Trivelle & referendum: canoni, royalties

A cose fatte, e senza la confusione del circo dei media, resta ancora qualche domanda da fare attorno al comparto della ricerca ed estrazione di idrocarburi in Italia. Come è d’uso in tutto il mondo, anche qui le aziende che vogliono fare buchi per terra ed estrarre qualcosa devono farsi autorizzare dallo Stato: ottenuta una concessione per la ricerca, se trovano ad esempio idrocarburi dovranno poi farsi autorizzare lo sfruttamento dell’ipotetico giacimento. Si paga qualcosa per entrambe le operazioni. I dati – in forma minimale – sono ancora una volta pubblicati dal Mise; pessimo server, bisogna ricaricare insistentemente le pagine. In ordine, per prima cosa occorre considerare i canoni applicati alle attività di prospezione e ricerca; sono pagamenti dovuti allo Stato e calcolati in proporzione alle estensioni dei territori oggetto delle operazioni. I successivi canoni di coltivazione sono concepiti allo stesso modo, in relazione alle superfici, ma vengono pagati solo qualora ci sia effettivamente qualcosa da estrarre.

canoni di concessione, petrolio e gas naturale, permessi di prospezione e ricerca, concessioni di coltivazione, € km2 euro kmqCanoni e concessioni per la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas. Fonte: Mise.

C’è stata una revisione con rivalutazione che fa data ad inizio 2015, ma gli importi richiesti a chi cerca ed estrae idrocarburi in Italia restano piuttosto bassi. Quelli indicati dal ministero sono canoni annuali, così come lo erano quelli definiti in lire dalla norma preesistente. Avete voglia di fare ricerca e prospezione in tutta l’Emilia Romagna? Benissimo, con 22.451 · (3,59 + 7,18) = 241.797 €/anno potete divertirvi. Avete trovato qualcosa? Petrolio? Gas? Lo potete tirare fuori, ma dovete anzitutto pagare un canone di concessione che prescinde dalle quantità in gioco. Se il lotto che operate è, per ipotesi, una struttura che si estende su un migliaio di chilometri quadrati di superficie la cifra che dovete corrispondere ogni anno – con la prima concessione trentennale – è pari a 57.470 euro. Volendo immaginare di consegnare l’intera superficie emersa italiana in prima concessione ad un unico operatore che ne estragga idrocarburi, il noleggio del nostro intero paese verrebbe a costare – per la sola concessione di coltivazione – più o meno 301.340 · 57,47 = 17.318.009 €/anno. Avete letto bene: noleggiare il territorio nazionale italiano per poco più di 17 milioni di euro l’anno. Voi privati cittadini non potete, ma a qualcuno è permesso.

Divertente ma incompleto, posto che le aziende che estraggono idrocarburi in Italia devono poi pagare anche altri balzelli. Alcuni sono aggirabili – non crederete davvero che una multinazionale paghi cose come l’Iva? – altri invece no. I canoni appena discussi sono fissi, non li puoi schivare; e sono molto modesti. Per ottenere qualche soldo dalle compagnie petrolifere ci sono le royalties: sono importi dovuti in ragione delle risorse estratte. Si tratta di un meccanismo fiscale che ha avuto popolarità in passato, ma che in Europa ormai non è più così diffuso. In Italia ancor oggi ci affidiamo a queste royalties per raccogliere qualche soldo con le risorse minerarie nazionali. Ufficialmente, nel nostro paese le aliquote dovute alle pubbliche amministrazioni viaggiano attorno al 7 – 10 % del valore della materia prima estratta, con variazioni connesse al tipo di risorsa ed al contesto di lavoro. Esistono anche delle franchigie: al di sotto di un certo livello di produzione non si paga niente. Potete anche verificare le scelte operate da altri paesi europei con l’analisi comparativa del ministero; tendenzialmente sul continente la tassazione è contenuta, seppure variabile.

Cos’ha fruttato questa attività alle casse dell’erario italiano? I dati per tutte le somme versate relativamente al 2014 sono già noti: nel complesso circa 344,5 milioni di euro totali, sia per il gas che per il petrolio. Tenete a mente che nella stessa annata abbiamo estratto circa 44 milioni di barili di greggio. Solo per il petrolio, un valore non inferiore a 3,2 – 3,3 miliardi di dollari, almeno volendo prendere per buone le stime di BP / IndexMundi. Immaginando di assegnare alle risorse nazionali i prezzi del brent, per il petrolio, e delle forniture russe per il gas, sempre nel 2014 gli idrocarburi italiani tutti assieme avrebbero generato un controvalore di circa 5 – 5,2 miliardi di euro. Capite quindi la modesta rilevanza della pressione fiscale che l’Italia applica alle compagnie petrolifere operanti sul suolo nazionale: un 6-7% del valore globale delle produzioni; sostanzialmente in linea con quanto registrato nelle annate precedenti.

Ancora una volta, abbiamo davanti un comparto industriale davvero poco decisivo per le sorti d’Italia. Anche volendo rapinare per intero il valore delle produzioni in essere, cosa ne potremmo ricavare? La nostra spesa pubblica nel 2014 viaggiava attorno ad 835 miliardi di euro, tutto compreso. Che differenza avrebbe fatto un extra gettito pari allo 0,599 – 0,623 % del totale delle spese delle pubbliche amministrazioni? Probabilmente nessuna. Il gettito fiscale ottenuto oggi da queste attività è minuscolo, certo, ma resterebbe insignificante anche in caso di nazionalizzazione del settore: perché i combustibili fossili in Italia proprio non ci sono, se non poche briciole, e ne consumiamo una montagna importandoli dall’estero. I petrolieri che non pagano le tasse però non sono una nostra esclusiva: come notato anche dallo studio comparativo del Ministero, la fiscalità è vantaggiosa in tutta l’unione europea per le compagnie petrolifere. Poche o niente tasse, canoni irrisori per decenni, e tuttavia produzioni ormai anemiche: stiamo finendo di tirare fuori quel che avevamo sotto i piedi. Il futuro dovremo cercarlo da qualche altra parte.

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3 risposte a Trivelle & referendum: canoni, royalties

  1. LorenzoC ha detto:

    Allo stato attuale si produce più gas e petrolio di quanto il mercato possa assorbire, infatti i prezzi sono crollati. Non si fa nessuna fatica a “trovarlo da da qualche altra parte”.

    La ricaduta immediata, invece si insistere con la fola delle “trivelle” che trivelle non sono, è che le “fonti rinnovabili” diventano ancora meno competitive salvo incentivi statali e quindi deficit.

    Tra le tante fandonie propagandistiche del referendum c’era quella di incentivare il passaggio dalle “fonti tradizionali” a quelle “rinnovabili”, idea che non ha alcun fondamento.

    • fausto ha detto:

      Il passaggio da “tradizionale” a “rinnovabile” in Italia si sta verificando da un bel pezzo. Ineluttabile, visto che non abbiamo altro.

  2. cavaliereerrante ha detto:

    Non abbiamo altro ???
    E allora, diamoci sotto, per la miseria !! 👿

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