Uova e soldi: contiamo meglio

Visti i commenti divertenti attorno al post precedente (nel quale ho dato prova di non saper neanche dividere 0,65 per 6) ho pensato bene di dare un’altra occhiata ai costi delle uova di gallina. Per i prezzi al consumo, mi va sempre bene l’osservatorio dell’Istat; magari non è perfetto, ma fornisce un dato costantemente aggiornato. Per i prezzi alla produzione, mi affido alle rilevazioni delle Camere di Commercio; l’andamento dei prezzi in agricoltura è riassunto, tra le tante possibilità, dai bollettini reperibili sul periodico Agrimpresa della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA pure lei, che scelta simpatica!). Il dato è quello delle CCIAA locali.

In breve: al consumo a novembre 2010 nel modenese sei uova potevano costare da 0,65 a 2,99 euro, con un valor medio di 1,66 euro. Si noti che la semplice media aritmetica tra i due estremi di prezzo darebbe come risultato 1,82 euro; la differenza è dovuta al fatto che il nostro Istat realizza una media pesata e tiene conto anche delle quantità vendute per ogni fascia di prezzo.

Alla produzione, sempre sulla piazza costituita dalla Borsa Merci di Modena così come rilevata dalla CCIAA locale, le quotazioni erano un po più complesse: le uova vengono distinte per pezzatura. Nella classe di peso al di sotto dei 53 grammi, un uovo veniva pagato 9 centesimi di euro. Tra i 53 – 63 grammi si saliva a 10 centesimi, e quindi a 11 centesimi tra i 63 – 73 grammi. Per i “pesi massimi”, il prezzo viaggiava sui 12 centesimi.

Risultato? Ipotizzando un rozzo valore medio alla produzione di 10,5 centesimi per ogni uovo di gallina (non dispongo di dati sulla reale distribuzione delle quantità prodotte tra le varie pezzature), dobbiamo dedurne che il prezzo al produttore per una confezione di 6 uova debba starsene attorno ai 63 centesimi di euro. Se poi erano 61 o 64, cambia poco.

Il confronto con i prezzi medi al consumo è imbarazzante: 1,66/0,63 = 2,635. In altri termini, un ricarico pari ad un + 163,5 %. Mica male, per un prodotto che non richiede alcuna ulteriore lavorazione; e che ovviamente deve essere fornito pronto per essere distribuito. Come dire che ad una parte (l’agricoltore / allevatore) spetta il compito di realizzare il prodotto, e ad un’altra (il grossista / dettagliante) quello di guadagnarci sopra. Mirabile organizzazione del lavoro.

Molto soddisfacente anche la presenza, tra i banchi dei supermercati, di gustose uova alla diossina provenienti da ogni parte del mondo: poveretti, si vede che con le normalissime uova italiane non guadagnavano abbastanza. Troppo care.

I bollettini statistici citati sarebbero pieni di altri stucchevoli esempi di questo genere, ma credo che sia meglio soprassedere. Alla fine, resta una sola fondamentale domanda: è nato prima l’uovo o la gallina?

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Una risposta a Uova e soldi: contiamo meglio

  1. giomag59 ha detto:

    Leggo solo ora questo articolo, che mi sembra attualissimo… forse ora le differenze saranno maggiori, non ci sarebbe da stupirsene. In quanto all’indignarsene poi sembra che la gente sia più attratta da Stepchild varie o cibi vegani per occuparsi delle storture dell’economia… basta avere i soldi per la ricarica telefonica… chi se ne importa delle uova?

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