Carbone e speranza

Leggo in giro notizie ed articoli che guardano con entusiasmo al carbone; secondo alcuni è il combustibile del futuro. Tanto per fare esempi, questa tesi raccoglie consensi su iMille, o anche tra i tecnici dell’Enea. Naturalmente le comunità che devono beccarsi le centrali a carbone non sono felici. Bando alle ciance e vediamo come va con la produzione di ligniti, antraciti e compagni; giusto per farsi un’idea dei trascorsi del settore.

grandi produttori di carbone nel mondoMaggiori produttori odierni di carbone, Mtep. Fonte: BP.

L’immagine è tratta dai dati dell’atlante di BP. Raffigura, in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, le produzioni complessive di carbone per sette nazioni: quelle che in anni recenti hanno fornito i maggiori quantitativi di risorsa. Tutte le altre nazioni del mondo sono raggruppate nella voce “altri”. I vari contendenti sono stati raggruppati in ordine di capacità di crescita nell’ultimo decennio; che India, Cina ed Indonesia siano cresciuti in percentuale più di tutti gli altri non stupirà probabilmente nessuno.

Il futuro non lo possiamo divinare, ma almeno per il passato qualcosa si può dire. Per ottenere una produzione complessiva grossomodo stabile dagli anni ’80 al presente, dobbiamo mettere assieme tutti i produttori eccetto due. Come dire: la crescita produttiva dell’ultimo decennio ha riguardato un numero ristrettissimo di nazioni. Da queste parti la cosa è già stata trattata: oggigiorno l’80 % della produzione di carbone proviene da sole cinque nazioni.

Le capacità produttive dei paesi esclusi dalla rosa dei primi sette rappresentati nel grafico sopra sono oggi modeste. Il caso delle nazioni europee è noto: i francesi di carbone non ne estraggono quasi più dal 2002, gli inglesi declinano da 100 anni, i tedeschi hanno ormai solo ligniti per centrali termoelettriche. In Italia si pensa di far ripartire le gloriose miniere del Sulcis, in Sardegna; gloriose per davvero, dato che sono state sviluppate massivamente con l’unità d’Italia. I progetti per far ripartire l’estrazione sull’isola sembrano essersi arenati; qui un riassunto. L’ente gestore delle miniere, Carbosulcis, fa dichiarazioni ottimistiche via web. Cito: “…La struttura mineraria ha un potenziale produttivo di 1.500.000 tonnellate di carbone mercantile all’anno, le riserve stimate del giacimento carbonifero ammontano ad oltre due miliardi di tonnellate….” Due miliardi di tonnellate sono parecchio di più dei 600 milioni usualmente indicati. Chissà come è stata realizzata in questa stima la suddivisione tra riserve accertate, probabili e possibili….sorvoliamo. Allo stato attuale in Sardegna estraiamo circa 300.000 tonnellate annue di carbone sub-bituminoso a lunga fiamma; altre strutture geologiche forniscono lignite. E’ roba adatta a fare termoelettricità, e l’idea era quella di ottenerne energia a buon prezzo per convincere le industrie dell’alluminio a restare sull’isola. Nonostante il mare di sussidi, la cosa per ora non ha funzionato: gli islandesi riusciranno comunque a fornire idroelettrico a minor costo.

Lasciamo le glorie italiche e vediamo come va con i carboni altrui, con l’aiuto di una banca dati differente dal solito: Index Mundi. Qui il sito. In ordine, una carrellata delle prestazioni dei grandi produttori di oggi, i magnifici sette che occupano il grafico sotto.

maggiori produttori di carbone, produzione e consumo

Produzioni e consumi di carbone per i sette maggiori produttori. Fonte: Index Mundi.

Anche in questo caso ordinati mettendo in cima quelli capaci di maggior crescite di produzione nei 10 anni passati. Il periodo considerato si chiude con il 2009, e non mostra quindi il rimbalzo del 2010; e la misura è eseguita direttamente in short tonnes, circa 907 kg. Per di più si parla di massa e non c’è distinzione nel potere calorifico, cosa che invece nell’atlante BP è già contabilizzata. Però i grafici sono pronti e belli, tentazione forte per i pigri. Peccato solo per l’asse in “million“, che invece sono migliaia; pazienza. Dunque, in cima a questi sette fenomeni troviamo l’Indonesia, hanno scommesso tanto sul carbone e hanno i clienti – Cina e Giappone. Al momento ne cavano circa 250 – 300 milioni di tonnellate all’anno, ed esportano. Per fortuna, visto che quanto a gas e petrolio affondano da anni. Subito sotto due giganti, Cina ed India: vanno su a grande velocità, specie i cinesi; ma consumano tutto in casa, e probabilmente nei prossimi anni dovranno importare. Bravi gli australiani, sono capaci di esportazioni importanti; in dimensione somigliano all’Indonesia. Ed immagino che abbiano anche qualche acquirente in comune. Interessante la Russia con una modesta ripresa. Mi delude e sorprende il Sudafrica: hanno esportazioni modeste, ormai mangiano in casa gran parte del carbone estratto. Degli Usa non serve forse discutere: hanno in parte perduto i carboni pesanti adatti alla siderurgia, e danno fondo al materiale leggero in campo termoelettrico. Sono tra i consumatori maggiori, e usano la risorsa per accendere lampadine con rinnovato entusiasmo dai tempi delle crisi energetiche. Comunque non esportano quasi niente, probabilmente non avrebbe senso visto il tipo di risorse disponibili. In mezzo a tutta questa truppa, bisogna ricordare bene che la somma dei consumi di Cina ed Usa è qualcosa come il 60 % del totale, quasi tutto autoconsumo realizzato in loco. D’altronde questa è una scelta quasi obbligata con i carboni scadenti: il costo di lavaggio e trasporto rischia di risultare eccessivo per materiale a basso potere calorifico.

Nell’anno 2009, stando a questa basi dati, la produzione globale di carboni era qualcosa come 7.679.788.000 di short tonnes; relativamente congruente con il valore di 3.731 Mtoe dichiarato da BP. Nello stesso anno, le capacità di esportazione di Indonesia (290), Australia (261), Russia (105) e Sudafrica (73) messe assieme ammontavano a circa 729 milioni di short tonnes. Come dire che il gruppo dei sette migliori produttori di oggi, pur controllando l’88 % dell’attività estrattiva, riesce a realizzare capacità di esportazione che non sono nemmeno un decimo della produzione globale. Gli altri soggetti esclusi da questo gruppo sono attori minuscoli, molti di essi invidiano la dimensione delle riserve sarde.

In sintesi, abbiamo sette produttori visibilmente grossi con qualche crescita recente; tra questi però solo Indonesia ed Australia hanno potuto esprimere un export ampio. Russia e Sudafrica se la cavano a malapena. Per gran parte i giganti del carbone tendono a bruciare la risorsa in loco. Le vecchie glorie Usa e Russia sentono il peso degli anni: ormai hanno soprattutto roba leggera, o magari ricca in zolfo – lo stesso problema che affligge il carbone sardo. Non è che la risorsa non ci sia, ma ha perso smalto negli ultimi 50 anni. La qualità non è quella delle origini. Le crisi di prezzo che periodicamente investono metano e petrolio non sembrano avere fornito una grande spinta al carbone, se non nel caso cinese. I grandi produttori consumano in casa, gli esportatori sono pochi e le esportazioni rappresentano volumi piccoli, a parte qualche eccezione. Avrà tutto questo futuro, il buon vecchio carbone. Crediamoci.

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5 risposte a Carbone e speranza

  1. sesto rasi ha detto:

    Fausto, ottima raccolta di dati. Mi permetto di aggiungere qualche considerazione:
    1) Il carbone è il combustibile principe per la generazione elettrica (vado a memoria ma oggi il 40% del power viene da carbone). Nelle previsioni solo verso il 2040 lo raggiungerà (faranno 30-30 lasciando il resto agli altri)
    2) Se possibile lo si usa a bocca di miniera o comunque vicino, specie se di pessima qualità (come anche tu hai notato). Perchè infatti di carboni ce n’è una varietà infinita, per ceneri, zolfo e altro.
    3) gli impianti a carbone e a gas sono in qualche modo antitetici: i primi costano molto, sono lenti a variare carico, ma soprattutto è intollerabile che funzionino a carico ridotto, proprio perchè l’investimento non si ripaga. E d’altronde sono marginalmente competitivi, dato il costo ridotto del combustibile. Insomma si sarà capito che fanno il carico di base, non giocano in borsa (i cicli combinati a gas sono opposti, ovvio che anche loro preferirebbero fare 8760 ore/anno potessero, ma quando l’energia elettrica si vende a poco calano o spengono perchè non tirerebbero fuori nemmeno il costo del gas: oggi in Italia ce n’è troppi e infatti sono quasi tutti in perdita….

    4) Il costo di un impianto a carbone dipende tantissimo dai limiti di emissioni cui vengono tenuti: se ti obbligano a installare (oltre all’inevitabile dedust, di solito filtri a manica o elettrostatici) un DeSOx ed un DeNox completi, beh tutto questo ti costa un altro 150% (fatto 100% i gruppi termico ed elettrico). Conosco bene la situazione ex Soviet perchè per anni andavo negli impianti per conto di banche europee, a fare due diligence: le banche, per finanziare, chiedevano una serie di prestazioni minime, tra cui quelle emissive, per immagine di sostenibilità: ovviamente i russi tiravano dall’altra parte e quindi la negoziazione era sull’entità dei sistemi di abbattimento da installare (oltre che sull’efficienza del ciclo repowered). Sono impianti vecchi spesso rimasti incompiuti dal crollo sovietico (sono stato 10 giorni ad Ekibastuz GRES II, quello con la ciminiera più alta del mondo, 420m: avrebbe dovuto avere il doppio delle unità effettivamente costruite.

    5) La situazione cinese è probabilmente differente, con impianti mediamente più nuovi, anche se in ogni caso nessuno è disposto a far regali, e un impianto a carbone emette, se non spendi.

    6) chiudo col Sulcis…..beh, sì chiudiamolo proprio, dai miei ricordi non si faceva troppa pubblicità al fatto che veniva mescolato con una buona metà di carbone estero perchè non facesse strappare la fiamma e perchè non mandasse in vacca le ruote dei mulini (i dispositivi che lo macinano prima di mandarlo ai bruciatori) ogni due per tre…
    L’Italia di carbone buono non ne ha, cionostante sono convinto che avrebbe potuto organizzarsi per un po’ più degli usuali 40TWh/anno a carbone (10%): un buono zoccolo a carbone dà decisamente una mano a risparmiare quattrini ed a stabilizzare il mercato. Come ti ripeto, tutto il mondo lo usa. Da noi è andata come tutte le cose: in mano ai politici…cosìcchè eccoci attaccati alla canna del gas (non nostra, anche quella, ma molto più cara).

    • fausto ha detto:

      Ti ringrazio per la chiosa tecnica; io non vado più in la del fronte di scavo. Questa faccenda del costo del filtraggio dei fumi mi ha fatto tornare alla mente i disastri causati dall’arrostimento delle piriti (e dei solfuri a nickel) decenni or sono: i laghetti svedesi privi di vita per l’acidità delle piogge. Al fianco delle note emissioni da centrale.

      Temo che i problemi di costi toneranno a farci fare cose di questo tipo; certo non nell’immediato, ma in un futuro più lontano si.

  2. sesto rasi ha detto:

    è una negoziazione piuttosto complessa. Il nuovo si tende a farlo piuttosto efficiente come ciclo per sfruttare bene il fuel (i famosi ultrasupercritici): quando il carbone è solo sul mercato anche lui sale di prezzo, quindi meglio tutelarsi (curiosamente un suo concorrente è il nucleare, i cui impianti a parte il non emettere quasi niente hanno molte similitudini di offerta sul mercato).

    Certo, quando il carbone in uso è quello economico e scadente delle miniere di Ekibastuz (40% di ceneri!!!!), e ci sono impianti già costruiti, la spinta è minore, anche perchè in Kazakhstan con l’energia elettrica è dura far margini, coi price caps per gli utenti civili.

    Gli impianti europei sono in genere molto efficienti. E si spende anche per il contenimento emissioni. Ma perchè abbiamo limiti bassi. Nessuno si sognerà mai di spendere un euro in più dello strettamente necessario per rispettare i limiti di emissione obbligatori in quel paese. Oppure, volendo tu partecipare ad un altro mercato, quello potrebbe chiederti di stare nei suoi limiti (può essere il caso ucraino). O una banca ti finanzia solo a patto di non perdere la faccia perchè sostiene progetti disastrosi.

    E d’altra parte ci sono tante difficoltà:
    1) meglio riabilitare l’impianto con un po’ più di emissioni o farlo andare a remengo mentre fuori l’inverno è a -40°C? La gente muore direttamente, non per inquinamento !
    2) a volte per mettere desox e denox e dedust assieme nell’impianto già costruito prima
    non c’è spazio fisico, devi fare scelte
    3) a volte un investitore estero rileva la compagnia elettrica ed i suoi impianti se gli dài opportunità di far qualche margine, altrimenti scappa. Questo è il discorso ad esempio di enel in russia (che ha rilevato ogk5 con i suoi 3200MW a carbone di Reftinskaya). Alternativa ? Spegnere la centrale e lasciare ekaterinburg e gli urali al buio e al freddo. Se tu fossi un politico russo cosa faresti?

    La Cina, che va a carbone che è un piacere, nei prossimi 20-30 anni bilancerà molto sul gas, ma perchè? Perchè il resto del mondo potrebbe prendere pretesti per non comprare i suoi prodotti (o imporgli sanzioni) in base alle emissioni di CO2.

  3. fausto ha detto:

    Già, la Cina: inevitabile che spunti. Segnalo che è scoppiata una curiosa lite tra industriali australiani e politici. Dice Global Research: “…Australia’s fifth wealthiest individual, mining magnate Clive Palmer, called a press conference Tuesday to rail against an alleged CIA plot to sabotage the national economy by financing anti-coal protest groups and the Greens…”. Le paranoie complottiste fanno ridere, ma l’idea di fondo è interessante: l’amministrazione Usa cerca di rendere difficile l’impiego del carbone agli australiani, probabilmente perché considera quelle riserve molto importanti per il futuro. Al di la del fatto che la notizia sia vera o falsa, il fatto stesso che si arrivi a questi livelli di acredine nel dibattito fa capire bene l’importanza delle vicende legate al carbone.
    Il mio sospetto è che gli sguardi dei giocatori più grossi dovranno essere puntati sulle risorse di pregio, adatte alla siderurgia; in linea di principio puoi sopportare una carenza di combustibile termoelettrico, a patto di avere tempo per adattarti, ma se vuoi fare ghisa -> acciaio ci sono davvero poche scelte! Il carbone pesante adatto al coking non è un combustibile scadente: è in realtà la fonte di un materiale costruttivo, l’acciaio, vitale per tutti noi. Manco a dirlo, in Europa ce lo siamo fumato quasi tutto…..

  4. sesto rasi ha detto:

    Il carbone da cokeria è di sicuro più pregiato, però credo abbia anche numeri meno critici.

    Invece mi fai venire in mente gli USA, che nei due post prima non ho nemmeno considerato, e che fanno un uso fondamentale di carbone per la generazione elettrica. Non so se possano arrivare ad impedire agli australiani di consumare il proprio carbone domestico per preservarselo per un futuro (sì, mi pare un po’ “complottista”), ma è forse importante sottolineare che i limiti emissivi che si permettono (parlo di SOx e polveri) non hanno nulla da invidiare a quelli dei cinesi e dei russi; quanto ad emissioni di CO2 (in cui la generazione da carbone è fortemente coinvolta),come ben sappiamo pur di schivare qualunque impegno troppo stringente, sono a volte arrivati anche ad assumere posizioni “negazioniste”.

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