Trivelle & referendum: le anziane piattaforme italiane

Va bene le produzioni di gas e petrolio, e sono interessanti i discorsi circa le riserve. Ma questa consultazione referendaria non si occupa direttamente di queste cose: si occupa essenzialmente di concessioni per impianti ubicati in mare. Impianti già pienamente operativi, o comunque autorizzati da tempo ed in via di completamento, per i quali esistono chiari termini di concessione: di solito all’avvio a trenta anni, poi rinnovabili per periodi più brevi. La norma contestata, originariamente pensata nel 2006 e sostanzialmente confermata dai vari governi succedutisi, aveva come obiettivo quello di estendere sine die la durata delle concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, con particolare riferimento alle superfici marine ubicate a meno di 12 miglia nautiche dalla costa o dalle aree protette. I 30 – 45 anni normalmente disponibili evidentemente non erano stati ritenuti sufficienti da alcuni operatori ben ammanicati.

Per capire il significato di questa contesa, dobbiamo capire le caratteristiche degli attori coinvolti: e questi sono piattaforme e pozzi ubicati in mare. Il Mise si occupa di censire gli impianti e di raggrupparli per tipologia ed ubicazione con una discreta banca dati. Se vi divertite ad ordinare in varia maniera le caratteristiche dichiarate di queste opere potrete dedurre alcune cosette interessanti. Il numero: 92 strutture totali entro il limite delle 12 miglia, di cui 5 teste di pozzo sottomarine. Le piattaforme vere e proprie sarebbero quindi 87. Di queste, 13 sono collegate ad altre piattaforme vicine e 10 sono invece letteralmente unite in strutture uniche assieme ad altre piattaforme attigue. Almeno una piattaforma è adibita a stazione di compressione. Due piattaforme risultano “non operative” in quanto ricadenti in area soggetta a rischi di subsidenza; sono in corso studi per sdoganarle, ma non si sa come andrà a finire. Altre due sono chiuse o in attesa di chiusura e abbastanza certamente destinate al decommissioning; si tratta di impianti risalenti agli anni 1982 – 1984. L’età in particolare è un parametro rilevante: quanto sono vecchi questi impianti?

numero di piattaforme per petrolio e gas costruite per annata in acque territoriali, 12 miglia, età, anni

Piattaforme realizzate in acque territoriali per anno di costruzione. Fonte: Mise.

A prestare fede al nostro Mise, di ruggine ce ne deve essere in giro per il mare. Il campione trattato è costituito per il 46% da impianti con più di trent’anni di servizio. Chi di voi ha mai avuto a che fare con strutture metalliche esposte all’acqua di mare, capirà subito che non è semplice gestire e manutenere piattaforme che operano da più di tre decenni. Non è che non si possa fare, si può certamente; il problema è che con il passare del tempo i costi aumentano, ed aumentano anche i rischi di incidente. Vi invito ad osservare un altro dettaglio: la seconda metà circa degli impianti sotto costa è stata realizzata nel periodo 1986 – 2000. Al passaggio di millennio, l’attività è divenuta sporadica: negli ultimi tre lustri, appena 8 piattaforme in più. E badate bene: nessuna dopo il 2010. Questo dettaglio dovrebbe chiarire abbastanza bene una cosa: le aree estrattive per idrocarburi di cui disponiamo nel mare antistante la costa sono ormai al capolinea, e non hanno suscitato rinnovato interesse nemmeno con l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas registrata in questi anni. Sono stati perforati nuovi pozzi, certo, ma comunque utilizzando gli impianti già in loco. Brevemente: tante piattaforme vecchie o vecchissime, pochi o nessun nuovo impianto.

E i pozzi? Costruire un pontile sull’acqua è una cosa, cavarne petrolio e gas è un’altra cosa. Allo stato attuale, delle 92 strutture considerate 8 non sono collegate a nessun pozzo; se osserviamo bene la banca dati Mise, noteremo che – tolti i rari casi di smantellamento incipiente – di tratta di piattaforme di servizio collegate ad altre effettivamente dotate di pozzi. Una parte consistente delle strutture, circa 50 unità, opera tre pozzi o meno; solo 25 ne gestiscono dieci o più, e probabilmente si tratta delle strutture più moderne. Volendo fare una rozza suddivisione, le piattaforme vere e proprie effettivamente classificate come “eroganti” sono 48; 5 quelle di supporto, aventi funzioni ausiliarie diverse come comprimere gas o alloggiare attrezzature e personale. Le categorie “non operative e “non eroganti” sono rappresentate rispettivamente da 8 e 31 strutture. Volendo semplificare molto, abbiamo un 100·(31 + 8)/92 = 42,4% di strutture sotto costa che non hanno alcuna apparente funzione.

Le semplificazioni uccidono. Tra le 31 piattaforme “non eroganti”, solo una è stata installata nell’ultimo decennio. Si tratta di impianti che venivano ancora realizzati in un certo numero negli anni ’90, e che in genere sono allacciati ad un grande quantitativo di “pozzi produttivi non eroganti”. Stanno li ad aspettare, ma aspettare cosa di preciso? Nuove tecnologie? Prezzi più alti? Se pensiamo ai prezzi, teniamo bene a mente che si sono disposti a livelli stellari sia per il petrolio che per il gas nell’ultimo decennio, almeno in Europa. Chi aveva idrocarburi da cavare doveva farli venire fuori e basta, posto che non c’era modo di guadagnarci di più lasciandoli dov’erano. Come mai in questi anni – così favorevoli – questi pozzi non sono riusciti a produrre nulla? Forse lo hanno fatto, e sono giunti a fine vita? Questa cosa non viene raccontata in maniera esplicita, ma qualche dubbio possiamo nutrirlo. Teniamo a mente un dettaglio: l’aggiornamento dei dati non è istantaneo, e la recentissima caduta dei prezzi, con i suoi effetti, di sicuro ancora non la possiamo vedere agire sulla banca dati del Mise. Come dire: i pozzi dormienti segnalati erano probabilmente tali anche due o tre anni fa, con il petrolio Brent a 100 dollari. Un dettaglio assai sinistro.

Il quadro che abbiamo davanti è pieno di ombre. Nella nostre acque territoriali disponiamo di un numero di piattaforme considerevole, ma parecchie di esse in effetti non stanno svolgendo alcuna funzione. Molti dei pozzi perforati negli anni passati vengono definiti produttivi, ma stranamente non producono alcunché; una cosa bizzarra, se pensiamo alla formidabile spinta alla estrazione fornita dai prezzi elevati che abbiamo sperimentato. L’età media degli impianti è elevata, e molti di essi sopportano l’azione del mare da più di tre decenni: una cosa che sicuramente viene considerata con attenzione anche dagli enti di controllo. Le recenti regalie normative, che ora sono contestate dai comitati referendari, paiono non aver sortito grandi effetti: non c’è stata nessuna corsa alle nuove installazioni; le perforazioni invece insistono a languire in generale, a terra come in mare. Forse anche gli impianti ci raccontano la stessa storia raccontata dalle produzioni? Forse stiamo guardando un comparto industriale carico di storia e con un futuro modesto? Non sarà per caso che le furberie normative ideate in questi anni dovevano semplicemente servire a rinviare lo smantellamento – molto oneroso – di alcune strutture ormai superate?

Questa voce è stata pubblicata in ambiente, energia, geologia e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Trivelle & referendum: le anziane piattaforme italiane

  1. Ijk_ijk ha detto:

    Sempre interessanti le tue analisi. Anche se forse lo conoscerai già, ti segnalo il caso emblematico della piattaforma Angela Angelina che sta facendo letteralmente sprofondare il paesino di Lido di Dante davanti a Ravenna. Pochi anni fa il mare superò le dune ed entro in pineta e in paese. http://www.ravennaedintorni.it/ravenna-notizie/40396/lido-di-dante-sprofonda-2-cm-all-annole-estrazioni-spaventano-i-cittadini.html

    • fausto ha detto:

      Il problema è noto da decenni, la subsidenza è una delle ragioni che hanno indotto a limitare queste attività. Al momento il problema nel ravennate è più che altro dovuto all’estrazione di acqua (ma questa non è una buona ragione per fare altre sciocchezze). La risposta ai tempi fu il varo del CER, con l’intenzione di limitare i prelievi in falda. Ha funzionato almeno in parte.

      La piattaforma Angelina non riporta note particolari nella banca dati Mise. Non saprei quindi dire se abbia responsabilità rilevanti. Stando all’ente di controllo parrebbe di no. E d’altro canto le (relativamente) vicine Ada 2 e 4 sono bloccate proprio per accertamenti in tema di subsidenza: evidentemente qualcuno che controlla da qualche parte c’è.

  2. ijk_ijk ha detto:

    Difficile che Angelina non abbia forti responsabilità nello sprofondamento del paese. O almeno è difficile convincere gli abitanti del contario visto che hanno il record di subsidenza e la piattaforma Angelina a 2 Km dalla costa, cioè fuori dalla finestra, con piu di 10 pozzi attestati di cui alcuni che estraggono anche da giacimenti sotto alla terraferma e quindi sotto al paese.
    Almeno fosse solo per un principio di precauzione andrò a votare si.

    • fausto ha detto:

      E’ una faccenda complicata, davvero. Bisognerebbe verificare cosa stiano esattamente facendo i gestori. Per dire, se procedessero a reiniettare acqua nel giacimento il problema cesserebbe di esistere. In mancanza di informazioni dettagliate possiamo solo dubitare.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...