Import, export e pacchiani equivoci

In queste ultime giornate, si è fatto un gran parlare delle discussioni attorno ai rapporti di cambio; gli americani vorrebbero esportare di più, e non ritengono equi i tassi di cambio attuali con la valuta cinese. Dicono che i cinesi esportano troppo.

Il presidente Obama –  bello, giovane ed abbronzato – ha deciso di spendere qualche parola sul tema, facendo capire che non ha piacere di vedere le fabbriche Usa andare a rotoli. Tra le altre, cito testualmente: “…Obama ha inoltre istituito l’Export Council, commissione di consulenza sul commercio internazionale che sara’ guidata dall’amministratore delegato di Boeing James McNerney e dal numero uno di Xerox Ursula Burns…”

Le esportazioni non girano bene, ed ecco che saltano fuori commissioni e comitati per farle funzionare. Con l’inevitabile corollario di svalutazioni monetarie in stile Europa traballante, ed altra finanza creativa consimile.

Ma poi funzionerà? Uno dei pomi della discordia, tanto per dire, è l’acciaio: molte nazioni sviluppate ne producono sempre meno. In Italia andiamo giù da decenni, e negli Usa c’è la celebre “Rust Belt”, la fascia di fabbriche arrugginite che costellano gli States, ormai dimenticate. Una domanda meno forte per le opere pubbliche e tanto spostamento di produzione verso i Paesi emergenti, ed eccoci giunti nel mondo di oggi.

Le statistiche della World Steel Association dicono cose interessanti: in Europa, Italia e Germania rappresentano più di un terzo della produzione. Il Regno Unito, dimenticati i fasti della Rivoluzione Industriale, ha oggi una produzione di acciai trascurabile (pochi per cento del totale europeo). Gli sforzi degli italiani e dei tedeschi sono ammirevoli: nessuna delle due nazioni dispone oggi di carboni pesanti, ma almeno i tedeschi possono contare sui minerali di ferro, le limoniti disposte sul confine franco – tedesco.

Gli Usa erano una forza, e ancora adesso si difendono: producono i due terzi degli acciai nordamericani. Solo che i cinesi hanno, in questi mesi, una produzione che è almeno sette volte più grande.

Come mai? Costo del lavoro, popolazione giovane, tassi di sconto, come no….Ma con cosa si fa l’acciaio? Dalle mie parti occorrono buoni carboni e minerale di ferro. Negli Usa, i carboni buoni (duri e ad alta densità) sono oggi più rari che un tempo, e la nazione è in deficit per il minerale. I cinesi, invece, sono ben dotati di tutto l’armamento minerario richiesto.

Se devo portare acciaio a Washington, per fare un’auto ad esempio, posso comprarlo tal quale e trasportarlo; oppure posso prendere minerale di ferro e carbone, portarli in qualche altoforno e fare la ghisa, da convertire poi in acciaio. Sono masse diverse: se immagino di usare impianti moderni e di consumare, mettiamo, solo 1,5 kg di carbone per kg di acciai partendo da un minerale avente titolo in ferro del 60%, ottengo che per 1 kg di ferraglia devo smuovere almeno 3,16 kg di materiale. Materiale che pesa di più, e che è anche molto voluminoso rispetto ai prodotti finiti ferrosi. Ovviamente, basare la fabbrica in Cina, vicino alla miniera di carbone ed a quella di minerali ferrosi, abbatte i costi: qualsiasi tentativo di fare diversamente produrrà costi addizionali., nei trasporti e non solo La cosa è tanto vera che noi italiani abbiamo venduto l’acciaieria di Bagnoli ai cinesi: c’è pure un film sul tema. Senza poi dimenticare che chi fornisce il minerale si fa pagare: e quei soldi daranno lavoro ad operai cinesi e svedesi, ma non certo statunitensi.

Ecco, alla fin fine il problema è che la siderurgia si fa con buoni carboni e minerale di ferro. Quando quella roba finisce, le fabbriche si fermano; tenerle in vita a forza di sussidi e svalutazioni sposterà semplicemente il problema da qualche altra parte.

L’esempio italiano, il tentativo di far funzionare industrie senza le relative risorse, dovrebbe insegnare qualcosa agli americani: si può fare, ma costa tanto. Forse sarebbe il caso di puntare su altre strategie per il futuro.

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