Pesci grossi e pesci piccoli

Era da un po che non scrivevo di combustibili, e me ne è venuta voglia guardando i tristi fatti della guerra in Libia – la guerra che, comunque si concluda, abbiamo appena perso.

Sui media ufficiali come sulla rete, ciclicamente, appaiono consigli sugli indirizzi da prendere in tema di politica energetica. In Italia abbiamo schiere di sostenitori per qualsiasi fonte di energia: i partigiani del nucleare sono simpaticissimi, certo, ma non possiamo scordarci la lobby del petrolio – perennemente invischiata in ogni conflitto o golpe in atto in ogni luogo del mondo – o i gruppi industriali e bancari che lucrano sulla rete del gas naturale. Negli ultimi anni in Italia è riapparso anche il carbone: si è cercato di rivitalizzare le vetuste miniere della Sardegna, per cavarne un po di lignite ricchissima in zolfo, ed in generale ha ripreso piede l’idea di utilizzare carbone nella generazione elettrica. Costa poco, parrebbe, e piace a sinistra; specie a Bersani. Potete scrivere “Bersani carbone” nel motore di ricerca per verificare.

Le rinnovabili stanno diventando importanti, più che altro per la buona volontà dei privati. Gli incentivi che ricevono non sono molto diversi da quelli ricevuti da altre fonti, con la sola differenza che i soldi elargiti a montagne a favore di centrali a gas ed elettrodotti italo – francesi non fanno notizia sui giornali. Se non ne parli non esistono, ovvio. Le balle sul costo degli incentivi alle rinnovabili sono per l’appunto balle, se non altro perché chi fa analisi sul tema dimentica sovente di fare confronti con il costo degli incentivi pubblici offerti a raffinerie, riconversioni a carbone, rigassificatori, tubi interrati, bruciatori di spazzatura et similia.

Lasciamo stare per un momento le simpatie politiche per questa o quella fonte, e facciamoci una domanda elementare: in quale misura ci è possibile diversificare la provenienza dei combustibili che importiamo, e più in generale dell’energia di cui abbiamo bisogno? Se a fornirci carbone sono, che so, trenta fornitori allora un problema politico, militare o tecnico che interessi uno o due di essi può essere superato; se invece i fornitori sono solo tre, basta che uno di essi si trovi nell’impossibilità di rifornirci ed immediatamente ci ritroviamo in un mare di guai. E’ quindi interessante vedere quanta parte di un certo combustibile viene prodotta dai fornitori più importanti, e quanta da quelli minori.

Partiamo dall’amato, immancabile petrolio: fonte del dato l’atlante di BP – ormai mi è comodo, e sono pigro; i produttori sono stati divisi in cinque gruppi, partendo dai cinque più importanti. Tutti quelli che non riescono a rientrare tra i primi 20 sono stai messi assieme a quelli per i quali l’atlante non fornisce dati disaggregati. Il grafico rappresenta il peso percentuale di ogni gruppo sul totale della produzione mondiale.

peso percentuale dei maggiori produttori di petrolioQuota di mercato dei maggiori produttori di petrolio. Fonte: BP.

Da quel che vedo, il mercato del petrolio è abbastanza democratico ma non privo di rischi. I cinque produttori maggiori (top 5) hanno perso peso tra il 1985 ed il 2000, salvo riprendersi lievemente negli ultimi 10 anni. In generale negli ultimi tempi offrono poco meno del 45 % del petrolio estratto. Le quote restanti sembrano distribuite in maniera omogenea, se consideriamo che comunque oggi i primi 20 produttori offrono all’incirca un 85 % del flusso di greggio; in generale si è ampliata l’attività dei fornitori secondari. Spicca la salita delle quote di petroli offerte dai piccoli produttori che non riescono a rientrare tra i primi 20, in graduale aumento negli ultimi 25 anni; evidentemente esiste da tempo un certo interesse a sfruttare riserve minore, l’attenzione dell’industria non è rimasta centrata solo sui soliti noti.

Per il gas naturale le cose stanno in maniera diversa, molto diversa: il peso relativo dei primi cinque fornitori è ancora relativamente elevato, ma scende regolarmente da molti anni. Queste cinque nazioni al top della classifica producevano nel 1985 i due terzi del metano estratto, mentre oggi riescono a stento a superare la metà del totale.

peso percentuale dei maggiori produttori di gas metanoQuota di mercato dei maggiori produttori di gas naturale. Fonte: BP.

Le altre categorie di produttori “minori” hanno ampliato in maniera regolare la propria quota di mercato. Complessivamente quello del gas si presenta come un comparto nel quale i padroni di una volta stanno cedendo il passo ad un grande numero di nuovi soggetti; è un mercato giovane che si evolve in fretta. Questa constatazione fa il paio con il dato delle quantità estratte: tra il 1970 ed il 2010 siamo passati da 1002 a 3193 miliardi di metri cubi di gas naturale estratto nel mondo. Un incremento medio annuo pari a + 2,94 %. Niente da spartire con l’asfittico comparto del petrolio, che traballa tra alti e bassi da molto tempo ormai.

Buon ultimo il carbone: il dato è sempre quello di BP, ed i calcoli sulla produzione sono stati fatti in TEP come per il gas naturale, per quantificare le differenze di resa termica esistenti tra carboni pesanti e bituminosi e modeste, leggere ligniti.

peso percentuale dei maggiori produttori di carboneQuota di mercato dei maggiori produttori di carbone. Fonte: BP.

Il comparto del carbone ha caratteristiche molto differenti rispetto a quanto osservato con gli altri combustibili fossili: qui o sei grosso o non esisti proprio. Le cinque nazioni – chiunque siano – che producono di più immettono oggi sul mercato l’80 % del combustibile estratto annualmente. Le altre categorie di produttori, già poco rilevanti negli anni ’80, oggi hanno un peso trascurabile.

E’ interessante notare la regolare e decisa ascesa del peso dei produttori maggiori osservata nell’ultimo quarto di secolo: qualcuno parlerà subito della Cina, che ha aumentato vertiginosamente l’estrazione di carbone, ma questa cosa spiega solo una parte del problema. I cinesi producono da soli poco meno di metà del carbone estratto oggi nel mondo, ma lo bruciano tutto in casa; e poi ci vendono scarpe e tondini di acciaio. Gli altri contendenti sono nomi noti: Russia, Usa, India, Australia, Sud Africa, Indonesia. E siamo già ampiamente fuori dai primi cinque “assi”, includendo oltretutto realtà incapaci di esportare. Le capacità di esportazione sono ben più limitate, e risiedono in un numero di nazioni che è forse eccessivo pensare di disporre sulle dita di una mano. Troppe dita.

Mi pare di scorgere una evoluzione temporale nel peso relativo dei vari produttori. All’inizio della storia, qualcuno prende a tirare fuori una risorsa: poche nazioni guidano l’avvio dell’attività. E’ il caso del gas naturale, che trent’anni fa era utilizzato ed estratto da poche nazioni. Al passare del tempo, l’interesse per la risorsa si amplia; tanti fornitori secondari si aggiungono alla lista, ed il peso relativo dei fornitori maggiori decresce. Qui l’esempio ci viene dal petrolio, che pare interessare un numero elevato di produttori. Alla fine del racconto, la risorsa mineraria va in crisi. Alcuni antichi produttori scompaiono, altri perdono di peso; qualche nazione che era rimasta inizialmente a guardare diviene molto importante. In generale, il baricentro della produzione torna a spostarsi verso un ridotto gruppo di nazioni; tutte le altre tendono a scomparire. E alla fine del cammino, al di la del fatto che i volumi estratti possano essere grossi o modesti, i pochi grandi produttori rimasti non coincidono più con i grandi produttori che avevano dato inizio all’avventura tanti anni prima.

La parabola si conclude in maniera sorprendentemente simile a come era iniziata. E queste lodi alle smisurate riserve di carbone che dovremmo ancora avere mi lasciano più di un sospetto….

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2 risposte a Pesci grossi e pesci piccoli

  1. Pingback: Carbone e speranza | Far di Conto

  2. il panda verde ha detto:

    Ciao posso avere la tua mail?
    Sto organizzando un concorso per blog scientifici e vorrei inserirti nel database dei contatti con il tuo blog.
    Scrivimi pure a
    vincenzo.belluomo@oilproject.org
    Grazie.

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