Le coste minacciate

Pubblicato su iMille.

Riscaldamento globale. Questa è una di quelle notizie vaporose che in genere in Italia si considerano affare per radical chic o tutt’al più per politici di secondo piano privi di migliori argomenti. Tiene banco in estate, quando abbellisce in maniera appropriata i fondamentali proclami dei nostri giornali sulle ondate di calore agostane; e cade in disgrazia in inverno al giungere dei primi freddi fiocchi di neve, liquidata come una sciocchezza presto seppellita dal gelo stagionale. Questa dinamica dialettica a ciclicità annuale chiarisce in maniera lampante la difficoltà che abbiamo nel distinguere la climatologia dalla meteorologia: chi strilla all’arrivo di una era glaciale alla prima nevicata farebbe bene ad informarsi un po meglio al riguardo.

Posto che parlare di cause – ed ancor più di responsabilità – è sempre stato difficile, proviamo a parlare di possibili effetti dei mutamenti climatici. Se la temperatura media dell’aria aumenta a livello planetario possono capitare tante cose più o meno sgradevoli. Mutamenti nell’apporto di precipitazioni complessive, o ancor peggio nella loro distribuzione stagionale; intensificazione degli eventi meteo estremi. Danni agli ecosistemi naturali ed agrari, spostamenti forzati delle fasce di vegetazione. Alterazioni della circolazione atmosferica ed oceanica. E naturalmente fusione dei ghiacci ed incremento del volume delle acque marine per dilatazione termica, con l’inevitabile corollario dell’innalzamento del livello marino. Il livello medio del mare dovrebbe costituire una preoccupazione da trattare a parte: incide sull’attività delle installazioni portuali, estremamente vulnerabili e decisive nella gestione dei nostri commerci su lunga distanza; e condiziona i destini delle nostre linee di costa, delle spiagge e delle comunità che vivono di turismo balneare o di pesca. Non è un argomento su cui scherzare qui in Italia, per una molteplicità di ragioni.

Storicamente abbiamo potuto registrare innalzamenti del livello marino spettacolari al termine dell’ultimo massimo glaciale, quando la fusione delle calotte di ghiaccio che coprivano buona parte delle terre emerse delle alte latitudini ha portato enormi volumi di acqua negli oceani. Tra i 14.000 e gli 8.000 anni fa, un salto di livello di quasi 120 metri. Al termine di questo innalzamento rovinoso, vede la luce l’epoca storica che viviamo: caratterizzata da movimenti del livello marino generalmente molto più limitati. Ad oggi le misure del livello dei mari sono condotte tramite stazioni costiere e telerilevamento, e paiono evidenziare innalzamenti più deboli ma comunque non trascurabili. I dati disponibili sembrano indicare oggigiorno movimenti all’insù dell’ordine dei 2 – 3 mm/anno, a seconda delle tecniche di misura prescelte. Questo valore è modesto rispetto agli eventi di fusione registrati al termine dell’ultimo massimo glaciale, ma in assoluto non privo di importanza: anche perché rappresenta comunque una accelerazione rispetto alla relativa quiete che ha caratterizzato il livello marino durante gli ultimi millenni. Qualcosa sta effettivamente cambiando, e forse dovremmo preoccuparci anche delle accelerazioni osservabili oltreché della dimensione dei fenomeni del momento.

Queste vicende incidono sulle nostre vite? E su che scala temporale? Per provare a capirlo è sufficiente dare un’occhiata ai fatti di cronaca recenti, e vicini tra l’altro. Questa primavera la riviera ravennate ha sofferto una mareggiata fuori stagione – di solito sono più probabili in inverno – che ha causato svariati danni: l’articolo segnala che “…a Punta Marina il mare ha portato via, in alcuni tratti, anche i due terzi della spiaggia…”. Per spiaggia intendendo lo spazio su cui vive l’economia locale, che è fatta di turismo. Il cattivo inizio dell’annata trova la sua conclusione negli eventi di queste settimane, con ulteriori mareggiate ed eventi erosivi piuttosto vistosi: il danno ha intaccato profondamente anche il cordone di dune costiere. Questo genere di problemi non è una novità lungo la costa romagnola, ed in generale su tutto il fronte a mare della Pianura Padana; si realizzano interventi di difesa da decenni, nelle forme più svariate. La linea di costa è un ambiente dinamico, che ha subito trasformazioni – sia naturali che antropiche – di entità rilevante nel corso del tempo.

Riflettendo sulle vicissitudini meteorologiche di quest’anno, con ingressioni marine capaci di demolire chilometri di litorale, viene da domandarsi se gli innalzamenti del livello marino misurati sulla scala dei millimetri siano importanti nell’economia di sistemi che stanno soffrendo per ondate alte molti metri. La risposta, curiosamente, è affermativa. Nella parte terminale della pianura, in prossimità del mare, le pendenze del piano campagna sono limitatissime: occorre allontanarsi dalla costa di 20 – 30 km per poter trovare ampie superfici elevate di 3 o 4 m sul livello marino, specie in corrispondenza delle bonifiche della Valle del Mezzano. Volendosi limitare all’area circostante Ravenna, più ospitale e di più antico popolamento, occorrono 6 – 8 km per portarsi a 4 m s.l.m. Gradienti molto modesti che si realizzano in un ambiente che in alcune sue parti è stato definitivamente conquistato dall’uomo solo nel dopoguerra. Ora, i millimetri di innalzamento del livello marino non si confrontano affatto con l’altezza di una berma ordinaria o di tempesta; e nemmeno con quella di un duna costiera, che pure appare importante. Si confrontano con la pendenza della pianura prospiciente la costa, e con quella del primissimo fondale marino antistante. I sedimenti portati dai fiumi combattono una lotta incessante per contrastare l’erosione operata dai movimenti del mare; una lotta che si gioca per l’appunto sui millimetri, i granelli di sabbia che danno consistenza al litorale o le pendenze risibili sulle quali si dispone l’area costiera. Millimetri che possono valere chilometri.

Con una molto ottimistica pendenza del piano campagna di una parte per mille, un innalzamento del mare di una decina di centimetri potrebbe forzare un arretramento della costa di un centinaio di metri. Non immediato: la spiaggia ha una sua consistenza, contiene volumi di materiale che devono essere prima erosi. Ma evidentemente lungo una costa paludosa, in parte bonificata come quella dell’alto Adriatico bastano movimenti verticali del mare anche piccoli per generare problemi di erosione differita nel tempo molto gravi. Problemi a luoghi esacerbati da altri fenomeni concomitanti, quali la subsidenza naturale o antropica ed i danni arrecati ai cordoni di dune costiere nell’immediato dopoguerra. Queste preoccupazioni non appartengono affatto ad un futuro remoto: sono cose dei nostri giorni, e i nostri enti locali tentano già da molti anni di intervenire; nella mia regione se ne discute da tempo. La tendenza odierna, parlando di interventi, è quella di non affidarsi semplicemente a delle barriere a mare ma piuttosto cercare di riportare sabbia sulle spiagge erose con la tecnica del ripascimento; molto usata in questi anni, e destinata a trovare impiego esteso anche nel prossimo futuro. Una scelta vantaggiosa, il ripascimento, per l’aspetto degli arenili – fondamentale in aree a vocazione turistica – ma affetta da parecchi problemi di tenuta nel tempo: le sabbie utilizzate provengono spesso dal fondale marino antistante la costa, e si lasciano erodere dalle mareggiate come qualsiasi altra sabbia. Un fenomeno che diviene evidente proprio in queste difficili settimane.

Negli ultimi decenni abbiamo dovuto convivere con l’erosione della linea di costa in molte parti d’Italia; un fenomeno influenzato da svariate componenti naturali o antropiche. Posto che esiste qualche rischio di accelerazione a livello di innalzamento del mare, forse sarebbe il momento di farsi qualche domanda. Fino ad oggi abbiamo impegnato fondi pubblici per interventi costosi su litorali in arretramento: fino a che punto sarà possibile farlo nel futuro? E quali saranno le reali disponibilità economiche degli enti chiamati ad intervenire? Le nostre coste sono affette da una diffusa edificazione, talora abusiva: che atteggiamento tenere di fronte alla necessità di difendere dal mare opere realizzate troppo vicino alla linea di costa? E che fare davanti ad edifici abusivi? Sarà corretto pretendere che la collettività si faccia carico di interventi simili? Esistono pure opere infrastrutturali di un certo impegno nelle aree costiere: anche queste imporranno delle scelte. L’Italia non può fare senza i propri porti, vista la loro importanza. Decisamente domani sarà una giornata identica a quella di ieri: ma può essere che in tema di ambiente costiero si sviluppino pian piano dei cambiamenti. Potrebbe essere utile cominciare a porci fin da subito queste domande; non disponiamo di un tempo infinito per trovare risposte.

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3 risposte a Le coste minacciate

  1. ijk_ijk ha detto:

    Se le coste Ravenna ti dovessero difendersi dal solo global warming potremmo anche cavarcela con interventi tampone. Purtroppo qui si sommano molti fattori, tutti col segno meno, a determinare la nostra subsidenza fra cui spicca l’estrazione di idrocarburi dal sottosuolo. Alcuni tratti di costa stanno diventando indifendibili come lido di dante e pineta sottostante. Non mi stupire se il mare in una prox mareggiata arrivasse nel centro del paese.

    • fausto ha detto:

      Non metto in dubbio il peso relativamente elevato dei fenomeni di subsidenza: oggi sono il cuore dei danni alla costa a Ravenna come a New Orleans. Quello che mi chiedo è semmai: posto che butta così male, come si metterà nel caso in cui l’acqua dovesse prendere davvero ad alzarsi? Fenomeni oggi circoscritti rischiano di divenire generalizzati. A me non sembra poi così scontato che lo scenario che stiamo vivendo – di sostanziale quiete – possa durare in eterno. Francamente ho qualche dubbio.

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