Ancora nucleare in Emilia. O anche no?

simbolo rischio radiazioneNegli ultimi giorni si è consumato un dibattito acceso in Regione sulle nuove avventure atomiche del Governo centrale: alla fine ha prevalso il rifiuto di nuovi impianti, anche se non sarei sicuro della tenuta temporale di questi dinieghi. Suppongo che la tempistica di queste discussioni sia condizionata dalle recenti vicende riguardanti Veronesi.

In giro per la rete si discute parecchio attorno alla faccenda: ci sono forti perplessità attorno al consumo di acqua delle centrali paventate. In effetti, negli ultimi anni parecchi impianti termoelettrici che affidavano il proprio raffreddamento al Po hanno subito soste forzate impreviste in estate. E una centrale atomica è pur sempre un impianto termoelettrico; questa incognita dovrà far parte del dibattito attorno all’atomo anche qui in Emilia Romagna.

Informazione interessante: i costi; l’evoluzione recente dei costi costruttivi degli impianti nucleari è ben riassunta in questo articolo. Un passaggio per tutti: “….La stessa Areva, la società francese dalla quale Enel compererà le centrali, ha predisposto un’offerta in Canada di 23,6 miliardi di dollari per due impianti dello stesso tipo. Cioè circa 7,8 miliardi di € ciascuna….“.

Io come matematico valgo quello che valevo a tre anni di età: poco. Però se ho un reattore EPR da 1600 MW che lavora con un fattore di capacità dell’80%, mi viene fuori una produzione di 1600*1000*365*24*0,8 = 11212800000 kWh annui. Le centrali esistenti hanno avuto durata variabile, a volte meno di 30 anni, a volte 40 o più. Oggi ci si racconta che possano durare 60 anni: soprassediamo, e teniamo buoni i dati di pagina 21 dello studio dell’Energy Watch Group riguardo alle prospettive dell’atomo. Sopra i 35 anni di età, è una strage: il numero cumulato di reattori cessa di salire. Sarà anche che negli anni ’70 questa industria si sviluppava, però questa è la situazione.

Insomma, mettiamo che questi impianti possano operare bene per 30 anni dietro fila, e che successivamente il costo di manutenzione li renda meno convenienti: produrrebbero, per reattore, 336384000000 kWh. I 7,8 miliardi di euro necessari per l’installazione inciderebbero sull’energia prodotta per un ammontare di circa 2,32 €cent/kWh, con un costo per kW installato di 4875 euro. In apparenza, non ancora molto si direbbe.

Il conto fatto sopra sembrerebbe dare ragione ai nuclearisti. Ma se l’impianto costa una cifra ragionevole e il combustibile nucleare incide meno di quelli tradizionali, come mai non vediamo spuntare centrali atomiche come funghi? Cos’è andato storto? Per quale ragione negli ultimi decenni le installazioni sono ristagnate?

La risposta risiede in una considerazione banale: la dimensione. Se voglio installare un tetto fotovoltaico, il metodo è semplice: prendo 5000 euro per kWe installato dal mio portafoglio e faccio l’impianto. Questi preventivi esemplificano la cosa, con impianti di media taglia per circa 5000 €/kW, ma andrebbe detto che i costi stanno scendendo molto in fretta; ci sono già proposte più o meno trasparenti a 2000 – 3000 €/kW, e c’è chi paventa la possibilità di scendere ancora. Presa la decisione, fatto l’impianto: quelli sono i costi oggi. La produttività è ovviamente bassa rispetto al kWe installato in campo nucleare; parliamo di circa 1000 – 1100 kWh/kW per anno qui al nord, contro i (generosamente supposti) 7000 kWh/kW per anno dell’atomo, che lo metterebbero in vantaggio evidente.

E allora? Dove stanno queste centrali nucleari così economiche? Stanno nella fantasia, e ce lo ricorda il sempre attuale documento di Domenico Coiante sul confronto tra i costi degli impianti termici e nucleari. Il problema è che non c’è modo di trovare in giornata miliardi di euro: l’unica via è il prestito. E i prestiti costano parecchio. L’altro problema è che la centrale atomica richiede assidua manutenzione, e costa parecchio in fase di dismissione. Tutti problemi che il fotovoltaico non ha. Coiante arriva a dedurre, utilizzando i metodi di calcolo correntemente accettati, una incidenza del costo dell’impianto sull’energia prodotta di circa 9,2 €cent/kWh; gli abbassamenti eventuali richiederebbero parecchia finanza creativa (tipo sussidi pubblici pagati da pantalone). C’è una grande differenza rispetto al semplice costo di installazione “in giornata” dedotto sopra a spanne dall’ignorante che scrive, quasi un fattore 4.

Ragionando sui soli prestiti, e ricordando che al momento i tempi di completamento degli impianti si stanno posizionando sopra i dieci anni, mi viene un mest0 pensiero: se devo pagare interessi, mettiamo, al 5% per un decennio sul capitale investito (e pago su tutto il capitale, dato che prima di avviare la produzione non posso ancora cominciare a saldare il debito), il solo onere finanziario iniziale potrebbe risultare pari a 1,05^10. Parliamo di qualcosina come un + 63% di costo, tutto da fornire prima di avere ottenuto il primo kWh dalla centrale. Oppure, rimuovendo gentilmente l’anatocismo, un buon + 50%. Ragionando poi sul fattore di annualità per i prestiti riportato nel documento di Coiante a centrale già azionata – in questa sede, 30 anni di ammortamento e interesse al 5% – dobbiamo prendere per buona una restituzione annua sul capitale iniziale prestato fissata al 6,505%. Maledettamente simile al 6,3% rozzamente dedotto sopra, e comportante un ulteriore aggravio di costo complessivo pari ad un + 195%. Come dire che gli interessi costano ben più dell’impianto, anche se relativamente bassi; e che ogni ritardo peggiora il problema.

Alla fine della fiera, l’atomo non soffre tanto problemi industriali quanto problemi finanziari: il suo gigantismo lo obbliga a soffocare in mezzo a prestiti e gravosi ritardi di avvio della produzione. La grande incidenza del costo iniziale di costruzione sul costo totale della filiera, indicata come punto di forza del comparto, ha tutta l’aria di esserne invece il tallone d’Achille. Tutta la vicenda mette in luce la vera forza, nascosta ed inattesa, delle rinnovabili, ma in fondo anche del petrolio o del gas: la facile scalabilità in dimensione, la modularità, la rapidità di installazione. E’ li che si gioca la partita; il costo dei combustibili e degli impianti, paradossalmente, diviene un parametro secondario. L’impressione che deriva da queste semplici considerazioni è che la sola scarsità di combustibili fossili tradizionali non basti a far decollare filiere energetiche alternative; occorrono anche altri ingredienti, di tipo culturale, gestionale, economico e politico.

Una possibile morale della vicenda: non sempre grosso è bello. Qualche volta, vince il più agile, il più veloce. Avere le spalle larghe non è utile se devi attraversare un passaggio stretto. E anche se ci sembra di spendere poco, ricordiamo bene che i soldi presi a prestito da un futuro sempre più nebuloso ed imprevedibile alla fine sono sempre costosissimi. Le peripezie dell’industria nucleare ci dovrebbero insegnare almeno questo.

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