Mi muovo di meno?

infografica consumi prodotti derivati petroliferi (benzina, gasolio, gpl) 2013 2014Evoluzione dei consumi di derivati del petrolio in quantità e tipologia.

Uno sguardo distaccato alle vicende del mercato nazionale dei combustibili: gloria italica fin dai tempi della campagna di Libia, e ovviamente anche nel dopoguerra di Mattei e dei tentativi di dotare la nazione di una autonoma politica energetica. Su questo tema è stato detto praticamente tutto ed il contrario di tutto, specialmente negli ultimi anni: la faziosità dei nostri atteggiamenti nei rapporti con le altre nazioni si palesa in maniera sorprendente quando vengono coinvolti i nostri fornitori di combustibili. Volendo raccontare qualcosa di obiettivo sul tema possiamo provare a ragionare – banalmente e senza sentimentalismi – sull’andamento del mercato italiano dei combustibili, specialmente i derivati del petrolio: in una nazione che ha sposato il trasporto su gomma e che sostiene con tanto fervore le avventure in terra straniera alla ricerca di nuovi giacimenti, questa vicenda dovrebbe rappresentare un tema di discussione sempre caldo.

I dati provvisori disponibili al momento derivano dal lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico e – specialmente per epoche più lontane – dalle analisi statistiche di Unione Petrolifera. Ebbene, questi dati parlano chiaro: in Italia il consumo di prodotti petroliferi ha imboccato la via del declino da almeno un decennio. Non stiamo parlando di un mutamento marginale: nemmeno durante le crisi energetiche degli anni ’70 si era potuto assistere ad una discesa tanto imponente. Il ritmo al quale si contraggono i consumi di derivati del petrolio in Italia è in effetti simile a quanto registrato quarant’anni fa, ma a cambiare è la estensione temporale del fenomeno. Ai tempi delle crisi di allora le contrazioni nei consumi nazionali erano state intense ma brevi, e seguite da una sostanziale stabilizzazione nei volumi immessi al consumo. Oggi la situazione è cambiata: dieci anni ininterrotti di discesa a questa velocità non si erano proprio mai visti. La disponibilità pro capite di derivati del petrolio viaggiava da decenni poco sopra ad 1,6 t/anno; ad oggi il dato precipita a poco più di 1 t/anno.

I mutamenti nel comparto dei combustibili non sono stati ovviamente solo quantitativi: anche le qualità in gioco sono cambiate parecchio. Alle origini della nostra avventura industriale la scena era dominata dalla richiesta di olio combustibile ad uso termoelettrico, rifornimenti di natanti e gasolio per riscaldamento e trasporto merci. Il successivo sviluppo della petrolchimica aggiungerà un contendente importante. Le crisi degli anni ’70 cambiano la geografia del mercato, mettendo fuori gioco in particolare il riscaldamento domestico a gasolio – oggi presente in forma residua – e lanciando in grande stile la scelta del metano. L’ultimo vero mutamento è però recentissimo: nell’ultimo decennio si estingue la termoelettricità ad olio combustibile, non più competitiva ed assediata da alternative assai vantaggiose. Oggi viviamo nell’era del gasolio per autotrazione, che ormai si usa a fare di tutto: muove ovviamente autotreni e pale gommate come un tempo, ma anche moltissime autovetture; la benzina pare vivere una lunga agonia.

La caduta apparentemente inesorabile dei consumi nazionali di derivati del petrolio origina, come ben saprete, dalla diminuita disponibilità di petrolio acquistabile sul mercato. Non tutto quanto ovviamente, giacché in realtà esistono disponibilità pressoché infinite di idrocarburi nel sottosuolo: a scemare è il petrolio qualitativamente valido. La risorsa leggera e povera in zolfo offerta dalla Libia è cosa ben diversa dagli oli pesanti dei venezuelani; ed ancora diverse sono le difficili ed inquinanti sabbie bituminose canadesi. A complicare la vicenda, la crescita del mercato interno dei produttori: se gli iraniani consumano di più, esportano di meno. Gli importatori devono adattarsi a fare con meno, ed il mercato ci avverte della presenza di questo coacervo di problemi con un segnale inequivocabile: il prezzo. Viviamo nell’era del barile a 100 dollari, fatto che dovrebbe bastare a chiarire bene la natura della situazione.

I consumi cadono, il dato provvisorio per il 2013 continua ad indicare questa direzione; è su questo fatto che si deve ragionare. In assenza di inversioni di rotta significative, la geografia industriale del nostro paese rischia di dover essere riscritta. Le raffinerie italiane lavorano ora ben al di sotto della propria capacità, saturata per l’ultima volta attorno al 2005 / 2006; ad inizio 2013 il tasso di utilizzo degli impianti era già sceso – secondo Unione Petrolifera – al 70%. La scomparsa di due impianti, Cremona e Roma, convertiti a depositi non sembra poter alleviare a lungo le difficoltà degli altri operatori rimasti. Il fenomeno della chiusura delle raffinerie non è purtroppo una esclusiva italiana: in questa triste classifica veniamo surclassati da nazioni quali Regno Unito, Germania, Francia, che nel periodo 2008 – 2013 hanno soppresso capacità di lavorazione globali in misura perfino superiore a noi italiani. Ad oggi molti impianti in Italia sopravvivono puntellati da contributi alla generazione elettrica con scarti di lavorazione – una attività che ha in parte compensato la scomparsa della termoelettricità convenzionale ad olio combustibile. La ventilata soppressione dei contributi alle fonti elettriche assimiliate alle rinnovabili, per quanto razionale in sé, rischia di produrre ulteriori dissesti di bilancio per il comparto industriale della raffinazione: un problema su cui non si può scherzare.

Ricorre in queste giornate la campagna di sensibilizzazione “M’illumino di meno”, con la quale si cerca di responsabilizzare gli italiani in tema di consumi elettrici in ambiente domestico. L’iniziativa ha attirato critiche, dibattiti ed apprezzamenti come si conviene ad ogni campagna civile degna di nota. Nell’ombra, lontano dai riflettori del circo mediatico e nella apparente indifferenza dei decisori politici, gli italiani hanno probabilmente aderito senza rendersene ben conto ad una campagna di riduzione dei consumi che potremmo piuttosto ribattezzare “Mi muovo di meno”: meno viaggi di piacere e di lavoro, meno carburanti. Per cause di forza maggiore oramai ben note a chiunque sappia leggere i numerini appesi al distributore del paese, i nostri concittadini tirano la cinghia e si adattano a vivere in un mondo nel quale il petrolio è meno abbondante di un tempo. La capacità degli italiani di far fronte ai problemi in via individuale è cosa nota, e non può certo meravigliare; è però giunto il momento di fare qualche scelta anche in sede politica ed amministrativa. In un’epoca di così rapidi cambiamenti l’iniziativa dei singoli potrebbe non bastare più: facciamolo presente a chi pretende di governarci.

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5 risposte a Mi muovo di meno?

  1. jgwolf ha detto:

    Come fai giustamente notare non solo la riserva di petrolio di qualita’ si assottiglia, ma anche i paesi consumatori aumentano. In Mozambico la gran quantita’ di gas scoperta non raggiungera’ mai l’Europa, ma andra’ direttamente in estremo oriente. Ora ENI sta’ perforando per verificare che sotto il gas ed il condensato ci sia, come probabile, anche olio e anche questo non sara’ certo destinato altrove se non Cina ed India…
    Personalmente ho gia’ cominciato a “sciegliere” costruendo una casa con minor impronta ambientale e cercando di consumare meno e magari produrre parte dell’energia che consumo. Quel che manca e’ una strategia coordinata che faccia si che un Paese intero si muova nella medesima direzione … ma avverra’ mai?

  2. UnUomo.InCammino ha detto:

    Butto lì alcune provocazioni utili a vedere la parte mezza piena del bicchiere della crisi.

    1 – in un paese che ha impronta ecologica pari al 400% della propria biacapacità, ogni riduzione dei consumi è positiva (aggiungo “e putroppo drammaticamente tardiva”)
    2 – non c’è miglior sensibilizzatore ecologico del prezzo. Trsite a dirlo, significa che la capacità di discernimento e di una visione razionale e spirituale della vita è, nelle masse, molto bassa o nulla.
    Solo il costo elevato ha obbligato molte persone ed organizzazioni a considerare la questione di sprechi e inefficienze colossali.

    Aggiungo una testimonianza diretta: sono due anni e mezzo che vivo il tango. Questa è una comunità numericamente molto ridotta e quindi ciò significa che per contatti “nuovi” sia con persone che con altre realtà, è necessario spostarsi.
    L’aumento del costo dei carburanti ha
    o – da una parte tagliato le gambe a molti tangomaniaci che hanno ridotto drasticamente i loro spostamenti solitari
    o – dall’altra li ha spinti a… muoversi in sinergia ovvero a organizzare gli spostamenti e a farlo con macchine che portano quattro persone invece che una.

    Perché non lo si faceva prima o non lo si faceva con frequenza e quantità attuali?
    Qui la parola passa alla psicologia ed all’etologia.
    Che popolarmente viene espressa dal noto motto “La necessità aguzza l’ingegno”.

    Poi dovremmo parlare dell’antipolitica dei trasporti, ancora una dissennata antipolitica a favore
    del trasporto su gomma, compreso il feticismo autossicodipendente così diffuso, magari riverniciata con un bel verdognolo (cfr. auto elettrica).
    Perché gli italiani sono così ostili al trasporto pubblico e quindi alle politiche di mobilità pubblica?
    In questa regione, ancora qualche giorno fa, Lupi di Costruzione e Liberazione è venuto ad evacuare le sue litanie pro Passante Nord, il Merola sindaco bulagnese continua psicopaticamente con quelle pro People Mover (il disastro Civis non ha insegnato nulla).

    Come osservavo ieri
    Non risolvere problemi ma creare del BAU su cui fare bajocchi. Il fatto che poi questo porti il sistema a dei punti di putrefazione grottesca e crei problemi enormi invece di risolverne è del tutto ininfluente per i portatori di interesse di quegli affari.

    Ora però le risorse iniziano a diminuire.
    Penso che non si possa, ragionevolmente, dire “ne vedremo delle belle“.

  3. ijk_ijk ha detto:

    Sarebbe bello avere il dato aggregato di tutti combustibili fossili consumati in italia nel periodo indicato, quindi anche metano, carbone etc. Non sarei così sicuro che il consumo sia calato tanto…

  4. fausto ha detto:

    “costruzione e liberazione” era spettacolare.

    Per i consumi: sono calati tutti, ma alcuni di più. Il gas va giù, i derivati del petrolio crollano. Il carbone rimane più o meno dov’era. Pian piano i prezzi ci forzano a dirigerci verso un modello energetico tedesco: carbone, rinnovabili, un po di nucleare importato.

    Quello che ci devasta è la presenza di politiche di governo volte a contrastare la caduta dei gravi: la prima virtù di un amministratore dovrebbe essere la capacità di discernere le azioni possibili da quelle oggettivamente impossibili.

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