Quanto valiamo per Bruxelles, e per Roma

Quanto valiamo noi cittadini per chi ci governa? E’ una domanda strana, per certi versi, ma forse è il caso di porsela. I nostri governi manovrano quantità di soldi astronomiche, e lo stesso dicasi per il bilancio dell’intera Unione Europea. A Roma si parla di più di 810 miliardi di euro, tutto compreso, di spesa pubblica annua variamente indirizzata. Una cosa che in sé non dice nulla, se non ci chiediamo dove vada a finire questa spesa: un tema a me caro, già affrontato sul lato dell’incidenza degli stipendi dei lavacessi. Come dire, taglia pure che non risparmi niente e combini solo disastri.

Ma stavolta la domanda è diversa: non si parla né di fannulloni né di bamboccioni, e neanche di ladri, ruffiani, papponi. Il problema è questo: quanto valiamo noi cittadini per i nostri amministratori pubblici? Provocatoriamente, mi vien da dire che possiamo capirlo solo nel momento della necessità e della disgrazia: gli amici si vedono nel momento del bisogno, recita il vecchio adagio. E così, se perdi il lavoro e fai fatica sostenere la tua famiglia magari ti viene da pensare che sarebbe carino ricevere qualche pacco di spaghetti dagli enti che hai foraggiato con le tue tasse per tanti anni. Ma questa cosa pare essere messa in discussione: con l’ultima tornata di riforme, la Ue si lava le mani una buona volta del sostegno alimentare gestito per tanti anni. Fino all’anno scorso, le derrate agricole ritirate per sostenere i prezzi alla produzione venivano reimpiegate come aiuti agli indigenti. Troppo intelligente: abolire subito. D’ora in avanti si passa gli aiuti finanziari gestiti dai governi nazionali, sperando che ci riescano.

E’ talmente grossa che ne parla Repubblica: ormai iniziano ad essere segnalati casi di scolari denutriti anche nelle scuole italiane. Il piccolo capolavoro è riuscito grazie ad un passaggio di consegne congegnato in maniera poco accorta: quando le autorità europee hanno revocato il programma di aiuti, a fine 2013, hanno rispedito la competenza ai singoli stati nazionali – che non hanno il diritto di amministrarsi autonomamente, specie in tema di bilancio, ma in compenso hanno tanti doveri. L’Italia naturalmente è riuscita a creare una interruzione clamorosa nel finanziamento dell’assistenza ai poveri, per manifesta incapacità gestionale, ma questo purtroppo non sminuisce di molto l’arroganza di una burocrazia europea che ritiene di avere il diritto di infischiarsene dei cittadini europei. A parte le inefficienze nostrane, vale la pena notare che il nuovo sistema di aiuti su base finanziaria è varato ufficialmente solo da metà marzo 2014: in pratica, secondo le autorità europee, gli indigenti avrebbero dovuto smettere di mangiare per tre mesi in attesa di un decreto. Chi di voi ha saltato almeno due pasti dietro fila sa bene cosa significhi. Un piccolo capolavoro sovietico.

Fin qui la parte ridicola della vicenda: adesso arrivano i dolori. Dopo una lite furibonda, in sede europea pare si sia deciso di sostenere gli indigenti con un fondo di 3,5 miliardi di euro; la quota parte relativa all’Italia ammonterebbe a 90 milioni l’anno. La pletora degli affamati però non è piccola: ora come ora sembra veleggiare sui 4 milioni di individui, variamente ripartiti per area geografica. Se gli estensori dei reportage disponibili non stavano scherzando, ogni indigente meriterebbe – per le autorità europee, con placido avvallo dell’Italia – la bellezza di 22,5 €/anno in generi conforto. Di sicuro non rischiano indigestioni. Gli sta bene, così vanno a lavorare: dice qualcuno.

Già, a lavorare. Peccato che il lavoro si stia estinguendo, e peccato che molte di queste persone abbiano lavorato per decenni prima di trovarsi al freddo e alla fame. Io e molti di quelli che leggono paghiamo facilmente 4.000 – 5.000 €/anno di Irpef, cui vanno aggiunti 3.000 – 3.500 €/anno di Iva ed accise; ci sarebbero altre tasse variamente nascoste, ma rende l’idea anche così. Difficilmente un lavoratore comune assunto in regola potrà sperare di cavarsela con una imposizione fiscale minore di 6.000 – 7.000 €/anno. Dopo aver speso questi soldi per vent’anni, se ci ritroviamo nei guai possiamo contare sulla generosa offerta di cui sopra: 22,5 €/anno, crepi l’avarizia. Lungi da me l’incitazione a ridicole rivolte fiscali, o a stupide avventure di guerriglia urbana: le tasse si pagano e si riga dritto. Però, finito di pagare, forse è il caso di domandarsi per cosa vengano spese; e magari anche se non sia il caso di cominciare a preoccuparsi per il futuro. Perché pare che nel momento del bisogno noi italiani non abbiamo molti amici, lassù in alto nelle stanze dei potenti.

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4 risposte a Quanto valiamo per Bruxelles, e per Roma

  1. nottebuia ha detto:

    E’ abbastanza evidente che perseguire manovre recessive nel pieno di una crisi economica (retroazione positiva) serve solo ad accentuarne gli effetti. Saranno pazzi? No, tutt’altro: serve proprio a mantenere quello stato di necessità tale per imporre le famose riforme strutturali (smantellamento della Costituzione, svendita del comparto industriale, e via discorrendo…)

  2. jgwolf ha detto:

    Chiarezza terribile….

  3. steffa88 ha detto:

    A mio avviso il punto è: perché ritirano le derrate agricole per mantenere I prezzi? In sostanza paghiamo delle tasse che vanno agli agricoltori e in più paghiamo un prezzo maggiore per il cibo. Geniale! E se anziché aiutare I poveri facendogli la carità li mettessimo in condizione di avere il cibo al prezzo reale, che sarebbe più basso e con la diminuzione delle tasse creassimo una condizione più favorevole affinché trovino lavoro? O spendessimo quei soldi in corsi professionalizzanti?

  4. ijk_ijk ha detto:

    Non c’è che dire: hai il dono della chiarezza.

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