North Dakota, rivoluzione shale oil: stato dei fatti

La rivoluzione shale oil / shale gas nel Dakota del Nord. Quel posto dove coltivano la formazione Bakken, tra le altre. La produzione di greggio era stagnante da decenni, ed il cambiamento è arrivato più o meno nel 2008 – proprio quando nel resto degli Usa il gas non convenzionale sperimentava la prima grossa crisi. La banca dati del caso è fornita dalla North Dakota Industrial Commission. Per intenderci, questo stato è il quarto maggior produttore Usa di greggio; ad oggi fornisce più di un milione di barili giornalieri di roba nera. Poco meno del consumo dell’Italia, e le relative royalties vengono spartite tra 700.000 abitanti appena.

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Proprio nel momento in cui il comparto shale gas entra in crisi, si lancia in grande stile l’avventura dello shale oil che ancora tiene banco. Questa seconda vita gli idrocarburi non convenzionali la ottengono grazie ad uno spettacolare guadagno in efficienza: in soldoni, meno perforazioni e più petrolio e gas ottenuti da ogni pozzo. L’accresciuta efficienza del comparto si fa sentire anche nel Dakota del Nord; in un lustro si passa da meno di 1000 a più di 2500 barili / mese prodotti per singolo pozzo. Il guadagno di efficienza però non è illimitato: ad oggi le produttività individuali sono stabili da quasi tre anni. I casi sono sostanzialmente due: o prosegue senza sosta l’espansione del numero degli impianti, oppure la produzione di petrolio finirà col risentire della congiuntura. Nemmeno Bakken dura in eterno.

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5 risposte a North Dakota, rivoluzione shale oil: stato dei fatti

  1. tobymallon ha detto:

    Aspettiamoci di vedere il botto dello shale oil, se i prezzi al barile non risalgono alla svelta.

    • fausto ha detto:

      La partita potrebbe essere ancora lunga. E’ una mera questione di finanza speculativa politicamente controllata: si va avanti finché ce n’è, e non bisogna mai sottovalutare la quantità di dollari che la Fed può obbligarci a pagare per buoni.

  2. Arturo ha detto:

    Non credo che la bolla dello sale possa resistere a lungo a questi prezzi, il cash flow delle scale company era già prima poco sostenibile, adesso diventa drammatico. Certo il governo potrebbe sostenerle per motivi politici, allora la partita sarebbe lunga davvero.

  3. Filippo Zuliani ha detto:

    uno spettacolare guadagno in efficienza: in soldoni, meno perforazioni e più petrolio e gas ottenuti da ogni pozzo

    Fausto, mi sapresti fonire un link su questa frase?

    • fausto ha detto:

      Fenomeno complesso, non fotografabile per intero dal caso Dakota (che arriva tardi nell’avventura, solo dopo il crack del 2009).

      Consiglio la banca dati globale della Eia:

      http://www.eia.gov/totalenergy/data/monthly/index.cfm

      in specie alla voce “Crude oil and natural gas resource development”.

      In pratica, all’apice del 2008 operavano 2000 rig quasi tutti nel gas; dopo il botto (appena 900) si sono riposizionati a 1800 / 1900. Però orientati soprattutto ai liquidi. Nonostante la (quasi) scomparsa delle piattaforme operanti sul solo gas, la produzione del gas è rimasta stabile anche in presenza di tassi di declino elevati. Questo è stato reso possibile da un rapido miglioramento nelle tecniche di fratturazione idraulica. Con le stesse torri di prima, si otteneva lo stesso gas ma anche un mare di petrolio, che è un risultato effettivamente brillante.

      Il focus in pratica si è spostato, dal solo gas ai liquidi con sottoprodotto di gas; ma anche dal semplice aggiungere fori “a raglio” ad un più efficace impiego degli stessi. Almeno in questo, la resa per singolo pozzo del caso Dakota è esemplare.

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