La Grecia sconfitta, i profughi, l’ingenuità dell’arroganza

Attentati a parte, c’è sempre la fiumana di profughi ed immigrati che vagano in giro per i Balcani ed il Mediterraneo. Questa è una cosa che nessuno si è sforzato di nasconderci, troppo vistosa perfino per tentare. Quante siano le persone in marcia nello spazio compreso tra Grecia e Germania è difficile da stimare, ma una cosa è chiara: sono una moltitudine. E questo discorso vale anche per l’Italia o la Spagna, periodicamente investite da ondate di “migranti”; etichetta generica, dal tono velatamente ornitologico, tanto in voga oggigiorno. E c’è una storia, una favoletta se volete, che merita di essere raccontata e che ha relazioni probabilmente importanti con tutta questa vicenda. Intanto domandiamoci: quante persone? Lungo quali tragitti? Con quale tempistica? Partiamo dall’Italia, per prendere il giro largo – e ricordando che al momento la Spagna pare risparmiata dal fenomeno.

sbarchi 2014 2015 di immigrati e rifugiati sulle coste italianeSbarchi di immigrati e profughi in Italia, 2014 / 2015. Grafica: UNHCR.

I dati – di primissima mano per molte ragioni – ce li fornisce direttamente l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Che mette a disposizione un riassunto grafico della situazione sbarchi sulle coste italiane, riportato nell’immagine in alto. Quello che è accaduto è semplice: nel 2014 c’è stata una ondata di arrivi in estate – eventualmente più di 20.000 al mese – e nel 2015 anche; ma per qualche ragione, a partire da settembre 2015 c’è stato un tracollo nel numero di nuovi immigrati giunti via mare. Il dispositivo di sicurezza non è cambiato molto: solo che gli immigrati non arrivano più. Forse siamo già scesi a 3.000 individui al mese o giù di li, e non sembrano esserci ragioni apparenti per questo. Si noti la provenienza di queste persone: sono quasi tutti africani, eccetto qualche percento di siriani. Nei due anni trascorsi ci siamo liberati del problema evitando accuratamente di registrare queste persone e lasciandole camminare verso le destinazioni predilette – paesi con qualche soldo in cassa; attualmente il problema qui in Italia è irrilevante, e se ci fate caso i media italiani hanno quasi smesso di parlarne.

arrivi di immigrati e profughi in Grecia, 2014 2015Sbarchi di immigrati e profughi in Grecia, 2014 / 2015. Grafica: UNHCR.

Nel caso della Grecia le cose sono andate in maniera piuttosto diversa. I dati in forma grafica sono ancora opera di UNHCR. I greci hanno un esercito notoriamente sovradimensionato, e sorvegliano in maniera paranoica la frontiera marittima esposta alla Turchia; tra i due popoli non corre buon sangue. Per rendersene conto, basta spulciare l’enciclopedia: hanno riempito le isolette dell’Egeo di unità dell’esercito. Un messaggio piuttosto chiaro, piazzare comandi militari sopra a scogli in mezzo al mare. E in effetti, almeno nel 2014, la militarizzatissima Grecia non ha avuto alcun problema a gestire l’affare sbarchi: poche migliaia al mese, al massimo 7.000 o poco più. E dire che i conflitti mediorientali erano in pieno svolgimento da parecchi anni, incluso quello siriano: ma evidentemente i greci non erano favorevoli alle visite dei profughi. Nessun problema a tenere sotto controllo la situazione, con le maniere forti.

A partire da aprile 2015 cambia tutto: inizia un trend di crescita esponenziale. Le isole greche sono prese d’assalto da torme di rifugiati – mischiati anche ad emigranti spinti da ragioni economiche. Il prevalere dei primi si intuisce facilmente dal fatto che si presentano molte famiglie con donne e bambini. Rapidamente il flusso diviene imponente, fino a toccare le 200.000 persone sbarcate solo ad ottobre; a novembre saranno forse pochi di meno. Un esodo biblico, che tra l’altro non fotografa eventuali arrivi via terra – probabilmente non irrilevanti. Nessuno pare curasi del problema: i barchini dei trafficanti di uomini viaggiano indisturbati nel mare a cavallo tra Grecia e Turchia. Semplicemente questa fiumana di persone passa e se ne va verso nord, con qualsiasi mezzo disponibile dai piedi al treno all’autobus, e questo è quanto. Sorprende abbastanza il fatto che un apparato militare capace di blindare la frontiera per anni abbia improvvisamente aperto ogni porta disponibile, al punto da rendere perfettamente inutile la via attraverso l’Italia – è questa la vera ragione della diminuzione degli sbarchi nostrani.

percorso immigrati e profughi, Grecia, Balcani, Austria, Germania, UngheriaRotta di emigrazione tra Grecia, Balcani e Germania. Grafica: Europol, BBC.

La situazione ad oggi è quella che possiamo intuire osservando i telegiornali: la via balcanica domina la scena. I dettagli del tragitto ce li fornisce Europol, via BBC. Nessun passaggio alternativo pare rivaleggiare questo percorso; niente Bulgaria né Mar Nero. Il viaggia funziona così: si sbarca su un’isoletta greca dell’Egeo, e la gita prosegue senza troppi drammi fin nel cuore dell’area Schengen. Non è che poi il nord Europa riceva immigrati solo in questa maniera, esistono anche percorsi più settentrionali: per esempio per chi parte dall’Afghanistan. Però la via greca è oggi, diversamente dal recentissimo passato, una via garantita: pare che nessuno abbia interesse o desiderio di fermare la folla in movimento. E così, i 700.000 transiti del 2015 non faticano a ridicolizzare i nemmeno 145.000 stimati sulle coste italiane nello stesso lasso di tempo. E l’annata non è ancora finita.

Vi ricordate Tsipras? E’ il primo ministro della Grecia, ormai da gennaio 2015. Il suo arrivo aveva prodotto molta confusione, posto che non si tratta di un personaggio tenero nei riguardi di banchieri e grassatori. Dopo varie tornate negoziali, le autorità finanziarie che tanto hanno deciso per la Grecia hanno proseguito per la propria strada facendo digerire al governo riottoso ulteriori misure di “austerità” – un termine talmente inadatto a descrivere le richieste di questi signori da apparire satirico. Il perché si è permesso di spiegarcelo perfino D’Alema, a riprova dell’evidenza. Ad ogni modo il greco è stato rimesso in riga. Provate a piazzare nel vostro motore di ricerca chiavi come “Tsipras sconfitto” o “Tsipras umiliato”; con i risultati potreste riempirci un’enciclopedia. Quel che si da per scontato è che i greci abbiano alzato le mani, che passino il tempo a litigare tra di loro e che siano prede inermi di una combriccola di ladri impossibile da smuovere, ben supportata dall’esterno peraltro. Una vulgata che ad oggi non sembra scontare dubbi di sorta, almeno non quando viene proposta al telegiornale.

Sapete, i bulli della classe sono grossi ed arroganti; ma sono anche terribilmente ingenui. Chi vince troppo, e per troppo tempo, finisce sempre alla stessa maniera: comincia a ritenersi invincibile. E’ una malattia che fa parte della natura umana, l’arroganza. E dire che gli avvertimenti c’erano stati: sapete chi è Panagiotis Kammenos? E’ un politico greco, per breve tempo ministro della difesa con il primo governo Tsipras. Un personaggio insapore come tanti politici, eccetto che per una faccenda: alcune particolari dichiarazioni rese alla stampa a marzo 2015, riportate ad esempio dal Telegraph. Il nostro simpatico ministro diceva “…if they deal a blow to Greece, then they should know the migrants will get papers to go to Berlin,” he said. “If Europe leaves us in the crisis, we will flood it with migrants, and it will be even worse for Berlin if in that wave of millions of economic migrants there will be some jihadists of the Islamic State too. …”. Tradotto: cari amici, voi avete le cambiali ma noi abbiamo la frontiera. Se insistete saranno dolori: ci basta fare finta di non vedere. Buon 2015, e buona fortuna.

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10 risposte a La Grecia sconfitta, i profughi, l’ingenuità dell’arroganza

  1. LorenzoC ha detto:

    Questo post si dovrebbe intitolare “la bellezza di avere spiegazioni per un problema di cui non si è capito una fava”. I Greci non sono stati derubati. Ti derubano quando ti sottraggono qualcosa che è tuo. I Greci hanno fatto come gli Italiani del Centro-Sud, cioè hanno costruito un relativo benessere sulla Spesa Pubblica, chiedendo i soldi in prestito e falsificando i bilanci per mascherare fino a quando è stato possibile il vero deficit della Nazione. La ragione per cui Tsipras non ha cavato un ragno dal buco era già ovvia dalla premesse, da cui è stata tutta una sceneggiata napoletana, infatti i Greci sopravvivono solo grazie ai soldi che ancora adesso gli vengono prestati. Il problema fondamentale è che in Grecia non si produce niente, è intrinsecamente un Paese povero, non in grado di sostenere la popolazione con un tenore di vita a livello europeo. Quindi Tsipras può dire “stracciamo ogni trattato, nazionalizziamo tutte le banche, rinneghiamo il debito” ma un minuto dopo non ha niente da dare da mangiare ai Greci, non ha modo di distribuire corrente elettrica, eccetera, la Grecia piomba nel medioevo autarchico, l’unico che può avere. Difficile fare i ganassa mentre nello stesso momento si fa il giro col cappello in mano a raccogliere l’elemosina. Orgoglio greco.

    L’immigrazione è tutto tranne che spontanea e si capisce da due fattori ovvi e banali: è impossibile che milioni di persone si spostino in ciabatte su quelle distanze e nello stesso momento la propaganda cerca in tutti i modi di metterci davanti al fatto compiuto. Nella prima fase gli immigrati facevano i lavori che noi non vogliamo fare e ci pagavano le pensioni, poi c’è stata la fase della sottovalutazione, sono quattro gatti e poi la fase dei “rifugiati”, menzogna ridicola perché tutti vedono che quasi nessuno straniero viene da zone di guerra. Ora, la domanda dovrebbe essere “cui prodest” ma non la farei alla Boldrini.

    • fausto ha detto:

      “…I Greci non sono stati derubati. Ti derubano quando ti sottraggono qualcosa che è tuo….”

      Quindi se tu saccheggi e devasti un continente e qualcuno vuole prenderti qualcosa, quel qualcuno ti sta derubando. Il discorso – bacato alla base – si esaurisce davanti ad elementari considerazioni di sopravvivenza. La guerra non lascia mai molto spazio ai sensi di colpa.

      • UnUomo.InCammino ha detto:

        Non ho capito la tua risposta, Fausto.

        Puoi dare riferimenti a quanto appare in “se tu saccheggi e devasti un continente e qualcuno vuole prenderti qualcosa”

        Chi saccheggia cosa? Quale continente? Qualcuno chi?

  2. fausto ha detto:

    Il saccheggio non è un mistero. Negli anni duemila la combriccola costituita dal banchiere centrale e suoi azionisti (essenzialmente banche private) ha pompato una bolla del credito che avrebbe dovuto sostituire la compianta crescita. Non è stata una bella idea, e l’effetto è noto: soldi spesi a debito in sciocchezze solo teoricamente remunerative. Tipo gli appartamenti vuoti in mezzo ai campi.

    Quando è arrivato il crack, le banche (francesi, tedesche….) che avevano realizzato investimenti imbecilli avrebbero dovuto fallire. Funziona così il rischio d’impresa. Le cose sono andate diversamente, esemplare il caso spagnolo: i debiti impiegati nella bolla immobiliare – diretta dall’esterno e tollerata dall’interno – sono stati nazionalizzati. Come dire: il privato fa sciocchezze, e se le fa grosse paga il contribuente. Non tutti i contribuenti però: solo quelli di alcuni paesi, tanto per chiarire bene a tutti che qualcuno che comanda c’è. Ovviamente nella nazionalizzazione di quei debiti e nel gioco degli “aiuti” susseguenti qualcuno ha mangiato tutto il possibile: indovinate chi?

    • UnUomo.InCammino ha detto:

      Beh, il ciclo di Frenkel

      Siolo che tu tendi a rompere un dipolo e lì è l’errore.
      Nessun banchiere ti potrà vendere del debito se tu rinunci al debito.
      Sia i parlamenti che, peggio, le popolazioni hanno entusiasticamente goduto dell’aumentato tenore di vita dovuto all’introduzione di una moneta forte in economie deboli.
      Mi ricordo, l’Italia degli evasori berlusconisti era diventato il primo mercato europeo per berline tedesche di gamma alta.
      Insomma, per una relazione di debito-credito non basta il creditore, ci vuole anche il debitore. Anzi, se il debitore fa una scelta spartana, autarchica, sobria, manda a scopare il mare il venditore di crediti. E con esso la mercedes o il sottomarino tedesco.

      E nelle relazione usuraria eticamente il debitore ha maggiore responsabilità perché con un suo no inibirebbe sul nascere il problema.

      • UnUomo.InCammino ha detto:

        Aggiungo che cattolici e sinistra sono tra i principali responsabili ideologici con il loro dirittismo (anche di recente il Bergoglio ha ribadito il diritto alla felicità ad una bambina).
        Non c’è alcun diritto.
        Il fatto che – se ricordo bene – nella costituzione illuministica degli stati uniti ci sia il diritto alla felicità indica come questa assurda credenza sia ormai non solo dilagata ma anche resistente.
        Il risultato del diritto a tutto e di questa dissociazione dalla realtà sono poi deficit sempre più gravi e debiti neppure più dicibili.

        Poi qualcuno dirà che tot milioni di greci hanno il diritto per x milioni di persone (x monotono crescente) al tenore di vita y (monotono crescente)…. quando il territorio su cui vivono produce due ceci e tre sardine e ha tre pini semi rinsecchiti.
        Però è un diritto!

  3. fausto ha detto:

    Capisco perfettamente le obiezioni, e non intendo operare alcuna difesa d’ufficio di una banda di sprovveduti, evasori, arraffoni. Noi mediterranei siamo tutti fatti così. Volevo solo sottolineare le complicità – lampanti – offerte dall’apparato dell’eurozona. I banchieri condividono le colpe dei bagarini di provincia.

    Il discorso sui diritti / doveri è già più a tema e devo ammettere che mi interessa moltissimo. Mangiare è un diritto? Un privilegio? Una botta di culo? Chi conosce la risposta probabilmente sa cosa sta accadendo oggi ai greci.

    • UnUomo.InCammino ha detto:

      Mangiare non è un diritto.
      Il fatto che esistano milioni di persone che soffrono la fame è una ovvia dimostrazione.
      In ecologia uno degli assiomi è “In natura non si mangia gratis”.
      Sul piano antropocentrico invece da tempo si afferma che ogni cosa sia un diritto. la cosa ovviamente è un falso ideologico. L’indicatore importante infatti è la sostenibilità che è una condizione necessaria (ma non sufficiente). Nel blog di Ugo Bardi si riportavano le parole di uno scienziato che osservava, tra il serio e il faceto che “L’insostenibilità non è sostenibile.”
      Per tornare alla questione del cibo, ad esempio: è sufficiente che
      1 – l’impronta ecologica alimentari superi la biocapacità alimentare;
      2 – non si riesca ad importare capacità (importazioni di alimenti) o a esportare impronta ecologica (ovvero mandibolatori ovvero migrazioni di massa) che una parte rilevante di quella popolazione non avrà più cibo.

      Purtroppo stiamo perdendo memoria della fame (ma i miei, ad esempio, l’hanno vissuta).

  4. quesalid1 ha detto:

    OK. Play by the rules:
    1) Io ho un sacco di soldi da prestare
    2) Li ho già prestati a quelli che potevano ridarmeli
    3) Restano quelli più rischiosi (che forse non possono ridarmeli)
    4) Gli presto i soldi (anche se non dovrei)
    5) Loro se li prendono (anche se non dovrebbero)
    6) Loro non sono in grado di ridarmeli e quindi falliscono
    7) Io non rivedo più i miei soldi

    Now modify the rules (bail out):
    7) Io non rivedo più i miei soldi, e rischio di fallire a mia volta
    8) Siccome sono grande e grosso, se fallisco trascino con me tanta gente
    9) Allora lo Stato interviene e mi salva con i soldi dei contribuenti
    10) Io mi sono salvato dalle mie cattive scelte che sono andate a finire a carico di altri (diversi da me e completamente estranei alla cosa)
    11) Loro rimangono con i debiti che il loro Stato fa pagare a tutti i cittadini (indiscriminatamente)
    12) Se avessero una moneta indipendente (Argentina) potrebbero svalutare e creare inflazione, recuperando competitività (lo facevamo noi negli anni settanta quando avevamo la lira).
    13) Se sono dentro l’euro non sono in grado di svalutare e quindi non c’è alternativa al continuare a prestargli i soldi.

    Now modify the rules again (bail in):
    7) Io non rivedo più i miei soldi, e rischio di fallire a mia volta
    8) Siccome sono grande e grosso, se fallisco trascino con me tanta gente
    9) Allora lo Stato interviene e mi salva ma con diverse condizioni:
    10) Azzera tutti i capitali dei miei azionisti (dovevano sapere cosa stavo facendo dello loro società)
    11) Coinvolge, se del caso, anche i grandi correntisti (dovevano informarsi di come venivano utilizzati i loro depositi)
    12) Se tutto questo non basta, nazionalizza la banca, la ripulisce, azzera azionisti e management (eventualmente li persegue penalmente se hanno commesso reati), fa una bad bank su cui scaricare i cattivi crediti e rimette la banca ripulita sul mercato, recuperando una parte delle risorse pubbliche utilizzate per l’operazione
    13) Quelli a cui ho prestato i soldi non hanno più debiti (sono falliti), ma questo comporta che hanno un rating creditizio sottozero e nessuno gli presterà più soldi, se non a tassi molto alti.
    14) Se avessero una moneta indipendente (Argentina) potrebbero svalutare e creare inflazione, recuperando competitività (lo facevamo noi negli anni settanta quando avevamo la lira).
    15) Se sono dentro l’euro non sono in grado di svalutare e quindi non c’è alternativa al continuare a prestargli i soldi.

    Now modify the rules again (systemic risk):
    1) Io sono talmente grosso che se finisco nei guai rischio di trascinare tutto il mondo finanziario con me – quindi, qualunque sbaglio commetto, comunque lo Stato mi deve salvare
    2) Lo Stato mi impone di fare una analisi della mia struttura e di presentare un piano in cui analizzo i rischi, presento delle azioni per ridurli, presento un piano di “demolizione controllata”: in caso di fallimento la procedura deve indicare come posso essere smembrato in sottoinsiemi separati che possono essere venduti, liquidati o rimessi sul mercato.

    Polonius:
    Neither a borrower nor a lender be,
    For loan oft loses both itself and friend,
    And borrowing dulls the edge of husbandry.
    Hamlet Act 1, scene 3, 75–77

  5. Pingback: La Grecia e Schengen: le inflessibili leggi della geografia | Far di Conto

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