La Siria senza soldi

Ancora guerra in Siria. Fucilate, cannonate, aerei, bombe, trappole, viltà, stupidità. Il bel parco giochi di ogni conflitto. Personalmente ho partecipato alle polemiche sugli aiutini forniti ai rivoltosi, tra i quali mi pare importante ricordare i decreti firmati dal presidente statunitense al fine di facilitare il commercio di armi a favore della ribellione. Non riesco a trovare gli articoli originali, velocemente oscurati; ma la notizia la avevo letta anche sul Televideo Rai, evidentemente non era un gran segreto. Sono diffusamente presenti in Siria anche – presunti – guerriglieri stranieri, uno per tutti Rustam Gelayev, morto da poco e figlio del signore della guerra ceceno Ruslan, ormai defunto anch’esso.

Questi due flash isolati sembrerebbero poter dipingere una situazione nella quale una banda di allegri stragisti e bombaroli passa le sue giornate a sparare a caso in mezzo alle città siriane, ottenendo qualche significativo appoggio da alcuni sunniti locali particolarmente invasati; il tutto con la benedizione di talune potenze straniere, che forniscono attrezzature e – per vie traverse – qualche arma valida. Il Nobel per la pace che dà il via al movimento di armi per la guerriglia è forse la parte più grottesca della cosa. Delle bombe di Assad inutile dire, le vedete benissimo da voi al telegiornale; sono evidentemente bombe, sono grosse e fanno tanti danni a chi se le prende in testa.

Questo edificante quadretto semplifica e rende leggibile un assalto condotto da stranieri infiltrati e da oppositori siriani contro un governo che piaceva poco prima e che ora piace pochissimo, perlomeno alle etnie che non ha tutelato. Semplice, ma sarà vero? La realtà è sempre più complicata di quel che vediamo al primo sguardo. Ho trovato di qualche utilità la visione alternativa proposta da quelli di Pagine Marxiste, e rimpallata da vari blog e siti in giro per la rete.

Qualche estratto, tra quelli che hanno catturato la mia attenzione: “…La rivolta è scoppiata nei primi giorni di febbraio, nelle aree del Nord e dell’Est, rovinate dalla siccità, come Daraa, si è estesa al centro petrolifero di Dayr az Zawre, ha coinvolto Hama e Homs, roccaforti dell’opposizione sunnita e il ricco porto di Latakia, e infine i sobborghi di Aleppo e Damasco, che fino a luglio avevano rappresentato la maggioranza silenziosa lealista….”. Ancora: “…è esplosa la rivolta, non a causa dell’estremismo islamico o di una congiura imperialista, come sostiene il governo siriano, ma perché il regime, in una situazione di stagnazione economica, non può più garantire alla popolazione lavoro e condizioni di vita decenti, incompatibili con i costi dell’apparato repressivo (le spese militari assorbono il 33% del bilancio dello Stato) e del parassitismo mafioso dei clan al potere, che induce la stessa borghesia sunnita a rivendicare una rappresentanza negli organi di potere…”. Altro passaggio interessante: “…La nuova politica economica interrompe anche la tradizione di rigido controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, porta a drastici tagli ai sussidi erogati dallo Stato per tenere bassi i costi di elettricità, gas, cereali e riso. Fino al 2004 metà dei siriani viveva direttamente o indirettamente di salari o provvidenze di provenienza statale (ad es. lavori stagionali o part time) che, assieme ai sussidi, attutivano la povertà delle famiglie. Un siriano su tre vive infatti sotto la linea di povertà (il dato ufficiale dell’11,8% è sottostimato) con meno di 2 $ al giorno. (Wsws 28 luglio ’11). Un’inchiesta della General Social Security Organization informa che nel 2009 il 44,2% dei salariati percepisce circa 127 $ al mese. E’ in aumento il lavoro minorile, che era scomparso anche nelle campagne negli anni ’80. Nel 2009-10 si aggiungono inflazione e disoccupazione (il dato ufficiale dell’8,5% di disoccupazione è clamorosamente falso secondo il Fmi. L’Ilo lo stima intorno al 18%, cui si aggiunge il dato che il 40% almeno dei lavoratori sono in nero)…”. Non so quali siano esattamente le fonti dell’estensore dell’articolo, ma in realtà non è che mi interessi così tanto. E’ l’idea di fondo ad interessarmi.

La “primavera araba” in salsa siriana, altrimenti descritta come una aggressione operata dai monarchi del Golfo con qualche collaborazione da parte turca, altro non sarebbe che una mesta rivolta per il pane ed il lavoro. Magari anche infiltrata da tanti elementi stranieri che hanno colto la palla al balzo, certo; ma pur sempre una protesta originata dal deterioramento delle condizioni economiche del paese. La dittatura siriana avrebbe banalmente seguito la parabola di ogni dittatura: perdita di consenso a causa di problemi economici. Ammesso che di dittatura si tratti, su questo dettaglio non c’è un accordo così granitico.

Sostenere che in Siria le rivolte siano scoppiate a causa della povertà e della disoccupazione è semplice e logico; chi lo fa non sempre si rende conto di stare aderendo alla corrente di pensiero che chiamiamo malthusianesimo. Questa dottrina socioeconomica incolpa le troppo rapide crescite demografiche quali responsabili della diffusione della povertà; in senso più ampio, è una corrente di pensiero che pone l’accento sui pericoli insiti in ogni condizione di squilibrio tra popolazione umana e risorse disponibili. Se siamo in troppi ed il grano è poco, diventiamo magri. A noi magari sembra semplice, ma se consideriamo che Malthus cominciava ad operare alla fine del XVIII secolo possiamo capire che fosse un discorso innovativo.

Cosa mangiano i siriani? Hanno una agricoltura vitale, ed un comparto di servizi di un certo peso; ma relativamente poca industria. Per avere qualche notizia sulla economia siriana c’è sempre l’enciclopedia. La loro coltivazione più importante però sta sottoterra: è il petrolio. La Siria ne ha prodotto tanto, e lo ha smerciato a vari partner; tra cui noi italiani ovviamente – l’avevate sospettato da voi vero? Magari è utile verificare come sta andando il settore minerario.

produzione e consumo di petrolio in SiriaProduzione e consumo di petrolio in Siria. Fonte: Index Mundi / CIA.

Come ogni grafico ,anche questo tende a commentarsi da solo. Qui il collegamento all’originale. Dopo la fase di stallo dei primi anni ’80 la produzione ha subito un eccezionale incremento; nell’ultimo decennio possiamo prendere atto di un lento declino. Probabilmente la tecnologia ha colpito anche qui, con la consueta crescita esplosiva delle attività di estrazione; gli idrocarburi sono capricciosi, e regalano alla fine discese più o meno pericolose. Notate una cosa poco convincente: nel triennio 2008 – 2010 la produzione è rimasta invariata. Un andamento forse troppo regolare, mi lascia qualche sospetto. Si noti anche che il dato di produzione CIA è più basso rispetto a quello targato BP: la discrepanza nasce dal fatto che BP include nella categoria crude oil anche cose che non puoi far uscire da un bicchiere a temperatura ambiente.

Ad ogni modo questo declino nelle esportazioni di greggio, effetto combinato di perdita di produzione ed incremento dei consumi, non racconta per intero la vicenda dell’industria siriana del petrolio. Manca ancora qualche altro termine: i soldi, tanto per dire. In definitiva i siriani vendono eccedenze di petrolio all’estero per ottenere soldi, e poterci poi fare la spesa. Per fare il conto su quanto guadagnano basta moltiplicare i volumi esportabili per i prezzi medi dell’annata.

ricavi da esportazione di petrolio in Siria
Ricavi da esportazione di petrolio in Siria, milioni di dollari. Fonte: Index Mundi / CIA / BP.

Un modello rozzo che non tiene conto della qualità delle varie produzioni; non ho altro sotto mano, e poi le mucche sferiche mi piacciono. Il momento più difficile è stato alla metà degli anni ’80, quando la produzione era scarsa ed i prezzi erano crollati. Negli anni successivi i siriani sembrano avere ottenuto risultati economici molto buoni, grazie ad incrementi di produzione convincenti; ed a prezzi elevati. Dal 1990 ad oggi, tendenzialmente, l’export siriano di greggio sembra avere generato ritorni economici che viaggiano sui 2,5 – 3,5 miliardi di dollari all’anno. Con una forte volatilità. La diminuzione recente non è ancora un crollo: il prezzo elevato sui mercati internazionali ha certamente bilanciato le perdite di esportazioni.

Però in questa storiella manca un altro attore fondamentale: la popolazione. I siriani non sono stabili in numero, ed i soldi disponibili bisogna dividerli in mezzo ad un numero di persone che presumibilmente cresce. Vediamo questa cosa per come risulta dai dati del Census Bureau americano.

popolazione della Siria, andamento e tasso di crescita
Popolazione in Sira: residenti totali e tasso di incremento annuo. Fonte: US Census Bureau.

Nel grafico sopra, in blu i residenti in migliaia – asse di sinistra – ed in rosso i tassi di incremento annuo – asse di destra. Le gagliarde crescite demografiche degli anni’80 hanno ceduto il passo ad incrementi annui più ragionevoli. In tempi recenti, poco più di un 2% annuo. Si noti che a partire dal 2006 c’è stata una fiammata inattesa nel numero di residenti: credo che la cosa abbia relazioni con la guerra condotta dagli israeliani in Libano, ma non ne sono certo. Resta il fatto che in un trentennio la Siria ha sperimentato ben più di un raddoppio nel numero dei propri cittadini, o forse sarebbe meglio dire cittadini e profughi: i palestinesi in parte vivono proprio in Siria. Non hanno mai avuto fortuna.

introiti da esportazione di petrolio per abitante in Siria
Ricavi da esportazioni di petrolio per abitante in Siria, dollari annui. Fonte: Index Mundi / CIA / BP.

Mettendo assieme tutti gli ingredienti, almeno in forma sommaria, la situazione appare in maniera diversa. L’effetto combinato della crescita della popolazione e della diminuzione delle esportazioni ha colpito seriamente l’economia siriana. Una fortuna che il petrolio costi oggi una montagna di soldi rispetto a qualche anno fa, altrimenti ci sarebbero stati guai persino peggiori. Abbastanza evidente il declino conclusivo che si verifica a partire dal 2006, costellato di cadute e riprese che discendono dalla citata – e ben nota – volatilità dei prezzi del greggio.

Per il 2011 il dato CIA non lo trovo; secondo quelli di BP le produzioni sarebbero declinate di un – 13,7 % sull’anno precedente. Immaginando di proiettare brutalmente le tendenze in atto, con consumi nazionali stabili, ne verrebbe fuori un volume residuo esportabile di circa 17,8 milioni di barili. In termini economici nel 2011 la Siria doveva disporre, con i prezzi medi dell’annata, di 1,98 miliardi di dollari in rendita dalle esportazioni di petrolio; spalmati su una popolazione ipotetica di 22,5 milioni di abitanti sarebbero 88 dollari per abitante. Più o meno in linea con la discesa già registrata, e maledettamente in basso: specialmente per una nazione abituata a risultati migliori.

Sebbene non sia corretto immaginare che il contante generato dalle esportazioni vada tutto in mano al governo, è probabile che la frazione delle rendite ottenuta dallo stesso si conservi piuttosto stabile rispetto al totale. In questa maniera i valori assoluti risulteranno magari un po più bassi, ma gli andamenti relativi sono quasi sicuramente simili a quelli disegnati nei diagrammi di cui sopra.

Il comparto del petrolio ha aiutato molto la Siria in questi anni, in varie maniere: posti di lavoro, oleodotti, produzione che taglia le importazioni e perfino capacità di esportazione. Quel coacervo di fenomeni che rendono tanto piacevole vivere in una nazione che dispone di risorse minerarie. Tutti hanno un lavoro o un sussidio, e tante cose non le devi pagare. Le ricevi e basta. Immaginiamo che cosa accadrebbe all’Italia se si trovasse in una situazione simile: per partire, niente bolletta petrolifera. Quel mucchio di miliardi che spendiamo ce lo potremmo tenere. E poi una rendita di 200 dollari per anno a testa, diciamo 12 miliardi all’anno: manovre più leggere e qualche tassa di meno. E naturalmente le attività industriali e l’occupazione, dove le mettiamo? Sembra poco, ma può fare tanta differenza. Non dimentichiamo poi che i due contesti sono diversi, dato che tra i siriani esistono anche persone che vivono con un paio di dollari al giorno: ovviamente per esse una rendita di centinaia di dollari all’anno fa una differenza enorme.

Il problema del bengodi è che può finire. I siriani hanno finito i soldi proprio nel momento sbagliato: quando i loro avversari hanno preso a guadagnarne tantissimi. La capacità del governo degli Assad di elargire regalie e prebende si è deteriorata, così come è andata in parte persa la possibilità di fornire aiuti alle popolazioni che sperimentano problemi come la siccità. Tutte cose poco buone. I vicini di casa non ci hanno messo molto ad offrire i propri copiosi portafogli per accorrere in (interessato) aiuto a favore dei sunniti della Siria. I quali devono avere ritenuto conveniente arruolarsi con chi pare capace di fornire loro qualche mezzo economico ed un minimo di considerazione politica.

La guerra è tutta un gioco di quattrini: chi ne ha di più di solito vince. Di sicuro il governo siriano ne ha pochi, ed i siriani sono di cattivissimo umore. La domanda che più mi intriga ora è questa: a guerra finita riusciranno a rimettere in piedi qualcosa? O questi eventi segnano semplicemente la conclusione della vicenda, e condannano i siriani a divenire profughi sempiterni come tanti altri prima di loro?

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10 risposte a La Siria senza soldi

  1. sesto rasi ha detto:

    Una nota: dunque il consumo di petrolio procapite siriano è sui 4-4.5 barili/anno. Quello italiano complessivo (cioè tutte le risorse, il cosiddetto petrolio equivalente) è attorno ai 25, di cui a sensazione direi un terzo o poco più di effettivo oil (soprattutto trasporti). Non so quanto i siriani usino altre fonti, il gas credo ce l’abbiano ma ancora non si siano messi a sfruttarlo seriamente. Da verificare.

    ti ho linkato sul mio account fb (anche se non ho sto gran numero di contatti, capirai). Così: “fardiconto, il blog di fausto. Lo segnalo volentieri. Oggi sulla siria, ieri su altri temi, domani su altri ancora: prendere i numeri e lavorarci sopra, di testa propria, l’antidoto per l’indigestione da “palle qualitative” cucinate bell’e pronte dagli altri . Dovremmo provare a farlo tutti: la capacità di cercare info, selezionarle, depurarle e cucinarle da sè è come in uno sport: cresce con l’allenamento.”

    ciao e il solito grazie.

  2. fausto ha detto:

    Grazie per l’interessamento; i siriani a dire il vero fanno tante altre cose nel campo dell’energia, tra cui gestire una rete di oleodotti e gasdotti che sembra il labirinto del Minotauro. Ovviamente uno dei punti di interesse nell’area.

    Volendo continuare a restringere lo sguardo ai soli volumi prodotti e consumati, nel 2010 i siriani estraevano in casa gas naturale per 6,9 Mtep. Di petroli in senso lato ne cavavano 19,1 milioni di t; da prendere con le molle, è il dato “all inclusive” BP. Il gas siriano sta diventando importante, ed è tutto consumato in loco; solo che pare non bastare, a giudicare dal fatto che ne hanno pure importato un po nel triennio 2008 – 2010.

    Non so se questo metano sia il solo recupero secondario connesso ai petroli o provenga anche da aree estrattive appositamente sviluppate, non ho indagato. Resta il fatto che per servirsene hanno bisogno di infrastruttura, che forse non è adeguata. E ancora una volta avrebbero bisogno di quattrini: con qualche soldo in più potrebbero diffondere il gas nella generazione elettrica e calmierare i prezzi. Ma da dove far venire quei soldi oggi?

  3. sesto rasi ha detto:

    immaginavo; in sostanza un po’ tutto il medio oriente sta progressivamente sfruttando anche il gas (ne hanno tanto anche di quello), fosse solo per farci andare le centrali (negli emirati stanno finalmente sostituendo i gruppi che vanno ancora ad olio): in un’ottica di decisione sugli investimenti con un tetto di budget, prima è meglio spendere per sfruttare il petrolio, su cui il payback più breve.
    Insomma non siamo poi infinitamente lontani dai 1950, quando in tutto il mondo il gas era una rottura di palle che fatalmente usciva assieme al greggio e andava eliminato in torcia: e senza stare per forza nel medio oriente, nel 2009-2010 mi occupai di un progetto in Siberia: riguardava lo sfruttamento di gas (ancor più pregiati del metano) che fluivano assieme all’estrazione di greggio in un campo petrolifero nel distretto di Khanty Mansisk: beh, appresi che la Russia brucia oggi in torcia un qualcosa che è dell’ordine di grandezza del fabbisogno di GN italiano….

    • medo ha detto:

      Non si considera un fatto importante che non tutto il gas è metano. In sostanza, immetendo nei successivi alambicchi le frazioni, dapprima la miscela che hai estratto, da cui prima ottieni metano, poi propano, poi butano, poi altri condensati: con tutto puoi far funzionare un motore a benzina, ma non tutto ha la stessa potenzialità calorica e purezza (addio motore…).
      Ma quando si dice “gli arabi hanno gas”, non tutti ne hanno nella stessa quantità, profondità nel terreno e quel che più conta nel mercato odierno molto esigente, della stessa qualità (!): il Giappone vuole un certo tipo di prodotto, Singapore un altro. NON sono gli stessi produttori che vendono l’identico prodotto, a seconda se devi farci energia elettrica nel primo caso o farci andare tutti i tuoi nuovi autobus, e poi mica costa uguale, aldilà di quanto se ne produce. E’ come il light sweet crude oil o l’heavy oil, sempre petrolio è ma pure il Parmigiano Reggiano 48 mesi ed il generico formaggio per pizza (quello in bustone da 1 kg del discount) sono ugualmente formaggi. Un piccolo esempio del problema del gas naturale e della qualità? Dalla stessa famiglia di giacimenti, nel senso che il prodotto è “quasi identico” a parità di profondità, tra Qatar ed Iran ( http://www.eia.gov/EMEU/cabs/Qatar/images/GAS%20_%20North%20Field%20Map.gif ) il Qatar estrae la parte più leggera e più ricca di metano, perchè il giacimento è “storto” e “pende” dalla loro parte, invece dalla parte degli iraniani non possono che racimolare le frazioni meno nobili compreso del medium e dello heavy oil (non propriamente dallo stesso giacimento ma la storia è lunga. La conseguenza è che, oggi 2012, ad esempio il Qatar nel 2010 ha esportato 3,35 miliardi di piedi cubici, l’Iran 0,29 (pure di peggiore qualità): del primo tutti ne vogliono, soprattutto il Giappone che odpo Fukushima è disposto a pagare molto caro, del secondo – anche causa embargo – pochi ne richiedono quindi gli investimenti li puo fare senza problemi il primo paese ma non il secondo. Da sottolineare, infine, che gli iraniani NON sono “arabi”!

      • fausto ha detto:

        Ciao Medo. Gli iraniani non sono sicuramente arabi, come mi ricorda una mia collega iraniana. Sono indoeuropei come noi: la Persia….
        Per il gas: la qualità è variabile nello spazio, come nel caso dei petroli. Ogni giacimento è diverso dagli altri. Però varia anche nel tempo: una cosa a cui non siamo abituati a pensare. Quando comincio a cavare metano, estraggo gli idrocarburi assieme a gas inerti come azoto ed elio; in particolare il primo può essere di peso, dà fastidio. Man mano che esaurisco il giacimento, le acque madri usualmente presenti sul fondo rilasciano quantità crescenti di anidride carbonica che perde solubilità a causa della diminuzione di pressione. E così i fastidiosi problemi che assillano la roba estratta dagli scisti stanno probabilmente già facendo capolino in bacini più tradizionali; ma guai parlarne, meglio bersi le verità del Tg.

  4. mcc43 ha detto:

    Analisi molto interessante, avvincente per me estranea a questi argomenti. Faccio mie le tue domande finali, e sono pessimista.

    — a proposito del “velocemente scomparsi dalla rete” ho i post e il canale YouTube funestati da “error404” o “video rimosso per ripetute violazioni copyright” . Questa costruzione all’indietro degli eventi…. togli certi dati e lasci dilagare gli altri e la “storia” diventa diversa dall’accaduto.
    — a proposito di soldi … in oro e a proposito di Libia, nell’anniversario
    http://mcc43.wordpress.com/2012/10/19/dossier-gheddafi-la-morte-tante-versioni-pubbliche-e-la-taciuta-pista-delloro/

  5. fausto ha detto:

    Immagino che la macchina della propaganda sia oliata a dovere come sempre. Tanto per dire, al momento non sappiamo praticamente nulla di utile sulla Siria, almeno non dai media ufficiali; eppure le cose si stanno evolvendo alla svelta, si intuisce facilmente. Forse molte verità verranno fuori quando i poteri che hanno interesse a nasconderle si saranno dissolti.

    • mcc43 ha detto:

      C’entra l’attentato di Beirut?
      Un altro caporione Intelligence, come Bin Sultan (un art recente ripete incertezza ma assicura che è morto il suo vice
      Brutto mestiere …

  6. “le spese militari assorbono il 33% del bilancio dello Stato”

    cioè ?

    • fausto ha detto:

      Mah? Non so, e non mi è mai sembrato essenziale. Il testo d’origine si trova su Pagine Marxiste, ed è stato ricopiato da vari siti e blog. Non conosco le fonti dell’estensore, probabilmente si tratta di dati Cia / Fmi / WB. Qualunque cosa possa vedere scritta sul bilancio dei militari siriani, mi riservo di non crederci! Comunque chi lo desidera può sempre scrivere alla redazione della testata che ho copincollato, loro possono fornire delucidazioni….

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