Viadotti, sprechi & crolli: il cemento si fece debito

In Italia in questi ultimi tempi abbiamo trovato un nuovo modo per divertirci: accendiamo la TV, cerchiamo un telegiornale e vediamo cosa è crollato nelle ultime ore. Non è un gran passatempo, ma questo passa il convento; lo stato di manutenzione delle nostre infrastrutture non è oggi dei più brillanti, e questo comporta parecchie conseguenze. Le opere pubbliche italiane purtroppo sono gestite da personaggi che hanno anche qualche abitudine malsana; più che quelli funzionali, gli obiettivi paiono essere quelli relativi alla pura e semplice spesa. Siamo circondati di persone che ci raccontano che con qualche nuova opera “ripartirà la crescita”; o che basterà qualche altro cumulo di catrame per “rilanciare il Paese”. Non costruiamo ponti per collegare città: costruiamo ponti per spargere soldi, perché è questa la formula miracolosa che può rivitalizzare l’Italia.

Forse era questa; adesso le cose funzionano in maniera diversa. Pare che l’atto di spargere soldi a pioggia sotto forma di cantieri non sia più particolarmente efficace. Non produce occupazione, tende semmai a distruggerla furiosamente – giacché i soldi che spendiamo per creare pochissimi posti di lavoro nelle opere edili sono costati una vera e propria devastazione fiscale a carico degli stipendi dei salariati. Non ci apre più nuovi mercati, che sono ormai globali nel senso vero del termine: in un mondo dominato da giganti geopolitici che commerciano via nave, a cosa servirà costruire un’autostrada in più o in meno in mezzo a delle montagne? Cosa ci rimane quindi, a parte la triste litania di viadotti spezzati e sottopassaggi allagati? Forse le spese folli da pagare? Che altro?

Spesa annua per opere pubbliche, cantieri, grandi opere, costi, costruzioniRisorse disponibili per nuove infrastrutture, milioni di euro 2016. Grafica: ANCE.

Possiamo provare a ragionare in quantità su questa vicenda. Le opere pubbliche hanno dei costi, teoricamente rilevabili tramite i dati resi noti dalle amministrazioni coinvolte. L’immagine presa a prestito sopra è prodotta da ANCE – parte dell’Osservatorio congiunturale di luglio 2016 – e rende conto degli importi che in Italia sono stati spesi annualmente per queste opere; attenzione, non tutte: solo quelle nuove. Nel periodo 1992 – 2016, le risorse messe in campo equivalgono complessivamente a circa 1135 miliardi di euro attualizzati; più di 45 miliardi per anno. Teniamo a mente che al momento il debito pubblico italiano ammonta a circa 2240 miliardi di euro: le sole spese per nuove opere pubbliche avrebbero ammassato uscite totali equivalenti in un lasso di tempo di circa cinquant’anni. Con buona pace della finanza di progetto ed altri simili ammennicoli, tutti destinati a finire nel calderone del debito pubblico alle prime difficoltà di recupero degli investimenti – esemplare e non isolata la situazione della BreBeMi.

Gli importi assoluti spesi per cantieri più o meno utili sono un dato opaco e fumoso: come vengono realmente utilizzati i soldi? Per dire, la chiacchierata TAV nostrana costa parecchio di più di quanto costi in Giappone o in Francia. E’ cosa nota che dalle nostre parti un’opera venga approvata per una certa cifra posta a preventivo; e che a fine lavori il consuntivo risulti quadruplicato o anche peggio. Si tratta di un meccanismo rodato che serve a rassicurare – anzi, ingannare – il pubblico circa i costi degli interventi: approvati ed avviati i lavori, chi oserà tirarsi indietro? Si va avanti finché non si finisce l’opera – o finché non finiscono i soldi. Sarebbe interessante capire quanta parte della spesa in cantieri sia destinata realmente ai relativi costi, e quanta invece a ruberie di varia natura. Stando alla nostra Corte dei Conti, la mera corruzione impone un aggravio di almeno il 40% alla spesa che dirigiamo ai cantieri pubblici. Si tratta di stime fatte a spanne e discutibili, ma purtroppo provengono da magistrati che conoscono molto bene le vicissitudini finanziarie di cui parlano.

Il dato riferito da ANCE è circoscritto solamente alle nuove opere; ammodernamenti e manutenzione sono una cosa diversa. Non si discute nemmeno di interessi: posto che i soldi che spendiamo in cemento sono presi a prestito, quanto ci costano in termini di oneri finanziari? In un decennio abbiamo speso quasi 760 miliardi di euro solo in interessi sul debito pubblico. Ovviamente una parte importante di questi debiti è stata prodotta dalle spese di cui parliamo: tutto quel cemento che abbiamo sparso un po ovunque. Paghiamo un’opera pubblica – sovente inutile – quattro o cinque volte quel che costa. Poi paghiamo lauti interessi sui debiti contratti per finanziarla. Nel mentre, questi debiti si ammassano gli uni sugli altri, a costruire una montagna alta fino al cielo. Siamo sicuri di voler insistere in questo modo? Non sarà magari che il rilancio di questo Paese passi piuttosto attraverso una campagna di rottamazione di opere inutili? C’era una volta un signore, un reggiano, che si era fatto venire questa curiosa idea. Era un ministro; chissà se gli italiani hanno compreso il messaggio che lanciava.

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Una risposta a Viadotti, sprechi & crolli: il cemento si fece debito

  1. Per non parlare del cemento riversato sul territorio dai privati per i privati con l’avvallo del pubblico, quantitativamente superiore a quello del pubblico per il pubblico (si fa per dire). E della nuova proposta di legge urbanistica della regione ER che sembra scritta da palazzinari romani ne vogliamo parlare?

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