Le vie del petrolio sono infinite

tanica di carburante, per decorareGià, sono infinite le vie attraverso le quali l’oro nero giunge in Italia; ma non è infinito il petrolio. In questi giorni si è fatto un gran parlare della crisi libica; la cosa ci interessa da vicino, dato che noi italiani importiamo parecchio greggio dalla Libia. Il blog Petrolio ci ricorda ben bene la nostra esposizione come acquirenti nei confronti di Gheddafi e compagnia. Un buon 38% del petrolio libico prende la via del bel paese, e non è una buona notizia al momento. Poi il mercato, o meglio le petroliere, provvederanno a far arrivare petrolio da qualche altro paese, ma nel mentre l’apprensione è d’obbligo. E comunque avremo difficoltà a raffinare materie prime diverse dall’eccellente prodotto libico.

Per vedere meglio da quali nazioni importiamo il greggio, possiamo provare a servirci della collezione di dati del nostro Ministero dello Sviluppo; ha un nome desueto, ma fa comunque un lavoro discreto. In Italia in effetti importiamo petrolio greggio ma anche distillati; e riesportiamo prodotti raffinati. Può sembrare una stranezza, ma bisogna ricordare che alcune aziende importano direttamente alcuni prodotti finiti, mentre altre dispongono di grandi capacità di raffinazione in Italia; altro fattore in gioco è la stagionalità dei consumi, che può far cambiare le necessità di capacità di raffinazione nelle varie aree del pianeta – emblematica è la “driving season” statunitense. Per non fare cose troppo complicate, qui guarderemo solo alle importazioni di petrolio greggio dell’Italia tralasciando il bilancio commerciale dei distillati.

Dunque, nel 2009 secondo il ministero italico abbiamo importato olio greggio per circa 76,3 milioni di tonnellate, contro gli 82,4 milioni di tonnellate del 2008; una perdita del 7,4% che non sorprende più di tanto.

Per la provenienza dei petroli diretti alle nostre raffinerie, parla il grafico piazzato sotto; il totale delle importazioni è riportato al 100%, ed i colori identificano i paesi d’origine.

importazioni di petrolio in Italia per paese di provenienzaIl grafico non è così ben leggibile, è confuso e c’è una ragione: noi italiani importiamo petrolio da ogni angolo del mondo. Una roba da mettere direttamente nelle barzellette. Ci sono nazioni il cui contributo alle nostre importazioni di greggio è talmente infimo da restare invisibile in percentuale; il Camerun, il Congo e la Costa d’Avorio non rientravano nemmeno nel mio modesto immaginario petrolifero. Comunque la palma di fornitore più bislacco se la deve beccare Cuba: il fatto che nel 200o siamo riusciti a far arrivare petrolio perfino dai cubani è un capolavoro di vis comica.

Torniamo alle cose serie: le quantità importate dai paesi del Medio Oriente sono declinate leggermente nell’arco del passato decennio. Al momento potremmo parlare di un 35%. I grandi fornitori sono quelli che ci aspettiamo: essenzialmente la Libia – fin che può – assieme ad Arabia Saudita, Iran e Russia. Ma anche quelli meno noti, come l’Azerbaigian che è cresciuto assai negli ultimi anni; ed immagino che in Italia poche persone abbiano in mente il peso della nostra presenza nell’area, ed i costi di questa presenza. Comunque sia, Azerbaigian e Kazakistan ci stanno già fornendo un 10% circa del petrolio che consumiamo.

In soldoni si è assistito ad una diminuzione delle importazioni dal Medio Oriente a favore di quelle provenienti dall’area ex – sovietica; i paesi africani non hanno modificato molto il peso globale della propria presenza nel nostro paniere di importazioni petrolifere.

Per il solo Medio Oriente può essere interessante indagare il peso relativo dei vari paesi che ci riforniscono; sotto un grafico riassuntivo di incidenza sul totale del gruppo.

importazioni di petrolio in Italia per paese di provenienza, Medio OrienteI paesi mediorientali che ci spediscono greggio non sono molti, e bisogna dire che a dominare sono arabi ed iraniani. Il peso delle due nazioni sul totale dell’area però sta declinando da alcuni anni, a tutto favore dell’accoppiata Kuwait / Iraq. Ed è questa coppia che si fa notare: da quando gli italiani hanno abbandonato la “missione di pace” in Iraq, hanno anche dovuto salutarne il petrolio. Ed è presto fatta la sostituzione: mentre qualcuno andava a prendersi i giacimenti di Nassirya, per i quali versammo tanto sangue, noialtri ci facevamo semplicemente rifornire dal Kuwait in quantità analoga a quella persa con gli iracheni. Il mercato conosce solo i soldi, e se ne frega delle antipatie politiche di Washington. Irrilevanti Dubai e Yemen, interessante la Siria: ha una produzione in declino, e l’effetto si vede anche sulle nostre importazioni petrolifere. Rilevante il fatto che nei grafici ci sia scritto Dubay con la Y: l’errore era contenuto nelle tabelle del ministero, e non ci avevo fatto caso. Bisognerà mandargli un atlante.

I paesi dell’Africa giocano il ruolo maggiore, almeno fino ad ora; qua sotto una raffigurazione del peso percentuale delle importazioni dall’Africa.

importazioni di petrolio in Italia per paese di provenienza, AfricaA far mostra di sé è la Libia, che da sola copre all’incirca il 70% dei petroli che importiamo dal continente africano. I nostri saggi statisti hanno anche pensato bene di far crescere lievemente il peso di questa nazione all’interno del nostro paniere di importazioni negli ultimi dieci anni. Interessante il declino proporzionale dell’Algeria. Ma ancor più intrigante è l’Egitto: importiamo petrolio dagli egiziani, anche se poco; la cosa strana è che l’Egitto ormai ha una produzione coincidente col fabbisogno interno, e se ne deve dedurre che questi movimenti commerciali hanno ormai il solo scopo di raffinare il petrolio in Italia e rispedire i carburanti al mittente. I commenti sulla presenza – irrilevante – di Costa d’Avorio e Congo li posso lasciare a chi si occupa di satira. La nostra dipendenza dal Nord Africa invece non è affatto divertente.

E ora la forza relativa dei fornitori europei ed ex -sovietici sempre in grafico percentuale.

importazioni di petrolio in Italia per paese di provenienza, Europa ed ex URSSAnche qui non ci facciamo mancare niente: abbiamo rivitalizzato persino la produzione di petrolio dell’Albania. Evidentemente il duce aveva lasciato sottoterra un po di catrame. Il peso percentuale dei norvegesi sembra abbastanza stabile, mentre l’Inghilterra quasi non si vede; d’altronde gli inglesi sono ormai divenuti importatori netti di idrocarburi. Il gigante resta la Russia, a giustificazione delle tante visite dei nostri politici a Mosca; ci forniscono ancora poco meno della metà dei petroli che importiamo dall’area euroasiatica. Eccezionale, come già detto, la presenza di Azerbaigian e Kazakistan, che hanno accresciuto parecchio la loro importanza nei nostri serbatoi. Qualche anno fa si favoleggiava di immense riserve proprio in Kazakistan, nord Caspio; come possiamo vedere, non c’era tutta questa cuccagna. Ad oggi l’Azerbaigian si è confermato un fornitore decisamente più importante e stabile, anche se dobbiamo ricordare che questi signori producono petrolio dai tempi degli zar russi, quando ancora serviva per le lampade. Di miracoli non ne possono più fare nemmeno loro. Per non farci mancare proprio nulla, abbiamo importato greggio anche dal Turkmenistan e dall’Ucraina; secondo me nemmeno gli ucraini sapevano di possedere petrolio, ma noi italiani ce ne siamo accorti subito. Magari erano giacenze che non riuscivano a raffinare.

Alla fine, dopo tutto il tempo speso a confeziona grafici con Open Office, mi è proprio passata la voglia di ridere. Quando si parla di energia ed idrocarburi noi italiani siamo amici di tutti, pronti ad allearci con chiunque sia in grado di fornirci una scodella di oro nero da sciupare in autostrada. E non è detto che sia una strategia vincente, a giudicare da come stanno andando le cose in Italia.

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5 risposte a Le vie del petrolio sono infinite

  1. Pingback: Pensieri sulla guerra | Far di Conto

  2. mcc43 ha detto:

    http://www.libyaninvestment.com/libya-business-news/63034-eni-not-worried-about-libya-contract-revisions-ceo.html
    Scaroni fa mostra di sicurezza davanti alla decisione dei dirigenti libici di mettere il naso sulla regolarità dei contratti conclusi al tempo di Gheddafi. Realtà o ottimismo di facciata?

    C’è anche questa notizia
    http://www.bloomberg.com/news/2012-04-11/libya-to-revive-plan-for-benghazi-free-trade-area-official-says.html
    che non so cosa significhi in concreto:
    “Libya plans to set up a free-trade zone in Benghazi as it seeks to shift its economy away from dependence on oil, government officials said.”
    Che conti fanno? al di fuori delle materie prime non hanno nulla da commercializzare, credo; una zona franca a Bengasi per alleggerire la dipendenza dalla vendita di petrolio significa allora la creazione di un paradiso fiscale?

  3. fausto ha detto:

    Scaroni sa benissimo che i tubi che collegano la Libia all’Europa passano attraverso l’Italia; il gas libico resterà comunque in mano italiana, per un semplice problema di costi di trasporto. Greenstream è ancora al suo posto. Per la roba liquida le cose vanno diversamente: la produzione libica prende la via del mare. Durante il conflitto una parte degli asset libici di Eni era stata ceduta ai russi, creando parecchia maretta. Non so come andrà a finire.

  4. http://google.com ha detto:

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