Ancora l’Istat

Mi stavo riguardando il bel documento Istat sul nostro bilancio energetico, quello già discusso nel post precedente.

andamento dei consumi petroliferi italiani per impegoIn mezzo a tante notizie curiose, in effetti provenienti dal nostro Ministero dell’Industria (o come si chiama oggi), ce n’è una che mi ha impressionato: il grafico n° 6 di pagina 11, che riproduco qui a fianco, riporta la suddivisione percentuale per impiego dei nostri consumi di petrolio. Le varie voci hanno cambiato il proprio peso relativo negli anni dal 200o al 2009, ma una in particolare ha avuto movimenti inquietanti: si tratta delle perdite di raffinazione. Queste perdite sono cresciute in neanche dieci anni dal 6,3% al 10,9%.

Questo dato suona in maniera assai lugubre: queste perdite fanno parte di quella quota di risorsa che non arriva agli utenti finali, ma viene sperperata per eseguire la lavorazione del prodotto petrolifero finito. Più alte sono e più è inefficiente la filiera industriale.

La misura della bontà di una filiera energetica è data da un valore che chiamiamo Eroei: il rapporto tra l’energia che ottengo da una certa attività e quella che ho speso in quella stessa attività. Si tratta di valori difficili da calcolare, e pure variabili nel tempo. Però nel nostro caso abbiamo un’arma a disposizione: le perdite di raffinazione rappresentano una certa parte del costo energetico della filiera del petrolio. E questo vuol dire che se immagino di calcolare l’eroei mettendo a denominatore solo queste perdite, ed omettendo quelle dovute alla ricerca ed estrazione degli idrocarburi, peccherò di un certo ottimismo ma certo non di pessimismo.

Orbene, così procedendo quel che si vede è che la nostra industria di raffinazione nel 2000 pareva disporre di un ritorno energetico pari a 14,87 – in pratica, (100 – 6,3)/6,3. Nel 2009 tale valore è sceso ad un modesto 8,17.

Il fatto forse più grave di questo silenzioso tracollo industriale è che questi due valori, non comprendendo le quote di perdite dovute alla estrazione del greggio, sono quasi certamente delle grossolane sovrastime del reale valore corrente. Che potrebbe quindi essere già oggi tragicamente basso.

Si ammassano dense nubi all’orizzonte per la nostra industria petrolifera, ormai obbligata a lavorare greggio di qualità pessima e a dirigersi verso le aree più ostili ed inaccessibili del pianeta. Se questi numeri continuano ad evolversi in senso peggiorativo, ci sarà poco da stare allegri per le nostre raffinerie.

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Una risposta a Ancora l’Istat

  1. Gianni Comoretto ha detto:

    La cosa non mi stupisce. Come nota a fine post, le raffinerie sono costrette a lavorare petrolio di qualità peggiore, e questo per il banale motivo che quello di qualità migliore è finito o sta finendo.
    La cosa è destinata a peggiorare, ancora per il banale motivo che se ci fossero giacimenti “buoni” non sfruttati le industrie petrolifere li avrebbero già messi in linea. Quel che resta è petrolio in posti difficili, che costa (energia, oltre che soldi) estrarre, trasportare e raffinare. Finché ne resta….

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