Averne e non averne

Ho voglia di cavarmi qualche sasso dalle scarpe. E miracolosamente ho un po di tempo per farlo, in questi giorni. Le festività. Avete mai sentito parlare di robe come “libero mercato” o “legge della domanda e dell’offerta”? Probabilmente ne sentite parlare di continuo, vero? Al telegiornale, o in giro per la rete; ancora meglio su pubblicazioni e manuali di teoria economica. Per i profani come me i giri di parole servono a poco; una idea approssimativa su questo tema possiamo ricavarla dall’enciclopedia.

L’idea alla base del tutto è di antica data: probabilmente uno dei suoi padri è Adam Smith, che ci ha annoiati a lungo ai tempi della scuola. Se lasciamo una serie di persone davanti a varie scelte possibili, e concediamo ad esse relativa libertà di movimento, queste cercheranno di ottenere i migliori risultati pratici dai mezzi economici di cui dispongono. Anche io e voi cerchiamo di farlo, ogni giorno. Quando facciamo la spesa e cerchiamo prodotti che abbiano un prezzo sensato – e possibilmente una qualità non troppo infima. Oppure quando montiamo un impianto a metano a bordo dell’auto per reagire al costo elevato dei carburanti. Sono tutte cose che Smith avrebbe ascritto alla “mano invisibile” del mercato, e che succedono davvero.

La disponibilità di un bene materiale condiziona il prezzo dello stesso al pari dell’interesse che le persone hanno per questo bene. Una risorsa scarsa e molto apprezzata costa molto: potete verificarlo osservando il prezzo di una collana di platino. Una risorsa abbondante e poco richiesta costa poco: nessuno di voi ha bisogno di spendere soldi per un mozzicone di sigaretta o per un coccio di bottiglia, immagino.

Sulla scorta di questi assiomi, vero monumento all’ovvio, molti osservatori hanno preteso di veder aumentare in maniera incontrollabile i prezzi dei prodotti che consumiamo nel caso di sopraggiunta scarsità delle materie prime di base di cui sono costituiti. E’ una idea intuitivamente valida: se c’è qualcosa che vogliamo e che scarseggia, il prezzo cresce. Cerchiamo di ottenerla pagando di più: lo capisce pure mia nonna. Ed è una idea che ha anche una radice storica recente: durante le crisi energetiche degli anni ’70 abbiamo effettivamente sperimentato inflazioni stellari, abominevoli.

Torniamo ai giorni nostri: come forse saprete, abbiamo piattezza nelle disponibilità lorde di greggio; ed in particolare sul mercato italiano assistiamo ad una caduta dei consumi di carburante e ad un sostanziale, inedito stallo nei consumi elettrici. Cose mai viste prima, qui in Italia; almeno non in questa dimensione. I numerini dell’inflazione però sono contenuti: un 2 – 3 % negli ultimi anni, con una punta al 3,3 % nel 2008. In media nell’intervallo 2001 – 2011 un + 2,17 % circa all’anno, se non ho sbagliato a masticare i dati Istat / UP. Poco, vero? I consumi languono, l’economia si sbriciola, si paventa piuttosto una deflazione in stile nipponico; l’inflazione è poca roba, e discontinua. E’ guardando a queste cose che si è fatta strada l’idea secondo cui abbiamo un problema industriale e finanziario; e che la domanda di beni è in calo, anche se ci sarebbero disponibilità di materie prime potenzialmente accessibili a costi tutto sommato praticabili. Una vera carenza generalizzata di risorse sarebbe segnalata da inflazioni del tipo di quelle degli anni ’70, ma non abbiamo visto nulla di simile in Italia negli ultimi anni. Non sembra proprio essere quello lo scenario.

Facciamo un passo indietro e lasciamo stare per un momento la cronaca quotidiana: dedichiamoci alle favole della buona notte.

Scenario 1: immaginiamo di avere 10 persone che devono ottenere ciascuna 5 banane. Oggi ci sono 50 banane, il prezzo è ritenuto accettabile e ciascun contendente ottiene le sue 5 banane. Domani capita un incidente, e sul banco del mercato arrivano solo 40 banane. Le banane scarseggiano, ed il prezzo aumenta; aumenta molto, perché per varie ragioni gli acquirenti non riescono a fare a meno di questa merce, almeno non da subito. Alla fine tutti pagano di più, parecchio di più, e finiscono con lo spartirsi solo 4 banane a testa. Da quel momento in avanti inizieranno a ragionare sul da farsi, e probabilmente qualcuno deciderà che è meglio mangiare qualcosa di diverso.

Cosa c’è che non funziona in questa storiella? Facilissimo: si suppone che tutti e 10 i contendenti abbiano sempre la stessa forza economica, e che siano in grado di riversare sul loro acquisto quantitativi crescenti di ricchezza. Non è così che funziona il gioco, nemmeno lontanamente.

Scenario 2. Quando il carico di banane arriva al mercato, in quantità ridotta, succede anche un’altra cosa: alcuni dei clienti abituali non si presentano all’appuntamento. Sono appena stati licenziati, ed avendo perso i propri mezzi di sostentamento non possono presentarsi al consueto giro di acquisti. Queste 2 persone che mancano all’appello fanno restringere la platea degli acquirenti a sole 8 persone; ed il carico di 40 banane, pur ridotto in sé, permette quindi a ciascuno dei contendenti rimasti di ottenere le solite 5 banane. Per loro nulla è cambiato. I due fortunati che hanno perso il lavoro potranno accomodarsi nella più vicina discarica, e gustarsi le bucce delle banane altrui; scondite, s’intende.

Lo scenario 1 non rappresenta affatto il “libero mercato”: rappresenta semmai un regime comunista, del genere di quelli che stampavano e distribuivano lire quaranta anni or sono. E’ lo scenario 2 a rappresentare un mercato più realistico, e più vicino alla contemporaneità. Il mercato – quello dogmatico – non è una roba da socialisti o da comunisti, ed è scorretto rappresentarlo come tale.

Esistono parecchie maniere per distruggere il potere d’acquisto di un gruppo di persone; non c’è solo l’inflazione. Se mi licenziano ed i prezzi calano, anche di molto, il mio potere d’acquisto è comunque sceso a zero. Se conservo il lavoro ed i prezzi raddoppiano, dispongo comunque della metà del mio precedente potere d’acquisto. Che è sempre ben sopra lo zero.

Eccoci di nuovo nell’Italia del presente. Qualcuno cerca nell’inflazione dei comuni panieri di rilevazione statistica un segnale della scarsità delle risorse: e il segnale non si trova, nonostante anni di certosine ricerche. Sembra quasi di aspettare Godot. Eppure i consumi calano, le automobili rallentano, le aziende scompaiono. Mistero misterioso: chissà come mai. Nel mentre che attendiamo il messianico segnale inflattivo, l’Italia va letteralmente in rovina. E il segnale, ancora, non arriva. Forse faremmo meglio a guardare ad un indicatore strano ma utile, per capire come stanno andando le cose: si chiama esclusione sociale. Probabilmente se vi avessimo fatto caso da subito, non ci saremmo fatti ingannare tanto facilmente. E’ questa la vera inflazione dei giorni nostri, e potete verificare da soli quale valore stratosferico abbia ormai raggiunto in Italia.

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11 risposte a Averne e non averne

  1. saurosecci ha detto:

    Una rara lucidità nell’esposizione del concetto, che fa capire che oramai, come gli indicatori dominanti come il PIL per l’economia generale, anche i vari “panieri”, temporalmente aggiornati di prodotti, o indici inflattivi hanno bisogno di una profonda revisione quando il potere d’acquisto, oggi sempre più spesso, tende “asintoticamente” a zero (0)

  2. sesto rasi ha detto:

    perfettamente d’accordo: il libero mercato è solo per chi sta da una certa soglia in su, che nel tuo esempio valeva zero, ma non necessariamente l’esclusione è solo per il nullatenente.
    Ad esempio potrebbe esserci un libero mercato fiscale, con concorrenza tra i diversi Paesi. Tra la Russia e Depardieu si può chiudere il business. Che io o te ci si possa mettere al posto del buon Gérard dubito proprio, anche se abbiamo un reddito maggiore di zero. Questione di costi “quasi fissi” o diciamo perlomeno, non proporzionali al volume del trasferimento di capitale.
    Non mi sto schierando nè dalla parte della Francia nè da quella dell’attore, evidenzio solo che uno molto ricco e molto popolare può scegliere.

    • fausto ha detto:

      La mancanza di frontiere è abbastanza tragica, in questo senso. le tasse le pagano solo i piccoletti, visto che i grossi possono intestare tutto all’azienda o meglio ancora espatriare. Marchionne è un esempio.

      Però credo che ci sia qualche margine: una cosa come l’Imu andrebbe spesa subito per abbassare quella scempiaggine che è l’Irpef. Darebbe già molto sollievo. Invece la spendiamo per dei cumuli di cemento inutili…..

  3. Defcon70 ha detto:

    Giusto, ma nell’analisi mancano due aspetti fondamentali che contraddistinguono la realtà Italia: l’abbondante patrimonializzazione dei privati cittadini e l’ampia solidarietà all’interno dei gruppi familiari. Queste due realtà stanno allontanando il baratro ma il rischio è che ci ritroviamo un po’ come la rana nella pentola d’acqua che si scalda lentamente.

  4. Filippo Zuliani ha detto:

    molti osservatori hanno preteso di veder aumentare in maniera incontrollabile i prezzi dei prodotti che consumiamo nel caso di sopraggiunta scarsità delle materie prime di base di cui sono costituiti.

    Fammi capire, quindi l’aumento del prezzo dell’oro sarebbe dovuto alla sua crescente scarsita’ (ovviamente la risposta e’ no, perche’ le cose sono piu’ complesse di come scrivi, vedesi per cominciare alla voce “valore d’uso e valore di scambio” di marxiana memoria).

    • fausto ha detto:

      Racconto solo quello che vedo. Abbiamo varato un metodo diverso da quello in uso negli anni ’70 per affrontare la carenza di alcune risorse. Sfortunatamente, il metodo scelto non è proprio eccellente: specie per i sommersi. I salvati (come me) possono anche fare finta di niente, per ora.

      Per l’oro: è troppo complicato per me! Al supermercato usualmente non lo compro. Un bene perfettamente inutile che è stato inseguito per millenni da uomini che non erano sicuri di poter mangiare (e non è una battuta) rappresenta un mistero imperscrutabile, almeno dal mio punto di vista.

  5. Idebenone ha detto:

    Se pensiamo che nei primi tre mesi dell’anno hanno cessato la loro attività 146.368 imprese, una media di 1.626 al giorno, dati Infocamere, rielaborati dalla Cgia. Naturalmente sono le piccole aziende che soffrono di più. Il saldo fra nuove iscrizioni e cessazioni, sempre nello stesso periodo, è pari a – 26.090. La disoccupazione complessivamente, a fine anno, arriverà al 12% (più della metà di questi disoccupati sta nella fascia dei giovani che hanno meno di 35 anni e 1/3 ha meno di 25 anni). Intanto i precari aumentano, dai dati Istat si evince che dal 2004 al primo trimestre del 2012 sono aumentati del 43,8% tanto da raggiungere la quota di 2.232.000 ed i contratti a tempo indeterminato sono calati di mezzo punto percentuale. Il reddito medio degli operai ha subito un taglio notevole (-442 euro) – dati Banca d’Italia – negli ultimi dieci anni; ed il dato si ferma al 2010, e poi negli ultimi due anni è andata ancora peggio. Il potere d’acquisto delle famiglie, dal settembre 2007 a ottobre 2008, si è contratto dell’1,6% e anche del 2% e può, anzi deve ulteriormente diminuire, anche se, in Europa, siamo ormai il fanalino di coda quanto alle retribuzioni.

  6. unuomoincammino ha detto:

    La questione è che la competizione sulle risorse non è solo relativa al mercato interno.
    Quindi è vero che molte persone in Italia sono state escluse da certi consumi, ma è anche vero che globalmente altri consumatori per le stesse risorse con un potere di acquisto sensibilmente aumentato si sono affacciati.
    Quindi qui calano i consumi petroliferi e sono stabili quelli elettrici, ma complessivamente stanno aumentando. Quindi i prezzi delle materie prime e dei lavorati (di raffineria, in questo caso) o dei prodotti indiretti (come quelli elettrici) aumentano di prezzo anche a fronte della stagnazione. Perché in globalmente e in assoluto sono aumentati i consumi, sono diminuite le produzioni.

    Ma questo non spiega tutto.
    Se prendiamo altri paesi, ad esempio quelli nordeuropei che dipendono quanto o in maniera simile all’Italia dal petrolio, essi hanno inflazioni assai minori.
    Perché?
    Perché nel mercato c’è anche la dimensione psicologica, sociale, etologica ed etica ed esse sono diverse.
    Quando l’IVA è passata in Italia dal 20 al 21% molti prodotti hanno avuto robusti aggiustamenti in aumento di prezzi. Di fatto speculazioni senza alcuna giustificazione. A fronte di frazioni punto percentuale aumenti del 5% o superiori.
    Perché?
    Perché la cultura italiana è diversa da quella austriaca o danese.
    C’è una cultura della stabilità dei prezzi e una (in)cultura inflattiva.
    Perché devo aumentare i prezzi quando questo comporta un generale impoverimento e dopodomani inizierò ad avere meno clienti?
    Perché non devo aumentare i prezzi quando lo fanno tutti? Anzi, lo faccio prima degli altri così ne traggo subito dei vantaggi, poi chi avrà dato avrà dato avrà dato e chi avrò preso avrà preso.
    Queste dimensioni esistono e sono fattori importanti nel determinare il mercato, i prezzi, incontro o scontro di domanda e offerta.

    • fausto ha detto:

      Idea interessante: è effettivamente curioso che in un mercato fortemente interconnesso si creino disparità economiche del tipo di quelle che osserviamo facendo la spesa in Italia o in Olanda. E con il carrello della spesa andiamo ancora bene: ci si diverte meno a chiamare un artigiano.

      La problematica avrà tante cause, ivi inclusi i costi stellari dei carburanti che pervadono le nostre catene logistiche. Sospetto però che abbia un certo peso la pressoché totale mancanza di accesso alle professioni. Nella nostra nazione coltivi la terra perché hai ereditato la terra dalla zia, e parimenti gestisci un negozio perché lo hai ereditato da un antenato. I riflessi negativi di questo ordinamento feudale li possiamo osservare quando paghiamo conti e parcelle: in un mondo governato da “nipoti dei fondatori” via via più incapaci e demotivati che altro possiamo sperare di fare?

  7. frankramsey1903 ha detto:

    Il problema è essenzialmente politico. I nostri professionisti della politica non sanno fare il loro mestiere. Infatti la maggiore inflazione italiana rispetto a quella dei paesi del nord Europa è stata voluta per rispondere ad uno studio demenziale della BCE che ha consigliato il sistema della svalutazione fiscale nei paesi PIIGS. Con questo si voleva riallineare l’economia di tutti i paesi europei, ma si è ottenuto il guaio in cui ci troviamo adesso con riduzione, o addirittura annullamento, del reddito di larghi strati della popolazione. Inoltre non si capisce se i politici sono ignoranti di economia o facciano gli ignoranti quando tassano prodotti anelastici e quindi creano inflazione e contemporaneamente povertà per riduzione dei mezzi produttivi. Sembra che considerino le tasse un mezzo per fare cassa invece di vederle come mezzo per indirizzare l’economia. In questo consiste il grande bluff del governo Monti e dei suoi leccapiedi: ha fatto di tutto per distruggere risorse e ridurre il livello di vita degli italiani con operazioni scellerate seguendo le politiche già discutibili dei suoi predecessori di destra e di sinistra.

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