Fondo di finanziamento ordinario

Ogni tanto in Italia si parla anche di università; quando avanza tempo dopo il calcio e le veline. Le discussioni, sopite, sono poi quelle attorno ai tagli su cui avevano scommesso i vari Gelmini, Brunetta e Tremonti. Mesi fa anche il rettore di Bologna esprimeva preoccupazioni al riguardo, cito: “…Nel 2011 il Fondo di finanziamento ordinario, la principale fonte di finanziamento statale delle università, sarà tagliato a livello nazionale del 3,75%, e del 5,5% nell’anno successivo. In altre parole, il Fondo passerà da 6,9 a 6,5 miliardi, con il rischio di non riuscire a coprire il costo degli stipendi dei dipendenti…”.

Una disamina sulle variazioni del FFO anche in questo articolo; invero apparentemente superata dagli eventi. Già, perché adesso il governo è cambiato, e pare che i finanziamenti debbano stabilizzarsi a livelli umani per le università pubbliche. Lo segnalano il Sole e quelli dell’INFN. Al momento pare che ci debbano essere 7 miliardi di euro per il sistema universitario, questo per il 2012. In prospettiva, si tratterebbe di circa 7/1.547 = 0,45 % del Pil reinvestito nel sistema universitario. Un livello che non saprei come definire, ci avvicina al terzo mondo; o forse no: molte nazioni povere trattano con maggiore rispetto la formazione. Pazienza, vista la situazione può andar bene.

Altra sfaccettatura della vicenda: negli Usa gli studenti spesso contraggono debiti per pagarsi gli studi all’università. Gli statunitensi spendono, in ragione del Pil, il doppio di quel che spendiamo noi in materia di finanziamento pubblico alle università. Nonostante questa ricca dote di sostegno pubblico, le rette delle università – specie quelle prestigiose – sono alte; e per pagarle gli studenti si coprono di debiti. Non è una novità: in questo articolo trovo segnalato che “…i neolaureati, che non trovano più lavoro, si ritrovano sulle spalle un fardello enorme. In media devono restituire prestiti di 34 mila dollari, anche se non è affatto raro che la cifra superi i 100 mila di dollari. I debiti di studio hanno raggiunto la cifra record di un trilione di dollari…”. L’argomento ultimamente cattura molta attenzione anche in Italia, vedere qui e qui. E anche qui, per una visione anticipatrice ancora abbastanza attuale.

Ora però credo che sarebbe il caso di fare qualche confronto: quanto costa un laureato in Italia? Bisogna dividere le spese di funzionamento delle università per il numero di laureati in uscita. Nel 2009 si laureavano circa 292.800 persone, almeno stando al servizio statistico del miur. Si tratterebbe di un conto di circa 7.000.000.000 / 292.800 = 23.900 euro per persona in uscita. Non è una cifra trascurabile, ma raffigura comunque un sistema abbastanza economico. I 34.000 dollari di debito medio sulle spalle dei neolaureati americani rappresentano infatti solo una parte del costo dell’istruzione superiore Usa; ci sono anche i finanziamenti pubblici diretti, molto più cospicui. Il costo complessivo per laureato in Italia sembra più contenuto, perlomeno immaginando che la ricerca sia finanziata tramite canali diversi dal FFO.

Già, la ricerca: mentre si discuteva di tagli alla formazione questa povera cenerentola è stata dimenticata. Il rettore di Bologna si lamentava di perdite economiche per gli Atenei attorno ai 300 milioni d’euro. Potrebbe sembrare una cifra contenuta, ma bisogna vedere dove si va a tagliare. In Italia la ricerca – e parte dell’alta formazione – sono affidate ad una truppa di dottorandi, borsisti, assegnisti e collaboratori. Anch’io ci sono passato. Questi signori guadagnano poco, non hanno tutele e lavorano molto; essendo i soggetti più giovani, è proprio a loro che ci affidiamo per fare innovazione. I tagli prodotti dalle discutibili “riforme” targate Berlusconi hanno ottenuto l’effetto di svuotare università ed enti di ricerca tramite l’eliminazione dei contratti a termine dei giovani precari. La ricerca scientifica ha subito una battuta d’arresto, inutile nasconderlo.

Piccolo esercizio: nel 2010 la Ragioneria Generale dello Stato stimava un totale di circa 3.253.000 dipendenti pubblici assunti a tempo indeterminato; di essi il 3,4 % lavorava nelle università. Aggiungendo gli altri enti di ricerca siamo al 4 %: sarebbero più o meno 130.100 persone. Immaginando di distribuire i 300 milioni di ammanco su borse di studio esentate dall’irpef – cosa peraltro attualmente non tanto sicura – diciamo da 13.638 euro lordi annui (il compenso lordo attuale per i dottorandi), il taglio prospettato farebbe sparire dalla scena 22.000 precari dotati di assegni di ricerca o borse di studio. Un taglio avente peso percentuale inizialmente ipotizzato del tipo 3,75 – 5,5 % produrrà una perdita di personale addetto essenzialmente alla ricerca del 14,5 %. Ovviamente il danno è molto più ampio, dato che la pletora di assunti rimanenti contiene anche personale amministrativo che non concorre alla ricerca.

Dopo gli enti inutili, i politici inutili ed i cantieri inutili abbiamo finalmente creato i tagli inutili: tagli che forniscono un risparmio risibile a fronte di un danno insostenibile alle strutture colpite. Prima di tagliare un solo dottorando, io avrei spento gli impianti di riscaldamento di tutte le sedi universitarie italiane: i termosifoni non concorrono alla ricerca. Ma naturalmente è solo un parere personale.

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