Russia ed Ucraina: macché gasdotti….

Certe volte a pensare in termini semplici e razionali si commettono errori marchiani. Avrete sentito parlare della crisi ucraina: rivolte di piazza, cecchini, svastiche, contese commerciali e doganali, devastazioni, politici corrotti in fuga un po ovunque e via dicendo. L’Ucraina è uno stato artificiale ottenuto appiccicando insieme i territori popolati dai veri ucraini – in senso linguistico – con territori sui quali risiedono altri gruppi etnico linguistici. La metà meridionale ed orientale del Paese è di fatto un territorio russo, nel quale si parla il russo; piazzato a far parte dell’Ucraina da un imprudente Krusciov, che desiderava in quel modo rafforzare i legami tra i due territori. Ed anche disconoscere, in perfetto stile sovietico, il solco delle distinzioni tra nazioni. A pochi decenni di distanza, lo stato multietnico e multiculturale che chiamiamo Ucraina pare destinato a disintegrarsi in una tragica guerriglia – che disapprovo fermamente, e che ritengo solo un gioco imbecille a danno della povera gente.

L’altro attore: dei russi di Putin si è detto di tutto. Salvatori della patria, ruffiani, gerarchi, abili strateghi, guerrafondai, tutori della pace, sovietici, democristiani, nemici di Dio, tirapiedi del Patriarca ortodosso….sbizzarritevi. Non c’è davvero fesseria, congettura od osservazione che le mie orecchie non abbiano udito al riguardo. Per me Putin è il presidente della Federazione Russa, e i suoi consoci sono i politici russi. Tutto qui: sorprendentemente semplice, vero? Dunque, i russi mettono un piede in Ucraina – forse – e fanno l’occhiolino ai secessionisti di lingua russa. Secessionisti assai adirati dal fatto che il Parlamento di Kiev ha abrogato frettolosamente la legge che tutela le minoranze linguistiche – ma in realtà a loro volta coinvolti in un tentativo di limitare l’impiego dell’ucraino. E via una serie di dispetti reciproci, fino al referendum appena concluso.

Vien da chiedersi: ma perché tutto questo interesse per l’area di lingua russa esistente in Ucraina? Un baraccone pieno di debiti e povero di risorse, con una popolazione invecchiata che fugge all’estero quando può; e fabbriche decrepite che ormai faticano a camminare. Non un grande affare. La affinità linguistica è una motivazione che giustifica un certo interesse: qui e qui qualche cartina per rendere l’idea. Incidentalmente, si dice, l’Ucraina è attraversata da gasdotti ed oleodotti: che portano verso ovest la produzione russa di idrocarburi. Così il pretesto linguistico cela l’interesse strategico: gli ucraini hanno spesso usato il blocco dei gasdotti per ricattare il potente vicino, ed i suoi clienti (che saremmo poi noi). Mettendo i piedi un po più avanti verso ovest, i russi potrebbero ridimensionare questa arma; e d’altronde chi soffia sulla rivolta ucraina pensa invece di servirsene. Logico e lineare, ma sarà vero? Per prima cosa chiediamoci: cosa producono e cosa esportano i russi?

produzione, consumo, esportazioni di petrolio federazione russaProduzione e consumo di petrolio in Russia. Fonte: Eia/IndexMundi.
produzione, consumo, esportazioni di gas metano federazione russaProduzione e consumo di gas naturale in Russia. Fonte: Eia/IndexMundi.

I dati Index Mundi sono sufficienti per inquadrare le tendenze recenti. La Federazione Russa trova introiti importanti nelle esportazioni di idrocarburi, ma questo è noto. Nel 2011, hanno diretto all’estero più o meno 351 – 375 milioni di t di greggio, e 160 – 182 miliardi di normal metri cubi di gas naturale. Le discrepanze statistiche sono ovviamente dovute al fatto di voler includere nel conto risorse di qualità più o meno buona, o di voler considerare in modo diverso le perdite; BP ed Eia sputano cifre diverse perché si basano su definizioni di risorse e processi che non coincidono.

I soldi spuntati con il petrolio: 306 miliardi di dollari, con le quotazioni 2011 – immaginando una ben riuscita vendita al prezzo Brent medio di 111 e rotti dollari a barile. Diciamo 300 miliardi in ordine di grandezza, e non ne parliamo più. I soldi che i russi raccolgono con il gas esportato: ponendo che se ne possano cavare 35,7 kBTU/m^3, con la quotazione inglese 2011 di 9,04 $ / MBTU ne avrebbero ottenuto quasi 59 miliardi di dollari. Tendenzialmente, gli introiti che i russi mettono assieme con il metano a fatica riescono a superare il 16% della resa finanziaria totale garantita loro dalla vendita di idrocarburi all’estero. Il fatto che ad oggi – 2014 – gli incassi annui di Mosca dovuti all’export di energetici debbano essere più probabilmente vicini ai 400 miliardi di dollari non sposta di un millimetro i termini della questione: il metano resta un affare di secondo piano.

Qualche giorno fa abbiamo potuto leggere l’annuncio del rilascio di 5 milioni di barili di petrolio dalla riserva strategica Usa. Una mossa aggressiva, priva di effetti visibili: l’idea sarebbe quella di mettere in difficoltà i russi facendo calare la resa economica del loro export di idrocarburi. Nell’era della scarsità di petroli leggeri, il discreto Russian Export Blend non può essere rimpiazzato. Sono lontani i tempi della guerriglia dei prezzi condotta versando senza cautela petrolio saudita ed inglese sul mercato: un’epoca svanita nella nebbia del ricordo. Se quella tecnica permetteva di accelerare e rendere distruttivo il collasso dell’Urss, decisamente non è più uno strumento altrettanto efficace per assalire la Russia. A Washington se ne faranno una ragione, non è un dramma.

L’altro pomo della discordia è costituito dai tubi: gasdotti ed oleodotti, disseminati attraverso l’intera Europa dell’est decenni or sono ed ancora fondamentali per il nostro sistema energetico. Gli ucraini – o più precisamente gli attuali padroni di Kiev – hanno minacciato di interrompere il flusso di gas per fare un po di guerriglia contro Mosca. E si parla di gas, anziché di petrolio, perché con il greggio non si può fare granché. Il petrolio russo può comunque essere esportato via nave attraverso il Baltico ed il Mar Nero: non c’è modo di impedirlo. E’ fatto così. E comunque il gioco per i russi diviene via via più facile con l’arrivo in scena dell’oleodotto diretto a Kozmino, sul Pacifico, appena inaugurato e già oggi la terza più grande via di uscita per l’export russo di greggio. Non c’è verso di impedire ad una risorsa così indispensabile e così facile da trasportare di raggiungere i consumatori finali.

Tutto quello che si può provare a fare per infastidire i russi è bloccare qualche gasdotto. E non sarà una partita facile, a causa della presenza del nuovissimo Nord Stream che li collega ai tedeschi senza scalo (in parte opera di Saipem); a cui aggiungere anche la storica rete Druzhba, che con il ramo nord in Bielorussa resta per ora fuori tiro per i candidati sabotatori. In soldoni: nessuna possibilità di far cambiare in maniera significativa il bilancio delle esportazioni di energetici di Mosca. Nemmeno di striscio. Il petrolio non si tocca, va dove deve andare. Il gas è un bersaglio più abbordabile, ma non serve a niente tentare: ha un peso modestissimo sul bilancio russo – almeno per la parte esportata – al punto che gli ex sovietici insistono a bruciarne in torcia grandi quantità ritenendolo di poco interesse. Decisamente chi crede di poter fare la guerriglia alla Russia con questi mezzi farà bene a guardare in faccia la realtà: gli unici che potrebbero rimetterci qualcosa siamo noi, all’altro capo del tubo.

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Una risposta a Russia ed Ucraina: macché gasdotti….

  1. jgwolf ha detto:

    L’ha ribloggato su orbitsville.

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