Acciaio

Grandi manovre a Taranto: pare che ci siano dei problemi con gli stabilimenti Ilva. La magistratura è arrabbiata a causa delle emissioni inquinanti, piuttosto forti. Un riassunto in enciclopedia. Mi hanno colpito molto, tra le emissioni, i 20,9 kg di mercurio: fanno malissimo, è un elemento avente tossicità mostruosa. Tutto il resto è peggio, viste anche le grandi quantità in gioco. Il miglior primato detenuto da questo impianto, a parte la produzione da record, è quello relativo a diossine e pcb: si tratta del campione nazionale italiano. Per chi vuole giocare con le mappe sulla distribuzione degli inquinanti c’è questo sito: in materia di inquinamento gli ex sovietici sono degli intenditori; ma anche noialtri non scherziamo.

La questione soggiacente è la posizione dell’Italia nel mercato dell’acciaio: il solo Gruppo Riva sarebbe ora il decimo produttore al mondo, e questo la dice già lunga sulla situazione. Essere competitivi oggi in queste attività non è facile: indiani, russi e cinesi ci ricoprono di materiale metallico a basso costo. Hanno tanta energia, vedi il carbone cinese; e non devono rispettare norme ambientali troppo rigide. Se in Cina costruisci una fonderia e fai scomparire la luce del sole con fumi e polveri, nessuno ti dice niente: o almeno così è stato finora. Se vuoi competere con loro, devi adattarti a vivere come loro; in alternativa puoi cambiare mestiere. Il mercato non è gentile con chi non vuole morire avvelenato.

E così gli italiani producono acciaio a Taranto. Non hanno un grammo di carbone, non di carbone pesante e povero in zolfo e ceneri intendo; e non hanno ormai più minerale di ferro, se non in quantità marginale. Eppure producono ghisa ed acciaio in enormi quantità. Già, enormi quantità: ma quanto effettivamente? Questa è una cosa che non è stata pubblicizzata al telegiornale negli ultimi tempi: il telegiornale in genere non quantifica, si limita a romanzare. Fa parte della natura di questi mezzi di comunicazione.

Per avere qualche notizia in più, basta leggersi i rapporti di Eurofer, che è l’associazione sovranazionale che raggruppa i produttori di acciaio in Europa. Questi signori ovviamente possono fornirci qualche dato al riguardo.

produzione di acciaio in Italia, Germania, Francia, Spagna ed InghilterraMaggiori produttori europei di acciaio, migliaia di t / anno. Fonte: Eurofer.

Nel grafico è riassunta la produzione di acciai – di ogni tipologia – per i cinque big europei del settore. Queste cinque nazioni rappresentavano nel 2007 il 63% della produzione dell’Unione Europea. La produzione siderurgica è veramente accentrata. Nel grafico si nota bene la caduta di produttività registrata tra fine 2008 ed inizio 2009; quando c’era la crisi finanziaria, e sembrava che tutto si dovesse fermare. Poi ci siamo ripresi, ma le cose non sono tornate a filare come prima.

Italia e Germania, sempre nel 2007, rappresentavano qualcosa come il 38% del totale prodotto. Quando ci raccontiamo che l’industria in Europa è roba nostra e dei tedeschi, in effetti diciamo qualcosa di vero. In particolare gli italiani nel periodo antecedente la crisi hanno realizzato manufatti in acciaio per più di 31 milioni di tonnellate; anche ora, nel 2011 / 2012, ci attesteremo attorno alle 28 Mt / anno. Per mettere la cosa in prospettiva, un incrociatore grosso e ben equipaggiato può arrivare a pesare 10.000 t; casomai avessimo bisogno di ampliare la marina militare, l’unico problema sarà trovare buoni progetti. Il metallo non manca; e non mancherebbe nemmeno per portaerei da 100.000 t, a dire il vero. La performance di francesi, spagnoli ed inglesi è più modesta rispetto al duo Italia – Germania: almeno nel caso di Inghilterra e Francia il problema è il sopraggiunto esaurimento dei minerali e del carbone, nel caso francese pressoché totale. Un altro riferimento esterno, per vedere le cose in prospettiva, potrebbe essere la produzione di acciai negli Usa: nel 2011, 86 Mt. Stanno andando incontro ad un declino terminale.

Ma per persona? Vale la pena vedere anche il rapporto tra produzione e popolazione: è questo parametro che alla fine identifica le nazioni con la passione per la ferraglia.

produzione di acciaio per persona nelle nazioni d'EuropaProduzione pro capite di acciaio, kg / anno. Fonte: Eurofer, US Census Bureau.

Il grafico mostra sulla destra i 5 produttori maggiori, e sulla sinistra 5 inseguitori di minor traglia. Con qualche sorpresa. Intanto inglesi e francesi, che hanno produzioni pro capite di acciai veramente molto basse; solo gli spagnoli si situano più vicini a noi. Ma soprattutto tra i produttori minori: il Belgio e l’Austria sembrano avere una passione per i materiali ferrosi, 800 – 1000 kg / anno a testa è una quantità davvero smodata. Almeno per il Belgio la ragione è storica: miniere di carbone nazionali e relativa vicinanza ai giacimenti di goethite dell’Alsazia – Lorena. Non so se questa scelta si giustifichi oggi, a minerali esauriti e con carboni europei residui che sono quasi solo termoelettrici.

Altra sorpresa la Polonia: quante volte la abbiamo sentita descrivere come un inferno industriale pieno di miniere di carbone, acciaierie e cementifici? Ebbene, niente di vero: i polacchi vivono bene anche producendo poco acciaio, pochissimo rispetto alla popolazione, e questo non impedisce loro di fabbricare automobili ed altri ammennicoli simili. Immagino che abbiano dismesso vecchi impianti per lavorare materiale grezzo importato; magari da austriaci e belgi, per dire. O magari dai russi.

Le produzioni di acciaio sono molto disomogenee, e sembrano disegnare una mappa della attività industriale assi poco uniforme in Europa. Non c’è relazione tra la ricchezza relativa e la produzione di ferraglia: i francesi stanno bene come noi, e d’altro canto noialtri importiamo praticamente tutto il materiale impiegato nelle fonderie, anche l’energia richiesta per l’azionamento delle stesse. Fai fatica ad arricchirti così, oggigiorno. Durante la crisi 2008 / 2009, quasi tutte le nazioni del mondo ridimensionavano la produzione di ferrosi; vedere la lista in enciclopedia. Quasi tutte: cinesi ed indiani continuavano a crescere. Loro hanno tanto carbone: non sono interessati ai capricci dell’edilizia occidentale, i loro altiforni possono continuare a funzionare anche senza i mutui subprime.

andamento relativo della produzione di acciaio, produttori maggiori UEVariazioni relative nella produzione di acciaio, produttori maggiori. Fonte: Eurofer.

Anche l’andamento relativo delle produzioni mensili è interessante; il grafico sopra usa i volumi del mese di gennaio 2004 come valore unitario iniziale. Le cinque nazioni più importanti hanno comportamenti e stagionalità differenti. Italia e Francia, per dire, riducono l’attività in maniera drastica in agosto; una cosa che i tedeschi cercano di non fare. A parte la nostra indole vacanziera, bisognerebbe ricordare che gli italiani operano molti piccoli impianti dediti alla rifusione di rottame e semilavorati in forni elettrici; facili da arrestare e riavviare. I tedeschi ottengono acciai più che altro da ghise di altoforno ancora calde, per ossidazione: impossibile fermarsi, un altoforno non si ferma, altrimenti muore.

A parte queste facezie, si nota bene l’impatto della crisi dei mutui spazzatura americani: a partire dalla fine dell’estate del 2008, in tutta Europa si verifica un tracollo produttivo. L’evento non è perfettamente sincrono, i tedeschi ci hanno messo un po di più a toccare il fondo; ma comunque per i produttori maggiori si sono verificate cadute del 30 – 50 %. Per l’intera UE27, linea grossa e sbiadita in sfondo, un tonfo da -40 %. Negli ultimi tempi c’è stata una certa ripresa, ma non tutti sono risaliti alla stessa maniera: i francesi hanno perso stabilmente quota, mentre italiani e spagnoli sembrano sperimentare forti oscillazioni attorno a valori medi più bassi rispetto a quelli di qualche anno fa. I tedeschi se la cavano bene, per ora.

Il crollo del 2008 / 2009 qualcosa lo insegna: quando arriva la crisi sono dolori per tutti. Nessuno è al sicuro; l’edilizia e l’automobile lasceranno orfane molte fabbriche, l’assaggio che abbiamo avuto è solo un avvertimento. Ad essere premiata sarà l’agilità, non la dimensione: in un mondo nel quale si fa fatica a vendere tondini per armatura e lamiere per cofani, la scelta migliore è gestire impianti di media taglia capaci di produzioni di qualità, con un occhio al ciclo del rottame. Una azienda così c’è anche a pochi chilometri da Modena, e non ha certo occupato le pagine dei giornali. Lo stabilimento di Taranto forse è solo un po troppo grosso per questa piccola nazioncina, priva di minerali e di combustibili, e per questo continente pieno di fabbriche cadenti e sottoutilizzate. Credo che sia questo il vero problema soggiacente: il resto è cortina fumogena, e pure inquinata.

Per lasciarsi in bellezza, vorrei segnalare un sito che trovo fantastico: Stahleseite, una collezione di immagini di impianti siderurgici. Detta così non sembra granché, ma posso garantire che merita la visita: per me è il manifesto conclusivo del romanticismo, avvolto nel fumo e nelle scintille che escono dalla bocca dalle siviere.

Update 17 agosto. Un commentatore che sa chiaramente leggere e contare, Zuliani, fa notare che la manutenzione è necessaria anche per gli altiforni. La cosa è verissima, al punto che esistono aziende specializzate in questa delicata attività. Non mi dilungo tanto in chiacchiere – che non mi competono – su staffe di sostegno, ossidi isolanti per ambiente basico ed adesivi per alte temperature: preferisco consigliare la lettura del riassuntivo e piacevole testo proposto da Steel Guru. Il raffreddamento di un altoforno è un danno economico, dato che rischia di protrarsi molto a lungo ed incide sulla economicità di un impianto grande e complesso. Nei limiti del possibile si cerca di evitare questi inconvenienti, eseguendo riparazioni “al volo” con isolanti e sigillanti iniettabili; l’ideale sarebbe riuscire a rimettere in sesto gli isolanti danneggiati mantenendo una certa temperatura nel forno, quindi con un semplice rallentamento del flusso di materiali. Non sempre è possibile, e questo è un inconveniente che costa parecchi quattrini. Tutto si può fare ovviamente, anche raffreddare molto l’area calda del forno e poi riavviarla: bisogna però vedere quale sarà il prezzo.

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11 risposte a Acciaio

  1. sesto rasi ha detto:

    più che aggiungere un commento: grazie, me lo sono letto tutto con attenzione, link compresi. ciao

  2. aldocannav ha detto:

    Visto che Cina ed in India hanno migliori requisiti per far concorrenza alle acciaierie di Taranto,conviene acquistare da loro i semilavorati ed impiegarli per costruire prodotti finiti,evitando di deturpare il nostro ambiente e far morire di inquinamento i nostri connazionali.Ma dove sono finite la fantasia e l’intraprendenza degli industriali italiani? Veramente la vera causa dell’immobilismo dei nostri imprenditori è che si sono stancati di pagar tasse esose per mantenere un’apparato mastodontico di burocrati e ministri che sottraggono alla stato con i loro emolumenti eccessivi più di quanto producono col loro impiego.

    • VoceIdealista ha detto:

      E così muoiono i cinesi e gli indiani. Quanto al “nostro ambiente”, non ci sono più ambienti ma un solo pianeta: l’inquinamento si ripercuote su tutto il sistema.
      Ergo, è necessario adottare tutti gli accorgimenti tecnologici adatti a minimizzare l’inquinamento, non importa se la fonte inquinante sia un Italia, India o Cina. Non possiamo nemmeno infischiarci del fatto che muoiano di inquinamento dei non italiani: il fatto che non siano italiani dà meno valore alle loro vite?

      • VoceIdealista,sono d’accordo con te.Adottare accorgimenti per evitare l’Inquinamento è essenziale,anche se non l’ho scritto.Naturalmente,in qualunque nazione si adottino,sale considerevolmente il costo dell’acciaio e per conseguenza dei manufatti da esso derivati.L’ Italia non ha distese deserte dove costruire impianti del genere lontani dalle abitazioni,come altri paesi.Naturalmente il mondo è piccolo ed i venti portano l’inquinamento a migliaia di chilometri di distanza.Ma si può eliminare totalmente la produzione mondiale dell’acciaio?

  3. fausto ha detto:

    In realtà l’acquisto dei materiali di base dai cinesi lo facciamo già: anche a Taranto. Nessuno pubblicizza la cosa al telegiornale (ci mancherebbe) ma dovete sapere che in media negli ultimi anni la chiacchierata Ilva ha prodotto 8,347 Mt di ghisa per anno, contro più di 9 Mt di acciaio risultante. Non è un miracolo biblico: l’azienda dichiara esplicitamente di importare 850.000 t / anno di ghisa già pronta e leghe. Essendoci un partner cinese in gioco, presumo che questo materiale arrivi da là.

    Anche la produzione del coke sta cambiando faccia: in parte impianti ammodernati, in parte importazione diretta di coke pronto. E’ scritto nero su bianco sul sito dell’azienda. Probabilmente anche a Taranto si stanno adattando al futuro, ma non lo vogliono dire; anche perché nessuno ha mai nulla da guadagnare dal fatto di avere dato a qualcuno cattive notizie corrispondenti al vero. E’ più comodo tacere ed aspettare.

  4. Pingback: Le prospettive dell’acciaio in Italia « Energia & Motori

  5. Filippo Zuliani ha detto:

    quote# un altoforno non si ferma, altrimenti muore.

    Ahem, no. L’ho letto spesso sui giornali in questi giorni, ma non e’ corretto. Oppure pensi che gli altoforni non subiscano stop per manutenzione e funzionino ininterrottamente per 15 anni?

    • fausto ha detto:

      Ho piazzato un aggiornamento in calce al testo; grazie per l’osservazione. La manutenzione di simili macchine è onerosa, ed i testi che vedo in giro dicono che gli operatori cercano se possibile di eseguirla senza raffreddare troppo il forno. E’ un campo di attività davvero difficile, anche per i costi coinvolti.

  6. Pingback: Acciaio | Filippo Zuliani

  7. kibo ha detto:

    Chimica no, Siderurgia no, elettronica no, hi fi no, metalmenccanica no, ecc no no no. e dagli anni 70 che in questo paese si continua a demolire l’economia settore per settore. Con cosa campiamo con la finanaza di carta straccia e con i terziario fatto di parassiti ??????

    • fausto ha detto:

      Sappiamo anche rinascere. E lo abbiamo dimostrato in tante occasioni.

      Le aziende italiane che vincono sul mercato sono tante: basta calare un po le tasse sugli stipendi e si raddrizza la barca. Non ci vuole molto a capirlo.

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