Notiziole sul petrolio a stelle e strisce

Greggio atterrato a quota 48 – 50 $/bbl, o per meglio dire 43 – 45 €/bbl. Vedere Info Mine. Un sacco di risparmi, se non fosse che in realtà noialtri paghiamo soprattutto tasse ed accise; e se non fosse che i costi di raffinazione più o meno son rimasti dov’erano. Gasolio e benzina veleggiano al distributore a cavallo di 1,4 – 1,5 €/l; il relativo vantaggio dovrà essere messo in prospettiva assieme ai nuovi disoccupati in arrivo, ai nuovi fallimenti in arrivo – vedasi il vicino caso Mercatone Uno. Insomma, per noi italiani della strada magari cambierà poco – che potrebbe essere già una buona notizia.

Per qualcuno però sta già cambiando qualcosa. Il petrolio non è mica tutto uguale: i vari giacimenti hanno costi di estrazione diversi tra loro. Una piattaforma in mezzo al mare costa tanto, mentre un tubo piantato in mezzo al deserto saudita costa poco: i Saud hanno buon gioco a spiazzare i concorrenti, che non riescono a recuperare le spese in investimenti con un prezzo di vendita troppo basso. Russia? Troppe riserve e greggio troppo economico. Iraniani? Certo, hanno dei problemi; ma vivono in guerra da quando sono nato io. Un anno in più o in meno che cosa cambia? Venezuelani? Può darsi, bisogna vedere chi emergerà vincitore dal prossimo golpe. E’ tutta una gara a trattenere il respiro, aspettare: ogni attore attende, sperando che a crollare per primo sia qualcun altro. Ah, ovviamente la Libia continua ad affondare tra le fiamme, e la Nigeria è devastata dalla guerra; ma non è più di moda parlarne.

La nazione Shale fa parte della lista, è un petrostato come tutti gli altri. E’ l’unica grossa ed innovativa addizione recente dal lato delle produzioni, e non è esente da problemi – tipo i mucchi di debiti in cui si rotola. Evoluzione recente segnalata da Bloomberg: “…oil rig count has fallen by 209 since Dec. 5, the steepest six-week decline since Baker Hughes Inc. (BHI) began tracking the data in July 1987. The count was down 55 this week to 1,366. Horizontal rigs used in U.S. shale formations that account for virtually all of the nation’s oil production growth fell by 48, the biggest single-week drop….”. Piattaforme in attività che si fermano, e in gran numero: la diminuzione segna il record di caduta dall’inizio delle serie storiche proposte da Baker Huges. Meno 209, ad oggi ne restano in attività poco più di 1600. C’è anche il record relativo alla peggior settimana di sempre, meno 48 rig in sette giorni. Una gran quantità di record per i cercatori di petrolio americani. Probabilmente la caduta rovinosa nelle quotazioni del greggio ha convinto gli operatori a rallentare l’attività.

Quand’è che un problema si può ritenere grosso e visibile? Tra le varie opzioni propongo le notizie in italiano. Quando la notizia arriva sui media italiani, allora vuol dire che è qualcosa di evidente. Il Sole 24 Ore discute preoccupato della vicenda: “…Le “obbligazioni spazzatura”, maggiore fonte di finanziamento per le società dello shale oil, sono sempre più rischiose: negli Usa il rendimento dei junk bond del settore energia, che a giugno era sotto il 5%, si è impennato fino a superare il 10% e almeno un terzo delle emissioni ricade ormai nella categoria “distressed”, che implica un’alta possibilità di rivelarsi insolventi….”. Che io e voi lo sapessimo da subito non è importante: il problema è vedere quando e come se lo sentirà dire mia zia accendendo la televisione. E’ quello il momento della verità, e forse non è così lontano visto che la stampa specializzata comincia a fra filtrare qualche dettaglio non allineato con la vulgata propagandistica.

Cosa vi aspettate di vedere quando una impresa industriale operata in perdita ed oberata di debiti inizia ad incepparsi? Fallimenti? Libri contabili in tribunale? Macchinari che si fermano? In effetti dovrebbe essere così. E infatti è proprio così: a partire da WBH Energy, una piccola compagnia texana. Anche la pionieristica canadese GasFrac Energy Services ha dovuto portare i libri contabili in tribunale, a corto di credito ed in grave difficoltà. Sono piccoli operatori, e ne stanno fallendo altri anche più piccoli qua e là. Stante il contesto non è un segnale da sottovalutare: la carenza di credito comincia a farsi sentire, e non è casuale che le compagnie di servizi soffrano per prime. I petrolieri indipendenti cercano si tutelarsi come qualsiasi imprenditore, e scaricano velocemente tutto quel che possono: operai ed appaltatori sono le prime scelte di sempre. Quello che guardiamo è banale: un cumulo di neve instabile e bagnata disposta lungo un pendio ripido, e dei piccoli movimenti appena percepibili alla sommità del versante. Forse non succederà niente di grave. Forse.

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3 risposte a Notiziole sul petrolio a stelle e strisce

  1. bortocal ha detto:

    L’ha ribloggato su Cor-pus.

  2. UnUomo.InCammino ha detto:

    Una colossale dose di stupefacente fossile per il tumore della crescita.

  3. redpoz ha detto:

    Qualche tempo fa ho seguito un corso MOOC su “constitutional struggles in the muslim world” e una lezione riguardava proprio l’Iran. Aldilà delle riflessioni giuridico-costituzionali, il prof diceva una cosa interessante: a causa dei continui conflitti e della limitata capacità estrattiva, l’economia iraniana dipende meno dal petrolio delle altre nella regione e -soprattutto- lo Stato iraniano ha maggiori capacità amministrative (ad esempio, nella raccolta di imposte).
    Il discorso aveva una sua logica, quindi la notizia di “crisi” in Iran legata al basso costo del petrolio mi convince poco.

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