Reti elettriche: l’Italia è piccola?

Argomento sempre attuale: le reti elettriche. Non le centrali, e nemmeno le utenze o i combustibili: proprio le reti. L’elemento essenziale della infrastruttura elettrica è costituito dal sistema che permette di trasportare l’energia alle utenze: è questo che distingue davvero l’elettricità come vettore dalle altre scelte possibili. Le fonti di energia cambiano, si evolvono: ma il vettore rimane valido. Esistono vetusti elettrodotti che hanno visto apparire e poi scomparire ai propri capi centrali nucleari, ad olio combustibile o a carbone; e che sono ancora in piedi. Rappresentando con la propria dignitosa patina di ruggine una storia di successo: quella di una tecnologia – l’elettricità – che invecchia bene e che rimane valida anche di fronte a tanti cambiamenti. Il sistema elettrico italiano è ovviamente fatto anche di centrali, e questi impianti suscitano discussioni talora feroci: tra le tante, la contesa attorno alla centrale a carbone di Vado Ligure, tacciata di inquinare oltre il consentito – e messa sotto sequestro da pochi giorni. In un contesto assai differente potremmo ricordare cosa accade in Sardegna, nel Sulcis, dove si insiste a cavare e bruciare in perdita il sulfureo carbone nazionale; col consueto, italianissimo corollario di lavoratori minacciati di morir di stenti: utilissimi scudi umani da impiegare per costringere gli amministratori pubblici ad elargire altri sussidi ad imprese altrimenti antieconomiche. Due esempi illuminanti delle tensioni esistenti in Italia attorno al teme dell’energia elettrica.

Ma le nostre reti sono valide? Il collegamento realizzato tra produttori e consumatori di elettricità funziona bene? Gli impianti esprimono le proprie potenzialità al meglio oppure no? Per rispondere a queste domande esiste un metodo velocissimo: fare qualche confronto con una nazione diversa dalla nostra. Partiamo dalle caratteristiche del nostro sistema elettrico. Nel 2011 in Italia disponevamo di una potenza elettrica netta installata di 118,4 GW – dato Terna – di cui 77 GW termici tradizionali. Nella pratica, i due terzi degli impianti disponibili sono costituiti da centrali termiche azionate da un qualche combustibile: quote residue di olio, carbone, ma soprattutto gas naturale. La produzione effettiva di elettricità nel 2011 risultava essere secondo Istat di 302,6 TWh, dei quali 228,5 TWh termoelettrici tradizionali. I fattori di capacità medi per gli impianti: cioè quante ore di funzionamento hanno archiviato alla potenza nominale durante l’anno. Nel complesso in Italia il dato si attesta sulle 2556 ore; nel caso degli impianti termici tradizionali il dato cresce debolmente a 2968 ore equivalenti. Si noti che un anno solare dispone di 8760 ore.

Con chi fare confronti? Non una nazione europea: le dimensioni in gioco sono confrontabili, sia in senso geografico che economico. Meglio un attore più grosso: gli Usa. Il mercato elettrico americano si sviluppa a scala continentale, e la forte deregolamentazione ha causato effetti interessanti, non sempre positivi. Veniamo ai dati: nel 2011 secondo la EIA negli States la potenza installata ammontava a 1051 GW, dei quali 784 GW per la parte di termoelettricità convenzionale. Sempre secondo la stessa agenzia nel 2011 la produzione elettrica Usa è stata di 4100 TWh, e di questa la termoelettricità convenzionale ha coperto più o meno 2790 TWh. La presenza di una sviluppatissima filiera nucleare non impedisce alle centrali termoelettriche americane di spuntare un buon 68% del mercato complessivo. I fattori di capacità: globalmente gli impianti Usa si posizionano sulle 3901 ore annue; per la sola termoelettricità il dato si abbassa a 3559 ore annue.

In Italia nell’ultimo decennio abbiamo insistito ad installare o ristrutturare una messe di centrali termoelettriche, alimentate in prevalenza a gas ed in subordine a carbone; l’entrata in scena delle nuove rinnovabili ha messo rapidamente in crisi gli impianti termici, talvolta appena inaugurati e già oberati di problemi finanziari. La stampella ideata dal legislatore per far fronte al problema – con i soldi di tutti – è stata quella del capacity payment: paghiamo impianti fermi che garantiscano di poter intervenire in caso di perdita di produttività delle rinnovabili. Un discorso oggettivamente validissimo, almeno fin quando non andiamo a spulciare i rozzi numeri: nella realtà statunitense i fattori di capacità delle centrali elettriche sono molto più elevati, e lo sono anche nel caso dei soli impianti termici convenzionali, meno prestanti. Un buon + 20%; questo non sembra impedire alle reti statunitensi di funzionare abbastanza bene.

Un altro modo di vedere la questione è riflettere sulla domanda elettrica di punta: in Italia 56,8 GW nel 2007, ormai ridimensionati a 54,1 nel 2012. Ancora una volta si fatica a comprendere il significato della presenza di una ottantina di giga-watt di centrali termoelettriche – dato già superato nel 2012. La rete Usa registrava nel 2011 una domanda di picco di 782 GW, il 74,4% della capacità disponibile. Nel caso italiano il picco di richiesta a stento arriva a coprire il 46% della capacità; anche tagliando fuori dal conteggio le nuove rinnovabili, non si andrebbe oltre il 55% della capacità disponibile sotto forma di termoelettricità ed idroelettrico. Sorprendentemente, importiamo più di un decimo dei nostri consumi elettrici da impianti oltre frontiera; un fenomeno che rende ancora meno comprensibile l’insistenza nell’installare nuove centrali in loco.

Abbiamo speso gli ultimi dieci anni ad accrescere la potenza elettrica disponibile, puntando anche su nuove centrali termiche che faticano a pareggiare i costi. Immaginiamo uno scenario alternativo: perché non costruire qualche elettrodotto attraverso le Alpi? Se è vero – come già sottolineato in questo precedente articolo sul tema – che la capacità tedesca a carbone è economica, la via più semplice per portarla qui non è imbarcare voluminosa lignite su delle chiatte: è semplicemente allacciare le reti elettriche italiana e tedesca. Sorpresa: ci stiamo già preparando a fare cose del genere, come nel caso del nuovo collegamento italo francese a corrente continua. Che non punta semplicemente a portare energia nucleare francese in Italia, cosa che peraltro facciamo già: i proponenti hanno in mente anche la possibilità di dirottare all’estero i prevedibili futuri picchi di produzione del fotovoltaico, rendendoli di fatto più gestibili. Osservando l’esempio americano, vien da dire che la soluzione per ovviare alle nostre debolezze è metterle assieme alle debolezze degli altri: si sommeranno in un sistema ben più solido, e più economico. I problemi della rete elettrica italiana potrebbero trovare una valida soluzione nella creazione, una buona volta, di una rete elettrica europea capace di regge il paragone con quella statunitense. E capace di operare in maniera dignitosa anche con qualche centrale in meno. Mettiamo più Europa nel mercato elettrico: vale la pena tentare.

Integrazione: l’evoluzione della potenza elettrica installata in Italia al 2012, distinta per tipologia di impianto. Dati al lordo delle perdite connesse a trasformatori e servizi ausiliari.

evoluzione potenza delle centrali elettriche in ItaliaPotenza lorda delle centrali elettriche italiane, MW. Fonte immagine: Terna.
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