110 e lode a 28 anni, o della durezza dell’aritmetica

Il ministro Poletti ci racconta un paio di cose attorno al mercato del lavoro. Ci dice che non serve a niente studiare tanto per prendere qualche voto in più all’università, molto meglio sbrigarsi e laurearsi alla svelta. Nel riassunto del Fatto: “…Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21… [omissis] …in Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo…”. Istintivamente ho sempre pensato anch’io che la vita da studente universitario fosse deprimente, meglio levarsi da li alla svelta; se hai un paio di 20 sul libretto non ti viene la scabbia. Poi ho avuto modo di ricredermi, ma indietro non si torna: amen.

Però. però ci sarebbe un problema: fuori dall’università cosa fai di preciso? Vai a lavorare? Dove? Sapete, il mercato del lavoro è un sottoinsieme del sistema demografico – semplificato all’osso tra l’altro. Ci sono ondate di esseri umani che viaggiano attraverso gli anni del calendario seguendo la dannata freccia del tempo; alla stessa maniera viaggiano le coorti dei lavoratori, né più né meno. In un mondo di datori di lavoro attempati e un po sorpassati, tutti uguali gli uni agli altri, i giovanissimi non interessano più a nessuno: ed infatti nessuno li assume più, la vera ragione che induce un numero crescente di costoro a tentare la via dell’istruzione superiore ed universitaria. Posti di lavoro più o meno sempre uguali a livello numerico, età pensionabili in folle salita, crisi fatta pagare agli ultimi arrivati.

Poi c’è la dannata aritmetica, capace di fare strage di tante chiacchiere pompose – anche le mie. Quanti sono i residenti in Italia? 60 – 61,5 milioni di persone circa? Va bene come stima, e varia secondo le fonti; non importano gli zero virgola. Gli occupati, le persone al lavoro, sono più o meno 22 – 22,5 milioni. Come dire che stiamo mandando a lavorare in regola più o meno il 36,7% della popolazione residente – forse lievemente ottimistico, ma questa era la stima Istat per il 2014. La speranza di vita per gli italiani globalmente orbita attorno a 83 anni. Ne consegue facilmente che 0,367 · 83 = 30,461. Più o meno trent’anni a testa, questo è il lavoro retribuito su cui può contare un italiano. Con i difetti tipici di ogni media brutale.

Dunque, cosa ci propongono i nostri cari leader? Di sbrigarci con l’università e trovarci un lavoro? Se hanno deciso che dovremo andare in pensione a 66 / 67 anni d’età, e se consideriamo gli anni di lavoro disponibili per ciascuno di noi, allora si fa presto a capire la situazione: il primo ingresso fattibile nel mercato del lavoro dovrà posizionarsi più o meno attorno ai 35 anni d’età; immaginando che la maternità riesca a distorcere un po al ribasso il dato. Il solerte ministro ci dice che dobbiamo entrare nel mondo del lavoro a 21 anni. Benissimo: prepariamo quindi i giovani italiani ad una lunga vacanza non retribuita.

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4 risposte a 110 e lode a 28 anni, o della durezza dell’aritmetica

  1. Gianni ha detto:

    l’aritmetica supporta un argomento ben più consistente. chi si laurea a 30 anni con 110 e lode è una persona che ha provato almeno nel suo percorso universitario ad approfondire e a fare una tesi di ricerca. E ciò educa terribilmente il cittadino a un approccio critico, argomentato, scettico. Cosa profondamente pericolosa per chi gestisce il potere.

    Chi si laurea a 22 anni accentando ogni compromesso, sceglie l’apparenza, l’ignoranza con un libretto pieno di esami passati, sceglie l’utilitarismo, la laurea come ponte per il mondo vero doeve si arriverà pronti ad accettare compromessi al ribasso.

    Ecco spiegata l’uscita di tale ministro…

  2. Ciao, ho letto il tuo articolo con interesse perchè anche io sono stato colpito dalle affermazioni del ministro. Sono arrivato però a conclusioni opposte alle tue, per quanto la persona in questione non mi piaccia minimamente. Forse perchè sono partito da presupposti diversi. In ogni caso mi farebbe piacere che gli dessi un’occhiata e magari lo menzionassi nel tuo articolo come punto di vista diverso. Una buona serata.

    http://www.hybrisanastro.com/index.php/2015/11/27/poletti-28-anni-110-lode-non-serve-a-un-fico/

    • fausto ha detto:

      In realtà non ho nulla contro Poletti, che è sicuramente un brav’uomo. Il problema suo e di altri personaggi della sua generazione è che credono di vivere negli anni ’80. Non capiscono i termini dei problemi che dovrebbero risolvere, problemi con truculenti connotati aritmetici.

      Se il lavoro non c’è, è inutile raccontare agli “inoccupati” che è colpa loro se non sono stati capaci di scovarlo rovistando in un cassonetto. Il lavoro non c’è e basta. Sciupano energie a cercarlo, dacché cercare una cosa che non esiste non la fa apparire: continuerà a non esistere per quanto la si cerchi.

      Paradossalmente, far accelerare il decorso degli studi e magari disincentivare le iscrizioni non servirà ad altro che ingrandire la pletora di persone che allungano la fila all’ufficio di collocamento. Non c’è nulla di più sconosciuto dell’ovvio?

      • il punto di vista più sensato è quello che ho scritto in un commento. Laurearsi a 30 anni è segno di approfondimento e di ricerca scientifica: cose che richiedono tempo e “scetticismo”, entrambi disvalori per il sistema politico ed economico. Ecco perché Poletti ci vuole tutti fuori dalle università a 23 ANNI, instupiditi e pronti ai compromessi nella vita reale.

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