Ancora con questi 200 dollari a barile…

Mi stavo leggendo il resoconto della nona conferenza Aspo, a Bruxelles. Il blog di Aspo Italia viene aggiornato man mano che i lavori procedono. E mi ha colpito una affermazione dell’economista Rubin, in risposta ad una domanda del prof. Bardi: “…nei paesi occidentali non la vediamo [l’inflazione] per via dalla globalizzazione. Ovvero, l’inflazione ha lo scopo di distruggere il potere d’acquisto dei salari. In un regime di globalizzazione, questo si può ottenere altrettanto bene mediante lo “outsourcing”, ovvero mettendo i lavoratori occidentali in diretta competizione con quelli dei paesi poveri…”. L’economista Reynolds rincara la dose: “…l’iperinflazione esploderà non appena vedremo il petrolio toccare i 200 dollari al barile. A quel punto, aspettatevi di accendere la stufa con i biglietti da cento euro…”.

L’equazione secondo cui la scarsità di una risorsa è destinata a farne salire il prezzo in maniera incontrollabile è notoria; gli economisti la chiamano legge della domanda e dell’offerta. Il lato della vicenda di cui si discute poco è un altro: fino a quanto può salire il prezzo di una risorsa? Ed in specie quello del petrolio? Se qualche burlone si mette a stampare banconote, invariabilmente i prezzi salgono; però il valore relativo dei beni che acquistiamo in realtà resta identico: spenderò sempre tre banane per comprare quattro pere, anche se ho aggiunto uno zero ai rispettivi prezzi nominali. Questo è il motivo per cui i prezzi di materiali importanti – come il petrolio – di solito vengono forniti con una correzione inflazionistica e riportati ad una valuta avente valore costante, il valore che aveva in una certa annata di riferimento. Il problema è stato trattato qui.

Ora, se non stampiamo bigliettoni da cento euro l’unica cosa che può far salire le quotazioni del petrolio – e delle altre risorse – è la sopraggiunta scarsità del bene che acquistiamo. Però questa cosa agisce diversamente dalle stamperie di banconote: mentre queste deprezzano la moneta rispetto a qualsiasi bene, il picco del petrolio fa incrementare il controvalore di una sola risorsa rispetto a tutte le altre, il suddetto petrolio appunto. Ed è un problema, perché in pratica cominciamo ad investire un mare di risorse, energia e capitali per cercare di sostenere la produzione di questa singola risorsa ormai scarsa. A scapito di altre attività.

Solo che questa cosa finisce col collidere con il concetto di Eroei, che è il parametro che misura il ritorno energetico connesso ad un investimento. A denominatore l’energia spesa, a numeratore quella guadagnata: deve essere alto, altrimenti l’operatore che ha fatto l’investimento – una miniera di carbone per dire – va in bancarotta. Ed eccoci alla fiammata di prezzo del 2008, 147 dollari a barile: successivamente abbiamo avuto una catastrofe economica, e il prezzo è sceso. Molto banalmente, come ricordato già in questo post, ci eravamo messi ad investire troppa energia nell’industria del petrolio; ed in breve tempo abbiamo sperimentato una sorta di bancarotta collettiva, che ci ha obbligati a ridimensionare progetti estrattivi poco redditizi.

In estrema sintesi, pagare 147 dollari significa spendere in ricerca ed estrazione qualcosa come 2940 MJ, più di 816 kWh; questo almeno nel sommario modello del post di ottobre. E con un barile che ci dà 1845 kWh circa, c’è poco da stare allegri. Siamo maledettamente vicini ad un ritorno energetico nullo.

Ora eccoci arrivati alla primavera del 2011, con le quotazioni del petrolio che salgono a più di 110 dollari a barile; e relativi effetti sui carburanti. La risorsa è scarsa e si grida al rischio di vedere il prezzo sopra ai 200 dollari; perché non 500? Ma di che dollari si parla? Se nel futuro ne stamperemo a bizzeffe, allora potremo pagare anche 2000 dollari a barile; magari saranno sempre equivalenti a 100 dollari del 2011, detratta l’inflazione. In dollari 2011, tenendo a mente il modello rozzo di cui sopra, è fisicamente impossibile spendere più di 1845 [kWh/bbl] · 3,6 [MJ/kWh] / 20 [MJ/US$] = 332,1 [US$/bbl]. Semplicemente nessuno riuscirà ad estrarre petrolio se l’energia spesa per ottenerlo è uguale a quella che ci può fornire.

Lasciamo perdere virgole, unità e decine: sono inutili, dato che la stima del controvalore in energia degli investimenti delle compagnie petrolifere è difficile ed imprecisa; però avere un limite che orbita attorno ai 300 dollari ha già un significato. Oltre in apparenza non possiamo andare, e ad essere onesti dobbiamo anche rimanere molto al di sotto di questo limite teorico; altrimenti come possiamo far funzionare fabbriche, autostrade, navi, aerei..? Man mano che l’industria estrattiva divora quote crescenti di produzione per funzionare, cosa rimane per noi utenti comuni?

Il problema adesso è che tante persone, in buona fede, attenderanno con timore l’arrivo di quotazioni mostruose per il greggio; millenaristica attesa. E tante altre persone, vedendo cadute improvvise nelle stesse quotazioni, si convinceranno che non abbiamo alcun problema col petrolio. Purtroppo il problema c’è, e non ci saranno prezzi a tre zeri ad avvisarcene; almeno fin quando le stamperie di banconote resteranno ferme! Il modello inflattivo degli anni ’70 non è l’unico possibile; la scarsità di energia ci può colpire anche se i prezzi oscillano attorno a valori apparentemente umani ed abbastanza stabili. Bisogna vedere quale costo energetico è sotteso a quei prezzi.

Il picco del petrolio non si annuncia in borsa, e non si fa notare tra le notizie di economia: semplicemente ci distrugge senza tante chiacchiere. Con o senza monete ridotte a cartaccia. Nel mentre che aspettiamo di vederlo a 200 dollari per barile, rischiamo di finire inceneriti.

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3 risposte a Ancora con questi 200 dollari a barile…

  1. lordbad ha detto:

    Nel farti i miei complimenti per il blog e in particolare per questo post, spero avrai modo di ricambiare la visita su Vongole & Merluzzi, proprio in merito all’argomento…

    Have a nice reading 😉

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/05/02/maramao/

  2. Pingback: Capitombolo | Far di Conto

  3. Pingback: Scivolone d’agosto | Far di Conto

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