Bel tempo, poca acqua

vista del monte cusna e del crinale nell'appennino reggiano, ripresa da castelfranco emilia

Il vento spazza la pianura anche oggi, ripulisce l’aria dai tanti miasmi che ci hanno accompagnati negli ultimi mesi. La vista è eccezionale da qui: il nostro Appennino brilla al sole, si possono osservare tutte le montagne e le colline che si affacciano verso nord. Dal bolognese fino al parmense e al piacentino, alcuni rilievi bassi e lontani non saprei nemmeno riconoscerli. Il gruppo del Cusna nella foto, coperto di neve, si staglia a sud ovest in mezzo ai cavi degli elettrodotti; impossibile fotografare da qui senza trovarseli tra i piedi. Dista più di 70 chilometri, ma sembra di poterlo afferrare con le mani. Il mese di febbraio è effettivamente il momento migliore dell’anno da queste parti in tema di visibilità.

Il tempo è bello, ma l’acqua non c’è. E’ da mesi che non piove, e solo in questi giorni si è cominciato a vedere cadere qualcosa dal cielo. Il bel panorama purtroppo non riempie canali e bacini; l’allarme è generalizzato e ormai noto a livello mediatico. La stessa ANBI non ha usato mezzi termini per quella che sembra essere una grave siccità. La neve dell’inverno, sulle Alpi come sugli Appennini, non serve a divertire gli sciatori: serve a riempire i fiumi a primavera, a rimpinguare le falde. Le falde idriche appunto: con livelli mai così in basso, in alcune province emiliane oltre un metro di differenza rispetto alle medie consolidate per il mese di dicembre. I dati dell’Associazione Bonifiche sono purtroppo inequivocabili.

livelli falde emilia romagna, piezometrica, piezometria, acqua, acque sotterranee, dicembre 2015Livelli di falda in Emilia Romagna, dicembre 2015. Grafica: ANBI.

Con abbassamenti così rilevanti, ci sono già grossi problemi in tema di acquiferi. I canali della media pianura sono desolatamente secchi, e vediamo già intaccare i deflussi minimi vitali dei corsi d’acqua secondari. Ci saranno effetti sugli ecosistemi fluviali, e non buoni. Per chi preferisce infischiarsene, rimane comunque una domanda interessante: cosa seminiamo? Tra poco è l’ora delle semine primaverili. Il mais reggerà? O si seccherà? Il Po è in secca anche lui, e i canali che ne derivano sono a mal partito: chi esegue irrigazione con acque di superficie che farà? Tenterà la sorte, sperando in un temporale provvidenziale? O ripiegherà su colture meno esigenti? E il Canale Emiliano Romagnolo? Non è esclusivamente irriguo, serve anche impieghi industriali. Con le falde emiliane basse ed i fiumi in secca, con cosa lo riempiremo? Forse è bene mettere in conto qualche problema per questa estate; meglio preoccuparsi per niente che trovarsi a secco senza alternative.

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La Grecia e Schengen: le inflessibili leggi della geografia

Situazione convulsa nel continente europeo: una marea di profughi cammina attraverso i Balcani, diretta verso le ricche nazioni disposte al cuore del continente. Particolarmente irritati i governanti tedeschi, che sono sommersi di persone che faticano a gestire; il problema affligge anche parecchi altri paesi dell’area. Tradizionalmente la porta d’ingresso per questi immigrati era proprio l’Italia, ma la palma di migliore via di transito ci è stata scippata dalla Grecia – forse in maniera non proprio casuale. Ovviamente esistono anche altre strade per questi viaggi della disperazione, vedi la Spagna o il confine russo – finlandese, o ancora altri paesi dell’Europa orientale. Però a quanto pare nella seconda metà del 2015 la via greco balcanica ha surclassato ogni altra opzione.

Noto il problema, si discute di soluzioni. Tra le più gettonate la sospensione degli accordi di Schengen, che a dire il vero traballano già da un buon annetto. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, dopo avere assistito alle chiusure a singhiozzo dei valichi con Francia ed Austria nei momenti di più grave crisi; a levarci le castagne dal fuoco è stato il prevalere della via attraverso la Grecia. Gli accordi di Schengen sono trattati firmati a partire dal 1985 – sulle prime essenzialmente tra Francia e Germania – che prevedono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi aderenti; niente frontiere interne all’unione. Ovviamente non coinvolgono tutti i Paesi appartenenti all’UE, e ne comprendono anche altri ad essa esterni. Irlanda e Gran Bretagna sono fuori da Schengen, mentre vi partecipano Norvegia, Islanda, Svizzera.

Il flusso di immigrati e rifugiati è molto forte e scatena discussioni piuttosto accese. La frontiera greca è attualmente il colabrodo più gettonato per poter raggiungere la Mitteleuropa – con grande preoccupazione di alcune nazioni europee. Tra i rimedi proposti, la citata sospensione degli accordi di Schengen: temporanea e mirata ad affrontare la crisi migratoria, ma comunque di sospensione si parlerebbe. Per dirla con Repubblica “…Tsipras avrà tre mesi per riprendere il controllo delle sue frontiere e registrare i richiedenti asilo che salpano dalle coste turche. Altrimenti torneranno i confini, la Grecia sarà sigillata dall’esterno e i rifugiati resteranno intrappolati nella penisola ellenica, con rischio di crisi umanitaria…”. Non so chi abbia dettato il pezzo, ma lo trovo istruttivo. Riassunto: leviamo Schengen e recintiamo la Grecia, visto che possiamo farlo. I greci se la vedranno da soli. Tutto chiaro, no?

i paesi d'europa che partecipano a schengen

Paesi Schengen. Fonte: Wikipedia.

Forse no. Avete provato a guardare una cartina del continente europeo? Una cartina, di quelle che adornano le pareti delle aule scolastiche. Ci sono i vari stati con i loro confini, le loro sagome piene di storia, le loro coste. Ciascuno al suo posto: chi più a sud, chi a nord, chi ad est. L’Italia sta a sud dell’Austria, per dire. La Grecia dove sta? Se guardiamo bene, la possiamo individuare in fondo ai Balcani. Si protende in mezzo al mare, appoggiata ad Albania, Macedonia e Bulgaria; ad oriente tocca il lembo europeo della Turchia. Alcune notizie sul circondario: Albania e Macedonia non partecipano a Schengen, così come Bosnia, Serbia, Kosovo e Montenegro. Bulgaria e Romania hanno avviato trattative, ma per ora non fanno parte dello spazio di libera circolazione.

Riassumendo: la Grecia è circondata da nazioni che non fanno parte dell’area Schengen. Condivide solamente confini terrestri presidiati da posti di frontiera tuttora operanti. Questo significa che i profughi che seguono la via balcanica in questi mesi hanno dovuto attraversare svariate frontiere presidiate e relativamente ostili; l’eventuale espulsione della Grecia dagli accordi di libera circolazione delle persone non cambierà il numero e la disposizione delle frontiere che devono attraversare i migranti. Un bel problema. Non mi riferisco alle vicissitudini greche, e nemmeno a quelle dei fuggiaschi: il problema è l’impreparazione dei nostri politici in tema di geografia. Se davvero sono convinti di poter “sigillare la Grecia sospendendo Schengen”, allora siamo nei guai. Speriamo che a Bruxelles qualcuno si beva un buon caffè e rinsavisca.

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Immobiliare: i bei tempi andati

Il mercato immobiliare italiano declina da anni, sotto la pressione combinata della scomparsa delle nuove famiglie e dell’evaporare dei nuovi stipendi. I trentenni, tradizionali acquirenti degli appartamenti delle periferie, anziché sposarsi e mettere su casa fuggono in giro per il mondo; perseguitati come nemici da un paese che pare detestarli e che racconta loro che lavorare 36 ore la settimana in cambio di mille euro al mese è un delitto. Gli esiti sono banali: le case non si vendono, e nemmeno si costruiscono; in carenza di compratori non restano molte altre scelte.

dati compravendite di immobili residenziali, migliaia di unità; agenzia delle entrate permessi di costruire, progetti, migliaia di abitazioni; storico istat, serie storica, stima ance indici dei prezzi, quotazioni, 1995 = 100%. valori nominali, valori reali, banca dei regolamenti internazionali, bri bis, casa, case, appartamenti, palazzi, cemento, consumo di suoloAd aggravare il problema, una perniciosa bolla speculativa che aveva fatto quasi raddoppiare i prezzi delle nostre palazzine – almeno nominalmente. Il credito facile sparso ovunque dalle banche a questo è servito: pompare speculazioni inutili e spargere altrettanto inutili lottizzazioni a coprire le nostre campagne. Case vuote, giovani in fuga, bilanci familiari dissestati: un esercizio di malgoverno da manuale, che presenta il conto a tutti quanti. Di sicuro le case degli italiani non sono più salvadanai di cemento, e nemmeno giochi speculativi vincenti. Ora mettiamoci il cuore in pace ed adattiamoci a vivere nel mondo dopo la bolla. E’ un’altra era.

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La variante di valico qualcosa insegna

Arriva la variante di valico sulla A1, nel tratto appenninico tra Bologna e Firenze. Immagino lo sapeste già, specialmente se avete un televisore in casa: se n’è udito parlare parecchio. L’opera è stata concepita non tanto per “potenziare”, quanto per “sostituire” la tratta esistente: i cui alti viadotti si stanno sbriciolando da anni. Lasciamo perdere le polemiche su gallerie deformate, piloni piegati, paesi evacuati e concentriamoci solo sull’opera in se. Nella descrizione breve fornita dal Sole24Ore “… 59 chilometri di tracciato potenziato, di cui 32 in variante, 41 nuove gallerie (per 57,3 chilometri di carreggiata) e altrettanti nuovi viadotti, 14,5 milioni di metri cubi di terra movimentati e circa 30 milioni di ore lavorate … [omissis] … È costata a consuntivo 4,1 miliardi di euro, con un incremento rispetto ai 2,5 miliardi previsti nel 1997 …”. 4,1 miliardi di euro per affiancare la parte più difficile del valico appenninico.

Il discorso circa le ore lavorate è una cosa che ogni tanto affiora; le opere pubbliche intese per “rilanciare l’occupazione”. Spendere 4.100.000.000 € per generare 30.000.000 ore lavorate implica una spesa lorda di 136,67 €/h. Se l’obiettivo era il lavoro, allora è andata buca. Falciare lavacessi pubblici che costano al lordo meno di 13 €/h – quelli pagati bene, c’è di peggio – per generare con gli appalti nuove ore lavorate ad un costo lordo di 10/11 volte superiore non è un’idea brillante. A parte il sapore di presa in giro, rimane comunque un metodo bizzarro di promuovere l’occupazione: così cala anziché crescere. Anche supponendo di spalmare il costo degli interventi sulla fiscalità generale nel suo complesso – ovvero alzare tasse e pedaggi a tutti – l’effetto finale resterà il medesimo: meno posti di lavoro. La pressione fiscale italiana si esercita sostanzialmente sui salariati, e ogni incremento nella tassazione finisce invariabilmente addosso ad essi. Alzare ancora il cuneo fiscale e contributivo deprimerà l’occupazione; spolpare paghe da fame per finanziare ore di lavoro che costano 136 €/h non è una buona idea.

Ma a chi importa? Una grande opera non è uno stipendificio; produce progresso in sé e per sé, produce crescita. Ci fa muovere di più e più in fretta: se abbasso un  valico in mezzo ai monti il cammino diviene più facile, più rapido, più economico. Il testo del Sole24Ore in effetti sottolinea gli ovvi risparmi ottenibili nel futuro con il varo della variante: “… la nuova variante autostradale del tratto appenninico dell’A1 abbassa la quota di valico di 226 metri, riducendo di oltre il 30% i tempi di percorrenza, con un risparmio annuo complessivo di circa 100 milioni di litri di carburante …”. Centomila metri cubi di carburante in meno ogni anno, immagino una stima pesata con cura dai tecnici Anas; a minori pendenze corrispondono condizioni di lavoro assolutamente migliori per i motori degli automezzi.

Il carburante di cui parliamo è, per svariate ragioni, essenzialmente gasolio. I patiti dell’autostrada e delle lunghe percorrenze in genere sono oggigiorno poco inclini a soluzioni differenti; i camionisti invece di fatto non ne hanno nessuna. Quanto costa il gasolio? No, non le tasse: quelle vengono prelevate dalle tasche dei salariati – loro non scaricano e non dispongono di agevolazioni – e foraggiano lo stato; lasciamole perdere. Il vantaggio ottenuto eliminando consumi di gasolio si quantifica nella scomparsa del relativo costo industriale: meno spesa per l’importazione del petrolio e qualche risparmio sulla raffinazione. Il Ministero fornisce alcuni dati. Ad ottobre 2014 il costo industriale del gasolio viaggiava sui 0,697 €/l; a dicembre 2015 siamo a 0,485 €/l, caduta da depressione già nota. I 100 milioni di litri di carburante risparmiati taglieranno esborsi per 48.500.000 – 69.700.000 €. Con un po di fortuna, e fingendo di non vedere costi di manutenzione ed esternalità varie, potremo recuperare la spesa per la variante in 59 anni. In mancanza di fortuna – prezzi bassi, paradosso – occorreranno 85 anni. Speriamo che il cemento sia buono, altrimenti rischiamo di non fare in tempo.

L’assunto di base su cui si fonda la discussione attorno alle “grandi opere” è che siano essenziali per rilanciare il paese. In termini occupazionali si può dire il contrario. E d’altro canto chiunque può intuire che il comparto delle costruzioni operi ad alta intensità di energia, materiali e capitali; ma a bassa intensità di manodopera. Il problema è che nemmeno in termini di utilità pratica finale queste opere paiono più remunerative: le cifre fornite dalle istituzioni cominciano a parlare da sole, basta ascoltare. L’implosione delle nostre disponibilità di carburanti è ormai archiviata, e fa svanire ogni residuo vantaggio ipoteticamente ottenibile tramite nuove opere stradali. Che sia giunto il tempo di riconsiderare il nostro approccio alle reti infrastrutturali?

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Un iceberg di derivati si aggira tra noi: sacrifici per niente?

Facciamo i “sacrifici”, anche detti “compiti a casa”, e vivremo in un mondo migliore. I messaggi semplici, simili a quelli che in genere si rivolgono agli infanti, fanno presto presa sulle menti più semplici: inclusa ovviamente la mia, se il tema trattato non mi è familiare. Ciascuno di noi si trova continuamente – ed involontariamente – nel ruolo del grullo ogniqualvolta si vede costretto a gestire vicende delle quali non ha sufficiente esperienza. Il messaggio semplice ed intuitivo che abbiamo dovuto ascoltare con tanta insistenza in questi anni era questo: i paesi mediterranei sono indebitati e corrotti, governati da faciloni e buoni a nulla con le mani bucate. Il Nord Europa deve la sua ricchezza alla virtù dei suoi cittadini. Se italiani e spagnoli vogliono venirne fuori, tirino la cinghia e vadano a lavorare per paghe da fame. Ce la faranno; e comunque con debiti pubblici astronomici non hanno molte scelte, eccetto fallire. Dovete convenire che si tratta di un messaggio semplice ed intuitivo, al limite dell’ovvio: il bravo padre di famiglia mica si copre di debiti. E chi sbaglia deve pagare: quindi fame e miseria per le cicale del Mediterraneo, ché se la son voluta; è la volta buona che fanno ammenda per le fesserie che hanno combinato in tema di bilanci.

Se volessimo tentare una lettura alternativa della vicenda, cosa potremmo andare a cercare? Dove spulciare? I politici tedeschi ad esempio, cosa difendono di preciso? I cittadini? Bah. Le industrie? Un po si, specie le proprie. Difendono le banche, quelle tedesche in primis: le ritengono sacre ed intoccabili, al punto da ideare una banca centrale che non risponde ai governi sulle cui scelte incide. Se i nostri amici tedeschi si impegnano tanto per difendere le proprie banche, perché lo fanno? Hanno promosso moltissime azioni, le più svariate; talora con effetti collaterali terribili per i cittadini di varie contrade del continente. Potete documentarvi da voi, queste cose le racconta perfino il telegiornale. I tedeschi sono ossessionati da cose come il “rischio contagio”: non desiderano veder diffondere le malattie contabili tipiche di alcuni loro vicini, o almeno questo raccontano. Ma che senso ha? Se fai una cosa c’è in genere una motivazione – giusta o sbagliata, ma c’è. I politici tedeschi hanno centrato ogni discussione pubblica attorno a queste vicende per più di un decennio. Perché una simile ossessione? Vogliamo cercare un movente a tutto questo daffare?

esposizione agli strumenti derivati finanziari e leve di deutsche bank, in trilioni di euroEsposizione agli strumenti derivati di Deutsche Bank. Fonte: Deutsche Bank.

Forse i politici in Germania hanno delle ragioni valide per tenere certi comportamenti. L’esempio di Deutsche Bank è piuttosto ovvio: ospita nella propria pancia una montagna di “strumenti derivati“, tanto in voga in questi anni. L’istituto di credito non nasconde la cosa – è legalmente obbligato a pubblicare questi dati – e non è ovviamente l’unico ente ad avere giocato con questi strumenti. Occhio alle dimensioni: la tabella fornita per il 2014 riporta valori in milioni di euro. Leggiamo bene l’incrocio delle righe e colonne totali: 52.002.836 milioni di euro. 52 bilioni di euro, o mila miliardi che dir si voglia. Non è uno scherzo, è un rapporto ufficiale fornito dallo stesso istituto di credito. Per intenderci, questa cifra è equivalente a 17,84 volte il prodotto lordo tedesco calcolato sempre nel 2014. Non parliamo di una bolla, ma di un mostro. Potete divertirvi a fare paragoni dimensionali di vario genere, per esempio con il prodotto lordo globale: secondo CIA nel 2014 78,28 bilioni di dollari nominali; considerando il tasso di cambio medio dell’annata, non c’è molta distanza con la montagna di giochi contabili dell’istituto di credito dell’esempio.

Ad essere onesti, questi “derivati” poi sono oggetti piuttosto neutrali: possono assolvere a funzioni molto diverse. Permettono ad esempio di impegnarsi ad acquistare un bene nel futuro ad un prezzo fissato oggi, versando una cifra iniziale modesta. Operano anche a rovescio, come impegno a vendere qualcosa nel futuro. Ci sono istituzioni che li utilizzano per crearsi delle garanzie: pensate a quanto possono rivelarsi utili ad una compagnia aerea che voglia ridurre i rischi connessi alla volatilità dei prezzi del greggio. L’impiego più chiacchierato però è quello speculativo: scommettere su un prezzo per un bene ad una certa data – qualsiasi bene, anche titoli di debito sui mercati secondari. Posso ad esempio impegnarmi ad acquistare a maggio 2017 una partita di riso concordando con un venditore un prezzo di 400 $/t, un po più alto di oggi ma più basso dello storico recente. Verso una somma in cauzione – una somma modesta rispetto al valore della partita che pretendo di impegnare – e aspetto. Se le cose mi vanno bene, e il riso a maggio 2017 costa di più dei 400 $/t pattuiti, lo compro e lo rivendo realizzando una speculazione vincente. Se mi va storta ci rimetto.

A rendere interessante la vicenda non è il fatto di poter realizzare guadagni o perdite di vari percento o decine di percento, cosa possibile anche con qualsiasi banale attività di compravendita. A rendere speciali i titoli derivati è la tempistica dei versamenti: posso impegnarmi in acquisti e vendite molto consistenti e differiti nel tempo, utilizzando un capitale iniziale molto piccolo. Non ho bisogno di 10 milioni di euro per speculare su 10 compravendite da 1 milione ciascuna, via via più distanti nel tempo. Posso agire con una cauzione modesta per impegnarmi ai vari acquisti, acquistare e vendere “al volo” – magari impegnando un prestito – man mano che si avvicinano le scadenze degli impegni. Reimpiegare le somme ottenute dalle vendite negli acquisti successivi, sempre in gran parte soldi presi a prestito; e alla fine incassare i dividendi ottenuti in caso di successo. Parecchio rischio, poco capitale iniziale impegnato, parecchio guadagno finale: è da molti anni che i soldi si fanno così. Esiste il rovescio della medaglia: le cose possono mettersi eventualmente male. Se mi ritrovo a maneggiare un numero eccessivo di compravendite in perdita – se perdo troppe scommesse – allora vado in rosso e il gioco finisce. La cosa buffa è che posso produrre perdite molto grosse, teoricamente anche molto più grandi del capitale proprio impegnato inizialmente. Le leve sono leve: moltiplicano con forza, e se uno dei fattori ha il segno sbagliato sono dolori.

Proviamo a fare un esercizio bizzarro: una banca importante ha impegnato acquisti cadenzati di titoli e beni nell’arco di un anno a venire per un valore globale di 26,43 bilioni di euro. Una bella cifra, ma attenzione: è solo una lunga catena di impegni in compravendite in sequenza gestite in effetti con un capitale di partenza più contenuto. Ebbene, supponiamo che le cose si mettano male e che le transazioni inizino a produrre perdite, perdite globalmente assai modeste: un -1,5% in tutto. Chi di voi ha mai avuto a che fare con speculazioni in perdita sa che può capitare ben di peggio. Ebbene, questo -1,5% sul totale delle operazioni in ipotesi produrrà in un annetto perdite per 396,45 miliardi di euro. Questo danno equivarrebbe a far svanire più o meno il 23% degli asset totali gestiti dall’istituto di credito – almeno stando ai dati correnti. Potenza delle leve vista a rovescio: e si badi bene che non c’è modo di tirarsi indietro nel momento di crisi. Questi strumenti sono contratti che occorre onorare, e prevedono penali per chi tenta di dileguarsi: se i ritorni diventano negativi, devi subirli e basta. Non puoi più recedere.

Non c’è mai nulla di scontato in quello che osserviamo. Non è scontato il fatto che importanti istituti di credito europei – specialmente tedeschi – abbiano condotto giochi pericolosi con i derivati. E non è scontato che gli strumenti derivati siano stati usati sistematicamente per cercare alti rendimenti ad alto rischio. Non è scontato, ma non si può nemmeno escludere a priori. Così come non possiamo escludere che in qualche misura il problema possa affliggere anche enti italiani – sia banche che pubbliche amministrazioni. Esiste la possibilità di vedere evoluzioni cattive o pessime per il sistema finanziario europeo; dipende tutto dalla prudenza o dalla spavalderia di alcuni degli attori coinvolti. Speriamo di non scoprire a cosa servissero i tanti sacrifici imposti in questi anni a noi comuni cittadini. Non è affatto scontato che servissero a tutelarci dalla nostra presunta scarsa parsimonia: forse servivano a tutelare qualcun altro. Forse.

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110 e lode a 28 anni, o della durezza dell’aritmetica

Il ministro Poletti ci racconta un paio di cose attorno al mercato del lavoro. Ci dice che non serve a niente studiare tanto per prendere qualche voto in più all’università, molto meglio sbrigarsi e laurearsi alla svelta. Nel riassunto del Fatto: “…Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21… [omissis] …in Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo…”. Istintivamente ho sempre pensato anch’io che la vita da studente universitario fosse deprimente, meglio levarsi da li alla svelta; se hai un paio di 20 sul libretto non ti viene la scabbia. Poi ho avuto modo di ricredermi, ma indietro non si torna: amen.

Però. però ci sarebbe un problema: fuori dall’università cosa fai di preciso? Vai a lavorare? Dove? Sapete, il mercato del lavoro è un sottoinsieme del sistema demografico – semplificato all’osso tra l’altro. Ci sono ondate di esseri umani che viaggiano attraverso gli anni del calendario seguendo la dannata freccia del tempo; alla stessa maniera viaggiano le coorti dei lavoratori, né più né meno. In un mondo di datori di lavoro attempati e un po sorpassati, tutti uguali gli uni agli altri, i giovanissimi non interessano più a nessuno: ed infatti nessuno li assume più, la vera ragione che induce un numero crescente di costoro a tentare la via dell’istruzione superiore ed universitaria. Posti di lavoro più o meno sempre uguali a livello numerico, età pensionabili in folle salita, crisi fatta pagare agli ultimi arrivati.

Poi c’è la dannata aritmetica, capace di fare strage di tante chiacchiere pompose – anche le mie. Quanti sono i residenti in Italia? 60 – 61,5 milioni di persone circa? Va bene come stima, e varia secondo le fonti; non importano gli zero virgola. Gli occupati, le persone al lavoro, sono più o meno 22 – 22,5 milioni. Come dire che stiamo mandando a lavorare in regola più o meno il 36,7% della popolazione residente – forse lievemente ottimistico, ma questa era la stima Istat per il 2014. La speranza di vita per gli italiani globalmente orbita attorno a 83 anni. Ne consegue facilmente che 0,367 · 83 = 30,461. Più o meno trent’anni a testa, questo è il lavoro retribuito su cui può contare un italiano. Con i difetti tipici di ogni media brutale.

Dunque, cosa ci propongono i nostri cari leader? Di sbrigarci con l’università e trovarci un lavoro? Se hanno deciso che dovremo andare in pensione a 66 / 67 anni d’età, e se consideriamo gli anni di lavoro disponibili per ciascuno di noi, allora si fa presto a capire la situazione: il primo ingresso fattibile nel mercato del lavoro dovrà posizionarsi più o meno attorno ai 35 anni d’età; immaginando che la maternità riesca a distorcere un po al ribasso il dato. Il solerte ministro ci dice che dobbiamo entrare nel mondo del lavoro a 21 anni. Benissimo: prepariamo quindi i giovani italiani ad una lunga vacanza non retribuita.

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La Grecia sconfitta, i profughi, l’ingenuità dell’arroganza

Attentati a parte, c’è sempre la fiumana di profughi ed immigrati che vagano in giro per i Balcani ed il Mediterraneo. Questa è una cosa che nessuno si è sforzato di nasconderci, troppo vistosa perfino per tentare. Quante siano le persone in marcia nello spazio compreso tra Grecia e Germania è difficile da stimare, ma una cosa è chiara: sono una moltitudine. E questo discorso vale anche per l’Italia o la Spagna, periodicamente investite da ondate di “migranti”; etichetta generica, dal tono velatamente ornitologico, tanto in voga oggigiorno. E c’è una storia, una favoletta se volete, che merita di essere raccontata e che ha relazioni probabilmente importanti con tutta questa vicenda. Intanto domandiamoci: quante persone? Lungo quali tragitti? Con quale tempistica? Partiamo dall’Italia, per prendere il giro largo – e ricordando che al momento la Spagna pare risparmiata dal fenomeno.

sbarchi 2014 2015 di immigrati e rifugiati sulle coste italianeSbarchi di immigrati e profughi in Italia, 2014 / 2015. Grafica: UNHCR.

I dati – di primissima mano per molte ragioni – ce li fornisce direttamente l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Che mette a disposizione un riassunto grafico della situazione sbarchi sulle coste italiane, riportato nell’immagine in alto. Quello che è accaduto è semplice: nel 2014 c’è stata una ondata di arrivi in estate – eventualmente più di 20.000 al mese – e nel 2015 anche; ma per qualche ragione, a partire da settembre 2015 c’è stato un tracollo nel numero di nuovi immigrati giunti via mare. Il dispositivo di sicurezza non è cambiato molto: solo che gli immigrati non arrivano più. Forse siamo già scesi a 3.000 individui al mese o giù di li, e non sembrano esserci ragioni apparenti per questo. Si noti la provenienza di queste persone: sono quasi tutti africani, eccetto qualche percento di siriani. Nei due anni trascorsi ci siamo liberati del problema evitando accuratamente di registrare queste persone e lasciandole camminare verso le destinazioni predilette – paesi con qualche soldo in cassa; attualmente il problema qui in Italia è irrilevante, e se ci fate caso i media italiani hanno quasi smesso di parlarne.

arrivi di immigrati e profughi in Grecia, 2014 2015Sbarchi di immigrati e profughi in Grecia, 2014 / 2015. Grafica: UNHCR.

Nel caso della Grecia le cose sono andate in maniera piuttosto diversa. I dati in forma grafica sono ancora opera di UNHCR. I greci hanno un esercito notoriamente sovradimensionato, e sorvegliano in maniera paranoica la frontiera marittima esposta alla Turchia; tra i due popoli non corre buon sangue. Per rendersene conto, basta spulciare l’enciclopedia: hanno riempito le isolette dell’Egeo di unità dell’esercito. Un messaggio piuttosto chiaro, piazzare comandi militari sopra a scogli in mezzo al mare. E in effetti, almeno nel 2014, la militarizzatissima Grecia non ha avuto alcun problema a gestire l’affare sbarchi: poche migliaia al mese, al massimo 7.000 o poco più. E dire che i conflitti mediorientali erano in pieno svolgimento da parecchi anni, incluso quello siriano: ma evidentemente i greci non erano favorevoli alle visite dei profughi. Nessun problema a tenere sotto controllo la situazione, con le maniere forti.

A partire da aprile 2015 cambia tutto: inizia un trend di crescita esponenziale. Le isole greche sono prese d’assalto da torme di rifugiati – mischiati anche ad emigranti spinti da ragioni economiche. Il prevalere dei primi si intuisce facilmente dal fatto che si presentano molte famiglie con donne e bambini. Rapidamente il flusso diviene imponente, fino a toccare le 200.000 persone sbarcate solo ad ottobre; a novembre saranno forse pochi di meno. Un esodo biblico, che tra l’altro non fotografa eventuali arrivi via terra – probabilmente non irrilevanti. Nessuno pare curasi del problema: i barchini dei trafficanti di uomini viaggiano indisturbati nel mare a cavallo tra Grecia e Turchia. Semplicemente questa fiumana di persone passa e se ne va verso nord, con qualsiasi mezzo disponibile dai piedi al treno all’autobus, e questo è quanto. Sorprende abbastanza il fatto che un apparato militare capace di blindare la frontiera per anni abbia improvvisamente aperto ogni porta disponibile, al punto da rendere perfettamente inutile la via attraverso l’Italia – è questa la vera ragione della diminuzione degli sbarchi nostrani.

percorso immigrati e profughi, Grecia, Balcani, Austria, Germania, UngheriaRotta di emigrazione tra Grecia, Balcani e Germania. Grafica: Europol, BBC.

La situazione ad oggi è quella che possiamo intuire osservando i telegiornali: la via balcanica domina la scena. I dettagli del tragitto ce li fornisce Europol, via BBC. Nessun passaggio alternativo pare rivaleggiare questo percorso; niente Bulgaria né Mar Nero. Il viaggia funziona così: si sbarca su un’isoletta greca dell’Egeo, e la gita prosegue senza troppi drammi fin nel cuore dell’area Schengen. Non è che poi il nord Europa riceva immigrati solo in questa maniera, esistono anche percorsi più settentrionali: per esempio per chi parte dall’Afghanistan. Però la via greca è oggi, diversamente dal recentissimo passato, una via garantita: pare che nessuno abbia interesse o desiderio di fermare la folla in movimento. E così, i 700.000 transiti del 2015 non faticano a ridicolizzare i nemmeno 145.000 stimati sulle coste italiane nello stesso lasso di tempo. E l’annata non è ancora finita.

Vi ricordate Tsipras? E’ il primo ministro della Grecia, ormai da gennaio 2015. Il suo arrivo aveva prodotto molta confusione, posto che non si tratta di un personaggio tenero nei riguardi di banchieri e grassatori. Dopo varie tornate negoziali, le autorità finanziarie che tanto hanno deciso per la Grecia hanno proseguito per la propria strada facendo digerire al governo riottoso ulteriori misure di “austerità” – un termine talmente inadatto a descrivere le richieste di questi signori da apparire satirico. Il perché si è permesso di spiegarcelo perfino D’Alema, a riprova dell’evidenza. Ad ogni modo il greco è stato rimesso in riga. Provate a piazzare nel vostro motore di ricerca chiavi come “Tsipras sconfitto” o “Tsipras umiliato”; con i risultati potreste riempirci un’enciclopedia. Quel che si da per scontato è che i greci abbiano alzato le mani, che passino il tempo a litigare tra di loro e che siano prede inermi di una combriccola di ladri impossibile da smuovere, ben supportata dall’esterno peraltro. Una vulgata che ad oggi non sembra scontare dubbi di sorta, almeno non quando viene proposta al telegiornale.

Sapete, i bulli della classe sono grossi ed arroganti; ma sono anche terribilmente ingenui. Chi vince troppo, e per troppo tempo, finisce sempre alla stessa maniera: comincia a ritenersi invincibile. E’ una malattia che fa parte della natura umana, l’arroganza. E dire che gli avvertimenti c’erano stati: sapete chi è Panagiotis Kammenos? E’ un politico greco, per breve tempo ministro della difesa con il primo governo Tsipras. Un personaggio insapore come tanti politici, eccetto che per una faccenda: alcune particolari dichiarazioni rese alla stampa a marzo 2015, riportate ad esempio dal Telegraph. Il nostro simpatico ministro diceva “…if they deal a blow to Greece, then they should know the migrants will get papers to go to Berlin,” he said. “If Europe leaves us in the crisis, we will flood it with migrants, and it will be even worse for Berlin if in that wave of millions of economic migrants there will be some jihadists of the Islamic State too. …”. Tradotto: cari amici, voi avete le cambiali ma noi abbiamo la frontiera. Se insistete saranno dolori: ci basta fare finta di non vedere. Buon 2015, e buona fortuna.

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Autunno, fiori, foglie, colori

la vigna di pignoletto, le foglie gialle come oro, autunno nei campiLe foglie della vigna dietro casa ormai sono gialle come oro. Resistono per qualche giorno, prima di finire per terra. Ha fatto un caldo insolito, e insolitamente bello è l’autunno che ci godiamo. Di solito nel modenese novembre è più triste.

vigna lambrusco, foglie rosse e scure, pioppi, autunnoLa vigna nera si colora anch’essa, il rosso domina l’ambiente. I lambruschi hanno cominciato per primi a cedere le foglie. I pioppi si svestono in attesa dell’inverno.

fiore viola nei prati d'autunnoNei prati sotto ai noccioli, anche nelle zone d’ombra, fanno capolino dei bei fiori. Un po troppi per il 15 novembre. Molto belli, seppure leggermente sinistri.

tarassaco in fiore nei prati a novembreIl tarassaco in fiore d’autunno si può vedere – ma è poco frequente nel nostro clima. Quest’anno ce n’è una marea. Molto bello anch’esso.

soffioni del tarassaco, semi, autunno, modena, bologna, campagnaQueste erbe hanno prodotto i propri semi in quantità, ben visibili nel pappo, una cosa ancor meno frequente nella fredda Pianura Padana. Di solito serve la primavera. Godiamoci questo tiepido scorcio d’annata.

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Riforme illuminate in Spagna

Divagazione, ogni tanto ci vuole. Giungono voci interessanti dalla penisola iberica; non mi riferisco ai maneggi osservati in Portogallo, pure degni di nota. Sono gli spagnoli a tenere banco, con una splendente riforma del mercato del lavoro: chi aveva scambiato Rajoy per un democristiano deve ricredersi. Nel testo promozionale offerto da Linkiesta: “….Con la riforma si potrà licenziare per ragioni economiche e dietro adeguato indennizzo (20 giorni per anno lavorato per un massimo di dodici mensilità) più facilmente qualora gli enti, le organizzazioni o le entità del settore pubblico in questione abbiano accumulato almeno tre trimestri di bilancio consecutivo in deficit ….”. Il firmatario del pezzo sembra offrire i licenziamenti di massa dei dipendenti pubblici come soluzione ad ogni problema; l’articolo non è ovviamente commentabile. Per chi di voi volesse sapere per quale motivo queste ricette sono dannate al fallimento, consiglio un vecchio riassunto che purtroppo rimane sempre attuale. Gli italiani non padroneggiano le operazioni aritmetiche; una disgrazia che affligge la nazione fin dai tempi della Riforma Gentile.

A parte le imbarazzanti ovvietà numeriche – impossibile risanare un’azienda tagliando i percento dei percento, visto che parliamo di parti per diecimila – vi prego di notare che la trovata spagnola porta con se un concetto assolutamente sorprendente: qualcuno ruba e sfascia, e qualcun altro paga. In un ente pubblico sommerso di debiti contratti tra mazzette, appalti taroccati, benefit da gran signori e vitalizi degni d’un principe, è abbastanza ovvio che non sia il caso di prendersela con chi lava i cessi o spegne gli incendi. L’idea del governo spagnolo ad oggi parrebbe questa: i dirigenti ed i politici rubano e devastano i bilanci, e a venire condannati saranno operai stradali, maestre di scuola, impiegati precari ed elementi affini. Una strategia disfunzionale, che noi italiani applichiamo in sordina da anni. Se non vi siete girati dall’altra parte, potete vedere bene da voi con quali risultati. La cosa che sorprende nel caso spagnolo non è la novità del concetto – per niente nuovo – ma la spavalderia: quel che prima si praticava di nascosto ora viene apparentemente trascritto in un testo di legge.

Volete risanare un’azienda? Immagino che cercherete di incidere sulle scelte sbagliate fatte in passato. La prima domanda è: chi le ha fatte quelle scelte? Il tornitore? Il carrellista? L’impiegata che spedisce le raccomandate? No, vero? Lo sapete anche voi chi è che ha sbagliato: chi ha preso delle decisioni rivelatesi errate. Proprio loro, i manager dagli stipendi d’oro. Fate un bel gioco: li cacciate a pedate e li sostituite. Scommetto che la barca si raddrizza – se non altro perché da soli costano spesso di più degli operai che dovrebbero guidare. Comunismo? Scemenze. Si chiama responsabilità: se fai un mestiere, devi rispondere di quello che fai. Se pretendi di far pagare agli altri le fesserie che combini, non sei né un paladino della libertà né un difensore della patria: sei un truffatore. Proposta agli spagnoli: se l’ente pubblico è in crisi, che mettano a casa i vertici dell’ente e ridiscutano le gare d’appalto. Vedete che fuggi fuggi.

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Disoccupati, occupati, inoccupati. Solita minestra.

Giusto ieri sera potevamo goderci via TG le nuove sconvolgenti notizie sul mercato del lavoro in Italia. Sentite cosa ci viene raccontato, ad esempio nel riassunto de Il Fatto : “… il mese scorso l’Italia ha perso 36mila occupati (-0,2%) e 35mila disoccupati (-1,1%), mentre ha “guadagnato” 53mila inattivi (+0,4%) di età compresa tra i 15 e i 64 anni….”. Come dire che ci sono 71.000 persone in meno tra quelle che hanno un lavoro o lo cercano attivamente; il gap esistente con l’incremento degli inattivi è forse dato in parte dai pensionamenti ed in parte dagli espatrii. Notate bene una cosa: 35.000 disoccupati in meno sono una quantità risibile in senso assoluto, in un paese con una sessantina di milioni di abitanti; ma incidono moltissimo sulla conta dei disoccupati, che è una tribù di dimensione piuttosto modesta.

Fa piacere almeno che si stia affermando l’abitudine di indicare tutti e tre gli attori principali della vicenda: occupati, disoccupati, inoccupati. Occupati: quelli che hanno un lavoro. Attenzione, mica fisso full time: va bene qualsiasi cosa. Per Istat hai un lavoro se riesci a mettere insieme almeno tot giornate lavorate in un mese. Poco importa se sia discontinuo o se la paga sia ridicola e nemmeno certa: hai un lavoro e basta. Disoccupati: quelli che non hanno un lavoro, nel senso che non hanno nemmeno una quantità miserevole di giornate lavorate per mese, e ne cercano uno con ostinazione. Tipicamente devi essere in lista agli uffici di collocamento e devi reagire alle offerte. Inoccupati, o inattivi o sfiduciati: quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano nemmeno. Di solito ci si dice che si tratta di persone che non cercano sapendo di non  poter trovare, ma se cerchi tramite conoscenti o con le inserzioni ed il telefono Istat mica ti vede: per loro non esisti. In mezzo ci sarebbero anche studenti, infortunati, puerpere senza posto fisso e via dicendo.

Numericamente parlando queste tre categorie si trasformano in maniera diversa. Le due fette più grosse, occupati ed inoccupati, vanno incontro ad evoluzioni più lente. E’ la schiera dei disoccupati quella che si modifica in maniera più rapida e nervosa. Potete farvene una idea con questo vecchio riassunto. Non è cambiato molto in Italia in due decenni nel mercato del lavoro, eccetto un paio di cose: le rapide variazioni dei tassi di disoccupazione, specie giovanili, e la sostanziale scomparsa dei lavoratori under 25, che non esistono praticamente più. La truppa dei disoccupati – quelli che cercano lavoro per via ufficialmente rilevabile – è piccola e subisce pesanti flussi in ingresso ed uscita; risente anche della condizione economica delle famiglie, più o meno capaci di supportare uno o più membri privi di reddito. Il tasso di disoccupazione è un parametro ballerino, instabile, scarsamente rappresentativo: un ottimo motivo per parlarne di continuo – almeno stando a chi ci comanda.

Tasso di occupazione, partecipazione mercato lavoro, over 14, 15+, Italia Germania Francia Spagna InghilterraTasso di partecipazione al lavoro, 15 anni e più. Grafica: Index Mundi.

Volendo ragionarne per confronti, possiamo servirci dei dati della Banca Mondiale confezionati da Index Mundi; riferendoci al parametro del tasso di partecipazione alla forza lavoro, che noi chiamiamo tasso di attività. L’immagine in alto racconta un paio di cose: ovviamente che siamo messi peggio di altri paesi europei. Siamo sempre il fanale di coda, non ci piove. Nella categoria 15 anni e più, occupiamo la posizione 165 su 180 paesi messi a confronto: circondati da modelli economici del calibro di Egitto, Yemen, Afghanistan. La grafica però racconta anche un’altra cosa interessante: il parametro è sorprendentemente stabile, almeno dalla caduta del muro di Berlino. Nel mondo contemporaneo la capacità di creare occupazione dell’Italia è sempre la stessa: i posti disponibili erano poco più di una ventina di milioni, e tali sono rimasti. Il tasso di occupazione è sempre poco sotto il 50% dei candidati over 14 esistenti.

A seguire i telegiornali sembra che sia caduto un meteorite da qualche parte, o che una guerra abbia distrutto un paio di città. Sapete, il sensazionalismo vende bene. Eppure si applica malissimo al mercato del lavoro nostrano, pressoché insensibile agli eventi esterni: crisi, crolli, riforme, miracoli, rivolte, guerre, diktat. Tutto inutile: gli occupati italiani rimangono ostinatamente sempre gli stessi in rapporto alla popolazione over 14. Cambiano le età medie di chi lavora, più anziano che mai; scompaiono i giovani occupati, ormai estinti. Ma di posti di lavoro in più o in meno neanche a parlarne: se c’è una cosa garantita, è che resteranno proporzionalmente gli stessi qualunque cosa succeda. Forse dovremmo prendere atto di questo fatto, e ragionare su come gestire e dividere il lavoro. Non è scontato che, anche a prezzo di enormi sforzi, possiamo crearne altro.

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