Urrà: affondiamo tutti

Noia estiva. Guardate cosa scrivono su The Moscow Times riguardo all’affare sanzioni contro la Russia: “…The price of Urals crude oil, Russia’s key export and the lynchpin of its government finances, fell below $100 this week for the first time in more than a year, after plummeting $15 in under a month. Russia relies on hydrocarbon exports for 50 percent of its budget. Already squeezed by Western sanctions over Ukraine and balanced on the edge of recession, a sudden collapse in oil revenue looks like bad news for the economy….”. Il petrolio Ural Blend è andato sotto i 100 dollari al barile in pochi giorni; l’articolista festeggia le difficoltà di bilancio attese per il suo governo, nella speranza che una folla di russi arrabbiati mandi via a calci i governanti del momento.

Ora, sapete com’è: il greggio viaggia sulle petroliere in tutto il mondo. E’ facile da muovere, utile, potente, versatile. Tutti lo vogliono, ed ultimamente costa un occhio della testa – con gran penare di noi fessi di italiani che insistiamo a consumarne troppo. Il fatto che stiamo parlando di una merce che viaggia con tanta facilità a livello globale deve insospettirvi: non è che per caso il prezzo è globale, piuttosto che locale? Va bene che esistono qualità di petrolio diverse, non puoi paragonare il fantastico light crude libico all’oliaccio pesante dei venezuelani; però petroli simili avranno prezzi simili un po ovunque, se il mercato globale non ci inganna. Ebbene si: il petrolio ha perso quota dappertutto in questi giorni. Non solo in Russia, con buona pace del giornalista di cui sopra. Potete controllare qui, se volete: dopo un annetto a 105 / 110 dollari, abbiamo preso la via della discesa. In tutto il mondo, e i vari Brent e Wti sono un segnale inequivocabile. Non è detto che duri, ma è un trend nuovo ed interessante.

I russi ci hanno fatto un mucchio di soldi, col petrolio, al punto di essere pressoché privi di debito pubblico (avete letto bene: hanno un debito pubblico che non va oltre un 11 – 13 % del Pil) e di essersi dotati di riserve di valuta estera grandi come il debito esterno. Cioè non hanno praticamente debiti con nessuno, né in patria né fuori. E’ corretto pensare che l’abbassarsi dei prezzi sia un problema per loro? Con il greggio a 60 dollari cosa succede? Chi ci rimette di più?

Dipende. Dipende dal contesto. Se vivi in un mondo pieno di greggio, i produttori in lizza tra loro devono svendere le risorse e a vincere sono i consumatori. Vi ricordate gli anni ’90? Petrolio a 10 o 20 dollari al barile, allegre prepotenze nell’area che fu la sfera di influenza sovietica, affari d’oro. Un bel mondo, risorse gratis e calci nel sedere agli spacciatori di petrolio. Ma adesso non viviamo negli ’80 o ’90: guardate il calendario, siamo ad agosto 2014. Il mondo è cambiato, da cima a fondo. Oggi viviamo in un mondo in cui domina la carenza di risorse: il petrolio è difficile da estrarre, quello rimasto è spesso scadente. Ci dedichiamo a bizzarrie come biocarburanti e shale oil, chiaro segnale delle difficoltà del comparto. Si fa fatica a trovare liquidi da bruciare, e il prezzo è cresciuto: dopo lo scossone del 2008 / 2009 ha preso a veleggiare sul centinaio di dollari, e da li pare non volersi smuovere.

Già, l’estate del 2008: ricordate? Un simpatico gruppo di speculatori inesperti si fece prendere la mano spingendo il prezzo del greggio Wti a pronta consegna a toccare i 147 $/bbl; la situazione divenne insostenibile, ci fu un tracollo economico grandioso. Con relativa ridiscesa temporanea del greggio a meno di 40 $/bbl, e successiva graduale risalita ai livelli attuali. La caduta del prezzo non era dovuta alla improvvisa comparsa di nuove risorse economiche ed abbondanti: era dovuta alla bancarotta dei compratori, condita di qualche esagerazione speculativa. Le nazioni importatrici, sommerse di debiti e con aziende in crisi, dovettero rassegnarsi a comprare meno – e a veder fallire parecchie banche. Oggi celebriamo quell’evento come la Grande Recessione, che qui in Italia pare non finire mai.

E i russi? Hanno patito i loro problemi per un annetto, poi si sono rialzati. Senza debiti, vale la pena tenerlo a mente, e comunque non hanno fatto parlare granché di sé i giornali dell’epoca. Hanno risorse ambite, un paracadute di grande valore. Se i prezzi scendono, oggi come oggi, non vuol dire che è arrivata la cuccagna: vuol dire che noi compratori ci siamo svenati al punto da dover gettare la spugna. Coperti di debiti, come è anche il caso dei cugini americani. Questo significa che lo scalino visibile nei grafici delle quotazioni del greggio non è una cosa che possa impensierire molto lo zar di tutte le russie: per lui il problema, casomai volessimo replicare il noto tracollo del 2009, sarà probabilmente transitorio. E’ per noi che rischia di essere definitivo, e questo non è uno scherzo: lasciamo da parte le velleità di improbabili e pericolosi colpi di stato in Russia, e pensiamo a che fare per renderci meno vulnerabili al prossimo scossone. Lo zar resterà più o meno dov’è; il problema è dove andranno a finire tutti gli altri. Noi compresi.

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7 risposte a Urrà: affondiamo tutti

  1. UnUomoInCammino ha detto:

    Spacciatori di idrocarburi.
    Mai termine più azzeccato.
    Dall’altra parte ci sono i drogati.
    Indovina un po’ chi finisce male, chi si rovina?

    Da sempre martello sul fatto che è necessario ridurre l’impronta ecologica fino ad essere il 120% autosufficienti.
    Poi ti accorgi che non solo non succede ma siamo deficienti autolesionisti in milioni di piccole e grandi emorragie.
    In Natura i deficienti soccombono.

  2. steffa88 ha detto:

    Il debito dei paesi occidentali è alto anche perché per gli stessi è sostenibile, se la russia avesse il debito dell’Italia I tassi sarebbero folli.

    • fausto ha detto:

      La Russia potrebbe avere il debito dell’Italia (ai relativi folli interessi) solo qualora venisse espropriata delle risorse del suo territorio, o qualora queste non venissero pagate. Incidentalmente entrambe le cose accaddero durante l’era degli oligarchi guidati da Boris Eltsin:

      http://www.indexmundi.com/russia/public_debt.html

      I russi ne uscirono svalutando e ripudiando. La ripresa guidata dal prezzo del petrolio arrivò solo dopo un paio d’anni, ma è un’altra storia.

  3. fausto ha detto:

    La letteratura sul tema “collasso sovietico” non può esistere. Le visioni disponibili oggi sono puramente faziose, al punto che è quasi impossibile informarsi perfino sul trapassato remoto, figurarsi su contingenze recenti.

    Quelli che una parte chiama “liberatori”, l’altra parte li definisce “oligarchi”. La “caduta dell’impero del male” degli uni è la “rovina della nazione” per gli altri. Gli “onesti imprenditori” possono essere anche i “mostri”, e le “privatizzazioni” in definitiva potrebbero risultare “ruberie a danno dei cittadini”. Lo “sviluppo economico” potrebbe ridursi semplicemente alla “rapina delle risorse”. La “sicurezza internazionale” rischia facilmente di divenire “espansionismo militare”.

    Quello che i media dell’una parte scrivono su questi eventi viene rigettato non dai media dell’altra parte – sarebbe banale – ma piuttosto dalla quasi totalità dei cittadini dell’altro gruppo (vedasi gli esiti di elezioni chiaramente libere).

    La cattiva abitudine di raccontare la storia contemporanea in chiave propagandistica, abitudine estremamente consolidata anche dove tramonta il sole, impedisce nella maniera più assoluta di far pubblica luce sul tema. I nostri nipoti potranno farci qualcosa, noi no. E’ questo il motivo per cui mi limito ad esporre cifre: sono alla mia portata, e non hanno molte colorazioni ideologiche. E comunque capisco fino in fondo gli insegnanti che si rifiutano di trattare la storia del ‘900 alle superiori: hanno ragione.

    • steffa88 ha detto:

      Si capisco perfettamente ciò che vuoi dire, speravo esistesse qualche studio imparziale basato sui numeri, crescita, occupazione, migrazioni da e verso la Russia dal crollo del comunismo all’era di Putin

  4. jgwolf ha detto:

    L’ha ribloggato su orbitsville.

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