Shale oil @ Cassandra Crossing?

Capriole recenti in tema di energia e quattrini: come va negli States? Avrete presente la vicenda petrolio / gas naturale non convenzionale. Riassunto rapido: le produzioni di idrocarburi Usa declinano dagli anni ’70, e non c’è verso di invertire la rotta; solo l’arrivo dell’Alaska fornirà un po di respiro. Ad un certo punto, qualcuno si fa venire l’idea di rivitalizzare l’estrazione di metano impiegando tecniche note da un buon secolo: fracking e compagnia bella, dapprima in sordina e poi in grande stile, permettono di riversare una marea di gas sul mercato nordamericano. Problema: si opera in perdita, impilando cataste di debiti; il prezzo scende – il gas è difficile da trasportare – e i costi sono alti. Arriva una terribile crisi, nel 2008 / 2009, e le aziende del comparto energia si fermano: gli impianti di perforazione vengono messi in parcheggio per molti mesi. La successiva ripresa dei prezzi del petrolio – ma non del gas – permette di rimettere in movimento il sistema: stavolta però gli operatori indipendenti Usa decidono di lasciar perdere il metano e si dedicano alla caccia dei liquidi. Shale oil, tight oil e via discorrendo: una inondazione di petrolio non convenzionale che crea tra l’altro un curioso divario tra i prezzi WTI e quelli del resto del mondo. Il gas naturale rimane abbondante, presentandosi stavolta come sottoprodotto del petrolio e non come bersaglio primario della ricerca. Tutto bene fino all’autunno del 2014, quando si verifica un secondo collasso dei prezzi del greggio non ancora superato.

impianti di perforazione petrolio gas attivi negli usa, dati mensili eiaImpianti di perforazione attivi negli Usa. Fonte: Eia.

Nella figura i rig operativi per interesse primario, riferiti ai soli Usa e basati sui valori mensili rilevati da Eia. Quel che si vede è storia nota: euforia per il gas nel 1999 / 2000, e veloce crollo a fine 2001. Lenta risalita a valori via via più elevati fino al 2008: le tecniche migliorano – a prezzo di enormi spese – e la fratturazione idraulica fa apparire una grande disponibilità di gas sulla piazza nordamericana. Assieme ad una montagna di debiti, visto che le aziende operano in perdita e si finanziano accumulando passivi e promettendo futuri guadagni ad investitori ingenui o imprudenti. Purtroppo l’energia costa mediamente un po troppo, il mondo economico soffre e va in crisi: si ferma tutto, c’è un terribile crollo. Lo sapete anche voi, è la grande crisi che qui in Italia pare non essere mai finita. Si riparte, e stavolta gli impianti di perforazione cercano petrolio anziché gas: questa tipologia di ricerca diviene dominante nel 2011. Infine la crisi recente: si ferma tutto. Prezzi troppo bassi anche per il greggio, inutile insistere a fare buchi per terra; più della metà delle piattaforme utilizzabili viene nuovamente parcheggiata in deposito.

Impianti di perforazione negli Usa, prezzo del petrolio WTI, dati mensili

Impianti di perforazione Usa, petrolio WTI $/bbl. Fonte: Eia, Index Mundi.

Altro confronto, rig totali contro prezzo del petrolio WTI; dato Index Mundi. La scelta dell’indicatore WTI va discussa: è vero che non funziona più bene, soffre un distacco dai valori medi globali; però questo dipende proprio dalla temporanea abbondanza di greggio ottenuto via fratturazione idraulica / solventi nei soli Usa. Se facciamo ragionamenti sulle aziende statunitensi, è il prezzo giusto per fare paragoni. Si noti bene che il crollo nel numero di rig operanti è sostanzialmente analogo nei due eventi, 08/09 e 14/15: prima implodono i prezzi, poi si fermano gli impianti. Il gap temporale è di circa 4 mesi, o meglio 4 +/- 1 mesi. I parallelismi comunque sono ovvi, mese più mese meno; in pratica è successa la stessa cosa, con poche differenze, in ambo i casi. E le aziende hanno reagito più o meno alla stessa maniera: si tira avanti per un po, poi ci si ferma. Sembra tutto uguale, una sequenza di eventi piuttosto ripetitiva. Eppure c’è una grossa differenza: dove sono i titoli dei giornali? Dove sono i terremoti di borsa? I fallimenti miliardari? Qualcuno li ha visti? Io no, e voi? La volta precedente, nel 2009, il disastro riempì la discussione pubblica. Stavolta gli indicatori industriali paiono avere seguito il medesimo cammino, ma non v’è traccia apparente degli effetti politici e finanziari. C’è un silenzio irreale, sembra di viaggiare in mezzo alla nebbia fitta a fari spenti.

U.S. onshore oil producers' debt service as a share of operating cash flow; frazione del bilancio delle compagnie petrolifere Usa spesa per rate ed interessi sul debito

Spese per debiti in % sul bilancio totale, compagnie petrolifere Usa. Fonte: Eia.

Eppure quello che sta accadendo non è poi così difficile da inquadrare. L’immagine presa a prestito dalla Eia racconta questo: gli operatori americani impegnati nella caccia allo shale oil / gas non sono semplicemente sommersi di debiti, sono soffocati di debiti. Vi ho raccontato in tante occasioni le chiacchiere che tutti ripetiamo: queste aziende sono oberate da centinaia di miliardi di $ di debiti, non hanno mai prodotto altro che debiti, hanno fatto qualche soldo smerciando diritti di estrazione, in moltissimi casi hanno ricavi che sono la metà dei costi operativi. E via dicendo, è una litania ben nota e noiosa. Però se ad un certo punto la revenue ottenuta dalla produzione perde valore, allora il contante che raccogli cala. Cominci a tagliare, e tagli le nuove perforazioni. Se il prezzo cade ancora, tagli il personale, tagli la manutenzione, tagli gli interventi sui pozzi esistenti. Tagli tutto, anche le suole delle scarpe. Ad un certo punto, a forza di tagliare, tutti i tuoi introiti vengono divorati semplicemente dalle rate che paghi ai creditori: basta niente, una piccola causa legale o un incidente secondario, e ti trovi senza contante in cassa. E’ quello il giorno del giudizio.

La Eia ci racconta che nel secondo trimestre 2015 i produttori Usa di petrolio – operanti sulla terraferma – stavano spendendo più dell’80% del proprio flusso di cassa operativo solamente per coprire rate ed interessi dei prestiti di cui erano gravati. Bisognerebbe però ricordare un paio di cose. Il dato esposto nella figura della Eia è una media mobile: in pratica si aggiorna in ritardo, e se c’è un incremento tende a non vederlo subito per intero. Oltre a questo, dovremmo notare che i prezzi del greggio WTI sono scesi ancora un po’ dopo maggio 2015. Non è detto che le compagnie petrolifere americane abbiano ancora a disposizione un qualche percento del proprio flusso di cassa: può anche darsi che in questo istante lo stiano devolvendo tutto a servizio del debito pregresso, vai a sapere. E’ nebbia fitta, ma una cosa è sicura: se ci sediamo e ci mettiamo a guardare, in tempi ragionevolmente contenuti vedremo sicuramente accadere qualcosa.

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8 risposte a Shale oil @ Cassandra Crossing?

  1. giomag59 ha detto:

    Lo scenario non è proprio rassicurante… quando questi hanno problemi trovano sempre il modo di ribaltarceli a noi…

  2. Pinnettu ha detto:

    Eppure, nonostante dai massimi del mese di giugno la produzione USA sembra aver perso 500.000 b/g, il WTI continua a stare su prezzi ridicoli.
    La fine delle società dello shale sembra sempre dietro l’angolo ma alla fine non arriva mai.

    L’ovesupply su scala mondiale resta considerevole, anche a fronte di una domanda che segna continuamente nuovi record.

    • fausto ha detto:

      Di sicuro abbiamo un grosso problema finanziario tra le mani: il cumulo di debiti insolvibili generato dall’avventura dei petrolieri americani da qualche parte lo dovremo pure mettere.

  3. Pingback: Spese per debiti | Energia & Motori

    • fausto ha detto:

      Interessante. L’estensore dell’articolo si è perfino permesso di fare qualche obiezione, al di là delle semplici pubbliche relazioni. La più fulminante: “…Siete la sola superpotenza del petrolio al mondo che non ne esporta….”.

  4. fausto ha detto:

    “…è veramente cambiato qualcosa?…”

    In termini industriali non così tanto come si vorrebbe raccontare. Nel complesso il Nord America rimane un importatore di combustibili, e a quanto pare resterà tale anche nel futuro visibile. G li ultimi dati disponibili non sembrano smentire queste nozioni.

    In termini finanziari ci sono state delle vere rivoluzioni: una frotta di ingenui ha versato un mare di quattrini dentro ad aziende che producevano sì petrolio e gas, ma a lato anche e soprattutto una marea di debiti. Al momento stiamo sperimentando la fase della bancarotta: i produttori Usa falliscono, e per realizzare cash flow estraggono a velocità folle quel che possono. Come dire: libri contabili in tribunale, output sempre al massimo.

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