Novant’anni di dolore: i disastri artificiali italiani

Pubblicato su iMille.

Ricorre pochi giorni or sono – il 9 ottobre di quest’anno – il cinquantesimo anniversario del disastro della diga del Vajont. Nel complesso l’intera vicenda è capace di riassume come poche altre l’arroganza del potere, la miseria dell’ignoranza e la devastante efficacia distruttiva dell’incompetenza tecnica e gestionale che hanno talora caratterizzato la nostra nazione. E’ ben difficile riuscire ad individuare una somma di errori, negligenze e meschinità – spesso sconfinanti nella premeditata azione dolosa – che possano rivaleggiare con quanto messo in opera in quegli anni attorno alla diga da cui originò la tragedia. Gli ingredienti di questa disgrazia vanno cercati nelle caratteristiche del nostro modello sociale ed economico di quegli anni. In primis una concezione del potere assolutista, probabilmente superata anche nella prima parte del ‘900, che permetteva a pochi fortunati ospitati nei ricchi palazzi delle città di decidere i destini di intere comunità, si badi bene: senza mai interpellare le suddette comunità, nemmeno per sbaglio. Padroni indiscussi a casa degli altri, frequentemente portatori di arcinote commistioni con interessi privati e di corporazione a cui asservire gli interessi pubblici della cittadinanza tutta senza troppi complimenti. Successivamente, una diffusa e ramificata ignoranza che divideva un volgo di non abbienti illetterati da una élite di ricchi tenutari di rendite: ignoranza che impediva a buona parte della popolazione qualsiasi effettiva partecipazione alle discussioni attorno alle scelte da fare. Ignoranza a più livelli, spiccata specialmente in ambito tecnologico e scientifico. Infine – parte essenziale dell’intero meccanismo – una garanzia di impunità accordata ai responsabili di gravi crimini e orride stragi che fatica a trovare eguali in tempo di pace nel resto d’Europa. In assenza di questo prezioso salvacondotto in bianco, è piuttosto probabile che avremmo assistito ad un precoce ridimensionamento di tanti dannosi comportamenti.

Mettiamo da parte l’ira e lo sconforto e proviamo a ragionare sulle origini e sulla storia dei disastri artificiali italiani. Ne esistono tanti; vista la ricorrenza, potrebbe essere interessante ricordarne alcuni che abbiano a che fare con i bacini idrici. Gli esseri umani hanno cercato per millenni di sbarrare i corsi d’acqua con le finalità più disparate: raccolta e conservazione dell’acqua, produzione di energia, irrigazione, deviazione di fiumi. La spinta all’impiego estensivo delle grandi dighe moderne non ha una origine facilmente individuabile, ma possiamo almeno identificare alcuni momenti di cambiamento. Nella realtà anglosassone la rivoluzione industriale imponeva già alla fine del ‘700 la ricerca di fonti di energia meccanica economiche, nonché di cospicue riserve di acqua per i processi industriali ed i crescenti impieghi civili: gli inglesi hanno realizzato bacini – inizialmente ottenuti con terrapieni – in gran numero nel XIX e XX secolo. Gli incidenti disastrosi non sono mancati neanche da quelle parti, eventualmente con un elevato numero di vittime come nel caso della diga di Dale Dyke; si noti però che, stando a Defra, dal 1925 nessuna emergenza inerente le dighe britanniche ha più causato perdite di vite umane.

L’Italia arriva più tardi nella corsa che ha portato tante nazioni europee a dotarsi di bacini idrici di grandi dimensioni: la spinta decisiva in questo senso venne certamente dal fascismo, che vedeva nell’energia idroelettrica un surrogato importante dei costosi combustibili d’importazione. Molti progetti per grandi dighe, proposti a livello di mera ipotesi fini dagli ultimi anni dell’800, troveranno la propria definitiva realizzazione nel periodo a cavallo tra le due guerre; la conclusione del percorso giungerà negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, con la messa in opera dei bacini più grandi. Gli incidenti a carico di questi impianti sono stati numerosi, e con esiti variabili: vorrei ricordarne alcuni particolarmente significativi, anche per la capacità che hanno di rappresentare il mutare dei problemi che abbiamo dovuto affrontare.

Pian del Gleno. Un iconico disastro che ha lasciato rovine di aspetto ineguagliabile tra le montagne della Valle di Scalve, nel bergamasco. La necessità di ottenere energia elettrica per le fabbriche spinse l’impresa Fratelli Viganò a cercare una propria fonte di approvvigionamento, indipendente dagli altri gestori. Nacque così negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale la diga del Gleno, concepita inizialmente come un modesto sbarramento di muratura assemblata con malte di calce e cemento. A partire dal 1921, con l’intento di aumentare le capacità di invaso del bacino, si prese ad edificare una diga di dimensioni ben maggiori – ad archi multipli e sostenuta da piloni – in calcestruzzo; il nuovo manufatto risultava appoggiato alla originaria diga in muratura nella parte centrale. La mattina del 1 dicembre 1923, dopo avere subito deformazioni a malapena percepibili da parte del guardiano dell’impianto, la diga crollò squarciandosi nella parte centrale. E consegnando ai libri di storia il disastro del Gleno, costato la vita a non meno di 356 persone. Le teorie riguardo all’evento sono molte, inclusa la possibilità di un sabotaggio con esiti imprevisti. Quel che è certo è che si trattava di una diga ottenuta sovrapponendo una imponente struttura in calcestruzzo di 30 metri di altezza ad una tradizionale opera muraria in conci di pietra locale, con poco riguardo per la tenuta dei terreni di fondazione; è possibile che la diga ad archi sia crollata al primo invaso semplicemente perché la muratura sottostante aveva subito deformazioni eccessive, ma ancor oggi non esistono certezze conclusive al riguardo. Valvole di fondo di discutibile efficacia, filo spinato al posto delle armature, rifiuti gettati nelle casseforme, risparmio sui leganti, mancanza o ritardata realizzazione di studi e progetti: un campionario ancor oggi inestricabile ed imbarazzante. Ci rimangono i morti ed i dispersi. Chi desidera approfondire può far riferimento ai siti web gestiti dai residenti; interessanti anche gli studi specialistici, quali quello del prof. Barbisan.

Molare. La fame di energia continuerà a dominare il panorama nell’era fascista; era giunto il turno delle Officine Elettriche Genovesi, con la costruzione di uno sbarramento per fini idroelettrici sul torrente Orba. In questo caso l’area interessata si situa al confine tra le province di Genova ed Alessandria: il progetto ipotizzato negli ultimi anni dell’800 consiste in una diga a gravità in muratura. I lavori vengono avviati nel 1917, e presto si cerca di innalzare lo sbarramento per ottenere volumi d’invaso maggiori. Questa scelta costringerà a realizzare una diga secondaria poco a monte dello sbarramento principale, al fine di chiudere il varco costituito dalla Sella Zerbino sulla sinistra idrografica del torrente. Lo sbarramento minore, alto appena 14 – 15 metri, soffrirà gravi carenze progettuali e costruttive: dai documenti disponibili pare si trattasse di una diga a gravità in pietrami locali rivestita in calcestruzzo armato, affetta fin da subito da vistosi problemi di tenuta. L’opera entra in attività nel 1925, e riesce a sopravvivere fino al 1935 nonostante gli inconvenienti alle valvole di scarico dello sbarramento principale. Queste carenze si riveleranno decisive in occasione delle copiose precipitazioni dell’agosto del 1935: il 13 agosto il livello dell’acqua – ormai fuori controllo a causa della insufficienza dei sistemi di scarico – diviene tale da scavalcare lo sbarramento secondario, che cede e viene abbattuto liberando una enorme massa di acqua nella valle dell’Orba. Il disastro di Molare ci lascia in eredità, oltre ai centri abitati distrutti, non meno di 111 vittime. Ad oggi della diga secondaria rimane quasi solo il ricordo, a causa della furia delle acque che l’hanno raspata via dalle rocce su cui era fondata: a rimanere in piedi, pressoché intatta e dimenticata, è invece la diga principale. Qualche notizia e curiosità in più sul sito e sull’evento dal lavoro di Vittorio Bonaria.

Vajont. Questo è l’anniversario più tragico e celebrato. Con la diga del Vajont l’Italia, per usare le parole di Marco Paolini, dimostrerà di non avere più niente da imparare da nessuno in tema di cemento. Il progetto origina ai tempi del fascismo, con l’obiettivo di ottenere una riserva a finalità idroelettriche spendibile nei momenti dell’anno in cui i restanti bacini alpini circostanti il Piave sono a corto di acqua. L’opera viene realizzata a partire dal 1957 dalla Società Adriatica di Elettricità, e si procede a ben due incrementi di altezza del manufatto rispetto alle ipotesi originarie. I tecnici vengono presto a conoscenza della presenza di una grande frana sulla sinistra idrografica della gola, ed ignorano placidamente il problema fin quando non realizzano che si corre il rischio di veder tagliare a metà il futuro bacino. Viene quindi realizzata una galleria sul lato settentrionale della valle del Vajont, che consenta di mantenere la continuità del bacino quand’anche questo si trovasse ad essere interrotto dalla frana: e ciò chiarisce almeno il fatto che i progettisti avevano perfettamente presente la natura della situazione. Arriva il momento di effettuare le prove di invaso, ed i tecnici della Sade hanno fretta di ottenere i collaudi: la diga è già venduta alla neonata Enel, ma per il pieno recupero dei finanziamenti statali concessi all’impianto occorre dimostrare con un’ultima prova la possibilità di utilizzarne in pieno la capacità. Il livello del bacino – già innalzato ed abbassato a più riprese con esisti sinistri sulla stabilità del fianco della valle – viene quindi portato alla quota di 710 m s.l.m. La grande frana si muove a velocità ormai sostenute, comincia a minacciare seriamente di invadere il bacino: a questo punto i gestori scelgono di abbassare velocemente il livello dell’acqua nel lago. Questa operazione porta con sé una condizione che nel mondo anglosassone viene denominata “rapid drawdown”: un peggioramento drastico della stabilità di un versante indotto dalla veloce perdita di livello di una attigua massa d’acqua, una cosa che dovrebbe essere nota a chi gestisce un bacino artificiale. Si sceglie di insistere ad abbassare il livello del lago, e questa operazione in apparenza accelera i movimenti della frana. Il 9 ottobre 1963, nella notte, una massa di 270 milioni di metri cubi di materiale si abbatte nel bacino a velocità automobilistica: l’esito è celebrato a mezzo secolo di distanza come il disastro del Vajont, con poco meno di duemila vittime. Stima condannata a perpetua approssimazione, vista la difficoltà di recuperare i resti dei dispersi. Con questo evento, gli italiani hanno potuto dimostrare che una diga ben fatta può produrre un massacro qualora venga piazzata nel luogo sbagliato; ed hanno anche dimostrato di non avere appreso praticamente nulla dall’analogo incidente occorso nel 1959 al bacino di Pontesei, anch’esso funestato da una rapida frana capace di produrre un’ondata distruttiva. La diga del Vajont rimane là, con il suo doppio arco di 261 metri di altezza, muto testimone della catastrofe. Qualche notizia sul sito curato dal Comune.

Stava. Le attività di estrazione della fluorite sul monte Prestavel, evolutesi da originarie miniere di galena, costituiscono una entrata importante per il territorio di Trento. Gli impianti in comune di Tesero operano dal 1934, ed hanno attraversato gestioni disparate: nei primi anni ’80 sono condotti dalla Prealpi Mineraria Spa. La necessità di ottenere fluorite di buona purezza impone fin dagli anni ’60 l’impiego di tecniche di flottazione; con l’effetto collaterale di consumare molta acqua, e di produrre grandi volumi di fanghi residui della lavorazione. Questi fanghi da qualche parte vanno pure smaltiti, e si decide di sottoporli a separazione tramite idrociclone: si sfrutta la spinta centrifuga di queste macchine per separare dai fanghi la sabbia. Questa frazione sabbiosa verrà impiegata per realizzare un argine, e nel bacino così delimitato si potrà versare il fango residuo. Che pian piano si decanta, cede acqua e si consolida lasciando un residuo abbastanza solido a costituire la discarica definitiva degli scarti. Al completamento delle attività di un primo bacino di decantazione, si prosegue realizzandone un secondo subito a monte; divenuto via via più alto negli anni. Il 19 luglio 1985, il cedimento dell’argine del bacino superiore riversa nella valle 180.000 metri cubi di fanghi, che raccolgono ulteriori detriti nel proprio movimento: il disastro della Val di Stava costerà la vita ad almeno 268 persone. A posteriori è stato accertato che l’argine del bacino più recente era stato esteso fino ad appoggiare sui fanghi del bacino inferiore; era inoltre eccessivamente acclive, e dotato di inadeguato drenaggio. La precarietà dell’opera era già accertata da perizie del 1975, ignorate dal gestore che preferì rassicurare il Comune di Tesero. La commissione incaricata dell’inchiesta sul disastro scriverà del bacino superiore: “…Non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio…”. Per chi desideri informazioni dettagliate sulla vicenda, c’è il sito della Fondazione.

Le differenze culturali rilevabili tra la realtà italiana e quella di altre nazioni europee si evidenziano bene in questo campionario di disgrazie. Un modo per percepire le distanze esistenti può essere quello di andare a spulciare cosa viene messo a disposizione dei cittadini britannici in tema di sicurezza dei bacini artificiali. La prima cosa che consiglio è la lettura della pubblicazione Lessons from historical dam incidents : una imperdibile cronistoria circa i numerosi – e talora gravi – incidenti occorsi ai bacini artificiali del Regno Unito. La cosa più illuminante del testo è la struttura dei rapporti sui singoli incidenti, che si concludono con la sezione “Lessons”: l’analisi di un incidente si deve concludere con la consapevolezza di quali ne siano state le cause, e di cosa sarà il caso di non tornare più a fare in futuro. In tema di comunicazione, gli inglesi non hanno peli sulla lingua: e lo dimostrano anche con il materiale informativo più elementare offerto dal governo in tema di dighe. L’affermazione secondo cui “…There have been no fatalities in the UK from dam inundation since the 1920s, but there is no room for complacency …” si commenta da sola: niente vittime dagli anni ’20, pur in mezzo a tanti incidenti rilevanti; ma questo non è un motivo per dormire beati. Probabilmente la trasparenza e la correttezza nel rapporto tra istituzioni di controllo, enti gestori e cittadini è il vero asso nella manica quando si parla di grandi rischi – naturali o artificiali che siano. Bastono queste cose a fare la differenza tra la vita e la morte di tante persone, e c’è una buona notizia: non costano praticamente nulla.

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