Densità di energia: l’uranio delle rocce e quello dei sogni

Lo ammetto: è da alcuni anni che desidero scrivere questo pezzo. E’ una di quelle cose che ti frullano nella testa, e che non riesci mai a definire. E che restano li, ad aspettare. Ora ci provo, devo pur decidermi prima o poi.

La densità di energia del combustibile nucleare è fantastica, lo sapete anche voi vero? Ed è per l’appunto quella caratteristica che ha suscitato tanto entusiasmo negli ultimi decenni attorno alla filiera industriale dell’atomo. In un chilogrammo di uranio è contenuta l’energia termica che potremmo ottenere bruciando migliaia di tonnellate di combustibile tradizionale. Una attrazione irresistibile.

Nella pratica, potremmo provare a definire questa densità di energia in molte maniere; una via rozza ed affidabile è confrontare la produzione elettrica del parco reattori esistente con il consumo del materiale di base che li alimenta: l’ossido di uranio. Sono dati pubblici, non certo misteriosi. L’ossido di cui parliamo è quella roba che convenzionalmente si indica come U3O8, una formula bruta che indica rapporti stechiometrici tra ossigeno ed uranio. Questo problema era già stato affrontato qui, e questa volta per semplicità – e pressoché totale mancanza di stile – mi cito: “…Rapidamente: 2.765 · 1.000.000.000 [kWh] / 66.000 [t] = 41.893.939 [kWh / t] , all’incirca. E questo è un dato che fotografa il comportamento del parco reattori esistente […..] quasi 42 milioni di kWh per tonnellata di U3O8 estratta e processata…”.

Le quantità di cui sopra sono cose pubblicamente note, le potete trovare su parecchi atlanti statistici. Tra le fonti di dati più qualificate, per chi è interessato, voglio citare Ux Consulting, l’associazione dei produttori WNA e naturalmente BP. Basta spulciarle per trovare una messe di dati interessanti. Ci sono sempre variazioni dovute a pratiche contabili diverse, o a revisioni successive dei dati. Ma questo non cambia di molto le dimensioni in gioco. Per controprova, c’è sempre il documento redatto da Coiante; almeno gli ordini di grandezza devono ovviamente risultare gli stessi.

Ora, questi 42 Gwh / t (elettrici) ottenuti dall’ossido d’uranio naturale sono tanti; e si tratta di un valore tanto rozzo quanto affidabile: perché comprende tutto. Purtroppo però non rappresentano bene l’attività estrattiva che ci permette di ottenere l’uranio. In una miniera reale, bisogna aprirsi la strada in mezzo a cumuli e banchi di roccia inutile; lo “sterile”, come dicono i geologi. Tolta questa roba, occorre procedere a scavare il minerale: che però non è certo uranio puro, e nemmeno ossido di uranio puro. E’ ancora una volta una roccia contenente quantità variabili di materiale utile. Bisognerà selezionare la parte interessante di tutto questo materiale, e cavarne l’ossido che cerchiamo. Un lavoro impegnativo.

Vi è mai capitato di sentir parlare della miniera di Rössing? No, vero? In effetti non è esattamente una celebre località di villeggiatura. Si tratta di una miniera di uranio situata in Namibia, in un’area quasi desertica, nei dintorni della cittadina di Arandis. E’ un impianto detenuto essenzialmente da Rio Tinto e dagli iraniani, nel quale si scava a cielo aperto. Il deposito sfruttabile dovrebbe esser costituito da intrusioni ignee di magmi a chimismo acido, tipo graniti e compagnia, che hanno invaso una roccia sedimentaria preesistente. In pratica dei filoni – strato, in parte mineralizzati con roba contenente uranio. Qui qualche notizia ulteriore sulla miniera. Per chiarire l’importanza dell’impianto, basti pensare che al momento questa sola miniera sembra fornire un 7 – 8% circa dell’ossido di uranio estratto nel mondo; qui una classifica delle miniere maggiori. Nei paraggi di Rössing (si fa per dire) ci sono anche le miniere di Trekkopje e di Langer – Heinrich; nel complesso la Namibia potrà probabilmente fornire nei prossimi anni una quota significativa della produzione globale del prezioso ossido. In enciclopedia qualche informazione aggiuntiva.

L’impianto è in pratica costituito da un gigantesco buco, circondato da strade sulle quali arrancano i dumper minerari; i mezzi devono superare i 390 metri che separano il fondo dello scavo dalla superficie. Ci potrebbe stare dentro l’Empire State Building, senza antenna però. Poco più in là c’è l’impianto che esegue il trattamento del minerale, affiancato dal cumulo delle rocce di scarto – lo smarino. Qualche dato sull’attività svolta lo possiamo prendere dal sito del gestore.

dati di attività della miniera di uranio di Rossing, NamibiaMiniera di Rossing: prospetto delle attività. Fonte: Rossing Uranium Limited.

La tabellina riassuntiva pubblicata dal gestore rende conto della produzione di ossido di uranio, e anche del movimento di roccia sterile e mineralizzata durante le ultime annate. In pratica, nel triennio 2008 – 2010 in questa miniera si è ottenuta una produzione di 3.962 t di ossido d’uranio per anno. Questo materiale è stato ricavato smuovendo, in media e per anno, 38,2 Mt di roccia sterile e 12,4 Mt di roccia mineralizzata utilizzabile. Il tenore in ossido di uranio lo possiamo trovare segnalato sulla pagina dedicata sul sito Wna, cito: “…reserves at the end of 2009 were 7650 tU proven, and 51,800 tU probable, at 0.031% U in ore (calculated without allowing for 85% mill recovery). Reserves increased slightly in 2010…”. In pratica un tenore in uranio (elemento) di 310 ppm.

In teoria le 310 ppm di cui sopra porterebbero a dover spalare appena 1/(0,00031 · (842/714)) = 2.735 t di roccia mineralizzata per t di materiale estratto – il termine 842/714 serve a convertire rozzamente uranio elemento in ossido. Questo valore andrebbe posto a confronto con il dato di (12,4 Mt / 3.962 t) = 3.130 t di roccia uranifera smossa per tonnellata di ossido effettivamente estratta nella miniera nel triennio. Il rapporto (2.735 / 3.130) = 87,38 % è effettivamente concorde con quello ipotizzato dal testo della Wna. Interessante pensare che, mano a mano che il tenore in ossido diminuisce, gran parte di esso rimane nello scarto e non può essere estratto. Questo minerale è già problematico, e non è il peggiore di quelli che ci apprestiamo a trattare.

Meglio tornare con i piedi per terra: nelle miniere a cielo aperto non ci si limita a smuovere il minerale utile, bisogna togliere di torno anche lo sterile. I dati del gestore indicano che in media il movimento terra si è attestato sulle 50,6 Mt / anno. Nella realtà fisica la miniera di Rössing deve quindi smuovere grossomodo 12.763 t di roccia totale per ogni t di ossido d’uranio recuperato. Questo è un dato di grande valore, per svariati motivi. Intanto perché fotografa la realtà operativa di una miniera vera, in carne ed ossa; non si tratta di una elucubrazione teorica. E poi perché la miniera in questione non è un qualsiasi buco scavato nel deserto: è pur sempre uno dei più importanti e produttivi impianti del suo genere nel mondo di oggi.

La scelta della miniera a cielo aperto potrebbe anche sembrare discutibile: la maggior parte del materiale smosso è inutile roccia di copertura. E in effetti storicamente si è cercato, ove possibile, di realizzare miniere in galleria: questa strategia permette di ridurre al minimo la necessità di scavare roccia inutile. Esiste però un problema dimensionale: mettiamo di voler scavare per dieci anni la sola roccia mineralizzata smossa nell’impianto di Rössing, staremmo parlando di 123,6 Mt di roba. Essendo costituita essenzialmente da graniti et similia, il volume risultante potrebbe essere del tipo 123,6 · (1/2,65) = 46,6 milioni di metri cubi. Una cavità interessante, soprattutto per chi dovesse garantire la tenuta del soffitto. Oltre una certa dimensione, in rocce di qualità comune, l’unica opzione ragionevole è scavare dalla superficie.

Al momento dunque questo impianto quanta energia riesce a recuperare per ogni tonnellata di materiale movimentato? Questo non è difficile da dedurre, almeno ricordando che il parco reattori esistente fornisce all’incirca 42 GWh per t di ossido utilizzato. Nella pratica potremmo dire 42 GWh / 12.763 t = 3.291 kWh /t. E questo è quanto, in termini rozzi ed approssimativi ma affidabili: l’elettricità recuperata nell’intero processo industriale è questa, né più né meno; almeno in riferimento alle rocce movimentate a Rössing.

Per mettere la cosa in prospettiva occorre qualche termine di paragone: detta così non dice molto. Per fare confronti facili, potremmo ad esempio ragionare sugli idrocarburi. Una tonnellata (metrica) di petrolio convenzionale rende 11.670 kWh in forma termica; in realtà la resa varia secondo la qualità del materiale. Immaginando di usare questa roba in una centrale a ciclo combinato di quelle che costruiamo oggi, le migliori disponibili, ne potremmo ottenere anche 7.000 kWh elettrici. E si noti che il petrolio convenzionale ben difficilmente ci costringerà a generare scarti di lavorazione: non c’è roccia sterile da smaltire, e ben poco materiale risulterà inutilizzabile. Dato che il petrolio serve per azionare camion, automobili e macchine da cantiere, di solito l’industria elettrica cerca di utilizzare il gas naturale: che ha meno impieghi. Le considerazioni sul gas sono analoghe: idrocarburi ad alta resa, niente scarti, impiego diretto in centrale. Non c’è partita: se non fosse per la scarsità e l’eccessivamente ampio spettro di impiego di questi combustibili, per la generazione elettrica finiremmo col rivolgerci ad essi. Lo facevamo davvero, almeno prima delle crisi energetiche degli anni ’70.

Il vero termine di paragone è però di tutt’altro tipo: la potenza di base nelle reti elettriche si fa con il carbone. Specialmente quello poco adatto ad impieghi nella siderurgia, e non solo quello. In Italia usiamo tanto metano, ma è un caso isolato: i tedeschi ed i polacchi preferiscono usare carbone, visto che ne hanno ancora parecchio. Potremmo provare a dare un’occhiata alla attività di una miniera di carbone, da impiegare ipoteticamente nel campo della termoelettricità. Tra le varie possibilità, una che mi pare interessante è una grande miniera americana a cielo aperto: l’impianto denominato North Antelope Mine, nello stato del Wyoming.

Le notizie fornite da InfoMine sono utili per inquadrare l’attività. In particolare: “…The North Antelope Rochelle Mine began operation in 1983 and produces the lowest sulfur coal in the United States – 0.2% sulfur at a heat value ranging from 8,600 to 8,800 Btu per pound…”. Il minerale scavato è un carbone povero in zolfo, ma comunque classificato come termico; viene usato nelle centrali elettriche. E ancora: “…In 2011, North Antelope Rochelle mine of Wyoming, USA shipped record volumes as the largest and most productive coal mine in the world…”. Una miniera che riesce a sputare più o meno 100 milioni di tonnellate di carbone in un anno è effettivamente molto grossa.

Alcune caratteristiche della miniera, medesima fonte: “…The North Antelope Rochelle mine exploits the Wyodak-Anderson coal seam, which ranges from 60 to 80 feet (9.1 m to 24.4 m) thick and lies from 50 to 350 feet (15.24 m to 107 m) below the surface in the reserve area. The sub-bituminous coal averages approximately 8,800 Btu/lb, 4.44 percent ash, and 0.20 percent sulfur, making North Antelope Rochelle coal the cleanest in the United States…”. E ancora: “…The mine is a conventional truck and shovel mining operation employing three 60 cubic yard draglines along with five overburden truck-and-shovel fleets (80-yard shovels, two 240-ton and three 190-ton trucks) for overburden removal. The overburden thickness is 150 feet resulting in a stripping ratio of 2.5:1. Cast blasting is the method of choice and it is used to remove overburden from above the coal seam and move it into a previously mined pit. Some 25 to 50 percent of overburden could be moved without involving any mining equipment…”.

Uniamo i puntini, schivando gli errori di battitura: si tratta di un livello di carbone spesso in media 70 piedi, e gravato da un carico medio di roccia sterile di copertura di 150 piedi. Per cavare tonnellate dai metri cubi potrebbe essere utile questo documento: è uno studio realizzato per conto di una compagnia elettrica, ed indica anch’esso una resa di 8.800 Btu/lb, ed un peso specifico del carbone della miniera che oscilla lievemente attorno a 1.100 kg/mc. Per la roccia di copertura mancano notizie precise, ma credo che un materiale sedimentario comune non troppo consolidato (e non è questo il caso) non dovrebbe andare oltre i 2.000 – 2.2oo kg/mc.

Su una superficie di base di un metro quadrato, potrebbe gravare carbone in ragione di (70 · 0,3048) · 1.100 = 23.470 kg. Per lo sterile analogo ragionamento: staremmo attorno ai (150 · 0,3048) · 2.200 = 100.580 kg. La resa termica del carbone suddetto è nota, sono 8.800 Btu/lb. Le unità imperiali. Traducendo in termini più comprensibili per noi italiani (8.800 · 0.293071/1000) / 0,4536 = 5,69 kWh/kg; come dire che la tonnellata di carbone fornirebbe 5.690 kWh (termici) per combustione. Ad oggi le centrali termiche tradizionali con ciclo a vapore possono lavorare con rendimenti del 35 – 40 %; gli ultimi sviluppi però si spingono anche a valori del 47 – 48 %. Immaginando di avere un impianto moderno che rende un 45 %, la tonnellata di carbone della miniera di North Antelope Rochelle fornirebbe all’incirca 2.560 kWh in forma di elettricità.

Anche in questo caso occorre tornare ad appoggiare i piedi a terra: in miniera si scava anche lo sterile, il carbone non esce da solo da sottoterra. Includendo nei calcoli la massa di robaccia che si trova sopra alla formazione di carbone, otteniamo che si dovranno smuovere (100.580 + 23.470) / 23.470 = 5,29 t di materiale per ogni t di carbone ottenuto. La resa elettrica finale risultante potrebbe essere quindi di 484 kWh / t elettrici. Da confrontare con i 3.291 kWh /t ottenuti nella miniera di Rössing.

Nel complesso la miniera di uranio in Namibia sembra incapace di confrontarsi con gli idrocarburi convenzionali per quanto concerne la resa energetica della massa di materiale movimentato, e questo si poteva capire facilmente. Il petrolio ed il metano sono tesori ambiti: facili da estrarre e spostare, ed efficaci. Pressoché privi di produzioni di materiale sterile; gli scarti spesso sono combustibili secondari, in Italia tanto per dire li usiamo nel contesto della vituperata norma Cip6. Il confronto risulta migliore nei confronti del carbone prodotto da una importante miniera a cielo aperto americana; nel senso che includendo lo sterile la resa finale in elettricità offre un vantaggio di 6,8:1 a favore della escavazione di uranio namibiano. Bisognerebbe però tenere presente che nella miniera di carbone americana, diversamente dal caso di Rössing, una parte considerevole dello smarino viene lasciata semplicemente scivolare nello scavo aperto a lato, senza trasporto; probabilmente il valore di cui sopra andrebbe ridimensionato ancora. Nel caso di uno scavo di carbone in galleria finiremmo col raggiungere quasi la parità. Una vera fortuna per i minatori della Namibia che i carboni pesanti di profondità siano divenuti meno abbondanti.

L’era delle tasche di minerale ad alta concentrazione si sta concludendo. Quando l’industria nucleare moderna è nata, l’uranio si estraeva in miniere sotterranee nelle quali poche persone riuscivano a portare alla luce tonnellate di minerale ricchissimo in ossido, anche più di un 1%. La grande economicità del minerale, correlata all’elevata quantità di energia ottenibile movimentando pochissima roccia, permetteva di compensare bene i costi stellari degli impianti atomici. In questo modo la filiera nucleare riusciva a mostrare una sua valida economicità. Oggigiorno i minerali che mostrino queste concentrazioni sono molto rari: poca roba rimasta, soprattutto in Canada ed Australia. I due terzi delle riserve residue hanno titoli in ossido U3O8 inferiori a 1000 ppm. Visto il deficit permanente nella fornitura di uranio, insistiamo ad intaccare gli stock militari; ma anch’essi dovranno esaurirsi nei prossimi anni. In questo contesto, non è possibile fare a meno di nessuna miniera: qualsiasi chiusura peggiorerebbe carenze già serie. Non è dunque fisicamente possibile fare a meno di impianti che estraggono rocce con un contenuto di ossidi d’uranio molto modesto, e con il passar del tempo l’esaurirsi delle migliori fonti di minerale ci obbligherà – ci sta già obbligando – ad affidarci estesamente a depositi a bassa concentrazione, forzatamente operati a cielo aperto a causa degli enormi volumi movimentati. Il vantaggio minerario iniziale che permise di avviare l’avventura dell’atomo si esaurisce sotto i nostri occhi.

Nel caso volessimo spingerci ancora oltre nella ricerca di combustibile per le centrali nucleari, dovremo tenere a mente che già oggi operiamo miniere che offrono performance intermedie tra una miniera di carbone a cielo aperto ed una sorgente di idrocarburi convenzionali. L’ordine di grandezza è quello. Le riserve di uranio effettivamente sfruttabili non si potranno estendere oltre le quantità già note, a meno di voler operare impianti dediti all’estrazione di minerali con tenore in ossido di sole 100 – 200 ppm o meno. Non è difficile intuire che questa scelta farebbe precipitare il rapporto tra elettricità recuperata e roccia movimentata attorno ai risultati oggi offerti dal carbone; e sottolineo che al crescere dei costi industriali anche la produzione di CO2 della filiera nucleare rischierebbe di esplodere. I dumper non bruciano acqua, ed i materiali da costruzione si fanno con i combustibili.

Non è probabilmente possibile operare miniere d’uranio con concentrazioni di materiale utile più basse di quelle peggiori che stiamo già usando; occorre mantenere un significativo margine di vantaggio rispetto alla performance di una miniera di carbone, altrimenti si chiude a causa del differenziale di costo sul lato degli impianti. Non è scontato che alcune riserve che contiamo di sfruttare siano davvero riserve: negli anni ’80 ci fu una significativa revisione al ribasso delle riserve di carbone, dovuta all’incremento dei costi di estrazione indotti dalla crescita del prezzo del greggio. Questo evento potrebbe tornare a verificarsi, e non solo per il carbone. Ci sono altri candidati nei paraggi.

E così abbiamo la bellissima miniera di Rössing, che smuove una quantità smisurata di roccia per cavare uranio. E’ come una sfera di cristallo, in un certo qual modo: ci fa vedere come sarà fatto il futuro. E ci fa capire che siamo ormai vicini ad una situazione nella quale l’uranio minerale risulta essere una fonte di energia paragonabile a qualsiasi altro combustibile: con la progressiva scomparsa dei minerali ad alto tenore di ossido utile, quel che potremo continuare a trattare è materiale che non può nemmeno sognarsi di competere con gli idrocarburi convenzionali. La competizione col carbone può funzionare ancora abbastanza bene, a patto che a nessuno venga in mente, nemmeno per scherzo, di ampliare le riserve di uranio includendo materiali più difficili di quelli scavati a Rössing. In caso contrario, chi volesse imbarcarsi in simili avventure spieghi in quale maniera compenseremo gli elevatissimi costi degli impianti e delle centrali, qualora fossero privati del vantaggio offerto dall’estrazione di roccia capace di offrire alte rese elettriche finali in rapporto alla massa scavata. La forma del futuro è nella risposta a questa domanda.

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12 risposte a Densità di energia: l’uranio delle rocce e quello dei sogni

  1. jgwolf ha detto:

    Gran bel post, come sempre.
    Quando parlo “dell’opzione nucleare” con gli amici finisco sempre con l’affermare che il nucleare rappresenta il passato… e loro mi guardano come se mi fosse spuntata una seconda testa!
    Io sono convinto che abbiamo sprecato l’occasione di sviluppare seriamente forme di produzione di energia alternative e rinnovabili che ci è stata offerta dalla crisi del petrolio degli anni ’70, tu cosa ne pensi?

    • fausto ha detto:

      Il “nucleare” è una etichetta generica. Il problema è che oggi insistiamo ad affidarci ad enormi reattori alimentati con uranio arricchito e moderati con acqua leggera. I problemi sono noti, e le scelte alternative sembrano essere svanite nell’oblio. Ammesso anche che volessimo rivitalizzare la filiera degli autofertilizzanti, i risultati si farebbero sentire fra trent’anni.

      Per le rinnovabili: ogni giorno è buono per far qualcosa, almeno quelle sono frazionabili in unità di taglia umanamente accessibile. Nel futuro dovremo arrangiarci da soli, non credo che i governi ci aiuteranno granché.

  2. sesto rasi ha detto:

    mi unisco a jgwolf per i complimenti. Però aggiungo che il fattore su cui si gioca la competitività del nucleare (perchè è il più pesante ma anche quello più aleatorio, in pratica può andare da enorme a enormissimo) è quello del costo iniziale. E tra le componenti del costo iniziale c’è il costo finanziario, che nessuna altra forma di generazione deve scontare in modo così pesante, neanche il carbone (che giustamente è il competitor del nucleare: sono entrambi per il baseload). Oilkiluoto III, Finlandia, fu progettato per 1800 €/kW: è costato almeno 3500. L’aleatorietà ed il peso dei costi finanziari (anch’essi possono essere da pesanti a pesantissimi) è ovvia: da progettazione e iter autorizzativo a start up passano 10-12 anni, media nel mondo. Se tutto andasse bene ce la si potrebbe fare in 7. A volte ne servono 15 e più. Nessuna banca accetta di finanziare una simile lotteria ad interessi bassi. Nel caso finladese sono accondiscese a condizioni abbastanza favorevoli perchè il gruppo avrà 40 anni di domanda già garantita, da parte degli energivori nazionali che tra l’altro fanno parte degli azionisti: rinunceranno ai dividendi per avere energia elettrica a prezzo di costo.
    I campioni del nucleare, che fan finta di niente, fanno i conti con attualizzazioni del 2-3%, cosicchè il levelised cost del nucleare esce ridicolmente a 60€/MWh. Comunque, tutti i paesi almeno discretamente energivori si sono dotati di almeno una delle due opzioni baseload; la maggior parte le ha sviluppate entrambe. Mi sovvengono due esempi fuori dal coro: uno è la Norvegia, che per il 95% può usare idroelettrico (hanno anche tanto gas, ma lo vendono); indovina l’altro (un indizio: qualche anno fa vi si diceva che non si può pensare di essere competitivi nella generazione elettrica bruciando Chanel n.5 nelle centrali).

  3. ecology23 ha detto:

    Un post fiume, lunghissimo, ma che ho letto tutto con interesse. Complimenti per il tuo blog!
    Sono consapevole di quanta energia possa sprigionare il nucleare, ma le radiazioni che produce sono sempre un pericolo per l’umanità, e il costo della costruzione delle centrali è elevatissimo.
    Io sono stato fortemente contrario alla scelta del Governo Berlusconi di riattivare il nucleare. Per i motivi che ho spiegato, per il fatto che nel 1987 si è svolto un referendum stravinto da chi voleva abolire il nucleare, respinto con forza anche dal referendum dell’anno scorso, e per il fatto che se si voleva attivare il nucleare, si toglievano fondi alle fonti rinnovabili, che nel Paese del Sole e del Vento non si possono di certo affossare. Ma pare che stiano sversando veleni sull’eolico, perché “impattante con il paesaggio”. Ah sì? E i condomìni? E i palazzi? E i “grattacieli”? E le “torri di fumo” delle centrali a carbone, delle raffinerie e degli inceneritori? E le torri nucleari? Quelli non impattano? O sono “ben” accetti?
    Per quanto mi riguarda, l’enorme potenziale energetico del nucleare è il solo vantaggio che possiamo ricavare da questo tipo di energia.

  4. Pingback: L’uranio delle rocce e quello dei sogni « Energia & Motori

  5. elia milani ha detto:

    Molto interessante, non conoscevo la vicenda della miniera di Rössing

  6. VoceIdealista ha detto:

    L’energia da fissione nucleare è interessante ma purtroppo è un elemento molto raro, è per questo che inorridisco quando sento la gente dire che è rinnovabile.
    Quanto all’energia, l’unica speranza sta nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie che possano sfruttare l’immensa quantità di energia nella quale siamo immersi, proveniente dal Sole e dal nucleo del pianeta. Per esempio esiste un interessate progetto di ricerca europeo che cerca di realizzare centrali geotermiche su terreni non vulcanici, facendo risalire il calore con trivellazioni profonde.

  7. L'energisauro ha detto:

    Complimenti davvero, un post lungo ma avvincente! Mi piace come utilizzi numeri corretti e non perdi mai il filo… solo un’osservazione sugli idrocarburi. Sul greggio Saudita siamo d’accordo, facile da estrarre… ma ad oggi il boom in America è dello shale oil oltre che lo shale gas, ovvero come ben sai, fratturazione delle rocce…sarebbe interessante avere qualche numero sui volumi di roccia movimentata in quel caso… a presto

    • fausto ha detto:

      Se il riferimento è alle sabbie bituminose del Canada, indubbiamente il problema esiste. Devono scavare rocce solide e poi cucinarle per ottenerne petrolio discreto: costa molto.

      Nel caso dello shale gas non ci sono questi inconvenienti, dato che non occorre smuovere nulla. Però ci sono altri problemi, e grossi anche, sul lato del costo delle attrezzature; e sul ritmo di esaurimento delle riserve. Di roba senza problemi ormai ne è rimasta poca in giro.

  8. Credo ci sia solo un appunto a questo interessante post: poco meno della metà dell’uranio mondiale (45%) viene prodotto tramite In Situ Leaching; nel 2000 era il 16%. E’ ovviamente indispensabile una struttura geologica favorevole, ma non sarà che l’industria mineraria si è già adeguata a sfruttare i giacimenti a bassa concentrazione?

    • fausto ha detto:

      “….Uranium deposits suitable for ISL occur in permeable sand or sandstones, confined above and below by impermeable strata, and which are below the water table….”.

      Efficace e rapido da applicare ad un ristrettissimo set di situazioni geologiche, permette di esaurire a grandissima velocità il deposito. O meglio: la frazione di esso accessibile per solubilizzazione. E’ una notizia interessante sotto molti punti di vista: davvero molto interessante.

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