Spariamo all’Iran. Anzi, spariamoci nei piedi

Sanzioni di nuovo in gran spolvero da qualche mese. Non contro i russi, che bersaglio scontato – e poi tanto quelli ci sguazzano. Ultimamente a Washington amano distribuire provvedimenti di rappresaglia in maniera più equa. Hanno cominciato con i produttori italiani di pere e formaggi, e poi non si sono più fermati. Con le pere funziona: gli agricoltori italiani non hanno avvocati difensori nelle stanze del potere; nemmeno gli altri agricoltori europei, se per questo. D’altronde, se nemmeno i costruttori di automobili si salvano nessuno può farcela. Purtroppo però non tutti i bersagli sono uguali. A quanto pare, la moda del momento è prendersela con l’Iran: abbiamo quindi l’ennesima tornata di provvedimenti punitivi contro gli Ayatollah. Se hai un nemico, devi aprire il fuoco e sparare. Ma funzionerà? I colpi andranno a segno? Visto che il bersaglio della manovra americana è la principale industria iraniana, quella del petrolio, verifichiamo come se la passa il petrolio dell’Iran.

Produzione e consumo di petrolio in Iran, esportazioni, barili giorno, production, consumption, exportProduzione, consumo ed esportazioni di petrolio dall’Iran, migliaia di barili al giorno. Fonte: BP.

Se la passa abbastanza bene, stando all’atlante statistico di BP. Storicamente la produzione era stata elevatissima negli anni ’70, quando gli idrocarburi del Paese venivano quasi interamente esportati per mano di compagnie petrolifere straniere. Il sistema prese ad andare in crisi, e ad un certo punto arrivò la rivoluzione. Il conseguente crollo della produzione non fu però una esclusiva locale, interessando moltissime altre realtà. Dopo gli shock degli anni ’70, si fece strada la tendenza a diversificare le fonti energetiche fossili. Gli iraniani, specialmente dagli anni ’90, hanno riguadagnato mercato: non hanno più raggiunto le produzioni spericolate dei primi anni ’70, ma veleggiano abbastanza bene in un mercato globale ormai povero di petrolio convenzionale. Se le risorse non sono più così abbondanti come un tempo, è difficile sbattere la porta in faccia a qualche produttore. Ci sarà sempre qualcuno pronto ad intervenire.

Rendita da esportazioni di petrolio in Iran, miliardi di dollari. Iran oil revenue, export, prices. Guadagni, introiti, idrocarburi, prezzi.Valore approssimato dell’export di petrolio dall’Iran, miliardi di US$-2017. Fonte: BP.

Va bene la produzione, ma i quattrini si fanno esportando: e i consumi di derivati del petrolio in Iran sono cresciuti moltissimo negli ultimi trent’anni, un segno di sviluppo economico inequivocabile. Il problema è che la produzione consumata in loco non genera rendita petrolifera, nemmeno per il governo – si tradurrebbe in una tassa sui residenti. Nella seconda immagine, una stima a spanne del valore di mercato dell’export iraniano di petrolio. Una mera moltiplicazione tra barili esportati e prezzi medi d’annata, prezzi medi in dollari inflazionati al valore 2017 come dalla rilevazione di BP. Il petrolio iraniano è, per molti versi, nella media: generalmente accettabile in densità API, e in linea di massima caratterizzato da un tenore in zolfo intermedio. L’impiego di una media globale dei prezzi, in questo caso, non deve sbagliare di molto. Il valore economico dell’export è assai ballerino: basso fino al passaggio di millennio, quindi anche molto elevato durante le fiammate dei prezzi del 2008 e del 2011. Comunque molto instabile.

Da confrontare con il volume esportato, che nel caso iraniano è rimasto pressoché stabile per vent’anni, dal 1991 al 2011. La volatilità dei prezzi, quando osserviamo il petrolio, è il fattore fondamentale nella determinazione della resa economica. Nel caso iraniano pare che queste entrate siano arrivate a generare anche il 30% del PIL, ma si tratta comunque di un valore piuttosto ballerino; condizionato anche dalla presenza di contratti a lungo termine, che spuntano prezzi diversi rispetto a quelli del mercato spot di giornata. La revenue governativa è un’altra cosa ancora: è la quantità di soldi che il governo riesce ad estrarre dall’industria petrolifera nazionale. E’ una frazione degli introiti, e si trasforma a causa di questioni politiche e sociali. Ovviamente ha una relazione con il valore delle esportazioni. Per quanto questa possa essere importante, anche le entrate petrolifere incassate dagli operatori del settore incidono sull’economia nazionale: pagano impianti, maestranze, dividendi. Una bella torta indirizzata ad una pletora di persone, ancora una volta in parte iraniani: sono i soldi che fanno girare il Paese.

Ora occupiamoci dei problemi recenti: l’export iraniano di petrolio non è diminuito nel 2018. Quelli della FED lo vedono addirittura destinato a crescere un po; perlomeno non a scendere. Volendo impiegare un dato di pura produzione diverso, come questa elaborazione derivata da dati OPEC, scopriamo che quest’anno il valore medio è sempre stato sopra a 3,8 milioni di barili/giorno. Produzione stabile almeno fino ad agosto 2018, ed esportazioni presumibilmente stabili. Come mai il dato OPEC è più basso rispetto a quello di BP? Probabilmente l’organizzazione parla di oli convenzionali, mentre la compagnia si riferisce a qualsiasi cosa somigli a petrolio; includendo anche scisti bituminosi, oli pesanti, condensati e via dicendo. Scommetto che l’extra produzione messa a segno dagli iraniani abbia a che fare con la massa di condensati che ricavano dal gas naturale. Comunque, al di là dei valori assoluti, pare che poco sia cambiato al momento nei volumi esportati dall’Iran.

E se i volumi non scendono, c’è un solo metodo per togliere quattrini alla repubblica degli Ayatollah: far scendere i prezzi. Durante l’era Obama, una serie di accordi politici aveva permesso di disinnescare le tensioni esistenti tra Iran e Paesi occidentali. Il Presidente USA oggi in carica la pensa diversamente: scontro frontale, o almeno così racconta. Il problema è che, purtroppo, il mercato del petrolio è una bestiola molto suscettibile. Di solito, non appena i palestinesi si mettono a tirare sassi contro gli israeliani, si registra un qualche movimento di prezzo. Se i sassi dei palestinesi riescono a smuovere leggermente la fiducia degli operatori del comparto, le minacce rivolte direttamente ad attori come l’Iran dovrebbero avere un effetto considerevole. Stiamo pur sempre parlando del quinto produttore mondiale al 2016; comunque sempre presente nella top 10. Soprattutto, stiamo parlando del terzo esportatore globale di petrolio, secondo i dati del 2010 offerti dall’enciclopedia francese. Da notare la differenza con la pagina in inglese, che al momento offre dati appartenenti a diverse annate; che indicano gli USA come esportatori. La cara, buona, vecchia propaganda: esportatori netti e non mischiati assieme. Terzi esportatori del pianeta dopo sauditi e russi, questo è ciò che conta. L’Iran è questo, al netto delle oscillazioni di giornata.

La crescita nei prezzi del greggio di questi ultimi mesi pare sia stata determinata da vari fattori, in parte problemi industriali e di esaurimento, assieme a questioni relative alla domanda. Un frazione dell’incremento dei prezzi però origina sicuramente dall’atteggiamento aggressivo tenuto da Washington. Le minacce di guerra non hanno rassicurato gli operatori, specie quelle rivolte al terzo fornitore – esportatore – più importante del mondo. Con, diciamo, 20 dollari/barile in più gli ayatollah possono risucchiare fino a 1,5 – 1,8 miliardi di dollari in più ogni mese. Altro che “…reduce Iran’s oil revenue to zero…”. E no, il loro petrolio non è sostituibile. E’ troppo, almeno in termini di frazione dell’export. Non so cosa pensiate degli intenti guerreschi manifestati in questi mesi da alcune cancellerie occidentali; io penso che il mondo occidentale abbia bisogno di dotarsi rapidamente di elementari capacità di analisi. Con queste strategie, di guerre non se ne vincono: spararsi nei piedi non è d’aiuto sul campo di battaglia.

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Una risposta a Spariamo all’Iran. Anzi, spariamoci nei piedi

  1. ijkijk ha detto:

    Guerre e sanzioni ll’Iran sono sempre di moda.

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