Tragica contabilità

Era da un po che ci pensavo su, e mi sono deciso a spulciare qualche tabella; il tema è l’aborto. Proprio quello, quella faccenda che scalda tanto gli animi, che espone in maniera così plateale la differenza tra il ricco – che può fare quel che crede, nascosto in una lussuosa clinica – ed il povero, condannato ad arrangiarsi tra la miseria e lo scherno dei compaesani.

Qui in Europa esiste una nazione che sembra avere trovato la soluzione del problema: è la Polonia. Le donne polacche avevano la possibilità di abortire durante la dominazione sovietica; nella ex URSS l’aborto era un fenomeno fin troppo diffuso. Successivamente, a partire dai primi anni ’90, sono state introdotte norme molto restrittive; un breve riassunto si trova sull’enciclopedia. Per avere un rendiconto preciso delle norme in essere, c’è anche la banca dati dell’Onu. Le restrizioni all’accesso all’aborto ospedalizzato hanno preso piede a partire dal 1990, e le norme oggi esistenti hanno preso forma nel 1993. Nella sostanza, oggi la Polonia vieta l’aborto salvo che nei casi in cui si possa dimostrare che il proseguimento della gravidanza mette a grave rischio la salute della madre. Niente interruzioni di gravidanza a richiesta.

Gli esiti dell’operazione ottengono giudizi in chiaroscuro: questo riassunto tesse le lodi della scelta polacca. Con non più di 500 – 600 aborti all’anno ufficialmente dichiarati, la Polonia pare avere vinto questa battaglia. Non sembrano nemmeno esserci indicazioni circa la presenza di grandi numeri di aborti clandestini: le tavole di dati disponibili – qua un prospetto – rappresentano una realtà nella quale le interruzioni di gravidanza dovute a cause naturali sembrano stazionarie. Niente turismo all’estero per abortire, niente aborti spontanei fasulli; gli aborti legali sono pochissimi e quelli illegali sembrano irrilevanti. Se è così, basta che vietiamo l’aborto anche qui da noi: sparisce come per magia.

Sarà. Però in Italia abbiamo vietato la droga e abbiamo messo in galera i tossicomani, al punto di intasare le carceri italiane. E per risultato ci troviamo la droga anche alle scuole materne. Un po l’effetto del proibizionismo di moda negli Usa negli anni ’30, che fece ingrassare le mafie dedite al contrabbando di alcolici.

Sugli aborti in Polonia esistono visioni alternative, meno ottimistiche di quelle ufficiali. In questo rapporto qualche notizia in più al riguardo. Cito testualmente: “…Terminating a pregnancy with a woman’s consent violates the statutory regulations and can be punished with up to three years of imprisonment. Aiding a woman in the termination of pregnancy or talking a woman into illegal abortion is also subject to the same penalty.5 If the above actions result in a death of a pregnant woman, the perpetrator may be imprisoned to up to 10…”. Tre anni di galera se ti beccano, e dieci anni se per caso la donna dopo l’aborto muore. E questo spiega le poche centinaia di interruzioni di gravidanza dichiarate: le galere polacche non piacciono a nessuno, ci mancherebbe. E spiega anche come mai non ci siano nemmeno interruzioni di gravidanza spontanee in soprannumero, un indice degli aborti illegali: è ovvio che nessuno vuole rischiare una indagine, non dichiarare niente è facile. In fondo, nessuno sa del fatto che una donna è incinta nelle prime settimane di gestazione.

Eccolo qua il miracolo polacco: galera, minacce e persecuzioni. E come per magia gli aborti escono dalle statistiche. Ed è una magia difficile da dissipare: i numeri ufficiali sono quelli raccolti dal governo polacco, che ovviamente fa tutto il possibile per far scomparire il fenomeno dalle statistiche suddette, e ci riesce benissimo. Tutto il resto, essendo incerto, finisce nel campo delle illazioni. I rapporti di varie associazioni parlano di 80.000 – 200.000 aborti all’anno, e magari fanno notare che è poco probabile che il fenomeno si sia davvero ristretto dai 130.000 casi all’anno dell’era sovietica alle poche centinaia di oggi. Ma naturalmente le minacce di galera rendono inutile la discussione, invalidando ogni statistica. Che poi la Polonia sia piena di annunci di cliniche che offrono servizi correlati alla maternità – ovviamente sono offerte per aborti illegali! – poco importa: anche questo non fa statistica. Tutto svanisce nella nebbia della censura.

Proviamo a mettere in forma grafica qualche numerino per descrivere il fenomeno.

aborti, natalità e fertilità in Polonia - Abortions in PolandNascite, aborti e fertilità in Polonia. Fonte: Johnston, Nowicka.

Nel diagramma (allargare per leggere) trovano posto il numero di nuovi nati – secondo due autori diversi – assieme al numero di aborti ufficialmente dichiarati; il solo studio firmato da Wanda Nowicka fornisce anche una serie storica coerente per le interruzioni di gravidanza spontanee. Sull’asse di destra, in rosso, l’andamento della fertilità in Polonia.

Molto brevemente: i due autori forniscono tabelle equivalenti, con la sola eccezione degli aborti condotti in strutture pubbliche negli anni ’60 e ’70. Il dato di Johnston non separa le interruzioni di gravidanza spontanee, se non dal 1979. A parte questo inconveniente, tutto il resto è simile nei due studi.

Il numero di nuovi nati totali, e ovviamente il numero di nati per donna, registra un apice nei primi anni ’80; da quel momento inizia una discesa inesorabile. La causa è ovviamente lo sgretolarsi dell’economia sovietica, che aveva cominciato a dare segni di cedimento già parecchi anni prima del 1989. Le interruzioni di gravidanza spontanee, storicamente attestate attorno alle 70.000 all’anno, si ridimensionano a poco più di 40.000 per annata al termine del periodo di crisi recente: un fatto ovvio, dato che questi eventi sono correlati in numero al numero totale di gravidanze.

Ora i fatti meno ovvi: gli aborti erano all’incirca 130.000 all’anno in Polonia al termine dell’era sovietica; a partire dagli anni ’90 si sono praticamente azzerati, in apparenza, grazie alle norme coercitive varate dai nuovi governanti. L’obiettivo di questi signori, dichiarato perfino in sede ONU, è quello di far riprendere le nascite: in effetti avere 1,5 figli per donna significa andare verso l’estinzione. Il ragionamento, assolutamente lineare, era quello di vietare l’aborto per ottenere più nascite: purtroppo non funzionò, nascite e fertilità continuarono la loro placida discesa fino ai primi anni 2000 sotto la spinta della povertà. Tutto inutile, niente bambini.

Però una cosa è strana per davvero: gli aborti ufficialmente censiti si sono azzerati nel periodo 1987 – 1993. Durante questa fase transitoria, ovviamente, sarebbe stato lecito attendersi un incremento marcato nelle nascite: le abitudini delle persone giovani in tema di riproduzione non cambiano velocemente. Invece niente: a parte una debolissima deviazione negli anni 1991 – 1994, questo intervento legislativo non ha avuto alcun impatto sul numero di nuovi nati; l’andamento delle nascite segue un declino rettilineo ed imperturbabile, fino al minimo del 2003.

Ricapitoliamo: in Polonia alla fine degli anni ’80 iniziano campagne politiche massive contro l’aborto, che in pochi anni scompare dalle statistiche ufficiali. L’accesso alla contraccezione resta una chimera – negli anni ’90 – per le donne polacche, se è vero quel che dicono gli studi targati ONU: appena un quinto della popolazione in età riproduttiva ricorreva in quegli anni a contraccettivi di qualche efficacia. In questo contesto, l’eliminazione degli aborti non produce alcun importante incremento nelle nascite: ne dobbiamo dedurre che le giovani donne polacche hanno cambiato in fretta le proprie abitudini. Ci potrebbe stare una causa di beatificazione collettiva.

O forse dobbiamo dedurne qualcosa di diverso, e molto meno bello. Forse ci sono anche cose non vere, e molto grosse, in mezzo alle statistiche rese disponibili per via ufficiale.

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