Scelte informate per rifiuti speciali

Pubblicato su I Mille.

Approfitto di un momento di relativa quiete attorno all’argomento dell’energia nucleare per proporvi alcune storie, non recenti ma in definitiva sempre attuali, inerenti il tema dei rifiuti pericolosi. Antefatto: alla fine del 2003 il Governo Berlusconi II emana un decreto con il quale dispone l’urgente realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti radioattivi italiani; almeno per quelli più pericolosi. Questo deposito unico nazionale dovrebbe essere gestito da Sogin, una società per azioni di proprietà pubblica costituita con decreto legge nel ’99; società che ha ereditato la gestione delle nostre centrali elettronucleari dismesse e di alcuni impianti dediti ad attività di ricerca scientifica e trattamento dei combustibili nucleari, con annessi depositi di rifiuti radioattivi. In apparenza, con lo strumento del decreto si cercò di evitare le discussioni riguardo a questa spinosa scelta; nessun dibattito in Parlamento. L’intera questione veniva messa nelle mani di un Commissario, che avrebbe deciso basandosi sui pareri di una commissione di esperti e della Conferenza Stato – Regioni. In caso di lungaggini, restava la possibilità di una decisione d’imperio da parte del Governo.

All’epoca i rifiuti radioattivi italiani si trovavano dispersi in diverse strutture sul territorio nazionale; situazione che perdura ancor oggi. Un grosso cambiamento intercorso negli anni successivi è stato certamente costituito dall’avvio delle attività di inertizzazione di parte dei combustibili nucleari esausti dislocati nelle nostre centrali dismesse: di questa impegnativa operazione hanno cominciato ad occuparsi i francesi. Con o senza il combustibile esausto impacchettato per lo smaltimento definitivo, la massa di rifiuti radioattivi fin qui prodotta – anche in campo sanitario ed industriale – da qualche parte andrà pure sistemata. E’ un problema sempre presente. E così prese le mosse nel 2003 / 2004 questa discussione piuttosto accesa sull’ubicazione del costruendo deposito unico nazionale per rifiuti radioattivi: un deposito che nessuno voleva l’onore di ospitare, e che così facendo continuava a venire sostituito da svariate soluzioni provvisorie in giro per la nazione. La prima proposta – forse mera tattica comunicativa, ma non ne sono poi così certo – fu la Sardegna: scavare un buco nei graniti sardi e riempirlo con i rifiuti ad alta e media attività. Generale levata di scudi, proteste da parte dei politici locali e veloce ritirata dei proponenti.

Ed eccoci giunti alla querelle che tenne poi banco per mesi: Scanzano Jonico. In questo caso l’idea era quella di interrare i rifiuti in una formazione costituita essenzialmente di salgemma, a profondità di 700 – 1000 m sulla costa della Basilicata: qui una cronistoria polemica sulle vicende del sito, già oggetto di svariati tentativi di sfruttamento. Si tratta di una soluzione nota, impiegata per esempio negli Usa per rifiuti a pericolosità intermedia. Le formazioni ricche in salgemma, ed in generale tutte le sequenze evaporitiche, sono solitamente ritenute abbastanza affidabili per queste operazioni perché hanno un comportamento parzialmente plastico – rifluiscono nelle cavità mantenendole chiuse – e perché sono poco permeabili alla circolazione dei fluidi. O almeno questo è quello che si racconta comunemente di esse. Come intuibile, la soluzione in Basilicata non piacque ai residenti; inferociti soprattutto perché, poveri tra i più poveri in Italia, avrebbero dovuto rinunciare al proprio territorio per far posto ai rifiuti che erano stati prodotti da centrali che avevano fatto in effetti la ricchezza di altri: e io, emiliano di nascita, sono tra questi altri. Che i residenti o i governanti avessero ragione o torto, non se ne fece comunque più nulla. Da allora la discussione sul deposito nazionale per i rifiuti radioattivi si è affievolita, ma il problema permane invariato: prima o pi dovremo pur fare qualcosa.

Qui in Italia tutta la discussione è stata ridotta allo schierarsi di opposte tifoserie, favorevoli o contrarie alle varie soluzioni proposte. Si è discusso molto attorno alle più bizzarre sfaccettature del problema, ben meno della bontà tecnica degli interventi prospettati. Se c’è un metodo infallibile per sapere se una certa operazione funziona o no, quello è andare a chiedere a chi ci ha già provato prima di noi. Il deposito di rifiuti radioattivi in una miniera di sale / alcali abbandonata è a portata di mano, ad appena 600 km dal confine italiano: l’impianto minerario dismesso di Asse. La miniera di Asse è stata reimpiegata in vario modo, ma in particolare dal 1967 al 1978, su disposizione dei governi dell’epoca, venne impiegata per smaltire fusti di rifiuti radioattivi. Non si trattò purtroppo di una esperienza di successo: si registravano numerose infiltrazioni d’acqua nella miniera fin quasi dalla sua nascita, ma in particolare sono stati riportati più di trenta nuovi eventi di questo tipo dal 1988 al 2008. Gli impianti per la raccolta delle acque salate all’interno delle gallerie sono stati ampliati nel 2005; ad ogni modo questi fenomeni suscitavano già da alcuni anni preoccupazioni e perplessità nelle autorità di controllo. Nel 2008 un primo epilogo per la vicenda: il governo tedesco, di concerto con le autorità della Bassa Sassonia, decide di sostituire il gestore del deposito. Nel frattempo, lontano dai riflettori e nel silenzio delle profondità della terra, le acque ipersaline circolanti nella miniera di Asse hanno continuato a svolgere benissimo il proprio antico mestiere: corrodere i contenitori metallici dei rifiuti radioattivi, e disperderne lentamente il contenuto.

Ora, fatto relativamente nuovo nel campo dei depositi geologici di rifiuti radioattivi, per questo impianto potrebbe rendersi necessario un intervento di decommissioning. Che si debba procedere allo smantellamento di una discarica non è un bel segno; specialmente quando questo ci obbliga a rimuovere rifiuti pericolosi. Una sistemazione di profondità che si suppone debba custodire in sicurezza rifiuti speciali per migliaia di anni si è rivelata sostanzialmente inadatta allo scopo dopo nemmeno cinquant’anni di utilizzo. Un efficace riassunto della situazione lo fornisce lo Spiegel: casomai si decidesse di intervenire, è probabile che sia necessario spendere miliardi di euro per una operazione lunga decenni. Dico casomai, perché non è scontato l’intervento: ormai i contenitori dei rifiuti sono sicuramente molto deteriorati, e cercare di rimuoverli potrebbe ampliare i rischi. Quello che è sicuro è che questo deposito non ha fatto bene il suo dovere, e molto probabilmente lo farà ancora peggio negli anni a venire: è solo questione di dare all’acqua salata il tempo di corrodere ben bene tutto quanto, e di circolare liberamente dove meglio crede.

Morale: noi italiani proponevamo nei primi anni duemila una soluzione di stoccaggio per i nostri rifiuti radioattivi che nella vicina Germania veniva dichiarata ufficialmente fallita già nel 2008; e di cui si dovevano conoscere bene i problemi da alcuni anni, almeno tra gli addetti ai lavori. Quello che davvero non ha funzionato in questa vicenda è per l’appunto la raccolta, la trasmissione e la condivisione delle informazioni: si sapeva già a sufficienza al riguardo, ma le notizie importanti non arrivarono all’orecchio di noi italiani nel momento in cui discutevamo del sito di Scanzano Jonico. Abbiamo fatto una scelta che ora si rivela corretta, si, ma per puro caso. Qualora un domani si presentasse la possibilità di realizzare un deposito nazionale per le nostre scorie radioattive davvero efficace e durevole, come faremo a giudicare la bontà del progetto? In mancanza di informazioni attendibili e verificabili, rischiamo di dire di no ad un progetto valido almeno tanto quanto di dire di si ad un progetto totalmente errato. Questa cosa la vorrei dire a chi urla in piazza scandalizzato, ma anche a chi pretende di calare verità rivelate dall’alto del proprio scranno, al di fuori d’ogni contraddittorio e nella più assoluta assenza di confronto con le esperienze in essere nelle altre nazioni europee: mi sembrano errori differenti, ma comunque errori. Casomai dovessimo nuovamente confrontarci con questo problema, ricordiamoci di quello che è andato storto nella discussione del 2003: potrebbe essere la volta buona per noi italiani per prendere decisioni sensate sulla base di dati attendibili, quali che siano queste decisioni.

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in ambiente, geologia e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Scelte informate per rifiuti speciali

  1. Pingback: Scanzano, Asse II, salgemma: scorie radioattive senza pace | Far di Conto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...