Acqua ultimo pianeta?

Pubblicato su iMille.

Come recitava decenni or sono il titolo di un libro a firma di Pierre Rondière, forse è prima di tutto l’acqua il luogo che abitiamo, il nostro vero territorio. Nel senso che senza di essa non potremmo nemmeno esistere, e comunque lottiamo da millenni per assicuraci i servigi che discendono dall’ambito oro blu. Nel mondo contemporaneo, la gestione dell’acqua è al centro di progetti industriali capaci di produrre gravi tensioni politiche. Tra i tanti esempi possibili, ricordiamo i controversi interventi legati al fiume Nilo che seminano discordia tra egiziani, sudanesi ed etiopi; complice la grave siccità che negli ultimi anni affligge l’alto Egitto, ad aggravare una situazione politica che non è mai stata rosea. Un’altra area calda: il confine tra Israele e Siria, a cavallo delle alture del Golan. A nessuno verrebbe mai in mente di attuare guerre, attentati, deportazioni e massacri per un pezzo di inutile deserto: ma se – per fortuna o per disgrazia – sotto a quel deserto si trova l’acqua la prospettiva cambia radicalmente. Il limpido tesoro giustifica qualsiasi azione; persino l’oro fatica a rendere noi umani altrettanto avidi e sfrontati. La recente contesa sorta attorno alla fornitura idrica diretta ai residenti palestinesi di Gerusalemme Est – privati da molti mesi dell’acqua potabile per buona parte della giornata – serve ancora una volta a ricordarci il valore di questa risorsa, ed eventualmente a ricordare a noi italiani la fortuna che abbiamo avuto in dote per il fatto di abitare un territorio così generoso in questo senso.

Le vicissitudini del momento sono molteplici: in alcune parti del mondo, tanto per cambiare, la siccità divora raccolti, distrugge i suoli e le piante, mette a dura prova le comunità umane. Anche laddove non lo crederemmo possibile, o in situazioni nelle quali l’assenza o abbondanza di acqua parrebbero passare in secondo piano rispetto a questioni più impellenti. L’affare della guerra in Siria, lungamente sponsorizzata da numerose cancellerie occidentali ed infine lasciata placidamente cadere nel dimenticatoio, ha relazioni notevoli con il tema dell’acqua. La siccità che ha colpito l’area fin dal 2006 è stata una concausa importante delle tensioni e delle proteste che hanno innescato il conflitto; le complicità esterne non perdono per questo rilevanza, ma si tratta comunque di un evento significativo nell’evolversi della guerra. Ed il fatto che ora la pioggia insista a scarseggiare in Siria – ed in generale nella regione mediorientale – non sarà d’aiuto per ristabilire la normalità delle cose: non è scontato che ci sia modo di riprendere le attività legate all’agricoltura ed all’allevamento in molti dei territori abbandonati dai profughi. Una parte dei disperati che vediamo arrivare sulle nostre stesse coste fugge in effetti non semplicemente dall’ennesima guerra mediorientale o africana – che come spiegazione suonerebbe poco convincente, per popoli che non hanno purtroppo goduto un giorno di pace nell’ultimo mezzo secolo – ma piuttosto dagli effetti disastrosi di prolungate carenze di acqua, effetti costituiti ovviamente anche da guerre e rivolte.

Dall’altra parte del mondo, il Nord America sta combattendo senza spari né clamori contro un nemico estremamente simile. E questa lotta dura da anni ormai, in Texas per esempio, dove l’agricoltura soffre da un lato per le carenze idriche e dall’altro per la competizione che oppone gli agricoltori ai residenti delle aree urbane per dividersi la residua risorsa disponibile. Una situazione che – seppure aggravatasi di recente – emergeva alla vista anche negli anni passati in molti territori degli Usa, costringendo gli agricoltori ad improvvisare soluzioni disparate per far fronte alle difficoltà del caso. La siccità grave che ha investito in special modo la parte occidentale del continente a partire dal 2012 ha trasformato una serie di problemi locali in una vera emergenza nazionale. Le vittime: ecosistemi acquatici ed attività connesse, trasporti sulle vie d’acqua come il Mississippi, ed ovviamente ecosistemi terrestri ed agricoltura. Molti degli effetti di questa siccità prolungata, e non ancora conclusa, si risentiranno per lungo tempo: il fenomeno è costantemente monitorato dalle agenzie governative americane. Per gli agricoltori in particolare stanno pian piano cambiando le prospettive di lungo termine: le grandi monocolture idro esigenti che hanno caratterizzato il paesaggio americano recente paiono oggi poco sostenibili, destino condiviso anche con le meno diffuse risaie; i biocarburanti potrebbero essere una ulteriore, illustre vittima di questa situazione, legati come sono alla disponibilità di mais ed oleaginose a buon mercato. A chiudere il cerchio, il progressivo depauperamento delle falde idriche sotterranee quali il celebre bacino di Ogallala: la perdita di volume d’acqua immagazzinata nel sottosuolo costituirà un’arma in meno da impiegare per far fronte alla scarsità di pioggia.

Noi italiani siamo abituati a considerare la siccità come un problema esotico, che affligge paesi lontani; per la nostra nazione, nell’immaginario comune, la carenza di pioggia è un fenomeno occasionale e magari anche molto dannoso: ma pur sempre un fenomeno passeggero. La realtà fisica sottostante è diversa da come la percepiamo: le cose stanno cambiando anche nella nostra nazione, e non si tratta di mutamenti che possano palesarsi in maniera immediata. Gli eventi meteorologici estremi di cui sentiamo parlare spesso sono segnali di allarme interessanti – ancor più per un territorio, come quello della pianura emiliana, che porta ancora i segni di gravi inondazioni. Ma ovviamente l’elemento centrale del discorso non può essere il singolo evento meteorologico, per quanto importante: quello che conta sono gli andamenti di lungo periodo. Non è difficile rendersi conto di quale sia la situazione: possiamo ad esempio spulciare i dati meteoclimatici riassuntivi per la regione Emilia Romagna. L’apporto complessivo di precipitazione per questo territorio è diminuito in maniera debole passando dal periodo 1961/1990 al successivo intervallo 1991/2008; le diminuzioni hanno interessato più che altro le aree montane, e risultano pressoché irrilevanti per la pianura. Ma le medie annuali sono traditrici: bisogna vedere anche come questi apporti meteorici si distribuiscono. Quello che è accaduto, nel giro di alcuni decenni, è che la pioggia si è spostata: si concentra essenzialmente nei massimi autunnali. Le precipitazioni primaverili ed estive disponibili in pianura sono diminuite in maniera evidente, creando problemi un tempo sconosciuti anche ai nostri agricoltori: meno acqua estiva utile per irrigare, in cambio di più gravi e numerose inondazioni in autunno. Quello che sta accadendo è che anche nel nord Italia rischiamo di dover cambiare le nostre abitudini esattamente come accade nelle pianure centrali degli Usa: sarà pur vero che disponiamo ancora di fonti di acque sotterranee affidabili, ma alcune colture a ciclo estivo rischiano di trovarsi a mal partito anche qui, in Italia. La differenza tra noi e gli americani è comunicativa: noi crediamo ancor oggi di non avere alcun problema in tema di acqua. Purtroppo, decenni di incessante e silenzioso mutamento climatico sono a ricordarci che questa percezione non corrisponde al vero.

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