Prezzo del petrolio: un problema di eroei?

tanica di carburante, per decorareSi sente parlare spesso di inflazione e di esaurimento delle risorse; la vulgata corrente vuole che una risorsa divenuta scarsa cominci ad accrescere il proprio prezzo. Se ci sono meno zucchine, è facile intuire che le zucchine suddette costeranno di più; i consumatori dovranno scegliere se pagare di più o se mangiare qualcos’altro. Nel gergo di chi studia l’economia, questa cosa è detta legge della domanda e dell’offerta.

Ci sono però risorse che non si possono sostituire: se stiamo nel deserto e manca l’acqua, moriamo di sete; possiamo pagare quello che ci pare, e cambia poco: se l’acqua non c’è sono dolori. Questa faccenda riguarda l’idea di “domanda anelastica” di un bene, come dire che non possiamo rinunciare ad esso; ed anche quella di “offerta anelastica”: si tratta magari di una risorsa presente in quantità finita, e possiamo pagare anche molto di più, ma i nuovi investimenti così realizzati non faranno apparire molta nuova acqua.

Il petrolio ci sta dando noie di questo tipo già da più di un decennio; l’esplosione dei prezzi dell’estate 2008 è ancora nitida nella memoria, 150 dollari a barile erano davvero troppi. Da allora, tra alti e bassi, abbiamo finito col riposizionarci attorno a 70 – 80 USD/bbl.

E qui il caso diventa interessante: la risorsa è scarsa, la produzione è scesa lievemente; la domanda vorrebbe crescere, ma non si può più fare. In teoria, il prezzo dovrebbe continuare a salire. E invece no, è andato giù fin quasi a 30 dollari, poi è risalito, ma per giungere si e no alla metà del valore massimo. Questo andamento ricalca da vicino quanto accadde negli anni ’70, si può apprezzare bene nel grafico dei prezzi collegato nell’enciclopedia.

Per spiegare il curioso fenomeno, si potrebbe provare a ragionare su una cosa: il petrolio lo cerchiamo perché ci da energia. In una quantità definita, ovviamente. Un barile di greggio ci può fornire all’incirca 11,6 kWh – stima grossolana, ovvio. Per estrarlo e raffinarlo, sosteniamo delle spese. Ma queste spese poi cosa sono? I soldi che spendiamo per il greggio finanziano la ricerca, l’estrazione ed il trasporto del prezioso liquido nero, e vengono usati per acquistare macchine, carburanti, ore di lavoro e via discorrendo. In questo documento pubblicato su TOD, per finalità relative ai calcoli del ritorno energetico (eroei) ottenuto dalla filiera del petrolio, viene ipotizza la capacità di acquistare energia dei danari delle compagnie petrolifere; l’autore stima che ogni dollaro speso da queste aziende metta in movimento all’incirca 20 MJ. Si tratta di stime approssimative, ma abbastanza affidabili, che derivano da analisi operate dalle compagnie petrolifere.

Il conto diviene semplice: se moltiplico il prezzo del barile per questi 20 MJ, posso vedere subito quanta energia ho speso per estrarre e portare a destinazione il suddetto barile. E posso facilmente mettere a confronto questo valore con l’energia che ottengo dallo stesso. L’effetto è lugubre: con un picco di prezzo di circa 147 USD/bbl, la richiesta teorica di energia risultava pari a 2940 MJ, ovvero più di 816 kWh. Da mettere di fianco ai circa 1845 kWh ricavabili dal nostro barile di oro nero. Un po’ come dire che investendo 1 ottengo all’incirca 2,26. Che è davvero una miseria, se pensiamo che ai primi del ‘900 i pregiati ed accessibili petroli statunitensi fornivano ritorni energetici di 50:1 o 100:1. Un valore di eroei di 2,26:1 significa che la sola industria del petrolio starebbe divorando, per funzionare, più del 30% del flusso di energia che gestisce. Una follia. Che in effetti non è durata a lungo.

La legge della domanda e dell’offerta non può violare le leggi fisiche; il prezzo di questa risorsa non può crescere all’infinito. Ad un certo punto, i soldi che spendiamo per l’agognato barile (depurati ovviamente degli effetti inflattivi dovuti alla creazione di banconote) ci portano a spendere una quantità di energia che rappresenta una frazione considerevole dell’energia ricavata dallo stesso per combustione. In quel momento, andiamo in bancarotta. Ed è più o meno quello che ci è capitato negli ultimi due anni; non si tratta di sostituzione, non abbiamo ancora trovato un sostituto valido dell’oro nero: si tratta di banale penuria.

Un’altra cosa che può risultare interessante è l’osservazione dei prezzi del passato: il picco del 2008 è simile, in termini di valore reale depurato dall’inflazione, a quello del 1979 – 1980. Ed anche in quel caso, si ebbe poi una caduta della quotazione a valori più umani: come dire che i limiti imposti dal valore di eroei che cerchiamo in questa risorsa si sono conservati intatti nel tempo, perfino a 40 anni di distanza. E i soldi, che sono la nostra abituale raffigurazione dell’energia, si adeguano oggi come allora.

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4 risposte a Prezzo del petrolio: un problema di eroei?

  1. Barabba Marlin ha detto:

    c’è una parola che manca alla tua analisi: “oligopolio”, anzi nemmeno, la parola che manca è “cartello”. Il prezzo di un bene o servizio, è determinato dall’intersecazione della curva della domanda e dell’offerta solo in un’economia perfettamente concorrenziale, e non è il caso del petrolio, in cui produttori si comportano come fossero un unico produttore monopolistico.

    • Marcus X ha detto:

      Non negli ultimi mesi. Al calo dei consumi, dovuto ai prezzi alti sta seguendo ora uno “slegamenrto” del cartello i cui componenti cercano di recuperare, individualmente, quote perdute, per fare ciò qualcuno ha cominciato ad abbassare il prezzo del greggio e gli altri hanno dovuto seguire. Infatti stanno litigando fra di loro con varie accuse reciproche. Ora si è alla ricerca di un nuovo equilibrio, che non si troverà. I prezzi fluttueranno a lungo. Se il cartello si ricomponesse i prezzi si alzeranno di nuovo…ma i consumi (domanda) si contrarranno. Questa altalena è destinata continuare.

  2. Pingback: Ancora con questi 200 dollari a barile… | Far di Conto

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