Lo Stato speculatore nemico del suolo?

Pubblicato su iMille.

Il recente rapporto Ispra sul consumo di suolo ha riportato l’attenzione sul nostro complicato rapporto con il territorio che ci ospita. In Italia la discussione attorno a questo tema non è del tutto assente, e non sono mancati tentativi di controllo normativo delle destinazioni d’uso delle superfici disponibili: la legislazione nazionale più o meno datata e la pianificazione operata dagli enti locali hanno sempre avuto questo tipo di obiettivo. Un tema già affrontato alcuni mesi or sono, sulla spinta di un inedito tentativo di arginare il fenomeno ipotizzato dai nostri governanti. Ogni tanto però, oltre che le buone intenzioni dei legislatori, bisogna valutare anche i risultati pratici ottenuti: le normative hanno sortito qualche effetto? E di che genere? Si possono rilevare dei cambiamenti nel ritmo a cui perdiamo suolo naturale a favore di coperture antropiche più o meno impermeabili?

Prima di ragionare su questo problema, varrebbe la pena pensare a cosa intendiamo con la dicitura “consumo di suolo”. Il termine consumo fa già pensare ad una perdita irreversibile, e questo meriterebbe un ulteriore discorso a parte: tutto quello che facciamo noi esseri umani è reversibile, bisogna vedere in quanto tempo. Immaginando di ragionare alla scala temporale dei decenni, per consumo di suolo intendiamo quel processo che sostituisce i suoli naturali – dotati di elevata capacità di sostenere copertura vegetale e di spiccata capacità di immagazzinare acqua meteorica – con i suoli antropici, artificiali: essenzialmente impermeabili e pressoché incapaci di ospitare forme di vita. Il confine tra le due tipologie è talora sfumato, posto che una copertura sterile si può realizzare anche con semplice asportazione del suolo naturale e messa a nudo del substrato, caso tipico delle opere di scavo e sbancamento. Nel 2006 Ispra stimava che i suoli artificiali fossero costituiti per un 58% circa di edifici, strade asfaltate, ferrovie; a questi si devono aggiungere strade bianche o diversamente rivestite, parcheggi, aree estrattive, discariche, aree di cantiere per un ulteriore 33%. Le rimanenze sono costituite da tipologie diverse. Già osservando questa semplice suddivisione, potremmo domandarci in che termini confrontare un quartiere industriale coperto di fabbricati ed asfalto con un piazzale ricoperto di 20 centimetri di ghiaia: nell’immediato sono la stessa cosa, ma se li abbandoniamo tra dieci anni avranno aspetti ben diversi. La patina che riveste il primo è molto più persistente di quella che riveste il secondo, e diversi saranno gli eventuali tentativi di recupero e trasformazione praticabili.

Numericamente di che si parla? Il dato Ispra aggiornato con il più recente rapporto indica che abbiamo ormai trasformato a tutto il 2012 ben 21.890 kmq di territorio nazionale: il suolo artificiale parrebbe rappresentare oggi il 7,3% della per superficie del territorio italiano, da confrontare con il 5,4% registrato nel 1989. A sorprendere non sono i valori assoluti, ma la linearità degli andamenti: linearità quasi perfetta che tende a conservarsi indipendentemente dall’intervallo temporale considerato. Ulteriore sorpresa: la perdita di suolo naturale e/o coltivabile non risente di nessun evento esterno; la crisi di questi anni tanto celebrata dai mezzi di informazione non ha cambiato di una virgola queste tendenze. Gli italiani possono anche perdere il lavoro, scappare all’estero, tornare dai genitori, chiudere l’azienda, dichiarare bancarotta: ma tutti questi eventi non paiono incidere in alcun modo sulla nostra inarrestabile corsa alla cementificazione. Quale che sia la situazione contingente, ogni anno avremo denudato e/o ricoperto di materiale artificiale 240 / 260 kmq di territorio; una perseveranza che non pare trovare eguali, e forse nemmeno giustificazioni logiche, ma che dobbiamo contabilizzare per quello che è.

La mera osservazione di un fenomeno non basta a comprenderlo. Viviamo in una nazione che spende enormi somme di danaro per costruire edifici che sempre più spesso rimangono inutilizzati, e nella quale ogni tentativo di regolare e contenere il fenomeno edificatorio pare essersi rivelato vano. Domandiamoci il perché di questo stato di cose, o almeno domandiamoci quali meccanismi rendono così diffuso il fenomeno. Sbirciamo dentro al bilancio di un comune emiliano, come Parma: servendoci dello studio di Ferri / Adobati. Nella realtà di Parma gli oneri di urbanizzazione fornivano importi annui di 7 – 10 milioni di euro nel periodo 1998 – 2001. Al passaggio di millennio, questi oneri registravano una crescita impetuosa posizionandosi sui 18 – 24 milioni di euro annui: la furia edificatoria si abbatteva su Parma. Per contro, nell’ultimo decennio il gettito delle imposte sugli immobili diminuiva debolmente da 45 – 48 milioni di euro al valore disponibile nel 2010 di 39,3 milioni, transitando per un minimo di circa 37,5 milioni nel 2008; la risalita più recente è nota a tutti. Lo studio citato sottolinea con ragione la pericolosità del legame tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente dei comuni, legame rischioso per le logiche che innesca ma anche per la volatilità potenziale dei relativi gettiti disponibili.

Il vero problema ovviamente non risiede negli importi assoluti: gli oneri di urbanizzazione, e con essi anche molte altre voci di bilancio, rappresentano una frazione del conto economico di un Comune. Il problema sono semmai gli andamenti temporali, le tendenze. Sempre per il comune di Parma, possiamo provare a verificare i mutamenti nelle singole fonti di entrata tramite le voci di accertamento certificate dal Ministero dell’Interno per gli anni più recenti. Nell’intervallo 2008 / 2012, i trasferimenti diretti complessivi – da parte di Stato, Regione, Provincia ed altri enti – decrescono da 67 a poco più di 25 milioni. Nello stesso intervallo di tempo, le imposte sugli immobili come ICI ed IMU lievitano, sempre in sede di accertamento per la singola annata, da circa 37,5 milioni a circa 85,5 milioni. In rapida crescita anche le addizionali Irpef, grossomodo raddoppiate in importo da 12 a 25 milioni. Questi mutamenti sono ben noti a livello mediatico: l’evaporare progressivo dei trasferimenti agli enti locali è forse il fenomeno che ha causato i problemi più vistosi ai cittadini italiani, innescando una spirale di incremento delle imposizioni fiscali locali che fatica comunque a puntellare i bilanci dei singoli enti. Si noti che nel periodo 2008 / 2012 il comune di Parma ha visto diminuire le entrate – definite in accertamento – connesse ai permessi di costruire e relative sanzioni da quasi 23 milioni a meno di 6 milioni. La differenza da sola basterebbe a cancellare in un attimo i due terzi delle addizionali Irpef previste per l’anno 2012.

Questo veloce e limitato promemoria delle vicende finanziarie del comune di Parma basta a farci capire come sia stato inteso il rapporto tra i nostri enti locali ed il territorio che amministrano. Gli oneri di urbanizzazione rappresentano per un comune italiano più o meno quello che l’accisa sui carburanti rappresenta per lo Stato centrale. Si impone un tributo su consumi e comportamenti ritenuti controproducenti per la collettività – il consumo di petrolio importato o di suolo agricolo – nella speranza di limitarli e di poter spendere i relativi gettiti in attività compensative degli eventuali danni prodotti. In breve tempo, questo genere di imposta viene diretta nel calderone della spesa corrente divenendo insostituibile – o sostituibile a prezzo di grave sofferenza – e gli enti pubblici che sopravvivono sono in ultima analisi quelli che non vedono evaporare troppo rapidamente queste fonti di gettito. Abbiamo davanti una sorta di perverso premio speculativo che poneva in vantaggio le amministrazioni comunali più compiacenti nei confronti della cementificazione incontrollata, ed eventualmente inutile; e che continua a porre in vantaggio le amministrazioni che dispongono dello stock di fabbricati più grande è più quotato in termini di valore catastale. Che non sposta purtroppo di un millimetro gli effetti finali del meccanismo, nonostante le apparenti differenze.

Il rapporto Ispra più recente, alla luce di queste considerazioni, ci dice cose che paiono piuttosto ovvie e per nulla sorprendenti. Ci racconta di un’Italia che insiste a ricoprirsi di catrame e cemento senza una apparente finalità logica; salvo quella di perpetuare rendite speculative che appartengono non solo ai privati, ma proprio a quegli enti pubblici che nella immaginazione di molti – incluso il sottoscritto – avrebbero dovuto tutelare i propri cittadini dalle distruzioni prodotte dalle brame dei privati suddetti. Il principale speculatore immobiliare italiano potrebbe essere proprio il nostro Stato, responsabile di strategie di bilancio che non paiono riconoscere il benché minimo valore alla qualità dell’ambiente urbano o rurale in cui ci troviamo a vivere e lavorare; e che al contrario premiano semplicemente gli enti locali che più rapidamente divorano questi ambienti ricoprendoli di edifici. In un contesto simile, farà poca differenza veder crollare o piuttosto mantenersi o magari crescere quotazioni e compravendite di appartamenti e capannoni: il meccanismo perverso che lega i bilanci degli enti locali all’industria del cemento è ancora li, pronto ad azionarsi. Le difficoltà finanziarie dei comuni e l’assedio ad essi posto dall’evaporare dei trasferimenti finanziari tradizionalmente presenti generano il substrato che indurrà inevitabilmente molti amministratori a cercare nuove rendite negli immobili; seguendo un disegno che ci consuma inutilmente da decenni. Chi spera che questa o qualsiasi altra crisi economica possa invertire un simile processo farà bene a meditare su questi dati: il cemento è cosa pubblica ancor prima che privata, e non si può guarire una epidemia curando solo metà dei malati. Le nostre pubbliche amministrazioni sono malate di cemento almeno tanto quanto le nostre aziende, le nostre banche o le nostre famiglie: prima lo vorremo ammettere e meglio sarà per tutti noi.

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Una risposta a Lo Stato speculatore nemico del suolo?

  1. ines ha detto:

    una analisi chiara e purtroppo assolutamente dimostrata dalle fonti citate nel testo (chiunque può verificarne la veridicità), facile da comprendere, ma come ben espresso nelle parole che chiudono l’articolo nessuno di noi ancora non riesce ad ammetterlo, e questo ha le conseguenze devastanti che sono davanti ai nostri occhi tutti i giorni.
    Ines

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