Fiscal breakeven price: ingannarsi da soli

Avete presente il concetto di “ fiscal breakeven price ”? Si tratta di un parametro che dovrebbe, nelle intenzioni, rappresentare il prezzo – di una risorsa rilevante – che permette ad un Paese esportatore di materie prime di mantenere in equilibrio il proprio bilancio. Gli attori coinvolti sono quegli stati che dipendono pesantemente dall’export di materia prima per finanziarsi: pensate al caffè per talune nazioni africane, o alla canna da zucchero per Cuba. L’esempio più noto è il legame tra il prezzo del petrolio ed il bilancio di alcuni grandi produttori. Tolti i costi di produzione e la remunerazione concessa alle aziende che operano nel settore, è possibile imporre royalties consistenti che vanno a finanziare il bilancio pubblico; in questo differisce il conto finanziario di stati come l’Italia o la Norvegia: loro hanno il petrolio, noi lo dobbiamo comprare. Quello che per loro rappresenta una voce in attivo nel bilancio pubblico, per noi rappresenta una voce in perdita – se evitiamo di considerare il nostro coinvolgimento nell’industria estrattiva.

Questo concetto di prezzo che consente l’equilibrio fiscale è stato indagato a lungo, e da enti autorevoli; come il Fondo Monetario Internazionale. Ovviamente la vicenda desta l’interesse di un gran numero di centri di ricerca, istituzioni bancarie, investitori, commentatori e via dicendo. Prendiamo qualche articolo e/o studio, fra i tanti. Tra i blog un pezzo a caso sul tema: “… for the oil dependent nations of OPEC, cheap crude is a budget nightmare. And, as Deutsche Bank pointed out in an October analysis, oil producers like Russia, Venezuela, and Nigeria all need prices above $100 a book to balance their books. Even Saudi Arabia needs around $99 to support its spending …”. All’epoca si speculava su un probabile affondamento del Venezuela – che effettivamente ora ha ridotto le proprie pretese. Di tono similare l’analisi offerta nel 2015 da Businnes Insider: “… Russia and Saudi Arabia’s break-even prices are both around $105/barrel, and Iran’s is neary $130. Meanwhile, Brent Crude is currently trading around $56/barrel — far below what these major producers would ideally like to see …”.

Nel complesso le descrizioni del problema differiscono di poco; ed originano sostanzialmente da studi targati FMI – la grafica dell’articolo di Businness Insider ad esempio. La rielaborazione forse più nota di questi concetti è quella offerta da Deutsche Bank; è ancora scaricabile, ad esempio qui. L’idea di fondo rimane quella di partenza: abbiamo grandi esportatori di idrocarburi che usano la rendita petrolifera per finanziare il bilancio pubblico. Se il prezzo si abbassa sotto ad una certa soglia sono dolori. La guerra del prezzo del petrolio che si dipana da quasi due anni non ha solo fatto saltare per aria un gran numero di produttori americani: ha anche prodotto effetti sui grandi petro-stati che popolano il planisfero. Le difficoltà di venezuelani, libici e iracheni sono comprensibili: nazioni messe male in partenza, a cui sono stati tolti dei soldi. C’è un altro attore che dovrebbe sperimentare sofferenze terribili, almeno stando alla letteratura disponibile: la Russia. Con un equilibrio fiscale stimato sopra i 100 $/bbl, a Mosca devono divertirsi poco se il prezzo scende a meno di 40 $.

fiscal breakeven price russia federazione russa prezzo di pareggio equilibrio fiscale costi estrattivi petrolio riserve banca centraleRiserve della banca centrale russa, prezzi del greggio. Fonte: CBR, IndexMundi.

Volendo osservare i parametri misurabili, le scelte sono piuttosto facili. I russi non hanno più un debito pubblico, non significativo almeno; e non hanno sciupato la revenue petrolifera in fesserie. Hanno riserve: la loro banca centrale dispone di centinaia di miliardi di dollari tra asset finanziari e oro. Ovviamente questa riserva viene impiegata per far fronte alle difficoltà economiche contingenti: e si vede bene dalla grafica sopra. Se il prezzo del greggio sale, le riserve della banca centrale crescono; se scende, vengono spese. Grasso stagionale consumato in inverno. La stranezza risiede nelle cifre: sarà anche vero che le riserve valutarie dei russi si sono vaporizzate velocemente nel post crisi 08/09, e anche in questi due anni; ma hanno trovato comunque stabilità con quotazioni del petrolio di 35 – 40 $/bbl. In particolare il primo crollo, ormai consegnato alla storia, avrebbe potuto indurre qualche riflessione: le riserve valutarie si rimpinguavano già al di sotto dei 50 $/bbl. Tutta questa guerra economica mossa ai russi, queste sanzioni, tutto questo agitarsi non ha funzionato. Non poteva funzionare, semplicemente perché il bilancio pubblico russo non smette affatto di funzionare al di sotto dei 105 $/bbl. Abbiamo scommesso sulla disfatta di questo giocatore, senza considerare i parametri disponibili: e abbiamo perso. Un enorme errore di valutazione che ha indotto mosse sbagliate?

Bisogna essere ingenui per credere a racconti così lineari. Se qualcuno ha speso tempo per diffondere documenti che raccontano di una bancarotta russa con il petrolio al di sotto dei 100 dollari, deve avere valutato di poter ottenere vantaggio da questa mossa. E il vantaggio, grosso, c’è stato: facendo circolare quel genere di documenti, è stato possibile spaventare gli impudenti investitori che si erano permessi di avvicinarsi troppo alla Russia. Un obiettivo strategico rilevante, perseguito con efficacia: pubbliche relazioni negative a danno del nemico. Ottima mossa. Poi il tempo è passato, le contingenze sono cambiate: qualcuno ha avuto l’idea di fare guerra ai russi, in maniera più diretta. Quanto regge l’assedio il nemico? Come decidere circa la sua resistenza? Facile: basta tirare fuori dai cassetti i rapporti che ne studiavano l’equilibrio fiscale; rapporti che nel mentre, nei circoli che contano, erano stati ormai accettati come solida verità. Una vantaggiosa ed intelligente menzogna propagandata per bene ha cominciato a camminare con le proprie gambe, ha preso vita, è sfuggita di mano: scambiata per vera, ormai al di fuori d’ogni controllo, ci ha indotti ad avventurarci con baldanza in una guerra economica che non potevamo che perdere. Magari in futuro, ricordandoci di questo disastro, eviteremo qualche nuovo e pernicioso errore.

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6 risposte a Fiscal breakeven price: ingannarsi da soli

  1. Ijk_ijk ha detto:

    Fare la guerra alla Russia ha sempre portato male.

  2. Ijk_ijk ha detto:

    La bei ha emesso gli anni scorsi delle obbligazioni al 7_8% in rubli. Ne ho presi un po a febbraio e per ora sono in crescita. Anzi, è l’unico titolo dove sto guadagnando qualcosa.

  3. paolo pulicani ha detto:

    1) In parte il calo del prezzo del petrolio è stato ammortizzato dal calo del rublo (il petrolio russo è venduto in dollari, ma gli stipendi ed i costi di estrazione sono in rubli)
    2) qualche problema comunque esiste (vedi sotto)

    With oil prices looking a bit more stable, Russian oil firms are closing deals in asset sales that have been discussed for nearly a year.

    Last week, state-controlled oil giant Rosneft announced that it was shedding 23.8% of its Vankor oil field to a consortium of Indian companies Oil India, Bharat PetroResources and Indian Oil. Local business daily Vedomosti says the threesome may get up to 50% of the crude oil produced out of the east Siberian field. The field has an estimated 520 million metric tons of recoverable oil. The consortium paid $2.1 billion for its stake, according to Interfax.

    Last month, Rosneft sold a 15% stake of Vankorneft, the subsidiary that runs the field, to another Indian owned firm. This time it was government-owned ONGC Limited for a little over $1.5 billion. Rosneft is also considering selling an even larger amount of shares to China.

    According to Bloomberg, Rosneft is looking to dump as much as 19% off to China and/or India.

  4. fausto ha detto:

    Tutte considerazioni interessanti, anche se in fondo un po scontate – vale anche per me. Quel che conta è che alcuni circoli di potere hanno messo in atto una guerra basandosi su analisi del tutto errate: è una dinamica estremamente interessante, varrà la pena ricordarsene per il futuro.

  5. paolo pulicani ha detto:

    Se si prende la quotazione del Brent dal 07/08/2010 al 07/08/2016 e contemporaneamente il cambio rublo/dollaro per lo stesso periodo e si esprime il valore del barile in rubli corretti al tasso di cambio, si ottiene una infomazione interessante.
    Se si pone uguale a 100 il valore del barile espresso in $ all’inizio del periodo ed uguale a 100 il valore del barile espresso in rubli e si mette su un grafico tutta la serie, si può apprezzare come, durante questo perido, il barile espresso in dollari è passato da un valore 100 ad un valore 140 (al picco del prezzo) per poi finire oggi attorno a 60 (quindi la quantità di petrolio che vendevo in dollari a 100 nel 2010, oggi la vendo a 60 perdendo il 40% in dollari).
    Per la stessa quantità espressa in rubli è tutta un’altra faccenda. La quantità di petrolio espressa in rubli parte anche essa da 100, arriva ad un valore pari a 160 per finire oggi attorno a 125 (quindi la quantità di petrolio che vendevo in rubli a 100 nel 2010, oggi la vendo a 125 guadagnado il 25% in rubli).
    Quindi, in realtà, in rubli la Russia ci sta guadagnado con la vendita del petrolio. Il problema è che le sue importazioni (che avvengono in dollari) sono diventate più care: sta importando inflazione.

  6. cavaliereerrante ha detto:

    Giusto !
    In futuro, ricordandoci di questo disastro, cerchiamo di evitare qualche nuovo e pernicioso errore, in modo da vivere un poco più tranquilli ! 🙂.

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