Trivelle & referendum: il gas naturale che avevamo

Ci risiamo: gli italiani si avvicinano al consueto derby che oppone gli strenui sostenitori di qualsiasi cosa agli indomiti oppositori di qualsiasi cosa. E’ parte dello spirito nazionale, siamo tipi davvero sportivi: ci dividiamo in squadre – in genere due – e cominciamo a darcele di santa ragione. Di solito non vince nessuno. Stavolta la partita viene disputata attorno alle “trivelle”, meglio note come “impianti di perforazione” o anche come “concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi”. Antefatto: pochi anni fa il governo Berlusconi III – era aprile 2006 – decretò la possibilità di estendere la durata di vita di alcune concessioni di estrazione di petrolio e gas in mare, specificamente entro le 12 miglia nautiche dalla costa. In senso generale, i vari governi succedutisi nell’ultimo decennio hanno varato provvedimenti miranti a riprendere le redini degli iter autorizzativi e dei controlli connessi a varie grandi opere, tra cui quelle dedicate all’estrazione e trasporto degli idrocarburi.

Buon ultimo il governo Renzi – non poteva mancare – a produrre decreti legge per definire cose come la “strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi”. La storia dei provvedimenti oggetto della tornata referendaria è complessa ed articolata, ma è abbastanza chiaro che la linea di condotta tenuta a Roma è rimasta invariata al passare dei vari governi. Bisogna fare buchi ovunque, nessuno deve permettersi di eccepire al riguardo e gli idrocarburi presenti sotto i nostri piedi devono venire fuori immediatamente. Questa la filosofia che ci ha governati per un decennio. Ora dei vari quesiti oggetto di consultazione è rimasto sul tavolo solo quello relativo alle concessioni sotto costa, ma il significato politico e mediatico del referendum cambia di poco: le trivelle vi piacciono o no?

Sapete, i politici sono simpatici e ciarlieri. Potremmo ascoltarli per ore e ore senza percepire alcunché; però tengono compagnia. Ci raccontano che c’è questo duello tra chi vuole cercare petrolio e gas metano ovunque, anche in mezzo agli stabilimenti balneari, e chi invece vuole impedirlo per tutelarci dai rischi di attività azzardate piene di incognite per l’ambiente. La realtà misurabile però è sempre a disposizione, parla da sola, vale la pena considerarla. Cosa abbiamo fatto fino ad oggi in tema di idrocarburi? Il petrolio italiano è sempre stato poca roba, ma il gas è altra cosa, ne abbiamo estratto anche noi. Il gas naturale prodotto qui in Italia quindi, in che acque naviga oggigiorno? Cosa ha fatto in passato? Che prospettive può avere?

Referendum 17 aprile gas naturale metano trivelle perforazioni piattaforme produzione e consumo italia incidenza percentuale produzione interna nazionale metri cubiProduzione e consumo di gas naturale in Italia. Fonte: BP.

Per eccesso di pigrizia, mi limito a restituire i dati dell’atlante BP. Dunque, il metano in Italia: bella storia finita male. Fino ai primi anni ’70 avevamo una produzione sufficiente a coprire quasi tutti i consumi; con le crisi petrolifere però la domanda ha preso il volo. Il gas costa meno del petrolio, e dovendo scegliere abbiamo scelto di insistere con il gas. Le produzioni nazionali però, nonostante l’evidente interesse, sono rimaste al palo: il picco registrato a metà anni ’90 non ha potuto fare molto davanti a consumi che crescevano a ritmi serrati. Morale: produzione interna in leggero declino, ma comunque sempre irrilevante davanti a consumi che sono arrivati a sfiorare gli 80 miliardi di metri cubi annui. Ad oggi il metano prodotto in Italia, nonostante il ridimensionamento recente dei consumi, non sembra proprio in grado di tornare a coprire più di un 11 – 12 % della richiesta totale. Ma le riserve che fanno? Quanto gas abbiamo sotto i piedi?

Referendum gas naturale metano idrocarburi fossili riserve italia metri cubi variazione annua riserve metri cubiRiserve  di gas naturale in Italia. Fonte: BP.

La storia delle riserve di gas in Italia è istruttiva. Abbiamo vissuto una stagione nella quale crescevano velocemente, a causa della scoperta di nuovi giacimenti e anche grazie alle evoluzioni tecniche. Con la fine degli anni ’80, abbiamo assistito ad una stasi e poi ad un graduale declino. Si badi bene, è normale che la stima delle riserve cambi di continuo in maniera impulsiva ed apparentemente bizzarra. Il prezzo di queste materie prime è instabile, e se diminuisce ci sono produzioni che diventano antieconomiche, finiscono fuori mercato; succede il contrario se i prezzi aumentano: pian piano vengono incluse nel conteggio quote di materia prima più costose. Nel mentre, la tecnologia si trasforma e si evolve; e si trasformano le condizioni normative circa la tutela ambientale e la gestione degli impianti. Questo marasma di fattori che si accavallano e si disturbano è la causa di tutta l’instabilità che osserviamo nella stime delle riserve di gas naturale, anzi: di qualsiasi risorsa.

Il caso italiano però, dopo decenni di attività, offre alcuni insegnamenti chiari e lampanti. Primo: se estrai il gas, pian piano lo esaurisci. Non è banale e non tutti lo accettano, ma la regione estrattiva di cui disponiamo ha vissuto un declino inequivocabile ed ufficialmente certificato delle riserve disponibili; il grafico parla da sé. Secondo: la contabilità delle riserve in Italia la facciamo bene, almeno quella. Se ci fate caso, le disponibilità dichiarate nell’intervallo 1989 – 2009 sono diminuite di più di 240 miliardi di metri cubi; nello stesso lasso di tempo la produzione cumulata nazionale è stata di circa 285 miliardi di metri cubi. Come dire: più o meno stimavamo di avere quel gas sotto i piedi, e ne abbiamo cavato poco di più. Non è un fatto scontato, visto che le riserve “accertate”, “probabili” e “possibili” sono un argomento che frequentemente soffre speranze infondate o addirittura inganni intenzionali. E’ a suo modo una esperienza di successo.

Terzo: a volte non basta una crisi per invertire una tendenza. Dopo l’esplosione dei prezzi del petrolio nel 2008, l’interesse per le nuove avventure estrattive è cresciuto molto. C’è stata una enorme ondata di investimenti per scovare materie prime bizzarre e difficili. In Italia la spinta è stata fortissima, anche a causa dei contratti sbagliati che avevamo firmato in tema di gas: vi ricordate i celebri oil linked ? Prezzi del metano importato eccessivamente legati a quelli del petrolio, divenuti insostenibili. Tutto questo ha prodotto un generalizzato interesse per la ricerca degli idrocarburi di casa nostra. Questa spinta colossale, perfino più forte che in altri paesi, che effetti ha sortito? Guardate ancora il grafico delle riserve: c’è un lievissimo sobbalzo positivo tra il 2009 ed il 2010. E basta. Tutto l’immenso marasma di prezzi eccessivi e di difficoltà dell’import, l’incertezza delle forniture dall’Europa orientale, e tutta l’enfasi messa attorno alla risorsa nazionale in questi anni hanno prodotto questo effetto: nessun effetto rilevante. Il declino terminale del gas italiano è a questo punto un fatto certificato.

Di cosa stiamo parlando allora? Di gas che non estrarremo perché non possiamo, perché nemmeno esiste? Di impianti che hanno fatto un pezzo di storia nazionale, e che nei libri di storia si apprestano a finire? Parliamo di posti di lavoro che spariscono? Ma possiamo davvero decidere di non farli sparire, o qualsiasi scelta facciamo scompariranno comunque? Parliamo di inquinamento, di incidenti? Ma quali esattamente, posta la marginalità conclamata della nostra industria estrattiva? Forse il 17 aprile andremo al referendum per svolgere un esercizio di democrazia pura e semplice, che non è mai un male; e magari decideremo di lanciare un messaggio poco importante a livello operativo, ma forse carico di conseguenze sulle politiche del futuro. Stiamo comunque ben certi di una cosa: che votiamo si o no, o che ci asteniamo, il destino dell’industria estrattiva nazionale è probabilmente già scritto. Nessun decreto legge può far apparire gli unicorni, e nessuna consultazione popolare può farli scomparire.

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5 risposte a Trivelle & referendum: il gas naturale che avevamo

  1. giomag59 ha detto:

    Non so se era tua intenzione, ma il messaggio che colgo (e che condivido) è: comunque vada a finire vediamo di darci una mossa per il dopo, se no ci troveremo molto male… del resto se una fonte è detta non rinnovabile ed esauribile un motivo ci sarà…

    • fausto ha detto:

      Volevo fare un po di ironia – anche su me stesso. Sono un italiano come gli altri, e probabilmente non mi perderò il derby.

      La nostra debolezza in tema di materie prime è nota da tempo, al punto che perfino gli estensori della nostra Costituzione hanno pensato a come affrontarla. Quello che abbiamo fatto nell’ultimo decennio, almeno a livello di provvedimenti governativi, è stato affidarci a miracoli che non si sono verificati. Ora non vorrei che il fronte dei contrari commettesse lo stesso errore, equivocare le dimensioni relative dei problemi in gioco.

  2. Pingback: Le balle di Viggiano… | orbitsville

  3. papworld ha detto:

    Complimenti per la disamina pacata e concreta. Posso collegare il tuo blog al mio?

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