Calorie fossili nel cibo che mangiamo, a decine

Antefatto: ogni tanto riemerge dal mare della rete l’idea secondo cui ciò che mangiamo viene prodotto impiegando grandi quantità di energia, essenzialmente derivata dai combustibili fossili. Un autore americano ha riassunto molti anni or sono il problema affermando che “la moderna agricoltura industriale trasforma i combustibili fossili in cibo servendosi della terra e delle piante”; più o meno suonava così, anche se non sono sicuro delle parole esatte. E in effetti chiunque di voi abbia mai partecipato ad operazioni di concimazione o di motoaratura ha presente che c’è del vero in questa tesi. Utilizziamo mezzi ingordi di carburante, sistemi di trasporto a scala globale altrettanto energivori; la refrigerazione e la preparazione di fertilizzanti azotati sono anch’essi processi avidi di energia. Per gran parte ottenuta da combustibili fossili, ovviamente.

Finché si discute di qualità e concetti non possono emergere grossi problemi: la situazione diventa difficile quando si parla di quantità. Quantificare gli importi di energia in circolazione nel sistema agroalimentare, e suddividerli per origine, non è una operazione semplice e non si presta a sovra semplificazioni. La forma più frequente e colloquiale nella quale i concetti di cui sopra ci vengono esposti è forse quella proposta originariamente da Giampietro & Pimentel, e ripresa nel tempo da una messe di autori ed osservatori. Se ne ritrova l’eco un po ovunque: vari e disparati siti del mondo anglosassone, ma anche testi di autori italiani. Potete trovare riproposti questi dibattiti tra vegani, associazioni culturali e stimati professori. Interessante discorso che seguo da anni. Si spazia da affermazioni come “…per produrre ogni singola caloria di cibo … occorrono in media da una a dieci calorie di combustibili fossili…” a posizioni più drastiche del tipo “…la moderna industria della produzione alimentare, con un agricoltore che siede su un trattore John Deere con l’aria condizionata che è guidato dalla localizzazione satellitare, consuma incredibilmente 10 calorie di energia per ogni caloria di energia (cibo) consegnata al mercato…”. Non incredibilmente, a prevalere nelle discussioni sul web è la tesi più pessimistica: un “per 10” da applicare alle calorie alimentari, a generare un grosso impatto sull’ambiente e sulle risorse energetiche e non.

Per dare un limite, un raggio d’azione, al nostro “fattore 10” dobbiamo provare a capire come si rapporti alla dimensione complessiva dei flussi di energia messi in opera da noi umani. Quanto consuma una persona? In termini di kcal / giorno intendo, ciascuno di noi mangia cibo e produce calore e lavoro meccanico. Per queste stime esiste una tabellina Fao che riassume le conoscenze accertate riguardo alle disponibilità caloriche degli esseri umani: al 2015 si stima che in media ogni umano consumi mangiando cibi capaci di fornire giornalmente energia per 2940 kcal. Ricordo che la caloria o piccola caloria [cal] viene comunemente definita come l’energia necessaria per innalzare da 14,5 a 15,5 ° C la temperatura di 1 g di acqua distillata posta a livello del mare; l’unità di misura kilocaloria [kcal] – detta anche grande caloria – ne è il multiplo a tre zeri. La stima operata dalla Fao è un valore attendibile, derivato da una revisione critica su moltissimi studi di provenienza disparata. La dispersione dei valori rispecchia la diversità riscontrabile nelle varie aree geografiche: si va da un minimo di 2360 nell’Africa Sub Sahariana, a picchi di 3440 kcal / gg per persona nelle nazioni industrializzate. Estremi entrambi nefasti, anche se per ragioni opposte.

La disponibilità calorica media giornaliera dunque: 2940 kcal, stima Fao. Sono parecchie, ma si tratta di una disponibilità accertata e non di un fabbisogno: in media ci farebbe bene mangiare meno, e infatti il mondo in cui viviamo è affetto da una vera e propria epidemia di obesità. Nell’arco di un anno, un essere umano ingoierà, digerirà e brucerà qualcosa come 2.940 · 365 = 1.073.100 kcal. Posto che al momento la popolazione globale veleggia attorno a 7,3 miliardi di individui, ne possiamo dedurre che nell’arco dell’anno noi umani consumeremo mangiando 1.073.100 · 7.300.000.000 = 7,83363 · 10 15 kcal. Una discreta quantità di cibo convertita in energia. Facciamo intervenire adesso il nostro “fattore 10”, propagandato da tempo per rappresentare l’apporto di combustibili fossili nascosto nei consumi alimentari, e ci ritroviamo per le mani un apporto annuo di energia fossile di 7,8336 · 10 16 kcal. Poco o molto che sia, ci possiamo ragionare su.

Occorre qualche termine di paragone: quanta parte dei nostri consumi globali di energia da fonte fossile è richiesta per coprire una simile spesa? Il primo candidato al raffronto è ovviamente il petrolio; nel 2013 stando a BP abbiamo consumato 4185,1 milioni di t di combustibili liquidi di varia natura. Prendendo per buona la resa indicata nell’atlante di circa 10 7 kcal / tep, la produzione energetica totale annua per i liquidi risulta di circa 4,1851 · 10 16 kcal. La domanda di energia ipotizzata per la filiera agroalimentare, nell’ipotesi di applicazione del “fattore 10” in esame, eccede di parecchio questa quantità: 7,8336 / 4,1851 = 1,872. In pratica occorrerebbe impiegare tutti i liquidi disponibili, ed aggiungerne anche un + 87,2 % solo per riuscire a mangiare. Decisamente non è questo il caso, e d’altronde l’agricoltura non vive di solo petrolio.

Un termine di confronto alternativo potrebbe essere costituito dal consumo globale di energia primaria – sempre nelle rilevazioni dell’atlante BP: 12730,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio in forma di combustibili, rinnovabili, nucleare etc. Questo enorme flusso annuale di energia può equivalere grossomodo a 1,27304 · 10 17 kcal consumate. In questo caso, l’ipotizzata incidenza dei consumi energetici per l’agroalimentare risulterebbe pari a 7,8336 / (1,2730 · 10) = 0,615. Il 61,5% dei consumi globali di energia, per mangiare. La spesa libera per vestirsi, viaggiare, cementificare, fare guerra, curarsi – per tutto il resto insomma – non è ovviamente il 38,5 % rimanente: dobbiamo ricordare che l’industria energetica consuma a sua volta un frazione crescente dell’energia che movimenta solo per tenere in vita sé stessa. Forse potremmo concedere ai consumi liberi diversi dal cibo un residuo che orbita attorno ad un 25 – 30 % del totale in energia disponibile.

E così, eccoci a confrontarci con un modello di domanda energetica per l’alimentazione che ci lascia disponibilità residue in energia che potrebbero essere quelle di una società preindustriale; partendo da premesse apparentemente logiche e propagandate in buona fede da molti autori e commentatori. Cosa è andato storto? Il miglior candidato è il “fattore 10” dato per scontato. Non è così scontato, anzi: probabilmente ha scarsa attinenza con i valori medi reali. Nei numerosi passaggi occorsi a questa discussione è successa una cosa piuttosto semplice: si è preso un caso limite relativo ad una realtà circoscritta e lo si è assunto a paradigma avente validità generale. Le merendine in confezione di plastica fabbricate in Messico con ingredienti sudamericani e vendute alla frontiera del Canada hanno sicuramente una elevatissima impronta energetica ed ambientale, forse perfino oltre il nostro “fattore 10” in combustibili fossili incorporati nel ciclo produttivo. Però non costituiscono affatto la dieta ordinaria di nessuna persona, e comunque le differenze si ampliano percorrendo diverse aree geografiche.

E’ oggettivamente facile – e mi è capitato di vederlo fare – prendersela con pedoni e ciclisti raccontando loro che consumano più combustibili di un automobilista per percorrere un km di strada, fidando sul celebre “fattore 10” tanto discusso. Purtroppo, essendo fasullo l’assunto di partenza queste discussioni risultano inconcludenti: non casualmente laddove quattrini ed energia scarseggiano la bici spadroneggia, evidenza empirica sufficiente a farci capire dove stia la migliore efficienza energetica. Ridicolo il caso italiano, nel quale una delle più grosse e moderne agricolture del mondo consuma più o meno quanti i frigoriferi domestici esistenti nelle case dei residenti. La verità è che i numeri tondi tondi sono estremamente attraenti: tendiamo a sceglierli in maniera istintiva, e se c’è una cosa succulenta sono gli zeri. Dire “5” fa un certo effetto, cinque volte tanto; ma dire “10” è un’altra cosa. E’ un ordine di grandezza, e noi contiamo gli zeri prima di tutto. Così è estremamente facile scegliere valori ad effetto, e dieci è di sicuro effetto. Anche se magari non è vero. Impariamo ad ascoltare chi ci dice ” 0,77 – 1,15 “, o magari chi ci dice ” 3,4 +/- 0,81 “. E’ fastidioso, ma è meglio farsi infastidire da cifre realistiche che da decisioni errate basate su cifre imprecise. Le seconde ne ammazzano più della spada.

Questa voce è stata pubblicata in agricoltura, energia e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

8 risposte a Calorie fossili nel cibo che mangiamo, a decine

  1. Mauro ha detto:

    Anch’io me la prendo sempre coi ciclisti, ma non perché consumino tanto, bensì perché ritengono di essere liberi di non rispettare il codice della strada😉

  2. ijk_ijk ha detto:

    Singolare che in coda ad un’articolo che ci da la misura di ciò che abbisognamo per vivere tutto quello che uno trova da commentare è che i ciclisti non rispettano il codice della strada.
    Ora visto che mi sento insultato come normalissimo ciclista rivendico il mio diritto di infrangere il codice della strada nella misura in cui questo codice è stato forgiato ad uso e consumo degli automobilisti, categoria alla quale pure appartengo.
    Ad esempio, come un palestinese cacciato nel 47 dalla cisgiordania che si sente in pieno diritto di rientrare nei suoi territori così io rivendico il diritto di circolare contromano in città dove la larghezza della strada lo permette perchè questo diritto era mio prima che le auto me lo usurpassero con la complicita del legislatore..
    Detto ciò tronco qui la polemica.

  3. ijk_ijk ha detto:

    Venendo alla questione del fattore 10 fra cal. spese e ottenute in cibo che avevo gia sentito citare e su cui rimuginavo da tempo mi sento di dover ancora una volta ringraziare FDC per averlo smentito numeri alla mano.
    Però, mandando avanti un orto tradizionale, con motoaratura concimazioni etc, mi rendo conto che l’iniezione energetica in agricoltura non è affatto trascurabile. Certo che un’orto non ha l’efficenzaenergetica di una coltura estensiva.

  4. sesto rasi ha detto:

    sarebbe bello però non fare dell’ingegneria emotiva, per favore.
    Una persona adulta per stare “accesa” (metabolismo basale) richiede 70-90W (sorprendentemente per la maggior parte assorbiti dl cervello. Dopodichè si apprende che dal cervello sì, ma non per ragionare: per regolare le funzioni vitali, allora tutto è chiaro)
    Un podista (o un ciclista, o se preferite un pattinatore o qualunque organismo umano aerobiomaniaco) sviluppa ad andature prolungate un 1000W (chi più chi meno e comuque termici, cioè primari: quelli che scarica per terra o contro l’aria o per innanalzarsi in salita sono una frazione modesta del tutto, purtroppo. Diciamo 25% e torniamo in tema). Posto che 1000W vale per un atleta amatoriale abbastanza evoluto, cioè che possiamo anche concedere si alleni due ore per cinque volte alla settimana…. questo consumo non è poi molto lontano dalle restanti ore che trascorre a dormire o seduto a far l’impiegato….

    Quindi fate pure i conti e moltiplicate pure per dieci. O anche per venti se credete: vi pare che i nostri problemi energetici siano questi? E inoltre credo proprio che gli innegabili problemi a soddisfare il fabbisogno di cibo mondiale siano ben altri che quelli energetici (acqua? terreno?)

  5. LorenzoC ha detto:

    Comunque esiste una teoria secondo cui gli “idrocarburi” non sarebbero di orgine “fossile”, cioè risultato della decomposizione di accumuli di piante ed animali ma sarebbero invece di origine geologica, cioè rsultato di processi chimici che avvengono in prodondità nella crosta terrestre, da cui poi risalirebbero verso la superficie. Sappiamo già della presenza di idrocarburi gassosi su altri pianeti del Sistema Solare, bisognerebbe trovare anche del bitume.

    • fausto ha detto:

      Il petrolio abiotico non è una novità per il sottoscritto (iniziavo a studiare geologia a metà degli anni ’90). Però ha un problema: non può esistere oltre una limitata profondità per problemi di chimismo del mantello superiore.

      Se prendi rocce imbottite di Fe+++ (tipo granuliti a granati) e le metti al caldo con carbonio ridotto, otterrai carbonio ossidato e ferro ridotto a Fe++. Sorprendente il fatto che si continui a discutere di cercare idrocarburi laddove non possono esistere, e men che mai prodursi: dovremo accontentarci della robetta organica che estraiamo dai bacini sedimentari in giro per il mondo.

  6. UnUomo.InCammino ha detto:

    Stavo pensando che…
    In passato, nelle riunioni di studio del GAS, documenti citavano che il 30% dei cibo (ortofrutticolo) viene sprecato sul campo e, del rimanente, un altro 30% viene sprecato nella distribuzione e nelel case.
    Poi c’è il problema che noi ci cibiamo, talvolta, di cibi che hanno un computo energetico complicato.
    Ad esempio, la carne: non è molto ricca di calorie eppure, per produrre un chilo di carne bovina vengono utilizzati tot chili di cereali. Pietro, tornato a casa dal lavoro, si sbaffa una bella bsitecca fiorentina, pensa di sbaffarsi, a mo’ di esempio, 2000 kcal e invece se ne sbaffa 2000kcal x k.

    Come sottolinea Sesto, l’impronta ecologica degli homo non è solo quella energetica ma anche quella che si connota con altri problemi: perdita delle riserve di acque dolci, salinizzazione dei terreni, perdita di fertilità dei terreni, eutrofizzazione (le sostanze organiche, i reflui di parte rilevante di 7.3G homo che non tornano più ai campi ma finiscono nei corsi d’acqua), la perdita delle diversità, etc. .

    • fausto ha detto:

      Gli animali terrestri convertono granaglie in massa corporea in maniera notoriamente inefficiente. Con maiali pesanti o vitelli ti ritrovi 1/4 o 1/5 del peso investito sotto forma di peso vivo; poi fai gli scarti di macellazione. Vi lascio immaginare l’esito, per chi vuole informarsi il parametro coinvolto si chiama “indice di conversione alimentare”.

      Ovviamente, questo ragionamento ingigantisce il consumo calorico alimentare (che Fao considera tal quale “alla bocca” dei mangiatori bipedi). Se fossi stato perfido, avrei messo subito questo parametro nel conto: rendendo impossibile alloggiare il mitico “fattore 10” di cui sopra perfino in tre pianeti come il nostro. L’età rabbonisce.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...