Magia della svalutazione

Leggendo su Intermarket&More ho notato qualche articolo attorno al problema della competitività delle aziende italiane. In questo, tra i vari strali ai problemi dell’Italia di oggi, leggo: “…Mi sa dire qualcuno come farà un paese come l’Italia a crescere, o perlomeno a non decrescere..[omissis]..se, causa l’appartenenza all’euro, all’Italia non è consentito di azionare la valvola della svalutazione monetaria, per recuperare in un botto solo la competitività perduta?…”. In quest’altro, più recente, trovo segnalato che “…E’ la gestione del valore della valuta, rispetto alle altre, che principalmente regola la competitività di un sistema paese…”. La tesi di base è che svalutando la moneta possiamo diventare “competitivi”, possiamo rendere economici i nostri prodotti rispetto a quelli degli altri. Sarà vero?

Proviamo ad immaginare cosa facciamo in Italia in una fabbrica: andiamo a comprare materie prime all’estero, le trasportiamo alla fabbrica impiegando automezzi che usano carburanti importati, e qui giunte le trasformiamo in prodotti utilizzabili. Dato che il mercato interno ha smesso di funzionare, rivendiamo all’estero quei prodotti. In questo processo, molte delle risorse fisiche che usiamo provengono dalla Svezia o dalla Libia, o magari dal Sudafrica. L’unica cosa effettivamente recuperata tutta in loco è la manodopera.

Poniamo di usare una quantità RI di risorse importate, più una quota RN di risorse nazionali, assieme ad una quantità M di manodopera: se abbiamo in mente di dedicarci all’industria pesante, energivora ed ingorda di combustibili e minerali tutti quanti stranieri, potremmo dire ad esempio che RI = 0,8, RN = 0,1 e M=0,1 (ed è già ottimistico, se pensiamo al fatto che Marchionne raccontava al TG che la manodopera incide sul bilancio Fiat per un 6 – 8 %). In soldoni, una gran quota di combustibili e minerali stranieri, associata a qualche risorsa locale (come le energie rinnovabili o il poco metano che ancora abbiamo in Italia) e ad una spesa in manodopera ovviamente anch’essa piccola. A questo punto, vendiamo il prodotto P = RI + RN + M senza pretese di guadagno, al valore di 1; immaginando di comprare e vendere all’estero in condizioni di parità, ovvero 1 lira = 1 sesterzio.

Adesso svalutiamo: si aziona la bacchetta magica, ed improvvisamente 2 lire = 1 sesterzio. La nostra industria pesante di cui sopra ora deve comprare le risorse importate all’estero come prima, ma a prezzo doppio: RI = 0,8 · 2 = 1,6 lire. Le risorse nazionali invece le compra in Italia, e quindi costano (circa!) come prima: RN = 0,1, così come la manodopera M = 0,1. Il costo in lire della produzione ora è diventato P = RI + RN + M = 1,6 + 0,1 + 0,1 = 1,8. Queste 1,8 lire valgono, al nuovo tasso di cambio, 0,9 sesterzi; e a questo prezzo potremo ora rivendere i nostri prodotti all’estero. Abbiamo ottenuto un differenziale competitivo di – 10% a prezzo di una svalutazione della moneta di – 50%; in pratica i nostri operai hanno visto sparire metà del proprio stipendio al fine di abbassare il costo dei nostri prodotti di un decimo.

Anche ammettendo di considerare una attività manifatturiera che richieda più manodopera locale, del tipo (in sesterzi) P = RI + RN + M = 0,6 + 0,1 + 0,3 = 1, l’effetto di svalutazione di cui sopra potrebbe portarci ad avere (in lire deprezzate della metà) P = RI + RN + M = 1,2 + 0,1 + 0,3 = 1,6. Come al solito, la risorsa importata costa di più in ragione del nuovo tasso di cambio. La produzione viene ora rivenduta all’estero in sesterzi al prezzo di 1,6 / 2 = 0,8. Triplicando l’apporto della manodopera locale, e dimezzando gli stipendi, abbiamo realizzato un differenziale competitivo di – 20%. Non tutte le attività possono assorbire tanta manodopera, purtroppo.

In pratica, per ottenere dei risultati con la svalutazione dobbiamo far prevalere nel processo di produzione le sole risorse nazionali; le risorse importate, per quanto svalutiamo la nostra moneta, alla fine le paghiamo sempre la stessa cifra. E questo significa che quando gli italiani attuano una svalutazione, in genere distruggono il potere d’acquisto dei propri lavoratori; realizzando un differenziale competitivo irrilevante, per le industrie energivore, oppure appena passabile per quelle che usano un po più manodopera italiana. Una strategia poco efficace.

Funziona in questo modo ovunque? Naturalmente no, esistono nazioni del mondo che dispongono di risorse minerarie, energetiche e non, molto abbondanti. Un esempio abusato e sempre valido è la Cina: il più grande produttore di energia da fonte fossile di tutti i tempi. I cinesi vivono una realtà capovolta rispetto a noialtri: se per esempio vogliono lavorare nel campo metallurgico / metalmeccanico, possono usare carbone locale ed elettricità prodotta sempre da carbone nazionale. Per loro il conto, in sesterzi aventi valore uguale al renminbi, potrebbe essere nel caso dell’industria energivora P = RI + RN + M = 0,1 + 0,8 + 0,1 = 1. Prevale il carbone cinese, con poco petrolio importato di complemento. Se ora i cinesi svalutano il renminbi della metà rispetto al sesterzio, il risultato diventa qualcosa come P = RI + RN + M = 0,2 + 0,8 + 0,1 = 1,1; questi 1,1 renminbi di spesa valgono però alla fine, causa svalutazione, solo 0,55 sesterzi. Come dire che i cinesi, svalutando della metà la propria moneta, possono effettivamente ottenere un vantaggio competitivo del – 45% o giù di li anche con una industria avida di risorse. Ovvio che all’aumentare del peso della manodopera per loro il vantaggio si conservi, la manodopera locale è anch’essa una risorsa nazionale. Devono solo stare attenti a non eccedere con i consumi di petrolio, dato che non sono più autosufficienti; la loro rete ferroviaria ha permesso di tenere a bada questo rischio.

E’ ora indispensabile criticare un modello così semplicistico: la svalutazione induce inflazione, che fa crescere un po il costo delle risorse nazionali. Questo fenomeno riduce leggermente il vantaggio detenuto dal produttore di risorse, ma non lo elimina. Oltre a questo bisogna considerare che il danneggiamento del potere d’acquisto dei salari è più percorribile in Italia, dove sono elevati, che non in Cina. Tutte queste correzioni però non cambierebbero la natura del fenomeno, non in maniera sconvolgente almeno.

Morale della favola: il vantaggio competitivo della svalutazione è costituito dal peso delle risorse nazionali; se il processo produttivo usa materie prime che vengono dall’estero, la svalutazione della moneta non sortisce effetti vantaggiosi, rimane neutrale. Però impoverisce i salariati. Le nazioni ricche di risorse naturali e di industrie hanno la tendenza a svalutare, per il semplice fatto che così facendo sbaragliano la concorrenza. Le politiche monetarie sono una curiosa, insospettabile propaggine della geologia e della natura del sottosuolo delle varie contrade del mondo.

In Italia non dobbiamo pensare a stampare foglietti di carta, i cinesi potranno sempre stamparne più di noi o di chiunque altro: dobbiamo pensare a come incrementare l’impiego di risorse nazionali nelle nostre fabbriche. In caso contrario, lasciamo perdere le industrie e diamoci all’ippica o al giardinaggio.

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2 risposte a Magia della svalutazione

  1. ijk_ijk ha detto:

    Non fa una grinza.

  2. Pingback: Ilva, i veleni, l’amianto e la guerra dei disperati « orbitsville

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