Uno sguardo alla sicurezza delle strade

Pubblicato su iMille.

Il tema della sicurezza stradale riveste un ruolo tutt’altro che marginale nella vita di noi italiani. La strada, specialmente intesa per permettere l’impiego di mezzi individuali su gomma, è per tutti noi un appuntamento inevitabile e quotidiano: con le insidie del caso, per chi guida come per chi cammina o pedala. Nel complesso gli incidenti stradali potrebbero avere causato la morte di ben 450.000 persone dal dopoguerra ad oggi: un numero di vittime dirette vicino a quelle causate dalla seconda guerra mondiale. Incalcolabile la quantità di persone ferite in maniera più o meno grave nello stesso lasso di tempo sempre a causa di incidenti stradali, con costi economici e sociali intuibili. In anni recenti ci sono stati in effetti tentativi importanti di contenere questa piaga sociale, più o meno efficaci; tra quelli più noti l’introduzione della patente a punti e l’impiego di sistemi quali il tutor autostradale. Gli interventi volti a ridurre i rischi connessi alla circolazione stradale trovano da moltissimi anni uno sponsor importante nella stessa Unione Europea, con un programma d’azione che ha sortito effetti interessanti e che non si è ancora esaurito. Possiamo ora dare uno sguardo alla dimensione quantitativa del fenomeno tramite i dati pubblicati al riguardo da Istat ed ACI.

incidenti, morti e feriti sulle strade italianeIncidenti stradali in Italia, in numero assoluto ed in relazione al parco mezzi.

La sostanziale stabilità nel numero di eventi registrata negli anni ’70 e ’80 si interrompe bruscamente a metà degli anni ’90: in particolare attorno al passaggio di millennio le strade italiane si trovano a registrale più di 250.000 incidenti all’anno. Il numero di feriti conseguenti incrementa seguendo gli stessi andamenti; nell’ultimo decennio, per varie ragioni, incidenti e feriti imboccano la via della discesa. I morti rappresentano una vicenda a parte: il loro andamento segue i primi due dati per moltissimi anni, per poi discendere in maniera proporzionalmente evidente già durante gli anni ’90. Ad oggi i 3400 morti annui registrati preliminarmente per il 2013 risultano essere meno della metà delle vittime tipicamente censite vent’anni or sono. Probabilmente le trasformazioni a cui assistiamo sono dovute ad una somma di fattori, tra cui una maggiore attenzione alla sicurezza degli automezzi e più stringenti campagne di controllo del comportamento dei conducenti. Eccezionale e degna di nota la sterzata ottenuta sulle reti autostradali italiane, che con l’introduzione di sistemi di controllo della velocità dei veicoli ha spinto il numero di vittime registrate annualmente al di sotto delle 250: evidentemente la velocità non è un elemento marginale quando si discute di sicurezza delle strade.

Possiamo naturalmente individuare varie ragioni per cui valga la pena di preoccuparsi dell’incidentalità stradale in ambito nazionale. Aldilà di mere considerazioni di efficienza dei sistemi di trasporto, facilmente inficiata da un incremento nel numero dei sinistri, il parametro forse più rilevante rimane probabilmente il costo sociale ed economico degli incidenti inteso come somma dei danni diretti alle cose ed alle persone coinvolte. Una valida pubblicazione di riferimento al riguardo può essere lo Studio di valutazione dei Costi Sociali dell’incidentalità stradale, ad opera del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Stando al rapporto ministeriale, e per l’interezza della nostra rete viaria nazionale “…La stima dei costi sociali dell’incidentalità per l’anno 2010, sommando il costo dell’incidentalità con danni alle persone (21,25 miliardi di euro) e i costi appena stimati legati ai sinistri con soli danni alle cose (7,24 miliardi di euro), è pari a circa 28,5 miliardi di euro…”. Con 28,5 miliardi di euro si potrebbero fare parecchie altre cose. Il problema è quello di riuscire ad individuare un modo per ridimensionare queste perdite sociali ed economiche, e una simile operazione rischia di rivelarsi piuttosto difficile in una nazione che detiene probabilmente il più elevato tasso di motorizzazione del pianeta – si veda a tal proposito il rapporto Aci Censis del 2012.

Gli andamenti del numero di incidenti stradali, presi in termini assoluti, raccontano solo un aspetto della vicenda. Tanto per capirci, Italia e Germania messe assieme nel 2010 hanno registrato sulle proprie reti viarie 501.000 sinistri, quasi il 45% del totale censito a livello di intera Unione Europea. La popolazione delle due nazioni però rappresenta solo il 28,3% del totale nella UE: evidentemente italiani e tedeschi hanno una particolare predilezione per le sciagure stradali, almeno restringendo il discorso alle nazioni dimensionalmente grandi. Posto che ragionare in termini di meri numeri assoluti non spiega molto bene la situazione, è giusto cercare qualche termine di paragone. Le banche dati Aci / Istat riferiscono tassi di incidentalità in rapporto al parco veicolare ed alla popolazione residente. In particolare nel confronto con i veicoli possiamo notare, nell’intervallo 1981 – 2011, una discesa da 7,69 a 4,18 sinistri annui per migliaio di mezzi circolanti. Nel rapporto tra feriti in incidenti e popolazione residente si osserva, nel medesimo lasso di tempo, un fenomeno opposto: si passa da 39,83 a 49,13 feriti annui per 10.000 abitanti. Banalmente, un parco veicolare in espansione che compensa – e sopravanza – in senso negativo l’accresciuta sicurezza ed affidabilità dei singoli mezzi. Fortunatamente possiamo almeno beneficiare della nota positiva costituita dal dimezzamento dei morti, un dato non marginale.

Un discorso differente si potrebbe fare circa la pericolosità dei vari mezzi di trasporto: non sono tutti uguali. Nel 2012, su 264.700 feriti in incidenti stradali rilevati in ambito nazionale, ben 68.000 sono stati registrati a carico di conducenti e trasportati di motocicli e ciclomotori. Questo dato costituisce una anomalia moderata rispetto alla proporzione numerica esistente tra mezzi motorizzati a due o quattro ruote. La vera nota stonata riguarda però il numero dei morti: in questo ambito nel 2012 la categoria motocicli / ciclomotori ha dovuto sopportare 998 vittime, più di un quarto del totale. Volendo aggiungere anche i ciclisti, nel complesso gli utenti dei mezzi a due ruote patiscono il 35% dei decessi in incidenti stradali, 1.287 vittime nell’annata. Oggettivamente parecchio, se pensiamo per confronto alla ormai limitata mortalità registrata sulla rete autostradale italiana. Ancora una volta viene smentita la popolare leggenda secondo cui la strada uccide giovani alticci che vagano in auto nelle serate del fine settimana: è forse più rischioso pedalare di pomeriggio in un qualsiasi centro urbano, almeno a giudicare dai dati disponibili. Probabilmente esistono margini di miglioramento accessibili in tema di incidentalità stradale anche per la nostra nazione, ma non più sulle grandi arterie stradali esterne agli abitati: la parte residua del problema, ancora rilevante, si ritrova nelle strade e nei viottoli delle nostre città. Sarebbe bello per una volta sentire qualche proposta incisiva sul tema da parte dei nostri amministratori pubblici: ammesso che la sofferenza delle vittime e delle famiglie non interessi affatto, cosa assai discutibile, resta da capire che senso abbia sciupare decine di miliardi di euro ogni anno semplicemente per affrontare il costo sociale di incidenti stradali in larga misura evitabili. Siamo pur sempre in tempi di spending review, e nessuno vieta di tagliare incidenti piuttosto che stipendi.

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7 risposte a Uno sguardo alla sicurezza delle strade

  1. Mauro ha detto:

    Fino a che i ciclisti ritengono che il codice della strada valga per tutti ma non per loro, ogni speranza è vana.
    Prima che imparino a rispettarlo. Poi parleremo di ogni altra misura.
    Saluti,
    Mauro.

    • billobike ha detto:

      @Mauro generalizzare non porta a nulla. Dire i ciclisti non significa nulla. Gli autodemolitori, i carrozzieri, sono pieni di auto incidentate o distrutte. Le strade sono piene di lapidi e non per colpa dei ciclisti. Forse c’è da ricercare il perché a questo.

  2. alfredo ha detto:

    Bravo Mauro, sei uno scienziato della sicurezza stradale! Facciamo così, vietiamo le strade alle bici. Risolto il problema? Manco per niente, ancora morti su morti. Proviamo a togliere le macchine. Risolto il problema? Nessuno morto. Hai capito scienziato?

  3. ijk_ijk ha detto:

    Mi aspettavo che qulcuno tirasse fuori prima o poi che la colpa dell’incindetalità è tutta dei ciclisti, ma non come primo commento!!

  4. giancarlo romanini ha detto:

    evidentemente il lungo articolo pieno di numeri non è bastato a spingere la riflessione oltre il pregiudizio auto(e sottolineo auto)assolutorio; la colpa è delle vittime_ e siccome si lamentano e ci vogliono far sentire in colpa e minano le nostre certezze, le vittime diventano nemici
    se poi si vuole “sentire qualche proposta incisiva sul tema da parte dei nostri amministratori pubblici” si può leggere qui: http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=3090

  5. fausto ha detto:

    Non pensavo che un post così terra terra avrebbe potuto scatenare una tale animosità…..

  6. ijk_ijk ha detto:

    Caro Fausto, a noi utenti deboli della strada ci massacrano e ci insultano. A prenderci pure la colpa non ci stiamo. Il tuo articolo sarà terra terra, un semplice esposizione di dati come dici, ma tocchi un punto dolente del vivere civile. Sarà l’effetto della crisi ma si sta scatenando una guerra ignobile e assurda fra chi ha il volante in mano ed il resto dell’umanità.

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