La sicurezza idraulica alla prova dei tagli

Pubblicato su iMille.

Passate le inondazioni – cifra stabile della brutta stagione nella Pianura Padana – viene il tempo di dare un’occhiata alle condizioni in cui versa il territorio che abitiamo. Il nostro rapporto con l’ambiente, specie nella pianura emiliana, si esprime nella forma di canali, argini, impianti di sollevamento, ponti, sbarramenti, casse. L’acqua che ha modellato questo territorio ha anche plasmato il nostro carattere ed i nostri comportamenti: fin dall’età classica ci arrabattiamo per tenere all’asciutto qualche pezzo di terra, al punto di dirottare il corso dei fiumi a forza di badili e carriole. Un po tutto il bacino del Po risente dell’interazione tra l’azione dell’uomo e la forza dei fiumi: tra le tante testimonianze possibili, l’antica rotta di Ficarolo che sconvolge la geografia della pianura nel basso medioevo. O ancora l’abitato di Concordia sulla Secchia, che potrebbe aver preso nome da importanti accordi tra le città circostanti interessate a ridisegnare il sistema dei canali e dei corsi d’acqua per far fronte ai mutamenti imposti dalle rotte dell’epoca. Che sia storia o mito, la pianura del Po e dei suoi affluenti vive di acqua, ed occasionalmente di acqua finisce pure col perire.

I fatti di inizio 2014: nella notte tra il 18 ed il 19 gennaio transita un’onda di piena di una certa importanza, che allerta – o dovrebbe allertare – i servizi di sorveglianza ed intervento necessari per corsi d’acqua costretti tra alte arginature. Nella mattina del 19 gennaio viene notata una breccia: il Secchia supera l’argine destro in località San Matteo, a nord di Modena, in un punto nel quale lo spazio tra le basi dei due rilevati a stento supera i 60 metri. Nessuno interviene, la falla si allarga indisturbata: quando viene notata da una persona di passaggio è già ampia, seppure non ancora profonda. La cronologia dei primissimi eventi contiene alcuni punti che genereranno imbarazzo, evidenziati dall’assessore Paola Gazzolo. In pratica, la falla viene notata casualmente alle prime luci dell’alba: gli addetti locali alle emergenze realizzano la gravità della situazione ed allertano la sede modenese di Aipo, che invierà un addetto entro le 8:30. Si attende l’arrivo di un dirigente di Aipo, che non sta a Modena – viene da lontano – e che sarà sul posto per le 10:00. In assenza di interventi, la falla si allarga e l’acqua è ormai ben incamminata in direzione degli abitati più vicini, che non vengono evacuati: sarebbe una follia far scendere in strada in disordine migliaia di persone con una piena che di fatto ha già raggiunto il perimetro urbanizzato. Riassumendo: niente controllo notturno sul tracciato dell’argine, individuazione casuale della falla da parte di una persona di passaggio, ore di attesa per far giungere sul posto i responsabili del servizio, impossibilità pratica di evacuazione per molte persone a causa dei ritardi negli interventi. Il resto è storia.

Nelle ultime giornate a tenere banco è giunta la relazione della commissione scientifica, incaricata di determinare cause e modalità del disastro. Le precipitazioni e l’onda di piena registrate a gennaio 2014 sono state importanti, ma non rappresentano un unicum isolato. Le quote liquide registrate alla sezione di Ponte Alto sono confrontabili con quelle della piena del dicembre 2009, ma la piena di quattro anni fa non fece affatto parlare di sé. L’eccezionalità dell’evento non sembra essere dunque una giustificazione per l’accaduto. L’attenzione degli amministratori locali e del pubblico si è concentrata rapidamente su due candidati colpevoli: animali e vegetali. I primi responsabili della escavazione di tane, i secondi della creazione di cavità a seguito di sradicamento: tutti elementi che facilitano l’erosione di una sponda fluviale o il sifonamento di un argine. Per i vegetali, bersaglio di rilevanti attacchi a mezzo stampa, valgano le immagini della citata relazione – pag. 41 / 42 – che mostrano l’erosione operata nel punto della rotta. Le uniche aree che paiono avere retto alla furia dell’acqua sono segnate dalla presenza di alberature: i terreni circostanti, privi di piante alte, si sono rapidamente dissolti ed appaiono sprofondati. Una cosa facilmente prevedibile per chi capisce quale sia l’effetto reale di una trama di robuste radici poste dentro ad un volume di terreno, al punto che esiste anche una disciplina – nota come ingegneria naturalistica – che si pone come obiettivo quello di sfruttare associazioni di vegetali vivi ed elementi costruttivi tradizionali per combattere i fenomeni di dissesto ed erosione.

Restano gli animali, come nutrie, volpi e tassi. Costoro in effetti scavano tane, al punto che esistono da anni piani di controllo e contenimento attuati con insistenza in tutta la regione. La relazione della commissione evidenzia la presenza di tane già censite nell’area della rotta – tane note da anni – apparentemente prospicienti il letto ordinario del fiume. I punti disponibili per le cavità note – pag. 45 – si dispongono a 10 / 15 metri di distanza dalla base dell’argine. Non sono state documentate tane più vicine all’argine, o impostate su di esso, e d’altronde le testimonianze a caldo degli addetti alla manutenzione sembravano escludere questa eventualità. Non è comunque possibile scartare il ruolo delle tane a priori, posto che alcune di esse possono occasionalmente sfuggire anche al più attento osservatore. Il contemporaneo incidente occorso agli argini del fiume Panaro, questo si innescato con sicurezza dalla presenza di tane di animali e fortunatamente privo di conseguenze, impone un minimo di severità nei confronti dei ripari scavati dalla selvaggina ed ha probabilmente indotto la commissione di esperti a sottolineare i rischi posti alle arginature dalla presenza di questi animali. La frammentarietà delle informazioni disponibili e la distruzione operata dalle acque nel punto di rotta a San Matteo lasceranno comunque ampi margini di incertezza e di polemica nelle ricostruzioni della dinamica dell’evento.

Se c’è una cosa certa nella vicenda dell’alluvione, questa è però tutt’altra: i nostri fiumi, stretti tra alti argini in spazi angusti, sono intrinsecamente pericolosi. Arginare un corso d’acqua per renderlo meno minaccioso è una cosa, stringere in un alveo di 60 metri di larghezza un fiume che divagava nella pianura su un fronte di 500 metri è una cosa diversa. La seconda tattica non è sicurezza: è speculazione pura e semplice, volta a smerciare terreni sottratti al fiume nell’illusione che quest’ultimo non desideri riprenderseli di tanto in tanto. Ed è tutto da dimostrare che i benefici economici di una simile azione superino effettivamente i costi sostenuti, e per costi mi riferisco essenzialmente agli effetti dei disastri a cui dobbiamo periodicamente porre rimedio. Per trovare un modello di gestione differente non dobbiamo andare all’estero: è sufficiente percorrere gli argini del fiume Secchia verso valle per un paio di chilometri. A così breve distanza dal luogo del disastro, lo spazio concesso alle acque del fiume si amplia a 150 / 200 m; occasionalmente la distanza tra i due argini esterni arriva a superare il chilometro. In caso di rotta, avere a che fare con un argine basso che contiene una lama d’acqua di altezza modesta a discreta distanza dal letto ordinario del fiume può rivelarsi un vantaggio determinante. Il fatto di avere rinunciato a questo punto di forza in alcuni tratti dei nostri fiumi per recuperare terreni che avremmo potuto coltivare anche all’interno delle golene non fa cambiare di molto la probabilità di veder rompere un argine, ma rende sicuramente molto più distruttiva l’esondazione conseguente. Reagiamo da anni a questo problema realizzando grandi casse di espansione, finendo col restituire da qualche altra parte al fiume il territorio che credevamo d’avergli sottratto: un monumento alla nostra ingenuità.

La situazione che abbiamo tra le mani è evidente: stiamo operando un sistema di arginature e canali intrinsecamente insicuro, affetto da grandi debolezze e spinto volutamente al limite con finalità speculative tutt’altro che recenti. Questa cosa si può fare, ma impone dei rischi e richiede una ferrea disciplina di gestione. Non sono ammessi errori o distrazioni quando controlli un argine alto come un palazzo dietro al quale si agita un fiume in piena. E la gestione dei controlli, almeno per quanto concerne il recente disastro lungo il Secchia, ha mostrato falle vistose e dannose. In un contesto di così alto rischio non è ammissibile che la rilevazione di un cedimento dell’argine sia affidata alla buona sorte, nella figura di un passante con gli occhi aperti o di una famiglia del circondario. La sorveglianza non è un optional, e non è sensato rinegoziarla al ribasso: a meno di voler poi sciupare montagne di soldi per far fronte ai danni. Il discorso ha molteplici ramificazioni, non è semplice, ma in questo particolare momento occorrerà vigilare soprattutto sull’atteggiamento delle autorità centrali: in tempi di spending review è facile che a venire tagliati siano gli stanziamenti essenziali per la nostra sicurezza, assieme alle persone che li gestiscono. Il caso di Aipo, forse inefficiente ma certamente sotto finanziata, dovrebbe dirci qualcosa al riguardo. Posto che non pare esistere l’intenzione di realizzare pesanti interventi sulle reti scolanti – risolutivi ma costosi – quel che resta da fare è semplicemente manutenzione e sorveglianza. La pulizia e le riparazioni delle arginature sono cose che si fanno nella bella stagione, quando il terreno è praticabile. Paradossalmente si potrebbe dire la stessa cosa della sorveglianza, che è operante quando arriva la piena ma che non si improvvisa all’ultimo istante: va organizzata per tempo, tenendo a mente gli errori già sperimentati. Decisamente, se vogliamo che l’inverno non ci riservi brutte sorprese, dobbiamo cominciare a preoccuparci ora della sicurezza dei nostri fiumi e della bontà della gestione cui sono sottoposti. L’estate finisce in fretta.

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Una risposta a La sicurezza idraulica alla prova dei tagli

  1. nottebuia ha detto:

    E’ tutto giusto e assolutamente condivisibile in ogni virgola.

    Il punto adesso è: anche volendo, chi si occupa del riassetto idrogeologico del territorio? Detta più brutalmente, chi paga? Chi investe oggi sulla riqualifica dell’argine di un fiume o sulle migliaia di Km di coste ?

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