Pensieri sulla guerra

Ci pensavo in questi giorni: le guerre hanno segnato il volto dell’ultimo decennio. Sono state tutte quante – almeno quelle di un certo livello – guerre volute dalla potenza imperiale; in linea di massima l’obiettivo era il controllo delle risorse minerarie, in specie il petrolio.

In ordine di importanza, la più tragica avventura militare è stata quella svoltasi in Iraq. Abbiamo partecipato anche noi, per puntellare le riserve del nostro Eni; ad un certo punto abbiamo abbandonato il campo, salutando il petrolio di Nasiriyya. Qualche miliardo di barili di bella roba scura, di cui in genere nessuno parla quando si discute della presenza italiana nel conflitto. Qui un sunto delle peripezie dei nostri fornitori.

Ad oggi, non si sa bene quanto possa essere costata l’impresa in Iraq nel suo complesso; per noi italiani una stima possibile qui, cito: “…il costo totale dei due anni e mezzo della missione Antica Babilonia è quindi di 1 miliardo e 772 milioni di euro…”. Che sarebbero poi i soli costi diretti ed immediati della missione. I restanti danni economici sono un discorso diverso. Esiste anche un grossolano monitoraggio sui costi sostenuti dai contribuenti statunitensi: lo si può consultare in questo sito, ammetto che mi è sempre piaciuto moltissimo. Questa però è solo una stima delle spese dirette dichiarate dal comparto della difesa Usa, e ricomprende in generale tutti i costi delle varie avventure militari avviate dal 2001 – essenzialmente Iraq ed Afghanistan. Una stima alternativa, che calcola anche i costi indiretti di lungo periodo, si trova qui. Possiamo stare tra 1300 miliardi di dollari già sicuramente spesi al momento attuale e 3000 – 4000 miliardi di dollari di ipotetica stima complessiva.

L’Iraq valeva la spesa? Da solo produce oggi grossomodo 120 milioni di tonnellate di greggio all’anno, qualitativamente valido. E’ una produzione stabile, quasi invariata nel triennio 2008 – 2010. Per inciso, nel 1999 – 2000 si era toccato un massimo di 128 milioni di tonnellate annue. Mettiamo anche che il controllo degli invasori sull’industria mineraria dell’Iraq possa protrarsi per 25 anni, e che i benefici economici vengano interamente rubati alla popolazione: parliamo di 120 · 10^6 · 7,33 · 25 = 21,99 miliardi di barili di greggio. Un po meno del fabbisogno annuo globale. A 90 dollari per barile farebbe all’incirca 1980 miliardi di dollari. Attenzione però: 25 anni sono tanti. Casomai il lasso di tempo di piena sottrazione delle risorse dell’Iraq dovesse ridursi, i conti economici finirebbero col cambiare. Potremmo immaginare che il valore della produzione irachena messo sotto controllo Usa sia simile alla spesa diretta sostenuta per acquisire il controllo dell’area – spesa che include i costi dovuti al caso Afghanistan, che non ha reso nulla; questo però nel solo caso di voler considerare l’ipotesi di spesa più bassa a disposizione, e una ottimistica ipotesi di ritorno economico dell’avventura militare.

Proviamo invece a pensare la cosa in termini differenti: il petrolio non esce da solo da sottoterra, e qualche soldo deve andare anche agli abitanti dell’Iraq. Mettiamo che la resa sia 90 – 10 = 80 dollari per barile (10 dollari era il minimo di quotazione del 1998, probabilmente non si può spendere meno), e che questi sventurati riescano a sottrarre alle aziende alleate del Pentagono, che so, il 25 % della resa economica del comparto. Per i nuovi padroni restano pur sempre 60 dollari per barile. Il costo economico dell’avventura militare per i contribuenti Usa, secondo alcuni studi, starebbe più sui 3200 miliardi che non sui 1300; questo a causa di costi esterni difficili da monitorare, costi che appariranno nei bilanci dei prossimi anni. E’ questa la ragione per cui l’orologio della spesa cammina anche adesso, a missione quasi conclusa. Ora, 60 · 120 · 10^6 · 7,33 = 52,78 miliardi di dollari all’anno. Già, all’anno! Anche gli interessi sui debiti si pagano ogni anno, e le avventure militari sono state pagate con soldi presi a prestito. Per intenderci, 52,78 / 3200 = 1,65: questo vuol dire che l’investimento fatto per distruggere e conquistare l’Iraq sta ora rendendo in ragione di un 1,65 % annuo (circa!) sotto forma di rendite e contratti alle aziende americane. Ammettendo anche di usare al denominatore l’ottimistica stima di giornata, 1300 miliardi, si potrebbe salire ad un 4 % annuo; bello ma falso, dato che questi sono solo una frazione dei dollari spesi nelle guerre recenti.

La sostenibilità economica di tutta l’operazione dipende dal costo del greggio e dal tasso di interesse pagato sui debiti di guerra, oltre che dall’ammontare reale di questi debiti. Ora gli interessi: quanto costa alla pubblica amministrazione Usa finanziare il proprio mostruoso passivo di bilancio? Per capirlo basta spulciare, che so, il sito TreasuryDirect: secondo loro il debito federale a fine giugno 2010 ammontava a 13,203,473,753,968.10 dollari. In forma più leggibile diremmo 13.200 miliardi di dollari, qui la fonte. Ed è solo il debito del governo federale. Ci hanno pagato sopra, nel 2010, interessi per circa 413,95 miliardi di dollari, vedere qui. Usando quindi il debito di metà 2010 e la spesa media in interessi riferita sempre al 2010, ne viene fuori 0,0314 etc. Interessi al 3,14 % all’anno in media. Che sono bassi, si dirà. Si, sono bassi; però sono quasi il doppio di quel valore di 1,65 % che risulta essere un probabile limite di sostenibilità per il finanziamento a debito delle ultime imprese militari.

Ecco, tecnicamente parlando si potrebbe dire che l’impresa militare voluta da Bush si è conclusa in una bancarotta. Non è cosa sicura, dato che le cifre coinvolte sono incerte; però è una concreta possibilità.

Recentemente ho sentito parlare un sacco delle tensioni con l’Iran, delle minacce di chiusura dello stretto di Hormuz, dei missili e così via; e qualche commentatore arguto sostiene che tutte queste minacce di guerra abbiano il solo scopo di tenere alte le quotazioni del greggio, dato che gli iraniani dipendono da esso. Ecco, ora temo di avere scovato un’altra nazione che ha disperato bisogno di petrolio a 100 dollari per sopravvivere: l’industria bellica Usa, in effetti ormai solidale con le compagnie petrolifere americane. E non più molto orientata a proteggere i cittadini statunitensi.

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5 risposte a Pensieri sulla guerra

  1. mcc43 ha detto:

    ho messo nel mio post sull’Eni e i libici un link a questo e il discorso progredisce verso… lo sconforto.

    Vorrei dire a proposito dei decennio guerre,
    che dopo la seconda guerra mondiale non c’è stata pace, ma una guerra endemica che ogni tanto ha dei sobbalzi, manovrati ovviamente, il che ci ha abituati. Solo quando ci fanno vedere il sangue le membra a pezzi le case crollate noi diciamo “guerra”. Se c’è silenzio mediatico, noi diciamo “pace”.
    grazie della vista, complimenti per il blog

  2. medo ha detto:

    Aggiungo il dato sull’ammontare totale del mercato del debito americano:
    “2011:Q3: 53824.83 billions of dollars”
    Per capire quanto è, basta prendere il dato del PIL mondiale netto della World Bank: nel 2010 il mondo ha totalizzato un PIL di 63123 bln $. Tutto il pianeta dovrebbe lavorare e produrre 10 mesi solo per ripagare il debito totale americano. Impressionante.

    ( dati anno per anno, qui: http://research.stlouisfed.org/fred2/series/TCMDO )

  3. Pingback: Iran si, Iran no, Iran chissà… | Far di Conto

  4. paolo ha detto:

    avete ragione.concordo con tutti!la guerra è stupida ed è stupido chi la fa!

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