qui e ora mi preme appuntarmi sui soli redditi: è con quelli che paghiamo la spesa al supermercato. E non sono stazionari, anzi: sono cambiati parecchio nell’arco di un decennio. Ovviamente in diminuzione.

redditi medi delle famiglie italiane, redditi equivalentiRedditi medi familiari e redditi equivalenti, prezzi costanti: 2006 = 100. Grafica: Banca d’Italia.

Il reddito medio familiare, rappresentato in forma di numeri indici, è diminuito parecchio a partire dal 2006: circa un -15%, tenendo conto anche degli effetti dell’inflazione. Per consolare i lettori, gli estensori del rapporto hanno provveduto ad inserire un intrigante indice di “reddito medio equivalente” che, nelle intenzioni, costituirebbe “una misura che meglio approssima il benessere economico individuale tenendo conto della dimensione familiare e delle economie di scala che ne derivano”. Come dire: i redditi delle famiglie sono crollati e giacciono immobili da qualche anno, ma noi italiani siamo sempre bravissimi ad adattarci alla miseria. La condividiamo in buona compagnia, così non ci facciamo caso.

Reddito medio equivalente per caratteristiche del capofamiglia migliaia di euro prezzi 2016. Redditi famiglie italiane classe età. Andamento entrate famiglie Italia.Reddito medio equivalente per caratteristiche del capofamiglia. Grafica: Banca d’Italia.

Ovviamente il reddito non è identico per tutte le famiglie: quelle più giovani stanno peggio. In particolare, il rapporto della Banca d’Italia si appunta sui redditi del “capofamiglia”, figura bandita già con la riforma del diritto di famiglia del 1975, qui inteso come principale percettore di reddito; redditi ancora riferiti al potere d’acquisto del 2006. Ebbene, laddove questo personaggio abbia età anagrafica di 40 anni o meno si riscontra il livello più basso di entrate economiche per la famiglia. Circa 20.000 euro annui nel 2006; oggigiorno, sperando che sia continuato il recente trend di debolissima ripresa, forse 16.000 euro annui. Forse, e comunque non per tutti: questa è solo una media, e riguarda esclusivamente i soggetti che abbiano messo assieme una famiglia – non moltissimi tra i giovani italiani. Anche le altre classi di età hanno perso potere d’acquisto, seppure in maniera proporzionalmente meno eclatante; i pensionati paiono essere quasi immuni al fenomeno.

Prodotto interno lordo pil italia eurostat istat prezzi costanti euro concatenati 2010PIL trimestrale in Italia, euro 2010. Grafica: FED, Eurostat.

Il quadro è abbastanza sconfortante, per varie ragioni. Il prodotto lordo a prezzi costanti per l’Italia non è variato poi così tanto nell’intervallo 2006 – 2016; la terza immagine riporta  una restituzione delle stime contabili in euro, realizzata dalla FED su dati Eurostat – milioni di euro concatenati, potere d’acquisto al 2010. Ebbene, nel decennio in esame l’economia italiana pare avere perso un -5,6% del proprio prodotto lordo. Con le oscillazioni al ribasso che conoscete, ed un debole recupero recente. Il problema è che le famiglie italiane hanno sopportato perdite ben diverse: stando alla Banca d’Italia, quel bel -15% esposto nella prima immagine. Come dire: per ogni punto percentuale di prodotto lordo nazionale svanito, il cittadino medio italiano si è visto soffiare più di 2,6 punti percentuali del proprio reddito. Niente male, come crisi: l’economia va su e giù, ma gli stipendi a quanto pare vanno sempre giù. E non è che sia andata meglio alle partite iva: la maggioranza degli autonomi ha dovuto subire analogo destino.

Quello che è accaduto in Italia negli ultimi 15 anni non è semplicemente un arretramento economico: osserviamo anche un trasferimento di ricchezza. I piani alti del sistema – banche, finanza, grande industria – hanno saccheggiato i piani bassi. Un fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale. Ad aggiungere problemi concorre un altro fenomeno, che traspare dalla seconda immagine: le varie classi di età non hanno subito il medesimo trattamento. I lavoratori attempati hanno perso colpi, rimanendo comunque i meglio retribuiti; i pensionati hanno conservato le proprie entrate. Chi ha meno di quarant’anni è semplicemente colato a picco: redditi sul lastrico per chi ce li ha; elemosine per chi non ha un lavoro. Già, perché il tasso di occupazione giovanile aggrava il problema: secondo ISTAT, nella fascia 15 – 34 anni siamo passati da un 51,4% del 2006 al 39,9% del 2016. Un giovane lavoratore su cinque è svanito nel nulla. E così, generosamente, (16.000/20.000) X (4/5) = 0,64. I giovani italiani hanno perduto a spanne, nel loro insieme, circa un terzo delle entrate. Come faranno a fornire i contributi necessari a pagare le pensioni agli anziani? Mistero.

Annunci
Pubblicato in attualità, soldi | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Spariamo all’Iran. Anzi, spariamoci nei piedi

Sanzioni di nuovo in gran spolvero da qualche mese. Non contro i russi, che bersaglio scontato – e poi tanto quelli ci sguazzano. Ultimamente a Washington amano distribuire provvedimenti di rappresaglia in maniera più equa. Hanno cominciato con i produttori italiani di pere e formaggi, e poi non si sono più fermati. Con le pere funziona: gli agricoltori italiani non hanno avvocati difensori nelle stanze del potere; nemmeno gli altri agricoltori europei, se per questo. D’altronde, se nemmeno i costruttori di automobili si salvano nessuno può farcela. Purtroppo però non tutti i bersagli sono uguali. A quanto pare, la moda del momento è prendersela con l’Iran: abbiamo quindi l’ennesima tornata di provvedimenti punitivi contro gli Ayatollah. Se hai un nemico, devi aprire il fuoco e sparare. Ma funzionerà? I colpi andranno a segno? Visto che il bersaglio della manovra americana è la principale industria iraniana, quella del petrolio, verifichiamo come se la passa il petrolio dell’Iran.

Produzione e consumo di petrolio in Iran, esportazioni, barili giorno, production, consumption, exportProduzione, consumo ed esportazioni di petrolio dall’Iran, migliaia di barili al giorno. Fonte: BP.

Se la passa abbastanza bene, stando all’atlante statistico di BP. Storicamente la produzione era stata elevatissima negli anni ’70, quando gli idrocarburi del Paese venivano quasi interamente esportati per mano di compagnie petrolifere straniere. Il sistema prese ad andare in crisi, e ad un certo punto arrivò la rivoluzione. Il conseguente crollo della produzione non fu però una esclusiva locale, interessando moltissime altre realtà. Dopo gli shock degli anni ’70, si fece strada la tendenza a diversificare le fonti energetiche fossili. Gli iraniani, specialmente dagli anni ’90, hanno riguadagnato mercato: non hanno più raggiunto le produzioni spericolate dei primi anni ’70, ma veleggiano abbastanza bene in un mercato globale ormai povero di petrolio convenzionale. Se le risorse non sono più così abbondanti come un tempo, è difficile sbattere la porta in faccia a qualche produttore. Ci sarà sempre qualcuno pronto ad intervenire.

Rendita da esportazioni di petrolio in Iran, miliardi di dollari. Iran oil revenue, export, prices. Guadagni, introiti, idrocarburi, prezzi.Valore approssimato dell’export di petrolio dall’Iran, miliardi di US$-2017. Fonte: BP.

Va bene la produzione, ma i quattrini si fanno esportando: e i consumi di derivati del petrolio in Iran sono cresciuti moltissimo negli ultimi trent’anni, un segno di sviluppo economico inequivocabile. Il problema è che la produzione consumata in loco non genera rendita petrolifera, nemmeno per il governo – si tradurrebbe in una tassa sui residenti. Nella seconda immagine, una stima a spanne del valore di mercato dell’export iraniano di petrolio. Una mera moltiplicazione tra barili esportati e prezzi medi d’annata, prezzi medi in dollari inflazionati al valore 2017 come dalla rilevazione di BP. Il petrolio iraniano è, per molti versi, nella media: generalmente accettabile in densità API, e in linea di massima caratterizzato da un tenore in zolfo intermedio. L’impiego di una media globale dei prezzi, in questo caso, non deve sbagliare di molto. Il valore economico dell’export è assai ballerino: basso fino al passaggio di millennio, quindi anche molto elevato durante le fiammate dei prezzi del 2008 e del 2011. Comunque molto instabile.

Da confrontare con il volume esportato, che nel caso iraniano è rimasto pressoché stabile per vent’anni, dal 1991 al 2011. La volatilità dei prezzi, quando osserviamo il petrolio, è il fattore fondamentale nella determinazione della resa economica. Nel caso iraniano pare che queste entrate siano arrivate a generare anche il 30% del PIL, ma si tratta comunque di un valore piuttosto ballerino; condizionato anche dalla presenza di contratti a lungo termine, che spuntano prezzi diversi rispetto a quelli del mercato spot di giornata. La revenue governativa è un’altra cosa ancora: è la quantità di soldi che il governo riesce ad estrarre dall’industria petrolifera nazionale. E’ una frazione degli introiti, e si trasforma a causa di questioni politiche e sociali. Ovviamente ha una relazione con il valore delle esportazioni. Per quanto questa possa essere importante, anche le entrate petrolifere incassate dagli operatori del settore incidono sull’economia nazionale: pagano impianti, maestranze, dividendi. Una bella torta indirizzata ad una pletora di persone, ancora una volta in parte iraniani: sono i soldi che fanno girare il Paese.

Ora occupiamoci dei problemi recenti: l’export iraniano di petrolio non è diminuito nel 2018. Quelli della FED lo vedono addirittura destinato a crescere un po; perlomeno non a scendere. Volendo impiegare un dato di pura produzione diverso, come questa elaborazione derivata da dati OPEC, scopriamo che quest’anno il valore medio è sempre stato sopra a 3,8 milioni di barili/giorno. Produzione stabile almeno fino ad agosto 2018, ed esportazioni presumibilmente stabili. Come mai il dato OPEC è più basso rispetto a quello di BP? Probabilmente l’organizzazione parla di oli convenzionali, mentre la compagnia si riferisce a qualsiasi cosa somigli a petrolio; includendo anche scisti bituminosi, oli pesanti, condensati e via dicendo. Scommetto che l’extra produzione messa a segno dagli iraniani abbia a che fare con la massa di condensati che ricavano dal gas naturale. Comunque, al di là dei valori assoluti, pare che poco sia cambiato al momento nei volumi esportati dall’Iran.

E se i volumi non scendono, c’è un solo metodo per togliere quattrini alla repubblica degli Ayatollah: far scendere i prezzi. Durante l’era Obama, una serie di accordi politici aveva permesso di disinnescare le tensioni esistenti tra Iran e Paesi occidentali. Il Presidente USA oggi in carica la pensa diversamente: scontro frontale, o almeno così racconta. Il problema è che, purtroppo, il mercato del petrolio è una bestiola molto suscettibile. Di solito, non appena i palestinesi si mettono a tirare sassi contro gli israeliani, si registra un qualche movimento di prezzo. Se i sassi dei palestinesi riescono a smuovere leggermente la fiducia degli operatori del comparto, le minacce rivolte direttamente ad attori come l’Iran dovrebbero avere un effetto considerevole. Stiamo pur sempre parlando del quinto produttore mondiale al 2016; comunque sempre presente nella top 10. Soprattutto, stiamo parlando del terzo esportatore globale di petrolio, secondo i dati del 2010 offerti dall’enciclopedia francese. Da notare la differenza con la pagina in inglese, che al momento offre dati appartenenti a diverse annate; che indicano gli USA come esportatori. La cara, buona, vecchia propaganda: esportatori netti e non mischiati assieme. Terzi esportatori del pianeta dopo sauditi e russi, questo è ciò che conta. L’Iran è questo, al netto delle oscillazioni di giornata.

La crescita nei prezzi del greggio di questi ultimi mesi pare sia stata determinata da vari fattori, in parte problemi industriali e di esaurimento, assieme a questioni relative alla domanda. Un frazione dell’incremento dei prezzi però origina sicuramente dall’atteggiamento aggressivo tenuto da Washington. Le minacce di guerra non hanno rassicurato gli operatori, specie quelle rivolte al terzo fornitore – esportatore – più importante del mondo. Con, diciamo, 20 dollari/barile in più gli ayatollah possono risucchiare fino a 1,5 – 1,8 miliardi di dollari in più ogni mese. Altro che “…reduce Iran’s oil revenue to zero…”. E no, il loro petrolio non è sostituibile. E’ troppo, almeno in termini di frazione dell’export. Non so cosa pensiate degli intenti guerreschi manifestati in questi mesi da alcune cancellerie occidentali; io penso che il mondo occidentale abbia bisogno di dotarsi rapidamente di elementari capacità di analisi. Con queste strategie, di guerre non se ne vincono: spararsi nei piedi non è d’aiuto sul campo di battaglia.

Pubblicato in attualità, energia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 1 commento

I viadotti italiani: l’intonaco che non t’aspetti

Le luci della ribalta in queste ultime settimane sono state tutte per il celebrato disastro del viadotto Polcevera, o ponte Morandi: importante fin che si vuole, ma non è l’unica situazione problematica per le infrastrutture italiane. Notizia di pochi giorni or sono: pare che ci siano problemi anche a carico di qualche altro grosso manufatto lungo le autostrade liguri. Nella fattispecie, lungo l’autostrada A26 in corrispondenza del Viadotto che scavalca via Ovada. I controlli successivi hanno coinvolto varie altre opere viarie nei dintorni, giusto per stare nel sicuro. Per quanto riguarda il viadotto lungo la A26, possiamo provare ad interrogare il motore di ricerca per le notizie dell’ultima settimana e vedere cosa ci racconta.

caduta di intonaco o calcinacci da viadotto a26 genova

Nelle prime due facciate la ricerca fornisce risultati grossomodo comparabili, tutti riferiti a pagine modificate nell’ultima settimana. Stando ai giornalisti di cui disponiamo, da un viadotto autostradale sarebbero piovuti “calcinacci”, o “intonaco”. Tra i risultati riassunti nella cattura a schermo, la variante “calcinacci” trova 5 sostenitori; la variante “intonaco” invece riscuote l’approvazione di ben 12 autori. In un singolo caso la prudenza induce ad utilizzare la definizione di “distacco di materiali”. Materiali è generico, e se stai sul generico te la cavi sempre bene.

Riassumendo: il cittadino italiano medio sembra abbastanza convinto del fatto che le travi in calcestruzzo armato con cui si realizzano i viadotti siano rivestite di intonaco. Non si sono registrate grosse polemiche attorno a questa faccenda, a parte la condivisibile preoccupazione per il distacco di materiale. Resta da capire a cosa dovrebbe servire intonacare un viadotto: forse per proteggerlo? Ma non è un intonaco la soluzione. E come sarà stato applicato? Costruendo un ponteggio in bambù alto un centinaio di metri e mettendoci sopra una squadra di muratori? L’aderenza sul calcestruzzo può essere scarsa, specie nel caso dei prefabbricati: come avranno risolto?

Quel che cade in questi giorni dal poco noto viadotto ligure non è intonaco. Con molta probabilità si tratta di copriferro, o concrete cover per dirla all’inglese. Lo spessore di calcestruzzo che separa la superficie dai primi e più esterni elementi dell’armatura metallica. Quando il copriferro prende a sbriciolarsi, occorre preoccuparsi: vuol dire che il degrado del manufatto è già considerevole. Probabilmente la gabbia d’armatura non è in buono stato. E qui dovrebbe intervenire il buon giornalismo, per dare conto agli italiani dei gravi rischi a cui sono sottoposti a causa delle infrastrutture fatiscenti che costellano il Paese. Invece no: con un colpo d’intonaco seppelliamo il problema, e torniamo a dormire beati. Fino al prossimo disastro.

Pubblicato in attualità, trasporti, varie | Contrassegnato , , , , , , , , | 3 commenti

Pensioni, pensionati, importi, spesa: qualche dato

Visto che ogni tanto sentiamo parlare di riforme pensionistiche in arrivo – non c’è governo italiano che non abbia messo le mani nel sistema previdenziale – possiamo provare a sbirciare come sono fatte, le pensioni italiane. Il solito ISTAT ci può aiutare, con la relativa banca dati aggiornata a tutto il 2016. Tra ex dipendenti pubblici e privati, al momento in Italia stiamo pagando 11,54 milioni di assegni  ottenuti per anzianità contributiva o per semplice vecchia. Le pensioni per i superstiti – comunemente dette di reversibilità – rappresentano circa 1,24 milioni di assegni. Nel caso delle invalidità civili l’erario si trova a far fronte a 3,36 milioni di assegni. Sommando tutto, anche uscite più modeste quali pensioni di guerra e sociali, gli assegni in essere risultano pari a circa 22,53 milioni. I pensionati effettivi sono un po meno, visto che alcuni di essi percepiscono più di un assegno.

numero pensioni pensionati classe importo importi assegno assegni mensile euro anzianità vecchiaia invaliditàAssegni pensionistici per classe di importo mensile, migliaia. Fonte: ISTAT.

Interessante il discorso sulla numerosità totale, ma le pensioni non sono tutte uguali: incassare 3000 euro lordi al mese non è come incassarne 300. E così, grazie ad ISTAT possiamo suddividere gli assegni per importo mensile lordo. La prima immagine dà un’idea di come siano distribuite le pensioni in termini di controvalore economico. Gli assegni da 500 – 749 euro mensili sono i più diffusi, praticamente per tutte le tipologie rilevanti di pensione. Nel caso di anzianità e vecchiaia però la discesa nel numero di pensionati al crescere degli importi è meno marcata rispetto alle pensioni per superstiti o di invalidità. Gli assegni pensionistici di importo elevato sono, in questo caso, piuttosto diffusi.

Incidenza spesa pensionistica per classe di importo degli assegni, frazione di spesa per tipo di pensioneFrazione di spesa pensionistica per classe di importo degli assegni. Fonte: ISTAT.

Parlare di assegni in numero va bene, ma la spesa? L’incidenza della spesa per tipologia di assegno e per classe di importo varia moltissimo. Pochi pensionati da 4000 euro al mese possono facilmente costare più di una folla di pensioni minime. In totale, sempre secondo ISTAT, la spesa pensionistica nel 2016 ammontava a 280,84 miliardi di euro – di cui 198,23 miliardi imputabili a pensioni di anzianità e vecchiaia. Da notare il diverso peso delle varie classi di importi, riassunte nella seconda immagine. Tutte le prestazioni per vecchiaia ed anzianità al di sotto dei 1000 euro / mese non riescono a produrre uscite equivalenti a quelle generate dagli assegni al di sopra dei 3000 euro / mese. Nel caso degli assegni ai superstiti, la spesa è invece spostata verso gli assegni più poveri.

Confronto numero assegni spesa pensionistica pensioni incidenza costo classi importo mensileAssegni e spesa cumulata per classe di importo, pensioni di vecchiaia e anzianità. Fonte: ISTAT

Volendo restringere il confronto alle sole prestazioni per anzianità e vecchiaia, possiamo provare a confrontare il peso relativo delle varie classi di importo degli assegni mensili sia riguardo al numero delle prestazioni che riguardo alla spesa effettivamente sostenuta dall’ente pensionistico. Stiamo osservando un sistema piuttosto verticistico, e la terza immagine basta a farlo capire: il gran numero degli assegni è costituito da importi medio bassi, ma la spesa totale è ben più sostenuta per gli assegni mensili più ricchi. I pensionati titolari di assegni mensili inferiori ai 750 euro rappresentano il 32% circa del totale, ma sono destinatari di appena l’11% delle risorse. Al vertice della piramide, i titolari di assegni mensili pari ad almeno 2500 euro costituiscono meno del 12% del totale delle posizioni, ma generano più del 30% delle uscite totali. La spesa pensionistica italiana è questione di pochi ricchi, e non di moltitudini di poveri.

rapporto spesa pensionistica pensioni pil gdp deficit debito uscite italia ocse oecdRapporto tra spesa pensionistica e prodotto interno lordo. Grafica: OCSE.

Ed ora affrontiamo l’ultimo dato, stavolta fornito da OCSE: l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL, riassunta nella quarta immagine. L’Italia pare detenere un record in questo senso: è uno dei Paesi con la più alta incidenza di spesa per pensioni rispetto al prodotto lordo. Allo stato attuale il dato potrebbe orbitare attorno ad un 16,5-17% circa, riferendosi al totale della spesa ed al PIL in euro del 2016. Dopo la relativa stabilità sperimentata tra fine anni ’90 ed il 2007, l’incidenza in questione è decollata. La crisi del 2008 / 2009 ha fatto contrarre in maniera evidente l’economia nazionale, ma la spesa pensionistica non ha modificato i propri andamenti: da qui l’incremento improvviso ed incontrollato visibile nel grafico. La successiva introduzione di “riforme” – Fornero & Co – ha rallentato la crescita, fin quasi ad arrestarla negli ultimi anni. Il sistema comunque è cambiato: le pensioni oggi hanno un peso sull’economia italiana più elevato rispetto a quanto accadeva prima del 2008. Ironizzando un po, potremmo dire che con la recente crisi i giovani hanno perso casa, lavoro e famiglia; gli anziani hanno continuato a riceve gli stessi stipendi e le stesse pensioni a cui erano abituati.

Però c’è un problema: nel mondo reale le pensioni vengono pagate dai contributi versati dai lavoratori. Viene da chiedersi se stiamo rispettando l’equilibrio di lungo termine tra la spesa pensionistica e le retribuzioni. Giusto per metterla in maniera semplice: se gli stipendi ristagnano in importo e se i nuovi impieghi sono quasi tutti per precari sottopagati, la spesa pensionistica deve calare – oppure il sistema deve chiudere i battenti. Per ora il sistema regge, ma i danni si accumulano: le risorse extra che abbiamo sottratto al totale del PIL per gonfiare l’incidenza della spesa pensionistica sono state tutte reperite tassando a morte i lavoratori in regola e creando torme di giovani disoccupati. E i soldi ottenuti sono stati utilizzati essenzialmente per fornire assegni di lusso a pochi pensionati, lasciando il grosso della truppa ad arrabattarsi con gli spiccioli. Ora sarebbe interessante capire fin quando possiamo insistere su questa strada: forse non molto a lungo.

Pubblicato in soldi, varie | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 5 commenti

Binari deserti e danari dispersi: un piazzale batterà la TAV?

Ora che abbiamo un nuovo governo, sofferto e traballante, possiamo tornare a parlare di politiche dei trasporti. Non è che ci siano grandi cambiamenti all’orizzonte, per carità; ma all’affievolirsi delle chiacchiere centrate sull’agone politico è possibile rispolverare pettegolezzi che vertono su altri temi. Vi ricordate la questione degli scali ferroviari? Si tratta di luoghi nei quali merci rinfuse e container vengono sballottati tra treni e camion, con l’intento di fornire accesso alla rete ferroviaria per tutte quelle aziende che non dispongono di un collegamento in proprio ai binari. In svariati Paesi del mondo, le grandi aziende sono collegate direttamente alle reti ferroviarie; nel caso italiano questo capita più raramente. Gli scali ferroviari sono una soluzione alternativa, oggettivamente valida se la taglia aziendale è più piccola. In Italia li abbiamo smantellati con cura certosina, almeno fino a poco tempo fa; pare che ora ci stiamo ripensando.

Sapete bene tutti cosa è accaduto a partire dalla primavera del 2009: i costi dell’autotrasporto erano divenuti insopportabili, mandando in crisi parecchie aziende. Un caso esemplare di selezione darwiniana: chi si è riconvertito al trasporto intermodale è sopravvissuto, mentre chi non lo ha fatto ha chiuso i battenti, o ha dovuto almeno ridimensionarsi brutalmente. Il telegiornale queste cose probabilmente non ve le racconta, magari vi parla delle magnifiche sorti e progressive che ci attendono grazie ai nuovi, costosissimi serpentoni di catrame che ci apprestiamo a disseminare in mezzo ai campi. Qui in Emilia è tutto un discutere di bretelle, passanti e cispadane. Là fuori, nel mondo reale, questa roba interessa esclusivamente a quegli industriali che vendono cemento e catrame. Chi gestisce aziende che devono trasportare grandi partite di merci da e per lontane contrade del mondo ha già fatto scelte differenti, senza troppo strombazzare la cosa: porti e binari, relegando la gomma agli ultimi chilometri del percorso – solo se indispensabili.

E così, si è materializzato tra gli altri esempi un bello scalo merci – o piattaforma logistica come dice qualcuno – in quel di Dinazzano , a pochi chilometri da Reggio Emilia. Un grande piazzale pieno di binari, container, casse mobili, elevatori, motrici e via dicendo, che svolge la funzione di garantire i trasporti al comparto ceramico che occupa le località del circondario. Intendiamoci, non è l’unico impianto del genere: ne esistono altri, come il vicino scalo denominato Terminal Rubiera, o il costruendo e nuovissimo Scalo Merci di Modena – nemmeno da solo in città, esistendone anche un altro poco a nordest. Ma per tornare a Dinazzano, di che si tratta? Semplice: un grosso spiazzo per la manovra, collegato alla rete ferroviaria maggiore a Reggio Emilia tramite un unico binario non elettrificato. Tra tutte le ferrovie immaginabili la più dimessa e spartana, con i suoi desueti passaggi a livello e le curve strette tipiche della prima metà del ‘900. Questo malconcio pezzo d’antiquariato ferroviario ha fatto un miracolo: ha salvato il comparto ceramico modenese e reggiano da morte certa.

scalo merci dinazzano po, porto ravenna, trasporto intermodale, rete ferroviaria, tonnellate merci trasportate

Leggiamoci un resoconto delle attività dello scalo di Dinazzano: lo fornisce l’Autorità Portuale di Ravenna, nella sua rivista periodica al n° 02/03 febbraio/marzo 2017. Stando alla descrizione del presidente: “… Nel 2016 nello scalo sono state movimentate circa 3.746.000 tonnellate di merce, ritengo che in base a questi numeri (in crescita da molti anni) e ai bacini di provenienza si possa considerare DP uno snodo primario in Italia per le nostre tipologie di merci …”. Uno degli intenti primari dello scalo è garantire il collegamento con i porti, vera via privilegiata per il commercio internazionale: “… Nel 2016 abbiamo effettuato 1830 treni sulla tratta RA/Dinazzano e mi sembra che i numeri siano dalla nostra …”. Esiste anche qualche problema, segnalato da tempo: “… Vi sono tratte, non solo sulle linee in arrivo a Ravenna ma ad esempio nella cintura bolognese, da dove passano i treni merci, dove la velocità massima consentita è di 50km ora, questa limitazione che si aggiunge ad altre sulla tratta Castelbolognese Ravenna di fatto riduce la potenzialità di tutto il trasporto merci su ferro …”. Tra binari unici, antiquate tratte diesel, bizzarri limiti di velocità e cantieri infiniti i container che tentano di raggiungere le nostre aziende via treno hanno di che divertirsi. Ma non demordono.

E ora saltiamo di pali in frasche: si torna discutere di Alta Velocità sulla tratta Torino Lione. La storica ferrovia esistente, elettrificata e a doppio binario, non sembra piacere più di tanto. Nasce così molti anni or sono l’idea di affiancarla con una ferrovia nuova, in gran parte in galleria, costruita a quote più basse e con pendenze più modeste; non proprio alta velocità, che in galleria è difficile correre, ma forse una elevata capacità per le merci. Allo stato attuale gli scavi proseguono a rilento, ma non per realizzare la leggendaria “galleria di base”: quello che si è scavato finora, a parte i buchi di bilancio che dovremo ripianare in futuro, è un sistema di cunicoli esplorativi propedeutici al cantiere vero e proprio. Ricordiamo sempre che la galleria esistente tra Bardonecchia e Modane è stata adeguata alle moderne sagome ferroviarie in uso in Europa già nel 2007 – 2010. Nel frattempo si continua a spendere per i cantieri della nuova TAV, e non solo per scavare: c’è anche la militarizzazione della Val di Susa, costosissima, conseguita alle proteste degli anni passati. Il conto economico è incerto, ma stiamo parlando di tanti soldi. E ora poniamoci la domanda esistenziale: quale flusso di merci dovrebbe gestire una nuova ferrovia tra Italia e Francia? Il traffico mercantile esistente o prevedibile per il futuro giustifica la costruzione di una nuova e dispendiosa linea ferroviaria?

rapporto alpinfo, trasporto merci alpi arco alpino italia francia svizzera austria strada ferrovia

I dati relativi al traffico merci attraverso l’arco alpino non sono poi così difficili da scovare. Gli sforzi del nostro MIT per tenerli nascosti sono vanificati dalla pessima abitudine che hanno altri Paesi europei di fornire dati trasparenti in tema di trasporti. Vi propongo il report Alpinfo, emesso dalle autorità federali elvetiche e riassunto nella immagine in alto per l’edizione 2014 – per il solo arco alpino interno compreso tra Moncenisio / Fréjus e Brennero. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, i traffici transalpini hanno preso a svilupparsi rapidamente: l’Austria è la via preferita per l’interscambio con l’Europa orientale. Nel complesso, sia Austria che Svizzera hanno vissuto un incremento dei traffici merci ai valichi. La Francia è un’altra partita: dopo la crescita degli anni ‘90, si è verificata una caduta inesorabile dei volumi scambiati. In particolare, a risultare del tutto marginalizzato è proprio il traffico merci su rotaia – forse cannibalizzato dai migliori e più recenti valichi svizzeri; gli scambi su strada comunque si sono ridimensionati anch’essi. I dati numerici sono impietosi: il traffico mercantile su rotaia in Austria e Svizzera è cresciuto, almeno fino a qualche anno fa, mentre nel caso francese si è praticamente estinto. Ad oggi, stiamo parlando di circa 3,3 milioni di t / anno per il Moncenisio; Ventimiglia non va oltre le 500.000 t/anno. Non c’è altro, e si tratta di valori stabili da parecchi anni.

Senza voler contestare la legittima aspirazione a rilanciare il trasporto ferroviario alla frontiera alpina, possiamo almeno chiederci se stiamo distribuendo i soldi pubblici in maniera sensata? Lo scambio di merci su rotaia tra Italia e Francia orbita attorno a 3,2 – 3,7 milioni di t / anno da un decennio. Uno sgangherato scalo merci di provincia come quello descritto in apertura già oggi movimenta ogni anno una quantità di materiale equivalente o forse leggermente superiore. Se dovessimo decidere badando ai pesi – e le merci si misurano a tonnellate – allora finiremmo con lo scommettere su di esso la stessa quantità di danari pubblici che spendiamo per intervenire in Val di Susa. La situazione osservabile invece è diversa: tutti i fondi disponibili sono stati diretti o verso fantasiosi progetti di gallerie che collegano deserti industriali privi di popolazione e fabbriche, oppure verso autostrade fuori dal tempo che hanno già esaurito la propria funzione ancor prima che si possa iniziare a costruirle. Nel mentre, i nostri container insistono ostinatamente a fare lo slalom tra curve, limiti di velocità, binari unici e aree di manovra troppo corte trainati da motrici diesel. Forse non abbiamo più tempo per rimediare a queste sciocchezze. La pagheremo cara.

Pubblicato in soldi, trasporti | Contrassegnato , , , , , , , , , | 14 commenti

Lavoro, PIL, Italia: fare peggio non si può

Parlano di lavoro i nostri politici, sentite? Di solito succede a primavera, quando gli usignoli cinguettano e le margherite punteggiano i prati. E’ un fenomeno stagionale, un po come la neve o i pollini: in prossimità delle ricorrenze del 25 aprile e del primo maggio spuntano i discorsi sul tema del lavoro, o su qualche articolo della Costituzione. Si protraggono per qualche settimana, per poi svanire pian piano ai primi caldi estivi. Questo comportamento meriterebbe l’attenzione degli studiosi di etologia; non certo quella dei politologi, vista l’inconsistenza dei discorsi propostici. Il lavoro non c’è: questo è il discorso che dovremmo affrontare in Italia. Non c’è, e probabilmente non c’è mai stato, alla faccia della Costituzione repubblicana. Possiamo osservare il problema in molti modi diversi, e con diversi obiettivi; ma se vi sentite raccontare che in Italia “…facciamo comunque meglio del tal Paese europeo…” o che “…i nostri politici non possono farci niente…”, bene, sappiate che vi stanno prendendo in giro.

Per quantificare le vicende del mercato del lavoro quindi cosa facciamo? A quale parametro ci rivolgiamo? Di solito in Italia parliamo di disoccupati: persone che cercano attivamente lavoro tramite canali ufficiali e tracciabili in un dato periodo di tempo. Chi telefona in proprio a tutte le aziende del circondario semplicemente non esiste: a valere sono i soli canali ufficiali statisticamente rilevabili. E il fatto di non avere un lavoro non fornisce la qualifica di disoccupato: occorre dimostrare ad ISTAT di essere impegnati a cercarlo, il lavoro. Come avrete intuito, il parametro disoccupazione non vale granché. Tra le alternative, insisto come al solito a proporre il tasso di occupazione della forza lavoro: quante persone hanno un lavoro contrattualizzato rispetto alle persone che potrebbero o dovrebbero lavorare. In inglese dicono labor force participation rate, e lo possiamo ottenere via ILO / IndexMundi per l’ultimo anno; queste banche dati internazionali in linea di massima mettono a confronto i lavoratori con le persone aventi età uguale o superiore a 15 anni. Esistono scelte alternative, come il tasso di occupazione di concezione italiana: lavoratori censiti fratto forze di lavoro potenziali.

E quindi labor force participation rate di ILO, oppure tasso di occupazione di ISTAT? Se ci fate caso, i mezzi di informazione italiani riferiscono cifre intriganti, assai ottimistiche rispetto a quelle indicate da svariati enti sovranazionali. Recentemente il tasso di occupazione nostrano volerebbe al 59 %, almeno secondo il Documento di Economia e Finanza 2018. ILO ci piazza sempre al di sotto del 50%: come hanno fatto i nostri ministri a compiere il miracolo? Semplice: hanno fatto sparire un po di persone al denominatore. Impiegando per esempio forze di lavoro potenziali intese come persone con almeno 15 anni, ma con meno di 65 anni di età. ISTAT in genere propone questo dato come prima scelta. Un fatto che merita discussioni per due ragioni: dalle nostre parti la pensione a 65 anni pare essere una chimera, e comunque gli anziani devono essere mantenuti con pensioni equivalenti agli stipendi. In un Paese con tanti anziani, occorre mettere al lavoro un maggior numero di adulti non anziani solo per far quadrare i conti del sistema pensionistico. In questo senso, credo che la scelta di ILO sia la più corretta se vogliamo descrivere i problemi di Paesi invecchiati come l’Italia. L’alternativa è fingere di vivere negli anni ‘60, che è quello che purtroppo molti italiani tendono a fare – e non sarebbe un crimine sognare, se non fossero politici e dirigenti a farlo.

Tornando ai dati: brutta faccenda, almeno a leggere le ultime posizioni. Partendo dal fondo, troviamo la Moldavia con un misero 42,5%. Saliamo quindi al 46,6% della Bosnia Erzegovina ed al 48,4% del Montenegro. Ed eccoci all’Italia, con un meraviglioso 48,6%. Se consideriamo il fatto che, almeno formalmente, saremmo una “Repubblica fondata sul Lavoro” viene da chiedersi che cosa sia andato storto nell’applicazione della nostra legge fondamentale. Non pretendo di vedere il mio Paese rivaleggiare con campioni dell’occupazione quali l’Islanda – al 77,3% – o con la Russia – al 66,5%. Basterebbe anche meno: per esempio, non potremmo riuscire almeno a salire al livello della Grecia? I greci spuntano comunque un buon 52,9%. Ci sarebbe anche l’Albania, che con il suo 56,1% suscita un minimo di invidia. Osservando il continente europeo, allargato anche a realtà di frontiera quali Federazione Russa e Turchia, facciamo fatica a trovare qualcosa di peggio dell’Italia. Ulteriore paradosso: il dato di ILO potrebbe essere leggermente sovrastimato, visto che lo stesso ISTAT riferisce tassi di occupazione leggermente peggiori quando nel calcolo vengono inclusi anche i residenti over 65. Inutile infierire.

Scusate, ma chi ha detto che eguali livelli di occupazione descrivono equivalenti sistemi socio economici? Come possiamo paragonare il costo della vita a Lugano o a Cordova? E gli stipendi? Il potere d’acquisto? Il sistema normativo e burocratico? Avere il medesimo tasso di occupazione non vuol dire avere agito allo stesso modo. Per dire, Francia e Macedonia hanno tassi di occupazione pressoché identici: vi sembrano realtà equivalenti? Lo stesso problema si riscontra anche in altre improbabili accoppiate, come Irlanda ed Austria. La capacità di offrire lavoro contrattualizzato e retribuito è influenza da molti parametri, ma una cosa è certa: dove non ci sono soldi non ci sono né contratti regolari né stipendi decenti. Se il prodotto lordo pro capite di un certo Paese è zero, allora zero sarà la partecipazione a quello che definiamo “mercato del lavoro”: gli impieghi schiavili non vengono conteggiati nelle statistiche.

Tasso di occupazione, partecipazione forza lavoro, Italia, Europa, PIL, prodotto interno lordo pro capite, per abitante, PPA, PPP, parità potere di acquisto, 2017, 2018PIL pro capite, tasso di occupazione. Fonte: IndexMundi.

Ed eccoci quindi ad osservare il verdetto del confronto più ovvio e banale, quello che oppone la partecipazione percentuale al mercato del lavoro – ordinata del grafico in alto – al prodotto lordo pro capite corretto a parità di potere d’acquisto – ascissa del grafico. Il dato sul PIL impiegato nel grafico è quello proposto per l’ultimo anno disponibile dal solito IndexMundi; la linea continua rappresenta una regressione in forma di potenza ad esponente reale. I valori assoluti in termini di occupazione sono quelli già citati, ma possiamo ora valutarli in modo diverso. In teoria, se ogni Paese considerato attuasse politiche equivalenti tutti i punti si disporrebbero su una correlazione impeccabile: al crescere della ricchezza pro capite, osserveremmo una crescita della capacità di creare occupazione contrattualmente retribuita. Dato che le differenze normative e politiche sono fortissime, nella realtà la dispersione è molto forte. Però una cosa rimane ovvia: i Paesi che incentivano la creazione di lavoro si dispongono tendenzialmente sopra a qualunque regressione vogliamo utilizzare. Quelli che invece disincentivano la partecipazione al lavoro se ne stanno al di sotto. Più grande la distanza dalla regressione, più forti le distorsioni positive o negative introdotte per via legislativa e fiscale.

Commentiamo ora il caso Italia: il puntino che ci rappresenta è, tra quelli che se ne stanno in basso nel grafico, quello in assoluto più distante dalla regressione che dovrebbe rappresentare la posizione media ipotetica delle varie economie esaminate. Si potrebbero usare correlazioni diverse, ma vi garantisco che questo non cambierebbe quasi nulla – nemmeno a voler barare usando una retta. Riassunto: in Europa e dintorni, non esiste un Paese che reprime il lavoro come l’Italia. Se per divertente ipotesi volessimo scambiare il nostro sistema normativo e fiscale con uno qualsiasi scelto a caso tra quelli degli altri Paesi rappresentati nel grafico, la situazione non potrebbe far altro che migliorare. Noi italiani non occupiamo questa imbarazzante posizione per puro caso: questo non spiega la distanza abissale che ci separa – in senso negativo – dai valori medi. Abbiamo messo in atto per molti anni politiche fiscali ed orpelli burocratici volti a reprimere con ogni mezzo il lavoro. Repubblica fondata sul Lavoro, ci hanno raccontato. Chiudiamo gli occhi e cerchiamo di addormentarci: forse, almeno nei sogni, questa Repubblica si materializzerà.

Pubblicato in attualità, soldi, varie | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 1 commento

Il lavoro in Italia: i sogni per il futuro e le cifre del passato

Siamo in campagna elettorale. Forse non è una notizia, posto che gli italiani vivono da sempre in una perenne campagna elettorale. Però ci siamo, e siamo bombardati di messaggi riguardo ai presunti meriti o demeriti di chi ci ha governati. In tema di occupazione ne abbiamo sentite di tutti i colori. Sapete bene che il mercato del lavoro in Italia è tutt’altro che volatile: da circa vent’anni vediamo solo mutamenti marginali, generalmente neanche tanto positivi. I posti di lavoro sono pochi, sono più o meno sempre quelli ed appartengono tendenzialmente sempre alle stesse coorti generazionali. I lavoratori precoci sono scomparsi, sostituiti dai lavoratori decrepiti. Per il resto è sempre la solita storia, condita delle belle favole dei nostri politici. Vediamo di contarci, e di capire.

numero di lavoratori occupati in italia per tipo, fissi, precari, autonomi, dipendenti stabiliLavoratori in Italia per tipologia contrattuale, milioni. Fonte: Istat.

Dal 1993 al 2017 abbiamo visto un aumento dei posti fissi, da 13 a 14,5 – 15 milioni. Gli autonomi, storicamente attestati attorno ai 6 milioni, hanno preso a declinare gradualmente. I contratti a termine di vario genere insistono a crescere di numero. Mi permetto di ricordare che la banca dati ISTAT qui presa a riferimento considera come “occupato” un soggetto che abbia lavorato, dietro compenso, almeno un’ora a settimana nel mese di riferimento. In tempi recenti la comparsa di contratti precari mascherati – le cosiddette “tutele crescenti” – ha anche consentito di nascondere una certa quota di precariato nella categoria del lavoro stabile. Consiglio di diffidare soprattutto degli ultimi due anni della serie dati, può darsi che le future revisioni ci regalino qualche brutta sorpresa.

totale cumulato lavoratori occupati in italia, posti di lavoro fissi stabili, posti precari, autonomi, numeroLavoratori in Italia per tipologia contrattuale, totali cumulati, milioni. Fonte: Istat.

Mettendo assieme le tre classi di rapporti di lavoro, possiamo capire un po meglio il risultato finale di questi movimenti. In un quarto di secolo, i posti di lavoro disponibili in Italia hanno insistito ad oscillare nella forbice 21 – 23 milioni. I cambiamenti a cui abbiamo assistito non sono sconvolgenti, con buona pace di chi insiste a raccontarci di mirabolanti progressi e/o di disastri incipienti. La crescita nel numero di contratti stabili ancora una volta deve essere guardata con diffidenza: le tutele fornite sono molto variabili a seconda della dimensione aziendale e dell’età anagrafica dei destinatari. Di sicuro i lavoratori italiani sono sempre pochini, ma questo era noto da tempo. Abbiamo un tasso di partecipazione al lavoro così basso che, a fine 2017, riuscivamo a spuntare una magnifica posizione 162 su 180 nazioni censite – almeno a prestar fede ai dati ILO / IndexMundi. Sono belle soddisfazioni, per una Repubblica fondata sul lavoro.

numero di occupati per mille abitanti residenti in italiaOccupati, occupati per 1000 abitanti. Fonte: Istat.

Aggiungiamo un ingrediente alla mistura: la popolazione residente. No, non le forze di lavoro potenziali variamente stimate, proprio la popolazione. Perché se eravamo in 100 e ci sono 40 posti di lavoro, ed improvvisamente diventiamo 110 ed i posti di lavoro sono sempre 40, allora possiamo dire una cosa sola: ci siamo impoveriti. Truccare i calcoli impiegando a denominatore una pletora di lavoratori potenziali più piccola – causa invecchiamento – servirebbe solo a distorcere la rappresentazione del problema. La popolazione italiana ha insistito a crescere debolmente anche negli ultimi decenni, mentre i posti di lavoro hanno continuato ad oscillare più o meno sempre attorno allo stesso campo di valori. Come dire che si scivola lentamente verso il basso. L’osservazione del numero di occupati puro e semplice, già proposta nei primi due grafici, ci regala l’impressione di un Paese che ha sofferto duramente negli anni ’90, e che si è ripreso in maniera brillante. L’impatto della crisi dell’ultimo decennio pare essere stato marginale, ed è stato riassorbito.

La realtà, quella raccontata dalla disponibilità di posti di lavoro per abitante, è una storia completamente diversa: la recente crisi avviatasi nel 2008 / 2009 ci ha fatti affondare di nuovo ai medesimi livelli di disponibilità di posti di lavoro che caratterizzarono il difficile periodo della metà degli anni ’90. Almeno in termini di disponibilità relativa. La ripresa recente, come già ricordato, è sospetta e carica di incognite: i cosiddetti “posti fissi” di ultima generazione sono fissi solo nel nome. Al primo inconveniente svaniranno nel nulla, assieme ad una certa quantità di posti di lavoro precari esplicitamente dichiarati. Il ché dovrebbe farci preoccupare parecchio: in Italia non abbiamo fatto nulla di innovativo in tema di assetti aziendali o di opportunità d’impiego. Abbiamo solo cercato di preservare lo status quo. Questo significa che la sospetta ripresa occupazionale recente è probabilmente solo il riflesso di una congiuntura internazionale che non possiamo controllare, e che può peggiorare in qualsiasi momento.

monte ore lavorate per abitante residente in italiaOre lavorate, ore lavorate per abitante. Fonte: Istat.

Per completare la carrellata, domandiamoci ora: ma quante sono le ore effettivamente lavorate dagli italiani? Se ci raccontiamo che i posti di lavoro sono cresciuti senza considerare gli orari di lavoro, rischiamo ancora una volta di equivocare. E’ facilissimo obbligare i dipendenti di un’azienda ad orari a tempo parziale indesiderati, e magari assumere ulteriori dipendenti. Monte ore lavorate in calo, occupazione in aumento: siamo più poveri, e ci illudiamo di essere più ricchi. Nel caso dell’Italia, gli andamenti ricordano in certo qual modo quelli già osservati con il numero degli occupati: una crescita decisa fino al 2007 / 2008, quindi una turbolenta discesa. Ancora una volta, l’andamento del monte ore lavorate puro e semplice rappresenta una situazione preoccupante; la disponibilità di ore di lavoro in rapporto alla popolazione residente invece rappresenta una situazione pessima. A voler badare al parametro puro e semplice, negli ultimi tre anni ci siamo in qualche modo ripresi. A voler fare le divisioni, proiettando il dato sulla popolazione residente, non siamo ancora riusciti a tornare ai livelli della seconda metà degli anni ’90.

Quando si parla di mercato del lavoro, frequentemente si fa riferimento a parametri semplici e ballerini. Nel mondo della comunicazione, di solito si parla di disoccupazione: quella dei disoccupati è forse la tribù più mutevole e capricciosa che si possa immaginare. Con un po di fortuna, può capitare che il discorso si allarghi anche agli occupati effettivi, o che spunti qualche considerazione circa l’evoluzione demografica. Sono questioni interessanti, ma non riescono a rappresentare il problema che abbiamo. Le disponibilità di posti di lavoro in rapporto alla popolazione in Italia sono bassissime, tra le più basse al mondo. Le ore lavorate – e regolarmente retribuite – che mettiamo a disposizione di ogni abitante sono poche, e a fatica rivaleggiano con ciò che potevamo fare negli anni ’90. Come dire: crediamo di essere messi abbastanza male, ma in realtà siamo messi peggio. Sarebbe davvero bello vedere una discussione pubblica attorno a questi problemi; sospetto che dovremo continuare ad accontentarci dei titoloni sulla disoccupazione che va su e giù.

Pubblicato in attualità, varie | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Migranti, frontiere, barconi: poco è cambiato

Quando le notizie estive sono fiacche e noiose il nostro apparato mediatico si impegna a trovare qualcosa di interessante per intrattenerci. Negli anni ‘80 e ‘90 di solito si trattava di un bel crimine commesso in villa o in località di vacanza, come il delitto dell’Olgiata. Oggi come oggi il genere giallo non sembra rendere come un tempo: e allora ci vuole qualcosa di diverso. L’emergenza migranti è una alternativa valida: una invasione di stranieri dalla pelle scura, che parlano lingue misteriose, che scendono dai barconi in massa e marciano lungo la penisola lasciando dietro di sé una scia di vecchiette terrorizzate e turisti scippati. Questo almeno il tono delle aperture dei telegiornali nelle ultime settimane. Che dite, ci beviamo tutto senza fiatare? O vogliamo controllare? Io controllerei, sai mai che ai nostri reporter fosse sfuggito qualcosa.

numero sbarchi migranti, immigrati clandestini irregolari, barconi, coste, ong, italia 2014 2015 2016 2017, unhcr, libia, mediterraneoSbarchi di migranti in Italia, 2014 – 2017. Grafica: UNHCR.

L’ideale è rivolgersi all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Questi signori, su mandato ONU, passano la giornata a monitorare l’andamento degli sbarchi di immigrati clandestini sulle coste: di solito dispongono di notizie attendibili. L’immagine in alto è per l’appunto un estratto della banca dati pubblicata da questo ente: il dettaglio catturato rende conto degli andamenti degli arrivi per mese verificatisi a partire da gennaio 2014. E la notizia, pensate un po, è che sono sempre gli stessi. Negli ultimi tre anni le sparate giornalistiche sono state eclatanti, ma l’effettivo movimento di immigrati sulle coste italiane in realtà è rimasto stazionario. E pare che anche in queste settimane niente sia cambiato rispetto al solito. Forse l’unica evoluzione significativa rimane l’esodo di massa verificatosi nel 2015 attraverso i Balcani; la “chiusura” della via balcanica però non sembra avere modificato di molto la situazione sulle coste italiane. Si tratta di percorsi diversi, impiegati da categorie di persone evidentemente molto differenti.

Varrebbe la pena di farsi qualche domanda. Come mai gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste sono stazionari? E per quale motivo i numeri sono sempre globalmente contenuti entro i 180.000/190.000 ingressi per anno? Persone che tra l’altro, in gran parte, non hanno nessuna intenzione di stabilirsi in Italia: la loro meta si trova sovente di là dalle Alpi. Eppure non è difficile comprendere. Il viaggio per mare è una scelta di pochi: costa moltissimo, è generalmente preceduto da itinerari terrestri da incubo, obbliga ad attraversare frontiere ostili e pericolose e complica terribilmente la situazione all’arrivo, visto che rende necessario incamminarsi poi per migliaia di chilometri attraverso ulteriori frontiere europee. Chi volesse spendere infinitamente meno potrebbe limitarsi ad un viaggio in aereo da poche centinaia di dollari, con un visto turistico. La scelta è ovvia, lo capirebbe anche un bambino: scaduto il visto, ecco fatto un nuovo clandestino. Ma senza rischi né spese inutili, e con lo sbarco diretto nell’aeroporto del paese prescelto a meta finale.

Il problema è che non tutti possono salire su un aereo come turisti posticci: questa è effettivamente una tecnica gettonata e vantaggiosa per gli ingressi illegali, ma qualcuno deve rinunciare. Chi proviene da paesi che non concedono facilmente documenti per l’espatrio lo sa bene. E così, anziché una giornata di aereo, alcuni malcapitati “migranti” si trovano ad affrontare un esodo biblico che dura mesi. I costi sono ovviamente esorbitanti: ad ogni frontiera attraversata, ad ogni mezzo utilizzato di nascosto, corrispondono spese da effettuare a favore di trafficanti, pubblici ufficiali corrotti e personaggi consimili. Quanto costano questi “viaggi della speranza”? Ci è stato raccontato spesso che le mafie che gestiscono questa tratta hanno fatto un mare di soldi, ma dal punto di vista di un candidato all’impresa l’esborso a quanto ammonta? Ancora una volta, le informazioni sono a disposizione da tempo: provate a eseguire ricerche come “costo viaggio barconi” o cose simili, con un qualsiasi motore di ricerca. Troverete analisi come questa, o quest’altra. Le cifre proposte sono disparate, ma sono grosse: sono tanti soldi.

Affrontiamo la realtà: a scendere dai barconi non sono né torme di scippatori né eserciti di cavallette. Sono poche persone – pochissime se consideriamo la dimensione europea, loro vera destinazione – e sono persone molto particolari. Il “viaggio della speranza” costa cifre elevate: come fanno a pagare immigrati che provengono da nazioni nelle quali il reddito disponibile spesso non supera i due dollari al giorno per abitante? E in questa domanda abbiamo già scovato una risposta: gli ingressi via mare sono e resteranno modesti perché i costi del viaggio sono insostenibili per quasi tutti gli aspiranti emigranti. Non stiamo osservando profughi: quelli veri rimangono nei Paesi d’origine, spesso non sanno nemmeno di che mangiare. Abbiamo davanti persone dotate di discreti mezzi economici, ma che devono superare ostacoli burocratici talora insormontabili. Sono in gran parte giovani uomini in età da lavoro – almeno tra gli sbarcati in Italia; aspiranti lavoratori in trasferta sui quali le famiglie hanno scommesso cifre elevate, e dai quali si attendono rimesse sostanziose. Forse una moderna ed edulcorata rivisitazione dell’antica tratta degli schiavi.

Sul lato degli effetti a fare testo è il numero di cittadini stranieri residenti nel nostro Paese: far entrare immigrati non vuol dire riuscire a trattenerli qui. Giusto per puntualizzare, osserviamo la consistenza numerica di queste comunità; i dati sono una rielaborazione di materiale fornito da ISTAT. Al passaggio di millennio crescita vorticosa, tra sanatorie come la Bossi – Fini ed abbattimenti di frontiere. Tra il 2004 ed il 2011, siamo passati da 1,99 a 4,57 milioni di residenti stranieri, circa. Ovviamente per buona metà europei, come i romeni. Un incremento di quasi 370.000 persone all’anno: i probabili 180.000 sbarchi che registreremo anche nel 2017, in gran parte diretti oltre le Alpi, da soli non riuscirebbero in nessun caso a produrre una comunità di immigrati di simile taglia. Giusto per non dimenticare che la via standard di ingresso impiegata dagli immigrati per raggiungere l’Italia non è affatto la zattera. Ma il bello viene adesso: nel 2016 gli stranieri residenti erano circa 5 milioni, con un incremento rispetto al 2015 di appena 12.000 unità. Appiattimento: la comunità straniera residente in Italia non cresce più, e non cresce più da almeno un triennio.

Tirando le somme, dobbiamo ammettere alcune cose. L’emergenza migranti ci viene raccontata adesso, ma la crescita frenetica nel numero di immigrati in Italia è ben dietro le nostre spalle: si è verificata tutta entro il 2011. Curioso che si suonino ora campane d’allarme per un fenomeno che forse è meno importante di un tempo. Le persone che scendono ora dai barconi sono poche, non sono eccezionalmente povere, di solito non fuggono da nessuna guerra. Di norma si tratta di lavoratori in trasferta, che non hanno nessuna intenzione di stabilirsi qui in Italia – dove è pressoché impossibile trovare lavoro. Al nostro Ministero dell’Interno queste cose le capiscono: li lasciano circolare liberamente, ben sapendo che varcheranno le Alpi in breve tempo. Dall’altra parte della catena alpina, alcuni politici si erano illusi di poter importare manovalanza a basso costo proprio impiegando barconi: ma i costi stellari di questi terribili viaggi hanno per l’appunto creato una situazione nella quale sono ben poche le persone che possono permettersi un’impresa simile, e resteranno poche anche nell’immediato futuro – l’esodo dalla Grecia è stato un evento isolato, forse non replicabile. Sarebbe bello sentir discutere i nostri politici di qualcuna di queste elementari faccende: magari potrebbero prendere qualche decisione sensata.

Pubblicato in attualità | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 17 commenti

Idrocarburi e debiti: lo spettacolo continua

Lo stato di salute dell’industria del petrolio – e degli idrocarburi in senso lato. Come vanno le cose in questi giorni? Possiamo cercare qualche notizia rovistando nelle banche dati inerenti il settore energia. In particolare mi permetto di proporvi la pubblicazione Data Book 2017 della nostra Unione Petrolifera. Gli estensori hanno voluto fornire, tra gli altri dati, un resoconto dell’andamento degli investimenti in ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi; il grafico relativo è alla scheda 30 del rapporto. A tutti gli effetti queste informazioni sono state derivate da analisi fornite da Institut Francais du Pétrole, Barclays et alii. La propensione delle compagnie petrolifere a spendere per nuovi progetti è una indicazione interessante riguardo alle vicissitudini del comparto: rappresenta sì le attese del mercato, incarnate nei prezzi delle materie prime; ma rappresenta anche la maggiore o minore difficoltà sperimentata dalle aziende nel reperire finanziamenti.

investimenti estrazione produzione petrolio greggio miliardi dollari $ 2016 compagnie petrolifereInvestimenti mondiali in estrazione e produzione di greggio, $ 2016. Grafica: UP.

Stiamo vivendo un momento storico eccezionalmente diverso da quelli precedenti, anche se forse questo si potrebbe dire di parecchie altre epoche. Sicuramente quello che abbiamo visto accadere negli anni ‘70 o ‘90 è archiviato, ha lasciato il passo a fenomeni nuovi. Osservate bene il grafico in alto: il petrolio ha mostrato punte di prezzo altissime anche in passato, le fiammate del 2008 o del 2011 non rappresentano una novità assoluta. Gli investimenti effettuati dalle compagnie petrolifere per scovare ed estrarre petrolio – il cosiddetto upstream – hanno però mostrato una tendenza nuova ed inedita. Nel periodo 1980 – 2003 la spesa complessiva è stata di circa 2680 miliardi di dollari, riferiti al potere d’acquisto al 2016. Nell’intervallo 2004 – 2016 la spesa cresce in maniera esplosiva: ben 5820 miliardi di dollari. Un ritmo annuale di spesa più che quadruplicato, a fronte di produzioni tutto sommato abbastanza stazionarie – di certo non quadruplicate.

Questi soldi, questa montagna di soldi, da dove sono spuntati? E perché sono stati spesi nell’ultimo decennio? Per quale ragione non si è visto niente di simile alla fine degli anni ‘70? In quell’epoca le crisi petrolifere erano considerate una minaccia esistenziale per l’economia del pianeta; come mai la spinta a spendere soldi in ricerca ed estrazione di nuovo petrolio fu così modesta rispetto ad oggi? Non stiamo parlando di un problema energetico, che pure esiste: stiamo parlando di un problema finanziario. Negli anni ‘70 i governi, davanti alla carenza di risorse, reagivano stampando moneta e distribuendola con la spesa pubblica. L’inflazione conseguente, talora distruttiva, evidenziava la natura pratica del problema. Nell’ultimo ventennio dalle nostre parti nessuno ha più stampato banconote per regalarle alle famiglie: anziché l’inflazione, ci siamo trovati tra le mani la deflazione. In questo curioso contesto i banchieri centrali, ormai padroni del sistema, hanno avuto la brillante idea di azzerare i tassi di interesse sui prestiti e di annullare le riserve obbligatorie delle banche. Non è mai stato così facile per una banca, in Europa, prestare soldi di cui nemmeno dispone; e non è mai stato così facile indurre aziende e cittadini a contrarre debiti presso una banca.

L’enorme bolla dei prestiti che è scaturita dalle recenti scelte politiche la conoscete tutti. E’ pieno di grassatori di provincia che si sono indebitati per speculare su stock borsistici ritenuti capaci di muoversi solo verso l’alto. I privati cittadini hanno partecipato all’orgia dell’indebitamento riempiendosi di automobili comprate a rate e di mutui per abitazioni pagate due o tre volte quel che realmente valevano. L’industria del petrolio poteva fare qualcosa di diverso? Purtroppo non poteva, non c’era modo di resistere all’ingigantirsi della massa di debiti; chiunque avesse tentato di sottrarsi a questa follia avrebbe semplicemente chiuso i battenti. Le compagnie petrolifere sono state costrette a fare quello che hanno fatto tutti gli altri attori economici: si sono coperte di debiti, ed hanno impiegato i soldi – apparsi magicamente dal nulla – per portare avanti avventure costose e di difficile gestione. Avete in mente dei nomi, come shale oil o deepwater. Esistono altri possibili esempi, ma non è questo il punto: il problema è vedere cosa sia stato ottenuto da questa mania di perforare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo e a qualsiasi costo.

rapporto tra flusso di cassa e spesa per il servizio del debito, interessi e rate, compagnie petrolifere, costi di estrazione e produzione petrolio gas idrocarburiRapporto tra costo dei debiti e flusso di cassa per l’industria petrolifera. Grafica: EIA.

Ancora una volta, non stiamo parlando di idrocarburi. Le produzioni di liquidi disponibili al 2004 ammontavano a circa 3,9 miliardi di t; ad oggi probabilmente si attestano a 4,3 – 4,4 miliardi di t. La sproporzione tra gli incrementi ottenuti e le maggiori spese sostenute è evidente. Abbiamo ottenuto però qualcosa di diverso ed altrettanto interessante: le compagnie petrolifere, sommerse di debiti, si ritrovano oggi a spendere una frazione crescente del proprio flusso di cassa semplicemente per pagare rate e rimborsi sui prestiti con cui si erano finanziate. La grafica ricavata dai rapporti della EIA lascia pochi dubbi al riguardo: il peso di queste uscite è arrivato a divorare praticamente l’intero bilancio delle compagnie petrolifere a metà del 2016, seppure per poco tempo. Con il progressivo abbassamento delle quotazioni del greggio registrato a partire dal terzo trimestre del 2014, gli introiti delle compagnie avevano preso a restringersi. Le spese sostenute per ripagare quote di mutui e relativi interessi però rimanevano più o meno le stesse: da qui l’incremento della relativa incidenza sul totale del operating cash flow. Alla fine del 2016 la situazione è migliorata temporaneamente, grazie ad una leggera ripresa dei prezzi.

Notiamo bene una cosa: la ripresa dei prezzi del greggio forse si è già conclusa. Le punte di 55 – 60 $/bbl registrate fino a febbraio 2017 paiono essere già archiviate; ora stiamo di nuovo orbitando attorno ai 40 – 50 $/bbl, più o meno il livello che aveva prodotto le gravi difficoltà registrate a metà del 2016. Il problema fondamentale per le compagnie petrolifere ora è semplice: quale importo si ridurrà prima e più in fretta? Il costo dell’indebitamento? O le entrate ottenute tramite la produzione? Alcuni attori sleali sono riusciti a “rinegoziare” i propri debiti, cioè rinnegarne una parte, rifilando il cerino ad incauti investitori; questo raggiro altamente politicizzato però non è concesso a tutti. In altri casi sono state negoziate al ribasso le spese per le compagnie di servizi – che continuano a perforare e mettere in produzione pozzi ma vengono pagate meno; ovviamente questa pratica distruggerà rapidamente le suddette compagnie di servizi. Simili trovate rinviano la resa dei conti, ma non risolvono nulla.

La situazione è spinosa: gran parte di questa mostruosa quantità di debiti – parrebbe più di 3000 miliardi di dollari a livello globale – è costituita da finanziamenti a durata variabile impegnati in attività di prospezione e produzione di idrocarburi non convenzionali. I debiti in questione dovranno incidere sui bilanci aziendali anche per decenni. Il nuovo petrolio scovato spendendo quei soldi invece potrebbe avere una durata di vita inferiore: conoscete già i feroci tassi di esaurimento a cui vanno soggetti i pozzi di shale oil. Non è che vada poi molto meglio con altre imprese, tipo tar sand o perforazioni in acque profonde. Ora sarebbe interessante vedere cosa succederà ai prezzi del greggio: il fardello del debito si era leggermente ridotto a partire dall’autunno del 2016, grazie ad una leggera ripresa delle quotazioni. Ora i prezzi sono di nuovo ad un minimo: per quanto tempo le compagnie più esposte potranno reggere? E a qualcuno verrà davvero in mente di alzare i tassi di interesse, fosse anche di uno zero virgola? Con quali effetti sulle aziende? Soprattutto, stare seduti ad aspettare e non fare niente è davvero una scelta possibile?

Pubblicato in energia, soldi | Contrassegnato , , , , , , , , , | 2 commenti

Le foglie delle piante fanno caldo: meglio l’asfalto?

Proposizione: le foglie degli alberi sono scure. Mediamente, dove metto alberi la luce del sole tenderà a produrre più calore al suolo rispetto alle aree circostanti. Chi lo racconta? Varie fonti, ma questo non è poi così importante; questa chiacchierata non deve concludersi con una rissa, è solo l’occasione per perdere una manciata di minuti in discussioni leggere. Navigando a caso nel mare della rete con un motore di ricerca, potremmo leggere affermazioni del tipo “…. la quantità di CO2 che si può assorbire per riforestazione è piccola in confronto alla quantità emessa dalla combustione dei fossili. E che questo modesto risultato può facilmente essere annullato dall’effetto del colore scuro delle foreste….”. Lasciamo stare le questioni relative alla CO2 – ovviamente le piante possono fare poco davanti alle nostre furiose emissioni da combustibili fossili. Avrei da dire qualcosa circa il fatto che quando si parla di emissioni climalteranti c’è una folla di persone che gridano che “è colpa degli agricoltori”, salvo poi raccontare che “le foreste non servono a niente”: due affermazioni intrinsecamente contraddittorie e che ho sentito proporre assieme. Divertente, ma pericoloso.

Bando alle ciance: il colore scuro delle foreste dunque. Conoscete il concetto di albedo? Si tratta della misura della quantità di radiazione che incide su di una superficie e che viene da essa riflessa. Attenzione, riflessa e non riemessa: luce rossa, ad esempio, che rimbalza via da una lamiera smaltata come luce rossa e nient’altro. Se la luce viene assorbita, è possibile che venga poi emesso calore sotto forma di infrarosso dall’oggetto esposto all’illuminazione; ma questo fenomeno non è una riflessione, è un’altra cosa. Quanto riflettono le superfici? Il nostro pianeta ha una albedo media che viaggia attorno a 0,30 – 0,35, anche se esistono valori attestati in letteratura un pelo più alti. La variabilità nello spazio e nel tempo è molto forte: nuvole e neve riescono a spedire via anche il 40 – 80 % della luce incidente sotto forma di luce riflessa. Il catrame e gli asfalti invece ben poco, e si scaldano parecchio: possono riflettere luce in ragione di pochi per cento della illuminazione incidente. Fino a qui la storia è banale: ma la vegetazione che fa?

albedo clear sky giugno pianeta terra riflessione luce sole radiazioneAlbedo media “clear sky”, giugno. Grafica: NASA.

La misura comparativa dell’albedo che vi propongo in immagine è presa a prestito dalla sezione NASA – Global Energy and Water Exchanges. Teniamo a mente una differenza importante: con “clear sky albedo” intendiamo la frazione di luce solare incidente riflessa dal terreno; con “total sky albedo” invece ci riferiamo alla riflessione combinata del suolo e delle nubi. Tornando all’immagine sopra, che rappresenta il solo comportamento del suolo, possiamo notare alcune cose interessanti. Gli oceani sono scuri, assorbono quasi tutta la luce che li investe. Le masse di neve e ghiaccio delle alte latitudini invece sono chiare: hanno grandi capacità di riflessione. Una cosa meno ovvia è il comportamento delle aree desertiche: se guardate bene l’area del Sahara, noterete che l’albedo è oggettivamente alta; la superficie del deserto riflette molta più luce di quanto possano fare il territorio europeo o la regione amazzonica. Il fatto di avere utilizzato per i confronti un valore di albedo che rimuove l’azione delle nubi rende questa differenza ancora più evidente. E così, pare proprio che la vegetazione abbia qualche difetto in tema di microclima locale: se meno luce viene riflessa, più calore verrà generato al suolo. Un pessimo affare, si direbbe.

Il pessimo affare è purtroppo un altro: il fatto di non fermarsi a pensare al significato dei dati e dei modelli. Possiamo impilare cifre ed immagini fino a coprire un’intera città, senza per questo comprendere la natura del fenomeno che osserviamo. Voi dove preferireste abitare, mettiamo, a metà giugno? Nelle settimane attorno al solstizio estivo l’insolazione è quasi uniforme dall’equatore al polo nord. Stando alle tabelline fornite, ad esempio, dall’enciclopedia in inglese, i materiali che meglio riflettono i raggi solari sono – ci crediate o no – la sabbia dei deserti ed il calcestruzzo appena indurito. Le foreste sono scure, al punto che perfino un asfalto appena invecchiato, e quindi leggermente decolorato, può arrivare ad avere capacità di riflessione abbastanza simili. Vi ripeto la domanda: voi a giugno, in una giornata di cielo sereno, dove preferireste abitare? In mezzo ad un boschetto di pioppi nel bolognese? In una dacia circondata di abeti? O in mezzo alle sabbie del Sahara? O piuttosto in un capanno di cantiere attorniato da cortili in cemento? Provate a darvi una risposta, di getto, e cercate di pensare a quale ne sia il motivo.

Se non vi viene in mente niente, mi permetto di suggerirvi una prima ricerca sul tema “isola di calore”. In inglese potete cercare qualcosa come “urban heat island”; se possibile è utile farlo, visto che amplia il materiale disponibile per la discussione. Brevemente: in una qualsiasi area urbana, una sistematica verifica delle temperature in una giornata estiva rivelerà che le aree alberate o almeno inerbite sono di gran lunga le più fresche. Non importa sapere quali siano i materiali messi a confronto: asfalto, ceramiche, selciati in calcestruzzo, vetrate, tetti in lamiera, cortili ghiaiati – non fa differenza. Per quanto diverse possano essere le soluzioni costruttive del caso, il risultato sarà sempre il medesimo: o siete sotto alle foglie di una pianta, oppure morite di caldo. Per rendere evidente questo fenomeno possiamo affidarci ancora una volta a qualche immagine presa a prestito dalla NASA.

Isola di calore urbano, Buffalo, USA. Vegetazione, suolo urbanizzato, clima, temperaturaTemperature, suolo urbanizzato e vegetazione; Buffalo, USA. Grafica: NASA.

L’immagine ritrae l’abitato di Buffalo; fornisce in ordine le temperature diurne rilevate, il grado di antropizzazione del suolo e la densità della vegetazione per la città ed i dintorni. Potete ingrandirla ed osservarla meglio. Sorprendentemente, le aree più fredde coincidono con le aree aventi maggior presenza di alberature. Eppure le considerazioni circa l’albedo dei materiali avrebbero suggerito qualcosa di diverso. Ammettendo anche che lo spazio urbano fosse costituito interamente di parcheggi asfaltati, dovremmo ricordare che la capacità di un asfalto un po invecchiato di riflettere la luce solare non è dissimile da quella manifestata da un foresta della fascia climatica temperata. Una città a dire il vero contiene anche elementi nettamente migliori in termini di albedo. E allora torniamo al punto: come mai stranamente le uniche aree cittadine nelle quali in estate non si muore di caldo sono quelle caratterizzate da discreta copertura vegetale? E perché questa evidenza sperimentale nota a chiunque sembra contraddire altre valide evidenze sperimentali circa le relative albedo manifestate dalle diverse coperture del suolo?

Le temperature rilevate nell’esperimento condotto dalla NASA a Buffalo in effetti mostrano una correlazione quasi perfetta con il livello di urbanizzazione; e parimenti una correlazione inversa altrettanto impeccabile con la densità di copertura vegetale. Non è possibile appoggiarsi a considerazioni circa il calore diretto prodotto dalle attività antropiche, consumi di combustibili in particolare: se fosse questa la causa principale del problema, allora le correlazioni verrebbero meno. A spiccare sarebbero esclusivamente grandi industrie, strade molto trafficate o altri oggetti comparabili. Invece la mera presenza di suolo urbanizzato sembra produrre sempre ed ovunque anomalie termiche positive comparabili in intensità. Giocate con l’immagine di Buffalo, osservatene i vari quartieri, ve ne renderete conto da voi. Otre a questo, dobbiamo ricordare che le disponibilità energetiche variano immensamente a seconda delle capacità economiche delle nazioni – o delle regioni – considerate. Stranamente però l’isola di calore si riproduce più o meno allo stesso modo in qualsiasi agglomerato urbano andiamo ad osservare.

Il suolo antropico è capace di fare quello che fa un deserto: riflette una certa quantità di luce, in termini di albedo è effettivamente performante. Purtroppo però questo fatto non sembra produrre vantaggi in termini di microclima locale: una città in estate è una fornace invivibile. L’unica salvezza pare essere costituita dai parchi pubblici, tanto frequentati nelle serate estive. La radice del problema è l’interazione tra insolazione e caratteristiche delle coperture al suolo: se trasformiamo queste coperture, e noi umani lo facciamo sempre, cambieremo i bilanci termici nell’area coinvolta. Le piante, e le loro foglie, sono apparentemente in svantaggio in termini di capacità di riflettere la luce in una calda giornata d’estate; ma per qualche strana ragione, più ce ne sono e meglio ci possono difendere dal calore estivo. Evidentemente milioni di anni di evoluzione hanno permesso a queste creature di sviluppare strategie utili a tenere sotto controllo il calore in eccesso che si produce stagionalmente. Di certo la questione non è circoscritta al solo parametro denominato albedo: il problema è complesso e non si presta a facili semplificazioni.

Pubblicato in ambiente | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 6 commenti