Riforme illuminate in Spagna

Divagazione, ogni tanto ci vuole. Giungono voci interessanti dalla penisola iberica; non mi riferisco ai maneggi osservati in Portogallo, pure degni di nota. Sono gli spagnoli a tenere banco, con una splendente riforma del mercato del lavoro: chi aveva scambiato Rajoy per un democristiano deve ricredersi. Nel testo promozionale offerto da Linkiesta: “….Con la riforma si potrà licenziare per ragioni economiche e dietro adeguato indennizzo (20 giorni per anno lavorato per un massimo di dodici mensilità) più facilmente qualora gli enti, le organizzazioni o le entità del settore pubblico in questione abbiano accumulato almeno tre trimestri di bilancio consecutivo in deficit ….”. Il firmatario del pezzo sembra offrire i licenziamenti di massa dei dipendenti pubblici come soluzione ad ogni problema; l’articolo non è ovviamente commentabile. Per chi di voi volesse sapere per quale motivo queste ricette sono dannate al fallimento, consiglio un vecchio riassunto che purtroppo rimane sempre attuale. Gli italiani non padroneggiano le operazioni aritmetiche; una disgrazia che affligge la nazione fin dai tempi della Riforma Gentile.

A parte le imbarazzanti ovvietà numeriche – impossibile risanare un’azienda tagliando i percento dei percento, visto che parliamo di parti per diecimila – vi prego di notare che la trovata spagnola porta con se un concetto assolutamente sorprendente: qualcuno ruba e sfascia, e qualcun altro paga. In un ente pubblico sommerso di debiti contratti tra mazzette, appalti taroccati, benefit da gran signori e vitalizi degni d’un principe, è abbastanza ovvio che non sia il caso di prendersela con chi lava i cessi o spegne gli incendi. L’idea del governo spagnolo ad oggi parrebbe questa: i dirigenti ed i politici rubano e devastano i bilanci, e a venire condannati saranno operai stradali, maestre di scuola, impiegati precari ed elementi affini. Una strategia disfunzionale, che noi italiani applichiamo in sordina da anni. Se non vi siete girati dall’altra parte, potete vedere bene da voi con quali risultati. La cosa che sorprende nel caso spagnolo non è la novità del concetto – per niente nuovo – ma la spavalderia: quel che prima si praticava di nascosto ora viene apparentemente trascritto in un testo di legge.

Volete risanare un’azienda? Immagino che cercherete di incidere sulle scelte sbagliate fatte in passato. La prima domanda è: chi le ha fatte quelle scelte? Il tornitore? Il carrellista? L’impiegata che spedisce le raccomandate? No, vero? Lo sapete anche voi chi è che ha sbagliato: chi ha preso delle decisioni rivelatesi errate. Proprio loro, i manager dagli stipendi d’oro. Fate un bel gioco: li cacciate a pedate e li sostituite. Scommetto che la barca si raddrizza – se non altro perché da soli costano spesso di più degli operai che dovrebbero guidare. Comunismo? Scemenze. Si chiama responsabilità: se fai un mestiere, devi rispondere di quello che fai. Se pretendi di far pagare agli altri le fesserie che combini, non sei né un paladino della libertà né un difensore della patria: sei un truffatore. Proposta agli spagnoli: se l’ente pubblico è in crisi, che mettano a casa i vertici dell’ente e ridiscutano le gare d’appalto. Vedete che fuggi fuggi.

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3 risposte a Riforme illuminate in Spagna

  1. Mauro Venier ha detto:

    Spiegazione ineccepibile. Quanti la capranno?

  2. Mauro Venier ha detto:

    Capiranno, naturalmente…

  3. giomag59 ha detto:

    Siccome chi sfascia è anche quello che si fa le leggi, finché tutti gli altri li lasceranno fare invece di prenderli a mattonate sui denti, fanno bene a mio parere. Anzi, ad maiora! Perché non pensare anche ad una forma di risercimento danni, invece, altro che indennizzo!

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