Paghiamo la bolletta

Ho voglia di masticare un po di numeri su quattrini ed energia, e di sputarli in forma grafica. Poca fatica, è sempre un esercizio divertente. Il tema è la bolletta energetica dell’Italia, la croce e la delizia dei nostri saldi commerciali con l’estero. I dati numerici li ho raspati per semplicità dalle pubblicazioni della nostra Unione Petrolifera; sono aggregati di materiale proveniente dagli operatori industriali e dalle rilevazioni statistiche Istat. Le pubblicazioni riassuntive del momento le trovate qui. Un sistema di dati secondo me molto bello e ben leggibile, per chi ama i numerini scritti in piccolo.

bolletta energetica italia, saldo commerciale, inflazione

Costo dei combustibili, bilancia commerciale (M€). Inflazione (%). Fonte: UP

Nel grafico, possiamo vedere la bilancia dei pagamenti per le forniture energetiche – le barre colorate – assieme alla bilancia commerciale complessiva con l’estero – la linea azzurra. Sono tutti riferiti all’asse di sinistra, in milioni di euro. La linea rossa rappresenta il tasso di inflazione annuo in %, ed è riferita all’asse di destra. I controvalori economici sono espressi in euro correnti del 2011, Istat/UP ha già provveduto ad applicare un deflatore adeguato. Si badi bene ad una cosa: nell’atlante statistico UP ogni settore del sistema energetico viene descritto come aggregato di attività in perdita ed in  guadagno, e con molta minuzia. Per esempio, nel caso del petrolio si considerano voci negative quali l’acquisto del greggio – secondo le varie qualità disponibili – e di raffinati, e poi voci positive quali la rivendita di raffinati all’estero. Anche per il mercato elettrico il bilancio è economico: il valore dei kWh cambia secondo l’orario e la domanda, è giusto tenerne conto. Ne risulta una descrizione piuttosto affidabile, almeno in termini di spesa.

Bello e colorato il grafico, e confuso in apparenza. Guardate meglio: in esso sono rappresentate due epoche storiche diverse. Negli anni ’70 e ’80 c’è un relativo parallelismo tra la spesa per i combustibili e la bilancia commerciale con l’estero: l’anomalia negativa dei primi anni ’80 dura poco, e si relaziona bene con l’inflazione distruttiva dei tempi della “moneta fondente”. Ad un certo punto, nei primi anni ’90, accade una cosa nuova: il disavanzo con l’estero per le fonti di energia rimane all’incirca costante, ma improvvisamente il nostro saldo commerciale complessivo migliora tantissimo. Ci ritroviamo in mano un grosso ed inatteso attivo commerciale, e per di più senza sperimentare le inflazioni demenziali degli anni precedenti. Una manna dal cielo: bello vivere e lavorare negli anni ’90, vero?

Cosa era accaduto? Tante cose, ma in particolare un efficace abbattimento delle barriere commerciali. In quegli anni si consumava il crollo effettivo dell’impero sovietico: non è stato un fenomeno istantaneo, c’è voluto un po di tempo per verificarne gli effetti. E poi nasceva il moderno WTO, cane da guardia della libertà di movimento delle navi cargo. Le aziende italiane non si sono fatte pregare: hanno colto l’occasione al volo. Passata la sbornia – la brevissima sbornia – prodotta da questi innovativi canali di esportazione, la nostra bilancia commerciale ha ricominciato ad affondare. Se osservate ancora una volta il grafico in alto, potrete notare che negli ultimi 10 – 15 anni il disavanzo dovuto ai soli combustibili disegna un andamento che è sostanzialmente parallelo a quello della bilancia commerciale nel suo complesso. Un parallelismo preoccupante.

Si tratta di un problema di cui vale la pena discutere. Di solito siamo abituati a pensare che davanti ad una bolletta salata gli italiani cerchino di reagire cambiando le proprie abitudini; con l’obiettivo di spendere meno e divenire più “efficienti”, parola tanto di moda oggi. Non sembra però essere questo lo scenario disegnato negli ultimi anni: le giravolte della bilancia commerciale si evolvono parallelamente a quelle dovute alla bolletta energetica. Probabilmente esiste un legame di qualche tipo tra i due parametri, un legame importante e significativo. Proviamo a visualizzare la cosa proiettando i valori in ragione del venerato Pil.

Bolletta energetica e bilancia commerciale Italia in rapporto al Pil; tasso di cambio lira dollaro

Spesa per l’energia, bilancia commerciale (frazione Pil ‰). Cambio lira / dollaro. Fonte: UP

Nel grafico in alto stessi dati di prima sull’asse di sinistra: barre per il costo dei combustibili, e linea blu per il saldo commerciale con l’estero. Questa volta però i dati sono calcolati come frazione del Pil dell’anno interessato, in ‰. Occorre qualche critica: la serie storica dei prodotti lordi soffre di anomalie dovute al passaggio alle serie concatenate, e comunque ci sono discrepanze tra il dato UP e quello Istat; potete verificare voi stessi tra le serie offerte da quest’ultimo. Ho scelto per comodità il dato UP perché questi signori hanno già applicato un deflatore ritenuto ragionevole; ed omogeneo sia per gli acquisti di combustibili che per gli altri dati. Le anomalie più rilevanti sarebbero relative ai dati ante 1990: almeno per il periodo successivo la rappresentazione ottenuta dovrebbe essere discretamente buona.

A parte i problemi nel maneggiare le serie di dati, cosa c’è da vedere? Sostanzialmente le stesse cose di prima, ma possiamo apprezzare meglio il fardello costituito dagli acquisti di combustibili all’estero. Abbiamo raggiunto punte superiori al 4% del prodotto lordo disponibile; anche con le nostre corpose esportazioni facciamo fatica a resistere ad un simile stato di cose. E resta fermo il fatto che registriamo disavanzi con l’estero da almeno 7 anni. Non è possibile insistere a lungo su una strada simile, a meno di voler vendere l’intero patrimonio nazionale in cambio di un po di benzina. Resta lugubre il parallelismo tra le spese per i combustibili ed il saldo import / export complessivo: dà l’idea che non abbiamo poi tanto margine di manovra. E’ come se ci stessimo semplicemente facendo trascinare dagli eventi.

Sul secondo grafico è riportato in rosso anche il tasso di cambio lira / dollaro Usa, asse di destra. Ci sono state due stagioni di debolezza monetaria: la prima negli anni ’80 e la seconda sul finire degli anni ’90. Fate bene caso al fatto che nel primo caso a questa cosa corrispondevano inflazioni stellari, e nel secondo invece no: anzi, economicamente parlando l’Italia se la passava davvero bene. La ricetta monetaria applicata era identica, le condizioni esterne invece no: i risultati furono molto diversi. Lascio a voi decidere se oggi la fusione eventuale della nostra moneta possa fornirci dei vantaggi o degli svantaggi: per rispondere basta semplicemente decidere se stiamo vivendo uno scenario più simile agli anni ’70 – 80 o agli anni ’90. Fatta questa scelta, il resto non sarà difficile da capire, almeno per grandi linee.

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14 risposte a Paghiamo la bolletta

  1. L'energisauro ha detto:

    Sempre articolo interessante Fausto: il 4% del PIL per la bolletta energetica è un dato che fa veramente paura. Per quanto riguarda il periodo, io non vedo personalmente uno scenario simile agli anni ’90, vedo un’industria Italiana in grandissima difficoltà e concorrenza dal Far East spietata che non consentirebbe comunque un commercio florido. Tu come la vedi?

    • fausto ha detto:

      La vedo che ho scritto male ed in fretta! Me ne rendo conto solo ora. I grafici segnalano non la spesa totale del sistema Italia per gli energetici, ma il solo saldo negativo con l’estero. Sono quindi disavanzi commerciali per il comparto energia, e non volumi di spesa totali.

      Per il commercio: un evento fondamentale l’arrivo della Cina, parte del WTO dal 2001. Se adesso cadesse un altro muro di Berlino (non ne esistono più, ma facciamo finta che sia possibile) a colmare la richiesta di beni sarebbero gli asiatici, o i sudamericani. Non noialtri. Decisamente tempi difficili quelli che viviamo.

  2. UnUomo.InCammino ha detto:

    Verrebbe da dire che è necessario ancora una volta ridurre l’impronta ecologica in Italia (numero di Homo e consumi medi) affinché si arrivi anche all’autonomia energetica.
    La dipendenza dall’estero è un cappio che si stringe mese per mese.
    E non c’è solo la questione energetica, c’è pure quella alimentare e altre ancora (ad esempio la sostenibilità idrica, anche se per il momento non è possibile in Italia importare masse di acqua dolce significative).

  3. Pingback: Sottolineato, benzina « Energia & Motori

  4. Filippo Zuliani ha detto:

    Mi spieghi dove lo vedi quel 4% del PIL, dal secondo grafico?

    • fausto ha detto:

      Hai detto bene: il grafico disegna i disavanzi commerciali del comparto energia fratto il prodotto lordo, ma li riporta in per mille e non in percento! Che confusione: non so come mai ci ho lasciato quella scala lì…

      Ad ogni modo, si tratta di un – 40 ‰. o – 4 % che dir si voglia. Ed è il solo saldo del comparto energetico disegnato con le barre impilate; il saldo commerciale globale è ovviamente più in alto, come linea blu.

  5. alesala ha detto:

    I regimi monetari erano molto diversi, ma non ne fai menzione. Dal 1981 al 1992 eravamo nello SME, con i cambi fissi sulle altre valute europee. Questo, oltre a far alzare a dismisura il debito pubblico, ha dampato fortemente la bilancia commerciale – e piu’ in generale quella dei pagamenti – perche’ per far piacere all’Europa, nostra principale partner per il commercio estero, mantenevamo artificialmente un cambio sopravvalutato. Nel 1992 siamo usciti dallo SME e abbiamo fatto rifluttuare il cambio, che e’ tornato ai valori che gli competeva e ha reso i nostri beni molto piu’ convenienti per l’estero, col risultato che si vede: la bilancia commerciale e’ schizzata in attivo. E’ questo il motivo principale, e non l’apertura di nuovi mercati. La bilancia e’ poi tornata gradualmente in passivo perche’ abbiamo fatto di nuovo lo stesso errore di prima, cioe’ bloccare artificialmente il tasso di cambio con gli altri paesi europei, prima rientrando nello SME e poi passando all’Euro. Vorrei peraltro farvi notare che la svalutazione del 20% del 1992-93 NON ha avuto effetti apprezzabili sulla bolletta energetica, con buona pace di chi dice che se l’Italia tornasse alla lira pagherebbe l’energia tre volte tanto.

    • fausto ha detto:

      “…. la svalutazione del 20% del 1992-93 NON ha avuto effetti apprezzabili sulla bolletta energetica, con buona pace di chi dice che se l’Italia tornasse alla lira pagherebbe l’energia tre volte tanto…..”.

      Nei primi anni novanta (e fino al 1998) abbiamo goduto di un evento irripetibile: il petrolio in regalo. Siamo sicuri che far fondere la nostra moneta con un barile a 100 dollari sia la stessa cosa che farla fondere con lo stesso barile a 12 – 16 dollari? Tralascio ogni considerazione sul costo del gas.

  6. Alberto ha detto:

    Fausto, bell’ articolo, molto documentato e soprattutto ben documentato; ma vorrei porre una riflessione alla tua attenzione, che credo sia fondamentale per capire meglio il senso della differenza tra anni 90 e anni euro. La riflessione è questa: risulta che il costo delle materie prime, inclusa l’ energia, rappresenti all’ incirca il 20%, mediamente, sul prezzo di produzione. Ciò premesso, se noi avessimo avuto la possibilità di svalutare mediamente, ad esempio, del 5% una eventuale lira, invece dell’ euro, avremmo pagato l’ energia il 5% in più, che avrebbe gravato sul costo unitario del prodotto 1:5×1,05=0,2×1,05= 21% cioè 21-20=+1%. Ammesso quindi di avere una competitività con la Germania, di un – 4% (piùo meno quella che ci ha diviso), quella svalutazione, sarebbe stata sufficiente per allinearci. Con un 10% di svalutazione avremmo vinto la partita. D’ altronde, se Carli, Baffi, Spaventa, e addirittura Giorgio Napolitano, temevano l’ ingresso nello SME e nella moneta unica successivamente, qualche motivo c’ era, e l’ Italia non è un Paese adatto alla stabilità monetaria. Capisco che si tratti di situazioni ipotetiche e per questo difficili da rendere in grafici coerenti; sarebbe necessario un lavoro iterativo con un PC, ma io credo che oggi non saremmo a questo punto e la Germania, oggi non sarebbe quell’ esportatore netto verso eurozona che è stato nel decennio euro.

    • fausto ha detto:

      Io in realtà non sono contrario per pregiudizio alla moneta debole; ci siamo cresciuti, e non morivamo certo d’inedia. Quello che chiedo è di valutare bene quali saranno le conseguenze immediate della cosa, e anche a favore di chi si debbano spendere le risorse spostate con la svalutazione. Se ci diciamo chiaramente queste cose, allora possiamo anche parlarne.

      Quanto ai differenziali competitivi: chi vivrà vedrà. Noi non abbiamo combustibili. E’ una cosa che va valutata a parte, vista l’enorme importanza del tema.

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  8. Giuseppe Cernuto ha detto:

    Lo studio è sicuramente interessante. Ma provo a fare un’analisi un po’ diversa.

    Tu dici che le due stagioni di debolezza monetaria (prima metà anni ’80 e prima metà ’90) hanno portato a risultati molto diversi in termini di bilancia commerciale, perché le condizioni esterne erano diverse (crollo del muro, WTO). Io invece sostengo che le cause furono prevalentemente interne. E l’indicatore da tenere d’occhio, per capirlo, è l’inflazione.
    Negli anni ’80 abbiamo un’inflazione molto alta, mentre negli anni ’90 un’inflazione piuttosto bassa. Vediamo cosa implica.

    Quando abbiamo un’inflazione alta, vuol dire che la domanda interna assorbe ed eccede persino la capacità produttiva, per cui la moneta va a deprezzarsi rispetto ai prodotti. Negli anni ’80 questa domanda interna…
    1) è spinta dall’aumento del potere di acquisto dei salari (e poi te lo mostro)
    2) assorbe buona parte della produzione nazionale (riducendo la quantità di beni esportati)
    3) incide sulla quantità di beni importati (consumiamo non solo prodotti italiani ma anche esteri)
    Questa situazione, tutto sommato positiva per i ceti medi, contribuisce a mandare in passivo la bilancia commerciale. A dimostrazione, tra l’altro, che considerare il semplice dato dell’esportazione netta positiva come indice di economia in salute e negativa come indice di economia in sofferenza, non ha molto senso.

    Ti avevo promesso di mostrarti il punto 1, qiundi vediamo l’andamento dei salari rispetto alla produzione:

    Come si vede, negli anni ’80 c’è stato il maggior margine di crescita per i salari, ossia il potere di acquisto dei lavoratori (la classe media) aumentava. Invece negli anni ’90 la curva dei salari si appiattisce drasticamente. Un dato che si può rilevare ancora meglio dalla quota salari, cioè da quanto contribuiscono i salari alla formazione del PIL.

    Di contro, negli anni ’90 il tasso di inflazione era basso. Una tendenza che si giustifica con il controllo sempre più spinto delle retribuzioni. Cosa che ha causato però anche una compressione del potere di acquisto dei ceti medi. In questo contesto, la svalutazione del ’92 non ebbe gli stessi effetti di quelli degli anni ’80 sulla bilancia commerciale perche…
    1) con un potere di acquisto ridotto, gli italiani spendevano meno per i prodotti importati, che per effetto della svalutazione erano più cari
    2) spendevano meno in generale, quindi anche per i prodotti italiani, contribuendo a tenere bassa l’inflazione, che infatti è scesa ulteriormente
    3) le imprese, non trovando sfogo sul mercato interno, si concentrarono sui mercati esteri, stimolati anche dalla svalutazione.
    Il risultato finale è un attivo commerciale.

    Questo spiega come mai due situazioni simili dal punto di vista monetario sortirono effetti profondamente diversi sulla bilancia commerciale, senza far ricorso a cause esterne.
    Non sto dicendo che non ce ne fossero, solo che non furono a mio avviso determinanti.

    Spero di aver stimolato il confronto. 🙂

    • fausto ha detto:

      Interessante punto di vista, ed estremamente utili le restituzioni grafiche allegate. La cosa su cui mi appuntavo ormai un anno fa è il micidiale parallelismo esistente tra il nostro saldo commerciale e la nostra spesa per le importazioni di energetici. Tra un mutamento maggiore e l’altro, si tratta di andamenti legati tra loro.

      Pare comunque che a cavallo tra il 2013 ed il 2014 stiamo tornando a vivere un repentino salto nel rapporto con l’estero: appena ci sono abbastanza dati pubblicati ridisegno le grafiche.

      • Giuseppe Cernuto ha detto:

        Sì, anch’io vorrei analizzare il recente surplus commerciale.
        A proposito dei tuoi grafici, c’è una domanda che volevo farti: ma perché analizzi il costo dei combustibili e non il consumo energetico?
        Il costo è un dato composito, che risente del costo della materia prima, del tasso di cambio col dollaro, dell’inflazione, della tassazione… In questo modo difficile scorporare capire quanto un picco dipenda da un maggior consumo o da un aumento di costo derivante da qualcuno dei suoi componenti. Tenendo separati consumo e costo del greggio, si possono fare meglio confronti con il tasso di cambio, l’inflazione, il PIL e cogliere facilmente le correlazioni.

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