Depositi geologici: roccia o fanghiglia?

Ieri sera, mentre tornavo a casa in treno, un collega mi ha messo in mano un paio di cartine che dovrebbero servire ad individuare i siti idonei allo stoccaggio di scorie radioattive in Italia. Le due mappe contenevano i perimetri delle aree idonee; nella prima, tutte le superfici adatte, nella seconda solo quelle di taglia superiore a 300 ettari. Il materiale era stato pubblica in varie maniere nelle scorse settimane, in parte si può visionare sul Sole 24 Ore. Naturalmente, nessuna menzione sui criteri di scelta dei siti: in Italia l’informazione scientifica non va oltre le fotocopie A4 di qualche cartina senza legenda.

La cosa viene discussa da tempo, e ci sono già state polemiche virulente. Pochi anni fa i nostri illuminati condottieri tentarono di sbolognare le scorie delle centrali italiane agli abitanti di Scanzano Ionico; il progetto venne abbandonato in fretta, forse anche per la forte sismicità dell’area e la sua vicinanza al mare ed alla foce di almeno un paio di capricciose fiumare appenniniche. L’esempio di Scanzano fa il paio con quello del Monte Yucca, in Nevada: anche gli americani hanno scelto di tentare di rifilare le scorie nucleari ad un’area relativamente povera, facente parte di uno Stato dell’Unione dotato di scarso peso politico. L’abitudine di ricoprire di schifezze tossiche i più deboli è simile in tutto il mondo. Pare che i due siti verranno alfine abbandonati; più che altro per le mediocri garanzie di sicurezza che offrono.

Ma intanto quali sono i depositi geologici allo studio o già realizzati nel mondo? A venirci in soccorso è al solito l’enciclopedia in rete, che segnala i progetti finora attuati per dare una sistemazione alle scorie radioattive ad alta e media attività. A dominare sono siti caratterizzati dalla presenza di rocce ignee o metamorfiche, come i graniti; assieme a questi, troviamo numerosi siti ricavati in formazioni di salgemma. Per inciso, i graniti sardi e le alternanze di sale ed argille della Basilicata erano stati le prime proposte governative per un deposito geologico italiano.

I graniti sono popolari nel Nord Europa per questi depositi. Ma sono poi così validi per lo stoccaggio? carota di granito con frattura dopo point load testL’immagine qui a fianco rappresenta una carota di granito, ricavata tramite un foro di sondaggio. All’origine era intera, un diametro di 83 mm se non ricordo male; poi è stata sottoposta al carico di una pressa. Il risultato si vede bene: è bastata qualche tonnellata di spinta per aprire una frattura nel materiale; e si trattava di un buon granito. La pressione  richiesta (mettiamo 3t, la nostra attrezzatura non supera le 5) ci potrebbe collocare ad una profondità di circa 200 metri; come dire che se a 200 metri di profondità potessimo privare di confinamento laterale il materiale, questo potrebbe anche scoppiare in mille pezzetti. Questo è un esempio di materiale fragile, capace di sopportare forti spinte, ma destinato prima o poi a rompersi. Ed in effetti le gallerie profonde ricavate in materiali fragili vanno soggette al cosiddetto “popping”: la roccia esposta ogni tanto si sfalda, senza preavviso.

Tutte le rocce in natura sono fratturate, principalmente a causa degli stress tettonici; può capitare di avere a che fare con rocce nelle quali le fratture sono molto distanziate, ma comunque qualcuna la troveremo. E questa faccenda fa capire quale sia il punto di forza delle formazioni argillose: se anche ci apri una frattura, questa è destinata a collassare e chiudersi, oppure ad intasarsi con materiale fine impermeabile. Diversamente da graniti e migmatiti svedesi, o da calcari toscani o da ignimbriti del Nevada: tutti invariabilmente infestati da fratture più o meno aperte, possibili vie di fuga per fluidi contaminati.

Tra le aree proposte per i depositi geologici di scorie, curiosamente, non troviamo praticamente niente che sia puro e semplice impermeabile argilloso. Come mai? E per quale motivo allora si parla di graniti, o magari di salgemma? Perché rinunciare al migliore impermeabile esistente in natura per dedicarsi a siti meno sicuri?

Il motivo – che strano! – è di carattere economico: scavare a grande profondità in mezzo a delle argille costa, e tanto anche. E’ estremamente difficile sostenere le pareti delle gallerie, che tendono a collassare durante le operazioni di scavo; ed ecco quindi l’interesse per i citati graniti svedesi, le ignimbriti del Nevada ed altre simili e mediocri scelte, tutte caratterizzate da scarsa impermeabilità, ma anche da basso costo di scavo. Le formazioni di salgemma meritano una menzione a parte: non sono impermeabili favolosi, come si credeva un tempo; però offrono un vantaggio eccellente: di solito sono già piene di miniere abbandonate, miniere che ovviamente non esistono in formazioni argillose pure e semplici. Un bell’esempio è il deposito tedesco di Asse II, di cui si parla poco bene anche in questa voce in italiano. L’acqua è riuscita a causare problemi, ed il salgemma una volta a bagno si è mostrato per quel che è: un materiale solubile. Tra parentesi, molte aree estrattive d’Europa ricche in sale sono state scoperte secoli fa grazie alla presenza di sorgenti salmastre: e bastava poco a capire che queste emergenze di acqua salata, per esistere, richiedono una circolazione sotterranea all’interno delle formazioni evaporitiche scavate poi dai minatori.

A voler leggere tra le righe, la scelta dei siti per lo stoccaggio di rifiuti radioattivi fino ad oggi ha seguito tre grandi vie maestre: scaricare le scorie addosso ai più deboli, realizzare buchi in rocce facili da scavare, oppure riempire buchi già realizzati in vecchie miniere abbandonate. La bontà del contenimento degli eventuali (pardon, certi) percolati non sembra essere un parametro di primo piano tra quelli considerati; e devo dire che in Italia, tra graniti di Sardegna e strati di sale in Basilicata, per ora non abbiamo prodotto altro che una copia imbruttita degli errori tecnici già sperimentati in giro per il mondo.

Il deposito geologico per le nostre scorie magari si farà, ma secondo me sarebbe il caso di chiarirsi bene quali dovrebbero essere gli scopi e le pretese di durata temporale del suddetto deposito. In caso contrario, sarà meglio prendersi una pausa di riflessione: non c’è fretta di fare sciocchezze, per quelle possiamo anche aspettare.

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3 risposte a Depositi geologici: roccia o fanghiglia?

  1. Per far prima, piazzo anche un link ad un articolo interessante sul Monte Yucca: sta su Terranauta. E’ vecchiotto, ma riassume bene la situazione.

  2. Marino Longo ha detto:

    lugagnano val d’arda dice no alle scorie nucleari

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