Il ciclo dei rifiuti che non vogliamo chiudere

Pubblicato su iMille.

L’emergenza rifiuti attanaglia sempiterna la nostra povera Italia. Il fenomeno ha tenuto banco per anni, tra alti e bassi: non una eccezione invero, in un Paese che pare dover gestire con logica emergenziale anche le decorazioni natalizie. Senza nulla togliere all’affare di Malagrotta che tanto ha fatto penare Roma, l’icona della nostra difficoltà a gestire il ciclo dei rifiuti è pur sempre la città – e la provincia – di Napoli: abbiamo assistito in questa parte del Paese a vari momenti di grave crisi negli ultimi anni. Appalti truccati, società inadempienti, scelte sconclusionate: ancora oggi il territorio circostante soffre gli effetti di una gestione del problema quantomeno inadeguata. A questo sommiamo la presenza pervasiva di una ecomafia che ha pochi rivali nel mondo, ed il quadro è completo ed inguardabile. Inceneritori e discariche a parte, una soluzione al problema rifiuti praticata con alterne fortune è stata quella di spostarli lontano. Prima in giro per la penisola, anche dalle mie parti in Emilia; poi all’estero, in Germania o in Olanda. Queste operazioni hanno avuto alterne fortune ed esiti disparati: la via olandese non fa contenti tutti, posto che la preoccupazione per le emissioni inquinanti esiste anche in Olanda. I camini degli inceneritori non sono poi tanto diversi, e varrebbe la pena ricordare che molte realtà del nord Europa importano materiale da incenerire per far fronte alle carenze nazionali generatesi con l’avvento della raccolta differenziata. Curiosamente, i trasferimenti di rifiuti all’estero non sono necessariamente un danno economico per la città di Napoli: può capitare che i costi sopportati siano competitivi rispetto a soluzioni geograficamente più vicine, a ricordarci la schiacciante convenienza del trasporto navale rispetto alle vie terrestri. Ovviamente a rimetterci sono i gestori regionali, ma vista la situazione questo forse non è il problema più rilevante.

Una qualche falla nella percezione del problema rifiuti emergeva fin da subito anche dall’affare napoletano. Ci sono cose che diamo per scontate e che non lo sono affatto: per dire, il destino del materiale spedito all’estero. In almeno un caso in Germania si è provveduto non a bruciare in toto, ma bensì a riciclare i carichi di materiale proveniente dalla Campania: cioè nei fatti a rovistare nei nostri rifiuti frammisti – eventualmente con mezzi tecnologici sofisticati – per cavarne materiali e venderli alle aziende che ne hanno bisogno; incenerendo solo il residuo dell’operazione. E la falla percettiva è tutta qui: quello che spesso in Italia è considerato un fastidioso cumulo di robaccia da far sparire al più presto, frequentemente viene visto in altre realtà come una risorsa da utilizzare per far camminare le fabbriche. La cosa forse più buffa in questa vicenda è costituita dalle disomogeneità che caratterizzano la stessa realtà italiana: non è vero che noi italiani non sappiamo riciclare, e non è vero che siamo sempre il fanalino di coda in Europa in tema di politiche ambientali. Il caso della carta è eclatante: con valori record di recupero dell’ 84,5 %, ci posizioniamo ai vertici in Europa e nel mondo. Le nostre cartiere che ancora non sono scappate in Cina forse sono qui per questo motivo. In definitiva, seppure con qualche difficoltà, siamo anche stati capaci di lanciare esperienze di successo in tema di recupero dei rifiuti a livello comunale – una cosa ben ricordata da Leo Cusseau con l’esempio fornitoci da Capannori. Quello che dobbiamo domandarci è semplice: come fare a trasferire nei settori e nei luoghi geografici in difficoltà i successi manifestati nelle realtà più efficienti? E’ una questione di trasferimento di competenze e tecnologie tutta italiana, o alle volte anche solo di trasferimento di volontà e determinazione.

Per tornare all’esempio della Campania, domandiamoci a quanto ammonta la distanza tra Napoli e Salerno. Poco più di una cinquantina di chilometri, se vogliamo farci un giro per strada; anni luce se parliamo di rifiuti. Salerno detiene record riconosciuti in tema di differenziazione: pur con i problemi di ogni città italiana, in qualche modo riesce ad affrontare il tema dei rifiuti con risultati soddisfacenti. E questo fa giustizia di tanta demagogia che dipinge il Mezzogiorno come una terra perduta priva di capacità ed iniziativa: i risultati ottenuti da realtà come Salerno vorremmo vederli in certe cittadine della Pianura Padana, ma dovremo attendere ancora un pezzo. Non dimentichiamo poi che l’Italia, caso raro, ha insistito a mettere in competizione il recupero dei rifiuti con l’incenerimento degli stessi tramite una strategia centrata sulla delibera Cip6: prelevare i soldi dalle bollette raccontando di dirigerli verso le energie rinnovabili, e poi spenderli per promuovere la costruzione di inceneritori. Nonostante le tante promesse di soppressione venute da molte parti politiche, la norma rimane operante e per certi versi continua a far danni: in presenza di un incentivo rilevante è più che probabile che si proceda a bruciare anche materiale che sarebbe in realtà remunerativo in una filiera di recupero dei materiali; peraltro contraddicendo la filosofia delle direttive europee in tema. Ultima giravolta: in Italia si cominciano a rubare rifiuti in maniera generalizzata. Rubare nel senso proprio del termine: come vediamo accadere negli ultimi tempi in Sicilia. Nel modenese, di fronte ad analogo problema, si provvede con la sorveglianza. Il passare del tempo fa mutare il nostro atteggiamento nei confronti dei materiali di scarto, che divengono via via più preziosi: vuoi per quello che contengono, e vuoi per l’energia che è richiesta per produrli; speriamo che i nostri amministratori locali riescano a capire queste opportunità prima che i cassonetti siano stati interamente saccheggiati da bande di ladri solerti.

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