La riserva geologica di Rivara ed altre leggende

In questi giorni sembrano consumarsi le ultime battaglie attorno alla riserva geologica di gas di Rivara di San Felice. L’area in questione si trova nella bassa pianura modenese, vedere le mappe in rete. La bocciatura del progetto è ormai abbastanza sicura; dagli articoli di giornale, le motivazioni di questo abbandono non sembrano molto chiare. In pratica, pare che si vieti anche la prosecuzione delle attività di prospezione e raccolta di dati; una bocciatura piuttosto drastica.

Il progetto è nato alcuni anni fa, e ha suscitato un mare di polemiche; personalmente mi è capitato anche di assistere ad affollate conferenze nelle quali venivano esposti i risultati delle attività di ricerca condotte sul sito. Tra conferenze e dibattiti televisivi, liti e schermaglie non erano infrequenti. La riserva di gas naturale scalda gli animi come poche altre cose in provincia di Modena.

L’idea alla base del progetto è semplice: creare un serbatoio sotterraneo di gas naturale, spingendo il gas in questione dentro a dei pozzi a pressione elevata; sarà successivamente possibile prelevare il gas quando la richiesta è maggiore, in inverno per dire. Con questa strategia, è possibile ridurre la richiesta di nuovi gasdotti, ottimizzandone l’utilizzo: il gas in estate arriva lo stesso, ma viene in parte accantonato in attesa della stagione fredda. In Italia il metano è importante: nel 2010 ne abbiamo consumato per più di 76 miliardi di metri cubi; come dire poco meno di 70 MTEP.  Quasi il 40% della nostra domanda di energia primaria.

La riserva di Rivara è stata ipotizzata pensando ovviamente ad un serbatoio naturale capace di contenere molto gas: si tratta di un elemento della dorsale ferrarese. Questa dorsale rappresenta una sorta di “montagna sommersa”, un volume di roccia che si è innalzato e piegato – con convessità verso l’alto – sotto la spinta che continua ad innalzare gli Appennini. Si tratta a tutti gli effetti di una propaggine dell’Appennino ancora sommersa dai sedimenti della Pianura Padana; se abbiamo pazienza di attendere parecchio tempo, emergerà anch’essa. Il Ministero dello Sviluppo fornisce la documentazione essenziale riguardante il progetto. Si tratterebbe di impiegare 19 pozzi per immettere il gas (che viene dall’estero) in una roccia serbatoio costituita da carbonati fratturati di età mesozoica; la copertura del deposito è forte di 1700 metri di materiali, in buona parte argillosi. La capacità attesa sarebbe di 3,7 miliardi di mc, vedere i documenti del ministero. La superficie interessata – 117 kmq – è più che doppia rispetto a quella del comune di San Felice sul Panaro; cosa questa che ha allarmato i residenti dei comuni limitrofi.

Il progetto in sé è ben studiato, e si tratta di una tecnica sperimentata per decenni in molte parti del mondo; anche in Italia, visto che siamo già pieni di riserve di gas aventi analogo funzionamento. Il sito ufficiale del progetto riporta – da fonte USGS – dell’esistenza di più di 600 riserve geologiche nel mondo nel 2006; e di almeno 10 giacimenti esausti italiani già impiegati allo scopo. Anche nel bolognese, aggiungo io. I 3,7 miliardi di mc dello stoccaggio corrisponderebbero a poco meno del 5 % del fabbisogno nazionale di metano; questo per chiarire bene che questa riserva potrebbe servire all’Italia, ma non certo ad altre nazioni, come favoleggiato da chi parlava del rischio di veder trasformare la nostra nazione in una specie di “hub del gas” europeo. Cosa che in realtà è già da tempo, ma a causa dei gasdotti ovviamente, non certo degli stoccaggi.

Adesso veniamo alle polemiche: c’è l’apposito comitato, con un sito che trovo abbastanza ben fatto. Per pubblicizzare il problema, hanno voluto riportare anche documenti sullo “shale gas“; questo a dire il vero ben più pernicioso della riserva allo studio. Quest’altro sito fa osservazioni anche più dirette; in particolare mi ha colpito la tabella riassuntiva che riporto qua sotto, che poi è opera del locale comitato.

no alla riserva di gas di Rivara di San FeliceSi tratta di un prospetto riassuntivo interessante. Andiamo con ordine: dire che in zona non ci sono giacimenti di idrocarburi è errato. Il pozzo del “Cavone”, di più di 3300 metri di profondità, è ubicato a poca distanza (20 km) nella medesima struttura geologica; viene sfruttato da tempo, e ne cavano petrolio. C’è anche la scheda del ministero. Per quanto riguarda i rischi di inquinamento, che dire: la riserva geologica inietta metano, e non impiega sostanze diverse secondo i progettisti. Nemmeno in fase di recupero del gas.

Le voragini citate nell’immagine sono una cosa particolare: sono i cosiddetti “scavernamenti”, ben noti nella nostra pianura. Le loro origini sono sconosciute, e non esistono evidenze di un legame con le attività umane nemmeno dopo anni di studi. Immagino che il fenomeno sia stato citato per fare colpo sull’uditorio.

Quanto alle fuoriuscite di gas, vorrei che si provasse a pensare una cosa: questi signori sarebbero propensi a sprecare costoso metano gettandolo via? E la risposta a questa domanda spiega la cura certosina messa nello scegliere un serbatoio il cui impermeabile di copertura è solido e contiene fluidi in sovrappressione rispetto alla roccia serbatoio, a garanzia della perfetta tenuta del sistema.

L’osservazione sui terremoti sembra più consistente: i membri dei comitati si domandano se l’interferenza dovuta alle iniezioni di gas possa accrescere l’attività sismica locale. E’ abbastanza intuitivo: se inetto fluidi, rendo più probabile il verificarsi di qualche movimento lungo una faglia. E il gas circola perfino meglio dell’acqua. In questo senso il problema è già oggetto di discussioni anche all’estero: dice il WP che da qualche parte in Arkansas le autorità hanno deciso di bloccare una attività di reiniezione di acque contaminate dopo aver notato un anomalo incremento nel numero di terremoti registrati in loco. Pare che la decisione sia stata presa dopo l’arrivo del peggior sisma avvenuto nella zona in 35 anni; comunque è stata ben studiata la correlazione tra iniezioni di fluidi ed incremento dei microsismi. Cito testualmente: “…Starting in the fall, thousands of earthquakes have been recorded in north-central Arkansas…”. Migliaia di sismi in pochi mesi, anche se piccoli.

Facciamo un passo indietro: questa storia dei fluidi iniettati nei pozzi che fanno incrementare i terremoti è nuova? O è cosa già nota? Se ne parla già da tanto tempo, qui un estratto su studi condotti negli anni ’70. Comunque basta scrivere nel motore di ricerca “fluid injection earthquake“, il materiale non manca. Ci aggiungo io, per memoria storica, che il problema venne identificato fin dagli anni ’60 in Nevada; un pozzo nel quale venivano iniettati rifiuti radioattivi a bassa attività si era mostrato capace di produrre una frotta di piccoli sismi. Tutto noto da tempo.

Questa cosa è pericolosa? In effetti no, anzi: ai tempi si studiò la possibilità di indurre sismi artificiali in aree ad alto rischio sismico. L’idea di base era quella di “spezzettare” un grande sisma in tanti eventi piccoli e poco pericolosi. Mettiamo di avere a che fare con le attivissime faglie della California: se iniettiamo fluidi ed induciamo terremoti di modesta energia, permettiamo il movimento necessario tra i vari volumi di roccia con tanti spostamenti piccoli; alla fine scongiuriamo la possibilità che si verifichi un unico grande movimento, cioè un sisma distruttivo.

Molto bello, peccato che non possa funzionare. Le attività di iniezione di fluidi hanno mostrato la capacità di produrre sismi aventi magnitudo 2, 3 o magari 3,5; roba più grossa sembra improbabile, è già qualcosa di equivoco il 4,7 registrato in Arkansas. Un evento isolato non può essere correlato con sicurezza alla sua possibile causa. Ora, il problema è che la scala richter è logaritmica: passare da magnitudo 5 a 6 significa incrementare l’energia liberata di circa 31,6 volte. Se passiamo da 6 a 8 nella scala richter, l’energia liberata – solo quella connessa alle onde elastiche nel terreno – si accresce di 1000 volte. Vedere il manualetto marcato USGS.

Per il caso citato dell’Arkansas il WP diceva: “…Though a fraction of them have been strong enough to be felt, there have been several with a magnitude of 3.5 or higher…”. Immaginiamo che gli eventi di riferimento tipici avessero magnitudo 3: ce ne vorrebbero mille per levarci dai piedi un futuro sisma del quinto grado richter. Se parliamo di un settimo grado, stiamo già inseguendo una chimera.

Questa situazione è divertente per davvero: le attività di perforazione possono avere un impatto teoricamente positivo sulla dinamica dei terremoti, non sono in grado di incrementarne l’energia, ma possono causarne il rilascio in maniera meno distruttiva. Purtroppo, l’effetto è mediocre e questa tecnica non può realmente tutelarci dai grandi sismi. E’ sostanzialmente irrilevante, fatto noto da cinquant’anni. Il pubblico, almeno nella bassa modenese, sembra invece convinto che queste attività siano dannose, che creino ex novo i terremoti; e che siano rilevanti nella dinamica della sismicità del luogo. Un caso di disinformazione da manuale, che potrebbe anche essere un interessante soggetto di studio. Come sarà mai nato un simile, mostruoso equivoco?

Lasciamo perdere ora per un momento tutte queste obiezioni, che è giusto sollevare ed alle quali si possono trovare valide risposte tecniche. Un motivo, uno, per non fare uno stoccaggio di gas naturale a San Felice sul Panaro esiste: quel gas noi lo importiamo. La riserva di gas di Rivara è assimilabile ai rigassificatori che vanno tanto di moda oggigiorno: serve a peggiorare la nostra dipendenza da combustibili importati. Nel 2010 l’Italia ha prodotto meno del 10 % del gas che ha consumato; sono lontani i tempi in cui coprivamo più di un terzo dei consumi con la produzione nazionale. Ed è questa la sola osservazione che avrebbe dovuto campeggiare nei manifesti. Una occasione persa per fare chiarezza sullo stato delle cose; chi desidera varare progetti simili saprà probabilmente approfittare della mancanza di lucidità delle persone che vi si oppongono.

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15 risposte a La riserva geologica di Rivara ed altre leggende

  1. Giorgio ha detto:

    Complimenti, ci avete azzeccato: tre terremoti, di cui uno di intensità 5.9 si sono scatenati stanotte proprio da quel giacimento (considerato l’ellissoide degli errori)

  2. fausto ha detto:

    A dire il vero la struttura geologica di Rivara di San Felice non è un giacimento, si tratta piuttosto di un acquifero ospitato nel nucleo di una piega in calcari fratturati. Al momento nessuno ha ancora iniettato niente al suo interno.
    La sismicità dell’area è dovuta alla ben nota dorsale ferrarese, il grande sovrascorrimento sommerso che rappresenta il margine settentrionale nascosto dell’Appennino. Con questi sismi abbiamo dovuto convivere da tempo immemore…..

    • Giorgio ha detto:

      Giusta osservazione, la struttura di Rivara non è un giacimento, mentre Cavone lo è e si trova a solo una decina di km. Ora, visto che le rocce sono le stesse e non sono rocce madri vien da chiedersi se non debba esserci una ragione geologica che non sia un bizzarro gioco di faglie e barriere che hanno deviato tutti gli idrocarburi in Cavone escludendo Rivara. Sara forse che le fratture e manifestazioni di superficie abbiano un nesso con la mancanza di gas nella struttura di Rivara? Se io fossi un investitore vorrei vedere prima una sismica 3D di dettaglio ancorata a alcuni VSP e uno studio geochimico sulla migrazione di traccianti prima di scommettere i miei denari e la mia vita in un’idea senza fondamenti. Se qualcuno ha dato un’occhiata a dei calcari fratturati in affiormaneto si sarà reso conto che la rete di fratture è estremamente variabile ed irregolare da strato a strato e da punto a punto, ben lungi dall’essere paragonabile ad unserbatoio o una rete di condotte costruite dell’uomo, certamente più dispendiose e di impatto ambientale superficiale evidente ma di maggiore garanzie da leackages per decine di anni. Prima di investire questi dubbi me li vorrei togliere, a meno che in parallelo non nvesta in un cft o qualche altro derivato che mi faccia guadagnare molto di più in caso di fallimento dell’impresa. 😉

  3. Pingback: Terremoto nella pianura tra Modena e Ferrara | Far di Conto

  4. tobymallon ha detto:

    No, poche palle, la colpa dei terremoti è delle trivellazioni, moriremo tutti!
    E io per primo, accidenti, visto che lavoro a 500 metri dell’impianto di stoccaggio di Cortemaggiore.

  5. fausto ha detto:

    Per la roccia serbatoio fratturata: in realtà molti giacimenti sono ospitati in materiali del genere, di pozzi esplorativi per Rivara già ne esistono, le caratteristiche di porosità e permeabilità (ovviamente tutte secondarie) sono note.
    La mia obiezione resta sempre, banalmente, la stessa: a che ci serve costruire serbatoi per una risorsa che non è nostra e che ormai ci costa cifre molto elevate? Non potremmo spendere i soldi in maniera più astuta?
    Dire di no alla riserva di Rivara sulla scorta di osservazioni sui problemi tecnici dell’opera sposta solamente il problema a casa di qualche altra persona: faranno riserve altrove, oppure amplieranno i gasdotti (lo stanno già facendo). Non dobbiamo dire di no a questa o quella riserva geologica: dobbiamo dire di no allo spreco di gas naturale. Altrimenti vedremo riapparire il problema da qualche altra parte, magari in forma peggiorativa.

    • tobymallon ha detto:

      Tanto per dire la potremmo usare per immagazzinare il gas proveniente dal Mozambico, dove ENI ha scoperto giacimenti per 15 miliardi di metri cubi, 19 anni di consumi italiani al ritmo odierno.
      Quanto allo spreco di gas naturale è vero, sarebbe meglio impiegarlo per cose più utili che lo scaldarsi, ma bisogna trovare qualcosa con cui scaldarsi, prima.

      • jgwolf ha detto:

        Gas da Mozambico…. mmm ricordo di aver partecipato ad un incontro in cui un pezzo grosso ENI affermava che sarebbe stato venduto sul mercato del Far East… ma questo è out of topic.

      • tobymallon ha detto:

        SInora le riserve scoperte in Mozambico sono stimate a più di 1.000 miliardi di metri cubi, solo per i campi eni, e la produzione può essere portata via solo con le navi metaniere, presumo che non riusciranno a mandarle tutte nel far east, pertanto qualcuna potrebbero dirottarla in Italia e riempire almeno in parte il reservoir… discorso accademico, perché lo stoccaggio di Rivara è ormai lettera morta.

      • jgwolf ha detto:

        Purtroppo si, anche ne avremmo avuto bisogno.
        Per quanto riguarda la rotta delle navi… pare che ENI abbia già una bozza di accordo con la Cina… o così si dice insistentemente dalle parti di Pempa.
        Ad ogni modo sarebbe il caso di concentrarci sulle rinnovabili anche se riconosco la necessità di importare gas…

      • tobymallon ha detto:

        Purtroppo siamo senza politica energetica, gli unici che si occupano di come fornire i circa 340 miliardi di KWh che ci servono sono gli uomini di ENI, e loro ragionano in termini di idrocarburi (non possiamo fargliene una colpa, e i Mattei non sempre si trovano).
        Il gas è un transito verso altre soluzioni, ma presenta il problema che arriva dall’estero e spesso da paesi instabili e non molto affidabili, se si interrompessero le forniture da Russia o Algeria saremmo nei guai seri, specie in caso di inverno rigido.
        ALtro problema è che il gas sembra essere, per i nostri politici, una soluzione definitiva, senza che all’orizzonte si veda qualcosa che possa sostituirlo almeno parzialmente.
        Le energie rinnovabili non arrivano con la bacchetta magica, bisogna programmarle e soprattutto alelstire una “smart grid” che le possa integrare, il tutto richiede programmazione e molto tempo, ogni giorno perso è un giorno in più di combustibili fossili.

  6. Gianni ha detto:

    Chi mi sa dire se nell’area di Rivara nelle ultime settimane / mesi sono state effettuate iniezioni di fluidi o provocate esplosioni per verifiche legate al deposito? Grazie

    • fausto ha detto:

      E’ una delle leggende metropolitane più simpatiche del momento. Nessuno ha iniettato niente nel sottosuolo di Rivara; non tanto nelle ultime settimane, quanto negli ultimi decenni. Le indagini utilizzate sinora per progettare l’opera sono quelle eseguite decenni or sono da Eni / Agip per cercare idrocarburi in quelle che erano state identificate come “strutture trappola” teoricamente adatte a contenerli. Niente di più.

  7. Pingback: Perforazioni e terremoti: riflettiamo | Far di Conto

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