Shale gas, shale oil, shale debt: chi pagherà?

Maretta sui mercati degli energetici: i prezzi scendono. A partire più o meno da giugno, e procedendo linearmente per mesi, le quotazioni del greggio diminuiscono un po per tutte le qualità trattate. La discesa per il Brent è stata talmente marcata da riallinearlo al Wti; ormai i due si posizionano poco sopra gli 80 $/bbl. Da più di tre anni la spesa media per barile si posizionava stabilmente sopra i 100 – 110 $/bbl, fino a poche settimane fa per l’appunto. La cronaca ora si arricchisce di notizie ancor più interessanti: la discesa dei prezzi pare creare preoccupazioni ai produttori di petrolio del Nord America. Stiamo parlando di shale oil, il miracolo recente di cui tanto si è discusso: i dati raccolti da Bloomberg paiono indicare una crescente diffidenza da parte degli investitori. Testualmente “…Between the S&P 500’s record high on September 18 and its five-month low on October 15, energy firms led the index down 14%, more than any other industry, Bloomberg data showed. When the market rebounded on October 16, energy again took the lead, gaining 1.7%. The drop wiped $158.6bn off the market value of 75 shale producers since the end of August, according to Bloomberg data…”. Dire che la pletora di 75 aziende osservate abbia bruciato capitalizzazione borsistica per quasi 160 miliardi di dollari non è certo dare buone notizie. Altra partita l’indebitamento, sempre da stime Bloomberg: “…Issuance of high-yield energy bonds increased 148% since 2009 to $211bn, according to Fitch Ratings. The bonds account for 16% of the market, Fitch said…”. Ci sono in giro almeno 211 miliardi di dollari di debiti ad alto tasso di interesse concessi alle più spericolate aziende Usa del comparto idrocarburi; da sommare a quelli a tasso normale. La rivoluzione shale gas / oil ha prodotto anche fenomeni del genere.

Quando hai tanti debiti, che fai per rimetterti in carreggiata? In genere cerchi di vendere qualcosa, e magari ci riesci. Quelli di Chesapeake Energy hanno deciso di farlo, vendono pozzi e diritti di ricerca per più di 5 miliardi di dollari. La mossa dovrebbe incidere sull’indebitamento netto dell’azienda, stimato a metà 2014 in 10,7 miliardi di dollari; si vedano le considerazioni di SeekingAlpha. Chesapeake però, per fare questo, cede inevitabilmente anche impianti di un certo valore: non ci sono pasti gratis per chi soffre di indebitamento eccessivo. Probabilmente il fatto di avere centrato l’attività sul gas naturale non ha aiutato l’azienda. Il problema indebitamento esiste anche nel campo dei gestori di infrastruttura: ad esempio nel caso di Energy Transfer. L’azienda è un leader continentale in tema di gasdotti ed oleodotti, e non solo, e si espande da alcuni anni a grande velocità: ora però bisogna vedere con quali effetti finanziari. Dice DallasNews: “…they command one of the largest pipeline networks in the country, spanning 71,000 miles from coast to coast — about four times what they had five years ago [….] But Energy Transfer has had to borrow heavily to fund its multibillion-dollar takeovers and pipeline build-out. As of June 30, the company counted a debt load of $25.9 billion, almost four times what it was in 2009, according to filings with the Securities and Exchange Commission….”. Si saranno impadroniti di più di 110.000 km di condotte, ma lo hanno fatto mettendo assieme l’astronomico debito di quasi 26 miliardi di dollari. La cosa comincia a destare preoccupazione tra i creditori.

Stiamo parlando di montagne di debiti nascoste qua e la, certo, ma l’effetto globale è difficile da percepire. La singola frase che riassume meglio la situazione probabilmente è questa, da Bloomberg: “…Of the 97 energy exploration and production companies rated by S&P, 75 are below investment grade, according to the credit-rating company. The average yield for energy exploration and production companies rated junk has declined to 5.4 percent from 8.1 percent at the end of 2009…”. I tre quarti delle compagnie in esame, in gran parte aziende che hanno preso parte alla corsa all’oro targata shale / fracking, vengono quindi ascritte alla categoria “junk”, e si ritiene che meritino poca stima da parte degli investitori. Questo fenomeno impatta su quelle centinaia di miliardi di debiti stipati nei bilanci di cui si parlava poco sopra: probabilmente non sono poi così solvibili come si crede. Sempre via Bloomberg apprendiamo che “…Access to the high-yield bond market has enabled shale drillers to spend more money than they bring in. Junk-rated exploration and production companies spent $2.11 for every $1 earned last year, according to a Barclays analysis of 37 firms…” Come dire che fior fiore di aziende dedite alla ricerca di idrocarburi non convenzionali hanno si scovato il gas ed il petrolio cercati, ma purtroppo impacchettati assieme a sistematici passivi di bilancio. Il punto di vista delle 37 aziende censite da Barclays è semplice: spendi due, ricavi uno. Non un granché come performance economica.

Dunque, vediamo se ci siamo capiti: questi signori producono cumuli di debiti. Non da adesso, lo fanno da sempre. Il fatto che una larghissima maggioranza delle aziende del settore sia classificata come “junk” o giù di li spiega bene la situazione: se un titolo è definito come “spazzatura” non servono ulteriori argomenti. E’ un termine assolutamente chiaro. La storia si può riassumere velocemente in questo modo: nell’intervallo temporale 2000 – 2006 la produzione convenzionale di gas Usa declina pian piano, trascinata da giacimenti ormai incamminati sul viale del tramonto. A qualcuno viene l’idea di sfruttare una tecnica ormai sperimentata fin dalla fine dell’800: la fratturazione idraulica, o fracking. Con questa tecnologia ormai matura è possibile mobilitare metano intrappolato in rocce poco permeabili, ma anche petrolio: perforo, inietto acqua e sostanze varie, fratturo e raccolgo gli idrocarburi così liberati. Il tutto ad alta velocità, giacché i bacini di shale sono tendenzialmente privi di copertura impermeabile: se sto a dormire il gas si disperde viaggiando nelle rocce circostanti ed eventualmente contaminando gli acquiferi. Si produce una enorme bolla di disponibilità di gas naturale sulla piazza nordamericana, spinta dagli alti prezzi del periodo 2000 – 2008 e dall’euforia delle borse: immesso sul mercato in massa e senza alcun possibile controllo, il gas non vale più nulla e i prezzi crollano.

E qui succede il vero miracolo: investitori poco accorti continuano a versare soldi dentro ad aziende che producono solo passivi. Questa manna miracolosa permetterà di fornire gas naturale in regalo ai consumatori del Nord America, mentre le passività si ammasseranno via via nei bilanci delle aziende – in gran parte di dimensione piccola o media. Come dire: il gas sottocosto ai residenti, i debiti agli investitori. Dato che i due gruppi non coincidono, è chiaro che qualcuno ci ha guadagnato e qualcuno ci ha rimesso: io e voi ci abbiamo rimesso, anche se ancora non sappiamo quanto. Dipende da quanti soldi le banche italiane hanno “investito” in titoli e derivati legati al comparto energia Usa. Nel complesso, l’avventura dello shale gas si configura come un grande trasferimento di capitali dalle tasche di qualcuno alle tasche di qualcun altro: il problema è vedere chi è qualcuno e chi invece è qualcun altro.

Il crollo dei prezzi del gas sul mercato statunitense ha avuto degli effetti importanti: le aziende hanno smesso di perforare alla ricerca di metano, e si sono date alla caccia del petrolio. Il petrolio è remunerativo, specialmente a 100 $/bbl, e si può trasportare facilmente. E’ un mercato globalizzato, non teme l’effetto di bolle localizzate. La cosa interessante è che le produzioni di gas da fracking non calano, restano stabili: quando in teoria, visti i rapidi tassi di esaurimento dei pozzi, dovrebbero andare in declino già pochi mesi dopo il declino della attività di perforazione. La salvezza in questo caso è venuta dallo shale oil: in molti casi ha una produzione di scarto costituita da gas. E così di fatto i rig operanti nella ricerca di petrolio non convenzionale hanno involontariamente puntellato una produzione di gas altrimenti destinata a scendere in fretta. Ovviamente ci sono altri fenomeni in atto: tra tutti, il fatto che sia possibile tornare ad ampliare la permeabilità di un giacimento già sfruttato senza perforare nessun nuovo pozzo; con ritorni decrescenti beninteso. Questo significa che l’attività di perforazione non può da sola descrivere lo stato di salute di una industria che ha molte più risorse – tecniche ed umane – di quanto non si creda.

Ora le cose stanno nuovamente cambiando. Le aziende americane protagoniste di questa avventura si ristrutturano e cercano di acquisire capitali freschi per continuare ad espandere le proprie attività, con l’unico obiettivo di mantenere produzioni altrimenti destinate a calare. La pietra angolare del gioco, fino ad oggi, è risultata essere l’estrazione di shale oil: perché è in parte remunerativo e consente di bilanciare le perdite. Questo non sembra voler dire che si possa parlare di profitti importanti e diffusi, altrimenti non si spiegherebbe la valutazione di “spazzatura” appioppata dagli analisti ai titoli di molte aziende: però sicuramente lo shale oil ha manifestato una certa capacità di galleggiamento finanziario, diversamente dal gas non convenzionale. Ora i prezzi del greggio scendono, scendono da alcuni mesi: dopo circa 40 mesi al di sopra sopra dei 100 – 110 $/bbl, sono finiti a poco più di 80 $/bbl. La domanda cruciale è semplice: le aziende che con un po di fortuna viaggiavano in pareggio, ora che i prezzi vanno giù che fine faranno? Come ripagheranno i debiti contratti all’avvio dell’attività? E le aziende che paiono aver prodotto solo debiti anche nei momenti migliori della propria storia che fine faranno? Come si concluderà la storia? Soprattutto, si concluderà o ricomincerà in maniera diversa per l’ennesima volta? Gli idrocarburi non convenzionali hanno sette vite come i gatti; l’importante è non morire più di sei volte.

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7 risposte a Shale gas, shale oil, shale debt: chi pagherà?

  1. UnUomo.InCammino ha detto:

    Potrei puntare lo sguardo sull’ennesimo fallimento de Il Mercato
    Non perché esso non possa essere razionale.
    Ma perché è animato, inquinato, da
    – ingordigia
    – miopia
    – tutto e subito
    – dinamiche gregarie di massa
    – speculazione selvaggia
    – debitismo
    – insostenibilità in tutte le sue forme
    – ….

    Il problema è che l’impronta ecologica già abnorme viene ulteriormente aumentata da questa bolla venefica di idrocarburi da fratturazione.
    Un problema che alimenta un problema ancora più grande.

  2. sergiomauri ha detto:

    Mi piacerebbe conoscere l’opinione di tutti quei soloni, anche di casa nostra, che hanno dichiarato l’economia USA ormai fuori pericolo grazie allo shale oil/gas. Potremmo derubricare le loro opinioni come propaganda….

  3. fausto ha detto:

    Ma l’economia Usa si era realmente posizionata fuori pericolo grazie alle tecniche di fracking. Il problema è che quelle tecniche non servono ad estrarre idrocarburi profittevoli: servono a raggirare investitori ingenui. In mancanza di carburante economico, puoi sempre cercare di farti pagare il pieno da qualche sprovveduto di passaggio. Non ha senso preoccuparsi del costo eccessivo del gasolio se tanto qualcuno lo pagherà al tuo posto: tu puoi correre, e lo sciocco può fallire.

    I furbi sono gli operatori Usa, che perforano in perdita; gli allocchi sono gli speculatori improvvisati – provenienti da tutto il mondo. Quelli che hanno versato carrettate di soldi dentro ad aziende che hanno prodotto solo passivi di bilancio per tutta la propria storia operativa. E la parte fondamentale del gioco è pur sempre il gas venduto sottocosto sulla piazza nordamericana, quello che ha cancellato l’inflazione per i cittadini Usa.

    Qui non sto a questionare il successo dello shale gas / oil: è un chiaro successo. Quello che voglio si capisca è che non si tratta di un successo industriale, posto che in termini di mera contabilità estrattiva l’avventura verrebbe abbandonata immediatamente. Si tratta di un eclatante successo finanziario. Finché dura, possono goderselo.

  4. tobymallon ha detto:

    A distanza di circa tre mesi da questo post il prezzo la barile è vicino ai 40 dollari al barile, prezzo che rende anche alcuni giacimenti convenzionali non profittevoli, figuriamoci quelli in shale, dove evi continuare a perforare per mantenere la produzione.
    Prevedo che le oil company a shale sfrutteranno i pozzi esistenti sino a (rapido) esaurimento, senza perforarne di nuovi,, poi la produzione diminuirà di brutto e i prezzi torneranno a salire, ma ormai per loro sarà tardi.

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