Come spendiamo i soldi

I costi sostenuti dallo Stato: ultimamente si parla spesso di tagli, specie al personale. Il passato governo Berlusconi ha fatto molta propaganda su questo tema, in specie tramite il ministro Brunetta. L’idea di base è quella secondo cui la pubblica amministrazione spenderebbe un mare di soldi in stipendi; la soluzione proposta è quella di tagliare i posti di lavoro, in primis con il blocco del turn over e con i licenziamenti di massa dei precari.

Inquadriamo le dimensioni numeriche del problema. Quanti sono i dipendenti pubblici, cosa fanno, quanto costano? La Ragioneria Generale dello Stato ci fornisce da almeno un paio di decenni il Conto Annuale: in questo documento è riassunta la consistenza numerica del personale – e relative spese – in tutte le istituzioni pubbliche italiane. Da qui possiamo sapere che i dipendenti pubblici in Italia sono 3.253.097 – quelli assunti a tempo indeterminato – e che nell’anno 2010 sono costati 165,9 miliardi di euro. Un valore relativamente stabile nel triennio 2008 – 2010. Posto che il prodotto lordo italiano fosse nell’ordine dei 1500 – 1550 miliardi di euro (circa!, le stime variano secondo la fonte, i tassi di cambio, i metodi di analisi) nel 2010, il costo per il personale di cui sopra potrebbe equivalere al 10,9 % del PIL italiano, questo almeno nel 2010.

E’ tutto così semplice? Forse no. Nei 165,9 miliardi di euro di spesa citati trovano posto somme di danaro che non fanno parte della paga dei lavoratori: tanto per cominciare, le tasse. Le imposte centrali e locali che gravano sulle buste paga fanno parte della spesa lorda sostenuta dalla pubblica amministrazione per gli stipendi, ma in pratica sono soldi che tornano nelle casse dello Stato. Un’altra questione è la previdenza, una spesa che non potremo eliminare in ogni modo: se licenziamo in massa i lavoratori pubblici, dovremo mantenerli a forza di sussidi. Una inutile partita di giro. Per la sanità stessa solfa.

Esiste un metodo per isolare i quattrini che la pubblica amministrazione destina realmente alle tasche di chi lavora? Esiste, si chiama moltiplicazione. Basta moltiplicare la paga netta di un dipendente comune per il numero di dipendenti esistenti. Questo metodo taglia brutalmente fuori dal conto tasse e balzelli che con le paghe han poco da spartire, ma anche quelle quote di stipendio che eccedono le somme corrisposte ai comuni mortali; quelli che oggi si usa definire i privilegi. Prendiamo a riferimento un dipendente inquadrato in categoria D1 in una università statale: questo signore ha uno stipendio di 1270 euro al mese. Su dodici mesi più la tredicesima farebbe 16.510 euro. Vale la pena considerare l’indennità a questi fornita che equivale ad una quattordicesima mensilità, e che fa crescere il compenso annuo reale di circa 1.520 euro; l’importo lordo teorico è più alto, ma ovviamente in parte se ne va in tasse. Il conto annuale per questa persona ammonta ora a 18.030 euro. Se è vero che esistono dipendenti di categoria D che guadagnano di più per anzianità di servizio, è anche vero che moltissimi altri dipendenti si trovano nelle categorie B e C; è quindi probabile che il D1 in esempio possa avvicinarsi bene al profilo del lavoratore medio. Fatto il conto, 18030 · 3253000 = 58,65 miliardi di euro. Questa cifra è ovviamente inferiore ai 165,9 miliardi di euro di spesa dichiarati nel Conto Annuale; ed è qui dentro che faremo cassa se pensiamo di risparmiare sui dipendenti pubblici di basso rango.

Ora sarebbe il caso di fare qualche critica: i dipendenti considerati sono quelli a tempo indeterminato; e i precari? Il Conto Annuale dice che nel 2010 erano parecchi, nell’ordine: 91.393 lavoratori a tempo determinato o in formazione lavoro, 12.573 interinali, 18.604 LSU e 42.672 Co.Co.Co (i lavoratori coccodè, anch’io sono stato per anni uno di loro!). Parliamo di altre 165.242 persone variamente impiegate. Oltre a questo, dobbiamo ricordare che in mezzo ai 3.253.097 di cui si discuteva sopra esistono i part-time. Nel 2010 esistevano 173.627 dipendenti a tempo indeterminato con contratto a tempo parziale nelle pubbliche amministrazioni.

Come contabilizzare tutto ciò? La mia esperienza mi dice che da precario guadagnavo grossomodo la metà di un dipendente fisso: paga bassa, niente tredicesime o quattordicesime, niente indennità, niente malattie. Però c’era anche chi guadagnava discretamente anche da precario: in questa sede immagineremo che questi signori riescano a ricevere i 2/3 dei soldi concessi ai fortunati detentori di posto fisso. Stessa solfa, ma di segno inverso, nel caso del part-time: esistono tempi parziali brevi oppure vicini all’orario pieno; per non essere tacciato di eccessivo ottimismo immagino che in media anche costoro pesino per i 2/3 di un dipendente fisso. Velocemente: [(3.253.097 – 173.627) + (173.627 · 2/3) + (165.242 · 2/3)] = 3.305.382  unità di personale equivalente a tempo pieno e stipendio pieno. Che vuol dire 3305382 · 18030 = 59,6 miliardi di euro annui effettivamente destinati alle paghe di medio / basso livello detenute da operai ed impiegati del settore pubblico. Non è cambiato molto dalla prima stima, ma è già più realistico.

Per comprendere il significato dimensionale di questa stima, occorre fare qualche paragone. Il primo termine di paragone che mi viene in mente è la spesa in mazzette e bustarelle. Una banalità sconcertante, no? Qualche riferimento dal blog di Stille; cito “…secondo la corte dei conti italiana, la corruzione in Italia costa 60 miliardi all’anno al paese…”. Sessanta miliardi di euro all’anno in tangenti, mica male. Fa piacere sapere che abbiamo dei primati di livello mondiale. Davvero utile spendere in mazzette la cifra che destiniamo agli stipendi dei lavoratori pubblici: le mazzette ci rendono un ottimo servizio.

Una altro confronto, anch’esso simpatico, si potrebbe realizzare osservando l’ammontare dell’evasione fiscale. Anche questo è ovviamente un importo difficile da definire, sono soldi che si cerca di nascondere agli occhi dei servizi statistici; però anche qui la magistratura contabile e le forze dell’ordine qualcosa riescono a dirlo. Pare che la base imponibile occultata possa trovarsi attorno al 18 % del PIL; si parlerebbe di circa 250 miliardi di euro. Francamente mi sembra anche poco, ma comunque basterebbe già mettere l’IVA su questa somma per raccogliere quattrini sufficienti a coprire le spese per il personale di basso rango dell’amministrazione pubblica.

In ultimo, una voce di bilancio di cui oggi si parla moltissimo: gli interessi sul debito pubblico. Si tratta di soldi che vengono corrisposti dallo Stato a persone che non fanno nulla; in cambio non ne otteniamo nulla. A settembre 2011 avevamo, dice la wiki, un debito pubblico di 1.884 miliardi di euro, con una incidenza pari a circa 31.200 euro per abitante. Le somme pagate per interessi le possiamo dedurre dal resoconto della Ragioneria, a questo link; nel 2009 si trattava del 4,6 % del PIL. Ammettendo anche che nulla sia cambiato, parleremmo ora di circa 70 miliardi di euro all’anno. Naturalmente se continuiamo a fare debiti al 6 % di interesse le cose cambiano: lo stock di debito esistente ci verrebbe a costare più di 110 miliardi di euro all’anno di interessi. E questa è la ragione delle preoccupazioni recenti su spread, default e compagnia.

Ognuno decida quali siano le voci di bilancio, tra quelle citate, più utili e quali quelle che si possono tagliare; ragionando sull’ammontare del costo di ciascuna voce e sul servizio reso in cambio alla collettività. E’ un esercizio che dovremo cominciare a fare.

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